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lunedì 10 agosto 2026

Figlie Selvagge Cinzia Giorgio- Rizzoli




Figlie Selvagge di Cinzia Giorgio
è un romanzo storico ma anche un thriller, è una trama che si dipana parola dopo parola e si schiude davanti a noi, inaspettatamente.
Come una novella Eco, Cinzia Giorgio costruisce la storia intorno a tre figure femminili che ci porta nei luoghi delle streghe beneventane, ridandoci un'epoca segnata da un'Inquisizione che assoggetta, giudica, condanna ciecamente finanche e soprattutto le donne sole. 
Rosa e le sue figlie, Maria, la rossa, e Bianca vivono infatti nei boschi e conoscono l'uso delle erbe. Sanno accogliere, ascoltare e proporre rimedi non solo per lo spirito ma anche per il corpo, fino al giorno in cui le loro azioni e il loro stile di vita suscita disprezzo, paura, invidia e vendetta.
Ricco di personaggi, riferimenti storici e locali, colpi di scena che non permetteranno a chi legge di capire, fino alla fine, chi sia il/la colpevole che condizionerà le vite delle tre donne ma anche dell'intera comunità che da sempre le conosce, le appoggia e le sostiene.
Una storia familiare ma anche di luoghi e di comunità. Un romanzo storico, con tanto di bibliografia finale tanto apprezzabile data dalla preparazione dell'autrice che è una storica delle donne, ma anche un giallo che vede protagonisti un territorio, i suoi abitanti, i suoi potenti e il popolo nonché le sue 'streghe', in un turbinio di eventi e malefici che vi terranno lì a leggere fino all'ultima pagina perché quando penserete di aver capito da che parte va la storia, ci sarà qualcosa che rimescolerà la trama, ben congeniata, ricca e mai banale.
Bello poi il formato e la copertina che sembra un quadro dai toni delicati come i fiori e le erbe conosciute e maneggiate dalle 'figlie selvagge' di un sapere lontano che si è tentato poi di recuperare nei secoli successivi.
Una storia antica che ci guida in un sapore perso, come tante storie di donne accusate di stregoneria o anche solo schernite di esserlo per sapere usare erbe, fiori e piante in modo savio.
Non solo un bel racconto, scritto bene, scorrevole, accattivante o un romanzo storico o un giallo ben congeniato, ma tante storie in un solo libro molto piacevole e coinvolgente che ci ricorda quanto sia importante scrivere, raccontare storie di donne che ci raccontano ancora oggi di verità occultate ma necessarie e liberatorie da conoscere.










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lunedì 23 dicembre 2024

Tragedie Comiche di Louisa e May Alcott- PublisHERstory


Tragedie Comiche di
Louisa May e Anna Alcott 




Tragedie Comiche di Louisa May e Anna Alcott della PublisHERstory è la nuova uscita della casa editrice votata alla Storia delle donne.
Questa opera è la prima traduzione italiana per quella che può essere considerata l'appendice di Piccole donne, racchiude infatti le commedie che Louisa scriveva per lei e le sorelle che poi recitavano nella loro soffitta e che in seguito inserirà nel capolavoro amato ancora da generazioni di Piccole donne in giro per il mondo.
L'opera è introdotta proprio da Anna B. Alcott poiché la raccolta uscì dopo la scomparsa della nota scrittrice e fu curata dalla sorella che partecipava oltre che come attrice anche come scenografa.
Tanti i temi trattati dall'amore, alla vendetta, alla catarsi; sono opere scelte da Anna, da dare alle stampe, che mettono in evidenza le grandi abilità di Louisa come scrittrice e si rimane in effetti sorpresi di come potesse immaginare tematiche, ruoli e nomi dei personaggi per lei che in fin dei conti era una adolescente.
Anna Alcott sottolinea proprio di avere preferito quelle più mature che Louisa scrisse scevre da patetico sentimentalismo e romanticismo ed in effetti, come sottolineato nella prefazione, quello che emerge da una lettura più attenta sono le figure femminili di queste commedie dove l'azione, la vendetta, l'amore ma anche un gusto per l' oriente, la magia, le antiche epoche rendono questi testi adatti agli adulti ancor prima che per le bambine e bambini, in effetti non sono prettamente dedicati all'infanzia ma come per ogni grande opera portano i più piccoli a contatto con realtà ricche e stimolanti.
Testi che ci invitano anche alla recita vera e propria, potremmo anche noi insieme alle nostre figlie, nipoti, amiche divertirci ad interpretare Norna la strega, la dolce Leonore, la coraggiosa principessa araba Zara, la schiava greca Ione o il perfido Rodolfo, l'ingrato Adrian...
Disponibile nelle librerie online e sul sito della casa editrice.

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giovedì 23 maggio 2024

Pia de' Tolomei- Carolina Invernizio- PUBLISHERSTORY


Pia de'Tolomei di Carolina Invernizio.
Edizioni PublisHERstory. Su Amazon.





Pia de' Tolomei è il secondo romanzo che Carolina Invernizio ha scritto nella sua prolifica carriera ed é come dice il suo sottotitolo un romanzo storico perché affronta la storia, romanzata, di Pia de' Tolomei ma lo arricchisce con il suo inconfondibile stile.
Abbiamo già parlato altre volte di Carolina Invernizio  ma questa volta ne parliamo per l'uscita di Pia de' Tolomei edita da PublisHERstory, la casa editrice votata agli Women's studies, che ha deciso di pubblicare questo romanzo di difficile reperimento, dopo quasi ottant'anni dalla sua ultima pubblicazione ed ora disponibile su Amazon.
Qui puoi leggere i post dedicati
a Carolina Invernizio
Dei suoi romanzi Carolina Invernizio stessa dirà che sono storico-sociali e dunque questo, degli inizi, è il primo e uno dei pochi romanzi storici che ha scritto. Dedicato appunto alla figura di una donna dalla storia drammatica, Pia de' Tolomei, che proprio in questo periodo trova una fortuna narrativa particolare perché viene riscoperta dal Romanticismo che ne fa una delle sue protagoniste preferite.
In questo Ottocento sono molti anche i quadri che diversi pittori dedicheranno alla leggenda di Pia dei Tolomei ritraendola nella sua prigionia o in viaggio verso la sua ultima destinazione, ignara della tragica fine che l'attende. La figura di Pia dei Tolomei è riconducibile a Dante che nella Divina Commedia ne ridà un affresco volutamente scarno e che è alla base di tante congetture ma anche della fortuna che questa figura femminile dal destino tragico suscita soprattutto in un'epoca votata al Romanticismo.
Proprio di inizio Ottocento è la prima opera dedicata a Pia de' Tolomei che cerca di immaginarsi la vicenda dietro alla legenda con elementi storici inquadrati nei pochissimi elementi geografici che Dante ci lascia nei suoi versi. Così Bartolomeo Sestini nel 1822 descrive Pia vittima di un marito geloso, ingannato in realtà da un suo amico fraterno segretamente innamorato di Pia, sorella e figlia di un guelfo senese ma sposa di un ghibellino. E poi l'opera lirica di Donizetti del 1878 .
Carolina Invernizio quindi sempre attenta osservatrice di cosa poteva cogliere l'attenzione dei lettori e delle lettrici sceglie un topos letterario noto e suggestivo che avrebbe fatto sicuramente breccia.

Qui puoi leggere Pia de' Tolomei  Dantedì
Riprende quindi gli elementi ormai consolidati e inserisce Pia nella sfida eterna tra guelfi e ghibellini a Siena, riprende la trama dell'inganno che il 'fedele' amico del marito compone ai danni dei due sposi e ne immagina la fine in Maremma ma lo fa con già quegli elementi che diventeranno tipici del suo stile e della sua scrittura.

Nella realtà non si sa se Pia de' Tolomei sia mai esistita, storicamente infatti non c'è traccia di una Pia nata dalla famiglia dei Tolomei a quell'epoca. Le più recenti ricerche vogliono invece Pia dei Tolomei essere Pia Malavolti andata in sposa ad un esponente de' Tolomei e che venne fatta morire sempre per volere del marito ma per mano di Nello Panancchieschi in uno dei suoi sperduti castelli in Maremma ma rimangono tutte congetture mai verificate. 

La Pia dei Tolomei di Carolina Invernizio si trova a Siena, sposata al ghibellino e signore della città, Rinaldo che lascerà la sua amata sposa al Castello quando sarà chiamato a difendere la città attaccata da Firenze sollevata anche dai guelfi senesi che vi si sono rifugiati dopo l'esilio. Tra questi ci sono proprio il padre e il fratello di Pia che si trova coinvolta emotivamente in una guerra tumultuosa senza mai tuttavia venir meno all'amore per il suo sposo neanche quando l' amico fraterno di quest'ultimo, Ugo, le dichiara il suo amore. Ugo è stato nominato guardiano del Castello da Rinaldo partito in guerra, e a guardia di Pia che passa tutto il giorno nella sua stanza a pregare per i suoi cari e a pensare ai suoi ricordi. 
Ugo, segretamente innamorato di Pia, dopo anni di sospiri e illusioni si dichiara all'ignara Pia che però rifiuta lo spasimante e con fermezza lo scaccia dalla stanza e dalla sua vista. 
Troviamo qui una Pia de Tolomei non più donna angelicata ma volitiva e risoluta, donna bellissima,  solo all'apparenza delicata e fragile che rivela invece un forte carattere che però non la salverà dal suo destino. Ugo infatti, che di frequente prende tratti demoniaci, si indigna per un rifiuto che non accetta e le giura vendetta. Quando la trama si infittisce come solo Carolina Invernizio sa fare, Ugo coglie l'occasione per tramare la sua vendetta. 
Siamo nel 1266, così Invernizio ci introduce all'ultimo viaggio di Pia verso il Castello di Pietra in Maremma, la zona paludosa e inospitale e Pia, compatita da tutti i pochi abitanti e dal burbero guardiano del Castello rimasto per ordine del Signore a custodia della moglie e dell'espiazione delle sue colpe coniugali, un giorno incontra un frate eremita a cui confessa la sua innocenza, chiedendo al frate di raccontare al marito la verità.
Pia infatti di lì a poche ora morirà proprio quando il marito incontrato l'eremita e saputa la verità a cui si aggiunge una rocambolesca confessione dell' 'amico- traditore' corre da lei sperando non sia troppo tardi...


Pia de'Tolomei di Carolina Invernizio
Edizioni PublisHERstory.
Disponibile cartaceo e e-book su Amazon.








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lunedì 17 ottobre 2022

Perché io non voglio star più a questa vita. La voce di Beatrice Cenci. Alessandra Masu. GBE EditoriA






Perché io non voglio star più a questa vita. La voce di Beatrice Cenci dai documenti conservati negli archivi romani, di Alessandra Masu , GBE Ginevra Bentivoglio EditoriA. 

Link al post su Beatrice Cenci
Beatrice Cenci occupa nell'immaginario comune soprattutto romano, il posto che ha una leggenda, quella di una giovane martire uccisa da un Papato avido delle ricchezze di questa nobile famiglia. Ne abbiamo parlato in un post di qualche anno fa.
Ora questo volume di Alessandra Masu che parte dai documenti conservati all'Archivio di Stato di Roma, Archivio Storico Capitolino, Archivio Cenci, Archivio Segreto Vaticano, Archivio Storico del Vicariato, e le maggiori Biblioteche romane (Nazionale Centrale, Angelica, Casanatense, Apostolica Vaticana) mette a fuoco una vicenda da sempre nota o che si pensa di conoscere per come è sempre stata raccontata e che potrebbe risale alla linea difensiva di Farinacci, l'unico Avvocato che all'epoca accettò di difendere i Cenci senza la paura di ritorsioni da parte del Papa o più probabilmente durante le beghe legali per l'eredità del casato da parte degli eredi di Giacomo e di Bernardo che danno vita alle Relatione sul parricidio e morte dei Cenci. Una vicenda che quindi si suppone di conoscere come il famoso ritratto di Beatrice che pare invece non essere tale come viene avvalorato nell'Introduzione. L'autrice ripercorre le vicende di Beatrice Cenci, dei suoi fratelli e della matrigna Lucrezia Petroni partendo dalle testimonianze rilasciate da loro stesse e dalle altre comparse durante l'inchiesta che porterà alla loro esecuzione. Sentiamo quindi dalle testimonianze le voci di chi fu principale o secondario protagonista e che nei giorni seguenti la morte di Francesco Cenci venne ascoltato non da un Tribunale ma dal solo Ulisse Moscato (o Moscati), giudice del Tribunale del Vicario che si muoveva tra le residenze dei testimoni, degli inquisiti ed inquisite. 
All'inizio della disamina dei testi recuperati, tradotti e italianizzati dall'autrice per rendere più facile e fluida la lettura, si resta ancora nel dubbio che ammanta la figura di Beatrice Cenci e la morte del padre. Andando avanti con la lettura dei documenti d'archivio questa incertezza tuttavia a mano a mano perde sostanza. Se è vero che alla fine i fratelli Cenci e la matrigna confessano solo sotto tortura é indiscutibile che gli indizi conducono pesantemente verso una congiura nella morte di Francesco Cenci. Un pater familias terribile che Alessandra Masu inquadra bene nella sua epoca e nel suo spazio urbano e di relazioni e che ci restituisce il ritratto di un uomo solo, in difficoltà economiche e sempre più isolato. Un uomo dalla tempra violenta non solo con i famigliari ma anche con serve e servitori, un umore abbastanza tipico per molti uomini dell'epoca ma che veniva, nel suo caso, sempre meno tollerato anche dalla Curia. Quando si rinchiude nel feudo di Petrella, nel Regno di Napoli, si porta con sé la seconda moglie e la figlia Beatrice di fatto rinchiudendole e muovendosi avanti e indietro con Roma dove restano i suoi affari ed  i figli, con cui è sempre in continuo conflitto, soprattutto con Giacomo, il maggiore. 
Quello che si è sempre creduto essere
il ritratto di Beatrice Cenci, attribuito a Guido Reni. 
Donna con turbante, Ginevra Cantofoli,
1650, Galleria Barberini, Roma.
Beatrice cerca aiuto presso i fratelli e se ne fa carico Olimpio Calvetti, il custode della Rocca che sarà, così si apprende dagli atti, l'esecutore materiale dell'omicidio del despota Cenci e che ne inscenerà l'incidente mortale ma che a sua volta verrà trovato morto pochi giorni dopo Francesco Cenci stesso. 
Le voci sull'accaduto, su come fu ritrovato morto il nobile Francesco Cenci giù da una finestra, e il fatto che giorni prima Olimpio fu visto a Roma proprio a casa di Giacomo Cenci, non possono non insospettire la Curia che avvia un'indagine che in questo volume possiamo seguire direttamente dalle parole degli interessati ed interessate.
Beatrice Cenci, si legge dagli atti, ne esce sicuramente come una vittima non meno degli altri suoi famigliari né rispetto ai servi e alle serve vittime di maltrattamenti e sevizie. 

Questo libro ridona alla vicenda di Beatrice Cenci e alla sua famiglia una luce nuova su come si sono svolti i fatti ma anche sugli ultimi giorni ed attimi della vita di questa sfortunata ragazza di soli quindici anni. Fu un parricidio infatti avvenuto forse solo nel momento sbagliato. L'omicidio fu pagato con  il massimo della pena che il Pontefice non volle, né poté, mitigare come ci spiega Alessandra Masu, se non con la pena capitale commutata in ergastolo per il minore dei figli di Francesco, Bernardo.  Addentrandosi nel volume viene messo in luce come effettivamente in questo stesso periodo proprio a Roma vi furono altri omicidi simili e questo non poteva essere tollerato dal Pontefice che decise quindi di tenere una linea molto dura per dissuadere altri nobili ad agire pensando di rimanere impuniti.
L'idea che abbiamo del caso Beatrice Cenci trova in questa ricostruzione archivistica nuove traiettorie di sguardo. Se da una parte il Papa non volle graziare i responsabili nonostante le ripetute richieste anche da parte di Cardinali non ci fu, come visto, l'ingordigia per i beni della nobile famiglia romana anche se è innegabile che non mancarono comunque speculazioni da parte dei parenti del Pontefice verso il patrimonio dei Cenci.
Tante verità che trovano ora voce direttamente dalle testimonianze e quello che si pensava di sapere trova una nuova luce che rischiara la bellezza di una figura, quasi angelicata, che affronta la morte come una espiazione per la sua colpa e che nel testamento, allegato anche esso al volume, pensa nel momento della sua morte ad altre ragazze come lei ma indigenti e poi anche ad un ragazzo, l'unico a cui lascia delle rendite.

Beatrice Cenci morì a quindici anni ma per l'epoca si era donne pronte al matrimonio e a dare discendenza e se Beatrice non ammise mai violenza carnale del padre, sconfessata dalla testimonianza invece della sua matrigna, si aggiunge forse, involontariamente, un altro mistero leggendo il suo testamento proprio mentre si è data chiara luce alla sua vicenda criminale.
Drammatica e commovente è poi la descrizione degli  ultimi attimi di vita della matrigna Lucrezia Petroni e di Beatrice Cenci sul patibolo nelle parole e nei ricordi della Compagnia della Misericordia di San Giovanni Decollato che assistette le condannate fino sul patibolo e dopo.

Beatrice Cenci nel suo testamento definitivo, con la sua voce ci chiede sostanzialmente di pregare per lei e di quindi di non dimenticarla e noi non lo faremo di certo.









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mercoledì 9 febbraio 2022

Medichesse. La vocazione femminile alla cura- Erika Maderna

Medichesse. La vocazione femminile alla cura
Erika Maderna



Medichesse. La vocazione femminile alla cura- Erika Maderna. Questo libro, uscito pochi giorni fa in una nuova edizione sempre per Aboca edizioni, la prima era del 2012,  é un viaggio temporale in cui l'autrice ci fa incontrare le nostre ave, come in un percorso iniziatico corrollato da immagini oniriche che arricchiscono il volume.
Le dee, le maghe , le streghe facce diverse di una stessa realtà quella per cui alle capacità di cura del femminile viene tolta ogni legittimità nel corso del tempo. Così ci ritroviamo a spasso nei secoli per scoprire che le abilità femminili furono da prima relegate e in seguito svuotate della loro solennità ben prima del Cristianesimo.
Medichesse.
 La vocazione femminile alla cura 

 nuova edizione
In basso il link affiliato per l'acquiato

Un affascinante viaggio tra Medichesse, Curatrici, Sibille, Vestali ed Alchimiste, grandi donne capaci di connettersi alla loro natura più profonda e interagire con Madre Natura per ricavarne benefici utili a tutte e tutti, come dice l'autrice "Se gli uomini hanno avuto potere sul mondo della parola, le donne hanno avuto potere sul mondo delle cose" (p.15). Ma questo non ha evitato loro di essere scalzate della loro autorità ben prima dell'avvento del Medioevo, come invece spesso si pensa, queste donne vengono infatti ridimensionate in favore di un sapere maschile che accentra in sé tutte le pratiche anche divinatorie e della cura, della medicina che acquista più legittimità solo in quanto riferita ormai solo al maschile e di fatto delegittimando donne dai saperi millenari.
Erika Maderno ci permette di recuperare  figure di donne, il loro percorso e come si è arrivate a perderle e soprattutto ce ne rende coscienti.
Circe,
  I edizione,  2012
Da Circe e Medea a Canidia e Sogena, da Metrodora a Merit Ptah, da Trotula de Ruggero a Ildegarda di Bingen passando per Cabiola e Radegonda fino alle Alchimiste come Caterina Sforza ed Isabella Cortese come Cleopatra e Maria l'ebrea e non solo.

Un'edizione ricca di illustrazioni antiche e ricette e rimedi con una Prefazione di Rita Pagiotti, docente di Botanica Farmaceutica dell'Università degli Studi di Perugia che così presenta il volume "un libro ricco e assolutamente non ovvio" (p.9).
Un viaggio interessante e piacevole tra l'antropologico e lo storico in cui "si parla di salute, malattia, cura termini che attraverso l'arte, la teologia, la filosofia ... ci offrono una suggestiva visione della donna dedita all'arte della cura nelle varie epoche storiche" (p.10).
Un vero viaggio iniziatico per mano ad Erika Maderna, in punta di piedi per recuperare una memoria tutta femminile ma non solo perché "colei che raccoglieva, seccava ed estraeva principi attivi dalle erbe era considerata una creatura soprannaturale e degna di rispetto, se non quasi di venerazione. Da questo ruolo quasi soprannaturale della medichessa al concetto di stregoneria il passo è brevissimo". (p.10).







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mercoledì 12 gennaio 2022

Veronica Franco - Antonella Favaro



Presunto ritratto di Veronica Franco
Tintotretto




Veronica Franco di Antonella Favaro



Chi era?


La “Magnifica domina Veronica Franca veneta” o una “publica meretrice”?

Veronica era prima di tutto una donna colta, una poetessa, una figlia obbediente, una madre premurosa, un’amica generosa.


Prima di parlare di lei vorrei raccontare come l’ho conosciuta.


Sono nata in una villa antica in un paese vicino a Venezia. Sono sempre stata una persona molto curiosa e fin da piccola mi sono dedicata alla ricerca. Frequentando gli antichi archivi veneziani, negli anni ho ricostruito la storia della villa individuando i proprietari che si sono succeduti nei secoli. Tra questi un certo Giovanni Battista Bernardo, un patrizio di Venezia molto ricco, con un meraviglioso palazzo sul Canal Grande, la villa in Terraferma (casa mia), una marea di possedimenti, una brillante carriera politica, una buona cultura dato che scrisse un paio di volumi dedicati alla filosofia e alla retorica.
Palazzo Bernardo
Di lui ho ricostruito tutta la vita.

A furia di fare ricerche mi sono appassionata alla storia di Venezia. Chi studia la Venezia del Cinquecento non può prescindere da Veronica Franco. Così, leggendo uno dei suoi testamenti, quello del 1570, non credevo ai miei occhi quando vi ho letto il nome del “mio” Giovanni Battista Bernardo. Veronica affidava la cura dei suoi figli proprio a lui: “voglio che lui puossi torli dove sarano, et quelli far governar come a lui parerà, perché son certa che li farà tratar ca se fossero suoi fioli…”.


Questo e altri documenti mi hanno fatto riflettere sul tipo di rapporto che c’era tra i due: come minimo c’era una profondissima stima e con molta probabilità anche molto di più.

Non è facile, con gli occhi del XXI secolo, spiegare la Venezia del Cinquecento. Tantomeno spiegare il mestiere di Veronica.

Fin dal Medioevo il meretricio era un fenomeno molto diffuso, come era normale per una città dedita ai commerci.

L’intento del Governo non era quello di vietarlo, ma di contenerlo, circoscriverlo, regolamentarlo.
Perché si trattava di qualcosa di molto importante almeno per due ordini di ragioni.
Per ragioni economiche: era pur sempre una forma di turismo, spesso praticato in stanze poste sopra le locande. Un giro di denaro che riguardava tutto l’indotto. Ma vi erano anche ragioni morali e di ordine pubblico, per le quali si andavano a cercare le giustificazioni presso i Padri della Chiesa. Sant’Agostino scrisse: “Togli le meretrici dalle cose umane e getterai tutto nel caos delle libidini” e per San Tommaso d’Aquino le meretrici dovevano essere permesse e tollerate per evitare un male peggiore, la sodomia, l’adulterio e altri misfatti. All’epoca c’era la reale paura che potesse accadere come a Sodoma; bastava un terremoto, una guerra o qualche evento catastrofico per gridare alla punizione divina. E i capri espiatori erano le minoranze come gli omosessuali o gli ebrei.

Nel Quattrocento il fenomeno del meretricio era ormai diffuso e spesso intorno alle abitazioni delle prostitute c’erano zuffe. Il Governo creò così un luogo, detto Castelletto, dove queste donne potessero lavorare protette da guardie pagate dallo Stato. Il doge stesso approvò i 25 punti della pubblica prostituzione a Rialto (Capitula postriboli Rivolati et super facto meretricum):


Loggia Bernarda
Ma l’esodo delle meretrici dal Castelletto fu irresistibile, già a fine Quattrocento le si poteva trovare ovunque.
Nel Cinquecento il fenomeno era oltre che diffuso, anche complesso e variegato: le prostitute crebbero in rapporto al crescere della domanda. Erano organizzate in piccoli o grandi bordelli allogati in osterie, stufe, case in affitto, in “scolete de donne” oppure in proprio.

La categoria acquisiva forza e allo stesso tempo al suo interno si differenziava a seconda di: età, bellezza, abilità specifiche, raffinatezza, cultura.

La grande novità è il costruirsi della figura della “cortigiana” detta anche “cortesana” o alla latina “curiale”.
Il termine Cortigiana col significato di meretrice “raffinata” lo troviamo per la prima volta a Roma, negli scritti di Giovanni Burcardo, maestro di cerimonie del papa Alessandro Borgia. Descrivendo una festa in Vaticano del 31 ottobre 1501, scrive che parteciparono “quinquaginta meretrices honeste cortegiane nuncupate” cinquanta meretrici oneste, chiamate cortigiane.
Pochi anni dopo, nel 1514, a Venezia, troviamo questo termine nei Diarii di Marin Sanudo a proposito della sepoltura ai Frari di Anzola “honorata et nominata meretrice”, di Lucia Trivixa, “cortesana molto nominata apresso musici dove a casa sua si riduseva tutte le virtù”.

Veronica Franco era una di queste cortigiane. Una delle “honorate”, nel senso letterale del termine: ricevevano molti onori.

Proveniva da una famiglia benestante e probabilmente fu iniziata al mestiere proprio dalla madre, Paola Fracassa, anch’essa cortigiana. Doveva essere nata nel 1545 o 1546. Del padre, Francesco, si sa poco, doveva essere la madre a mantenere la famiglia, che comprendeva anche tre fratelli.

Fu fatta sposare molto giovane con un medico, Paolo Panizza, ma se ne separò molto presto.
Prima dei vent’anni ebbe un figlio, Achilletto, da un mercante di Ragusa. Poi ne ebbe un altro, Enea, da Andrea Trono, o forse da Giovanni Battista Bernardo. Un altro da un Pizzamano. Secondo una sua stessa dichiarazione, partorì sei volte.

Compare nel famoso “Catalogo de tutte le principal et più honorate cortigiane di Venetia” redatto intorno al 1565. Ma ancora non doveva essere molto famosa, dato che la sua tariffa era molto bassa.
Raggiunse l’apice del successo nel 1574 quando il re Enrico di Valois fu a Venezia e scelse di passare una notte con lei. L’anno dopo pubblicò le sue Terze rime e quello successivo era a Roma, dal cardinale Luigi Corner, che di lei parla come la “magnifica domina Veronica Franca veneta”.

Pochi anni dopo, nel 1580, di lei si parla come di una “publica meretrice”. A chiamarla così è il precettore di Achilletto, Vanitelli, che la denuncia al Sant’Uffizio (la denuncia perché prima era stata Veronica a denunciarlo per la scomparsa in casa di alcuni oggetti). Alla denuncia segue un processo, in cui Veronica si difende da sola. Le accuse sono di non andare a messa, di mangiare carne il venerdì, di giocare a carte, di fare incantesimi per fare innamorare gli uomini. Cose così.

Per Vanitelli andava castigata perché “non infetti questa città”. Che non metta in pericolo gli innocenti anche se “ha ella troppo grande aiuto in questa Città et è favorita da molti”.

Il processo prende la piega della bega famigliare. Tutto si risolve in una bolla di sapone.

Lo stesso anno Veronica pubblica le sue Lettere famigliari a diversi.

Di lei non abbiamo più notizie fino alla morte, avvenuta il 22 luglio 1591: “La signora Veronica Francha de anni 45 da febre già giorni 20. San Moisè”.

Veronica aveva preparato un progetto per l’apertura di una “casa del soccorso” per prostitute anziane, ma non fu mai presentato alle autorità.

Questo è quello che emerge dai documenti. Dalle sue lettere e poesie possiamo capire molto del suo carattere e della sua personalità. Era legata all’aristocrazia intellettuale di Venezia e anche di fuori.

Non nascose mai, a differenza di altre sue colleghe, il suo mestiere.


Padrona del suo destino
Qui puoi leggere il post del film
“Padrona del proprio destino”, come recita un bellissimo film dedicato a lei, pronta a difendere la propria condizione di donna “libera”. Libera di scegliere, libera di gestire i propri sentimenti e il proprio corpo. Nei suoi versi traspare la gioia per l’amore, anche per quello puramente fisico. Ma è sempre consapevole dei rischi e delle umiliazioni. Consapevole di far parte, come lei stessa scrisse in una lettera, della categoria di quelle “donne costrette a mangiare con l'altrui bocca, a dormire con gli occhi altrui, a muoversi secondo l'altrui desiderio”.

Una donna, insomma, onesta fino in fondo con se stessa.


Questa è la donna che ho scelto come coprotagonista del mio romanzo “Il patrizio e la cortigiana”.





Il patrizio e la cortigiana

Ed. Gaspari, Udine 2021

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Il Patrizio e la Cortigiana Antonella Favaro


Venezia, seconda metà del Cinquecento: la vita spensierata di Zuan Bernardo, giovane nobile veneziano, viene improvvisamente sconvolta a causa del matrimonio con una donna in attesa di un figlio non suo. Zuan si troverà a dover scegliere tra ciò che gli detta il cuore e quello che il suo lignaggio e la morale del tempo gli impongono in un'estenuante battaglia tra l'amore impossibile e i suoi doveri di buon patrizio. Sulla sua strada incontrerà personaggi come Palladio e Veronese, ma, soprattutto, la più famosa cortigiana veneziana di tutti i tempi: Veronica Franco.

Il romanzo è ispirato a una storia vera, emersa dai ricchi archivi veneziani, trasformata in un affresco della Venezia rinascimentale. Un dipinto che tratteggia un'epoca ormai lontana ma con passioni e sentimenti senza tempo.

 

Antonella Favaro vive a Udine dove insegna Italiano e Storia e Storia dell'Arte, ma ha vissuto per anni a poca distanza da Venezia. La villa veneta della sua famiglia e i nobili proprietari che si sono succeduti nei secoli, sono il denominatore comune delle sue ricerche, svolte principalmente negli archivi veneziani. Ha pubblicato alcuni saggi e un romanzo al riguardo, tra cui, con Gaspari editore, La vera storia dell'Otello di Shakespeare (2014) e I cavalieri di Venezia (2019).


Immagini fornite cortesemente dall'autrice Antonella Favaro



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giovedì 30 dicembre 2021

Tre donne nella Rivoluzione- Silvana Sonno






Tre donne nella Rivoluzione- Silvana Sonno, edizioni EraNuova. Un libro che ci parla dell'esperienza di vita ma anche emotiva di tre donne eccezionali che si sono trovate a vivere nello stesso periodo storico e ad affrontare gli stessi sconvolgimenti sociali e culturali e ai quali hanno risposto in modo diverso, personale ma con una sensibilità femminile che le accumunava come molto bene ha saputo mettere in luce l'autrice del libro, Silvana Sonno.
Marina Cvetaeva, Anna Achmàtova ed Alekandra Kollontaj due poete e un'attivista politica, diversa provenienza sociale eppure stesso bisogno di libertà, una libertà vista "libertà come responsabilità sociale" come sottolinea Silvana Sonno. Tre donne nella Rivoluzione, russa evidentemente, che la attraversano ognuna come può, ognuna per come é e per quello che può vivere, vedere, sopportare, nelle persecuzioni, nella povertà, nelle lontananze così come Alekandra invece nel pieno dell'appartenenza politica che però la vedrà comunque reietta e combattente all'opposizione. 

Storie che si incrociano nella loro umanità e verità di intenti, sempre in favore delle donne, tutte, ma che a loro volta diventano esempi per un presente che reclama ancora un' effettiva presenza femminile nella società nonostante le conquiste che nel tempo timidamente sono state accettate dalla società contemporanea, accettate poi fino ad un certo punto, un punto ben focalizzato nell'analisi di Silvana Sonno che rende queste protagoniste nostre contemporanee, combattenti dei nostri giorni e nostre madri putative quando rivendicano, ieri come sarebbe opportuno anche oggi,  una libertà delle donne accettata socialmente come parte fondante e normale. Ognuna di queste tre donne cerca, e ha cercato, una propria via che resta per tutte noi una strada a cui guardare cogliendo nei versi che ad esempio le poete Marina ed Anna ci hanno lasciato, non senza fatica- si pensi che una delle opere di Marina fu imparata a memoria dalle sue amiche per non disperderla visto l'impossibilità di poterla pubblicare-un approdo di un passato sì ma attuale più di quanto non si possa pensare, un legame che sembra remoto e lontano ma che grazie all'analisi di Silvana Sonno trova una visione utile ed interessante anche ai nostri giorni e che si arricchisce di altre personagge russe, coeve delle protagoniste del libro per ridarci uno scenario ricco di antenate a cui guardare.


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mercoledì 8 dicembre 2021

Racconti di Natale- Marchesa Colombi





Racconti di Natale- Marchesa Colombi. Maria Antonietta Torriani, la futura Marchesa Colombi, é una donna dal temperamento vivace e curioso. E' intraprendente, quando arriva in giovane età a Milano da Novara, senza contatti e con una modesta somma di denaro si propone alle nascenti riviste, giornali e case editrici e non si fa problemi a regalare le sue composizioni pur di farle pubblicare e diventare nota né a riutilizzarle, modificate ad hoc. E' curiosa delle abitudini e della cultura altrui, pur da autodidatta, legge i grandi scrittori d'Oltralpe e soprattutto d'Oltremanica che sembra apprezzare notevolmente e che non mancherà dapprima di insegnarli come professoressa presso l'Istituto femminile da lei creato insieme ad Anna Maria Mozzoni a Milano, il liceo Maria Gaetana Agnesi, e in seguito di citarle nelle sue opere ormai come Marchesa Colombi.
Se é pur vero che fu attenta lettrice ed estimatrice di autorevoli firme straniere anche le sue opere videro continue ristampe e traduzioni in particolare in Inghilterra dove il suo stile sarcastico fu molto amato e paragonato a quello di Jane Austen.
La Marchesa Colombi se da una parte contribuiva ad una cultura italica di prima formazione con i suoi scritti improntati alla descrizione della condizione femminile con l'intento di migliorare gli aspetti quotidiani delle donne, ricordiamo che ad esempio il suo romanzo "In Risaia. Racconto di Natale" sulla vita delle mondine fu citato in Parlamento per denunciarne le difficili condizioni di lavoro, dall'altra attingeva anche alle tradizioni straniere come quella inglese del Christmas Book inventato da Charles Dickens proprio in quegli anni. La Marchesa Colombi non si sottrae ma anzi coglie l'occasione a sua volta largamente sfruttata dai primi editori italiani di partecipare, ormai in qualità di nota firma letteraria, a quella che qui prende il nome di Strenna di Natale.
Scrive così nel 1873 Racconti di Natale, una silloge di quattro racconti brevi molto diversi tra loro, ognuno con un chiaro scopo educativo rispetto ai lettori e soprattutto alle lettrici.
Il riferimento stilistico al padre della tradizione inglese del genere é presente ma si arricchisce di elementi propri dello stile "marchesiano" nonché verista. 
La produzione natalizia della Marchesa Colombi durerà un arco di dieci anni e rappresenterà quindi una parte importante della sua intera produzione letteraria. Oltre il libro Racconti di Natale scriverà infatti altri racconti brevi oltre a quelli dedicati all'infanzia. 

Racconti di Natale comprende, come originariamente pensato dalla Marchesa Colombi, quattro racconti: "Sogni dorati", "Carmen", "Chi prima non pensa in ultimo sospira" e "Cavar sangue da un muro" un racconto macabro che come racconto natalizio proprio non ci si aspetterebbe. Ma la caratteristica della produzione letteraria di Natale della Marchesa Colombi, come detto, ha delle sue specificità che se da una parte possono destabilizzare chi legge dall'altra danno conto dell'abilità e capacità produttiva del talento letterario della Marchesa Colombi sempre attenta alle tendenze sociali sia che riguardino la moda e i costumi, ricordiamo anche la sua attività di giornalista di costume, sia che interessino i gusti del pubblico. La così detta Strenna Natalizia fu infatti per la Marchesa Colombi l'occasione di cimentarsi in vari generi letterari dal patetico al noir dal macabro alla letteratura per l'infanzia. 
Racconti di Natale editi ora dalle Edizioni Croce, presentano anche altri brani natalizi come "Suor Maria", "il Curare" e il racconto per l'infanzia "Il Segreto" che vede come protagonista l'irrequieta Giorgina.
La vasta composizione natalizia viene in questa edizione infatti per la prima volta proposta in un'unica opera che vede appunto anche Racconti di Natale, ripubblicati dopo quasi centocinquanta anni per la prima volta. Come potete leggere nella nota introduttiva ho rielaborato il testo per rendere la lettura più fruibile ed agevole, alle lettrici e ai lettori di oggi, commutando vocaboli ormai in disuso e di difficile comprensione come ad esempio Carnovale o Candelliere e inserendo note per spiegare e chiarire termini per l'epoca ricercati e raffinati che invece sono ormai per noi termini acquisiti o completamente desueti e il cui significato si è perso. 

Quando i Racconti di Natale uscirono ebbero molte critiche positive ma anche negative rispetto proprio alle scelte linguistiche usate dalla Marchesa Colombi che oltre a dimostrare una grande dimestichezza con termini stranieri, largamente utilizzati nel testo, a volte peccava invece di ingenuità con espressioni italiane non sempre contestualizzate correttamente come quando usa "Arrivederci" al posto di "Ciao" (nel testo anche questo è stato corretto 😉). 
Nonostante però alcuni limiti linguistici, d'altronde l'Italia come nazione era appena nata e ancora da forgiarsi anche nella sua identità linguistica ben definita, la Marchesa Colombi fu molto apprezzata e addirittura definita dagli stessi critici 'La Carlo Dickens d' Italia'! 
In questi racconti inoltre si possono scoprire le tradizioni natalizie che erano assai diverse dalle nostre ma ben presenti anche all'epoca; in ogni regione c'era infatti un modo diverso di aspettare e vivere le festività in cui ancora non esisteva l'albero di Natale ma il Dono del ceppo, che vedeva un albero addobbato con i regali da donare e ricevere, doni  soprattutto di vestiario e pochi dolciumi, i chicchi, per i bambini. Non c'era ancora neanche Babbo Natale ma era Gesù bambino che portava i regali. Il panettone era una squisitezza sconosciuta alla maggior parte del popolo italiano ed aveva un significato simbolico riferito alla vita campestre... 
Non sappiamo bene quale sia stato l' animo natalizio della Marchesa Colombi visto le vicende private che l'hanno toccata, il suicidio della nipote, il divorzio dal marito e la mancanza di una sua prole ma molte storie nascevano proprio dagli incontri con i suoi nipoti a cui dobbiamo quindi la verve creatrice della Marchesa che evidentemente si divertiva a scrivere per le feste natalizie racconti per intrattenere la sua famiglia e che dovevano riscuotere molto apprezzamento se poi si sentiva di scriverne altri. 
Nella nota dedicatoria ai Racconti di Natale lei stessa scrivendo a suo zio Baldassarre Torelli, descrive i suoi Natali in famiglia, quelli della sua infanzia. Natali mesti che rieccheggiavano dei ricordi del suo padrino: "Ho serbato l'abitudine di famiglia di dare grande solennità a questa festa, di celebrarla con auguri e doni. Ma ne ho serbato pure quel senso di commozione e di raccoglimento che mi ispirava nella mia prima giovinezza".  Il Natale è quindi come per  ciascuna-o di noi una festa molto privata che le ricorda momenti familiari trascorsi con i suoi cari come ci racconta appunto nella dedica firmata esclusivamente e confidenzialmente solo come Maria. 
Lei stessa poi ci dà conto, sempre nella nota dedicatoria iniziale, dell'intento con cui ha scritto ogni racconto del libro.

Infine nell'aver curato questa raccolta, ma com visto anche riedizione, che comprende appunto Racconti di Natale e gli altri brani natalizi, la maggior parte della produzione natalizia della Marchesa Colombi, ho voluto analizzare al di là dello stile letterario, la volontà con cui la Marchesa Colombi anche nella sua produzione natalizia ha un chiaro obiettivo educatore nei confronti delle donne, nonché delle bambine, attraverso cui spera di cambiare la condizione femminile partendo dalla concezione che le donne stesse hanno della realtà in cui vivono e si trovano ad agire e che è data dai condizionamenti sociali a cui sono sottoposte. Questo facendoci incontrare protagoniste diverse accumunate dalla condizione patriarcale in cui vivono e da cui riescono o meno a sottrarsi.









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giovedì 11 novembre 2021

Berthe Morisot. Le luci, le ombre- Adriana Assini




Berthe Morisot. Le luci, le ombre
Adriana Assini
Scrittura&Scritture





Berthe Morisot. Le luci, le ombre- Adriana Assini. Chi fu la più nota pittrice impressionista, tra gli impressionisti? Adriana Assini ne delinea le caratteristiche intime quelle di un carattere a volte indecifrabile, complesso, introverso con il sacro fuoco della pittura, eppure grazie al racconto di Assini, Berthe Morisot ci appare così coinvolgente, accessibile nei suoi pensieri e nelle sue voglie che convogliano sempre lì alla pittura, spauracchio della madre, soprattutto, che la vorrebbe ben maritata o comunque sistemata come si confà ad una donna nella Francia del XIX secolo.
Ma Berthe è "selvaggia" frequenta altri pittori più o meno apprezzati, più o meno risolti e come uomini e come artisti e con lei anche chi legge ha il privilegio di ascoltare i discorsi di Degas, Renoir, Monet, Pissarro, Manet...Assini infatti ci prende per mano e ci trasporta in una Parigi di fine ottocento tra le mura dei cafè, tra le scaramucce degli artisti e delle loro modelle ma anche tra il sangue dei vinti e la bagarre dei vincitori quando Thiers riprende il potere dopo l'esperienza della Comune così come tra i negozi dei primi grandi magazzini.
E sopra a tutto c'è lei, Berthe Morisot che con il suo carattere sornione, provocatorio e deciso sa solo che ciò che vuole è dipingere. 
Adriana Assini, sulla base di una grande ricerca storica ed artistica- che le appartiene in quanto apprezzata acquarellista- mai esibita ma che risalta dall'accuratezza dei dettagli e dai riferimenti, ci accompagna in una Parigi di fin de siècle dove una donna con l'arte sacra della pittura vuole perseguire il suo sogno, dare modo alla sua indole indomita e plasmata solo dalla pittura di darle forma e colore. Granitica e perseverante Berthe Morisot persegue la sua strada, una strada fatta di luci e ombre come quelle che ci vogliono per dipingere ma anche come quelle del suo carattere così enigmatico, dei chiari e scuri vividamente impressi nero su bianco da Adriana Assini in questo romanzo che non lascia dubbi né ombre: un viaggio in compagnia di Berthe Morisot, e dei suoi numerosi compagni di vita, che non si vorrebbe far finire.

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Berthe Morisot. Le luci, le ombre
Adriana Assini
ed. Scrittura&Scritture
2021
pagg. 223






  
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lunedì 9 agosto 2021

Il Pensionante -Marie Adelaide Belloc Lowndes- Gilgamesh Edizioni

Il Pensionante
Marie Adelaide Belloc Lowndes
Gilgamesh Edizioni







Il Pensionante- Marie Adelaide Belloc Lowndes- Gilgamesh edizioni- Marie Adelaide Belloc Lowndes fa sicuramente parte delle firme d'oro dei mistery dei primi del  Novecento che possono ormai definirsi classiche. I loro lavori infatti sono apprezzati  da centinaia di anni e fanno scuola.
Nelle sue opere Marie A. Belloc Lowndes inserisce elementi che saranno ripresi da altrettante grandi firme e più note scrittrici.
Marie Adelaide Belloc Lowndes
illustrazione dal libro
Il Pensionante
Gilgamesh Edizioni
Per prima inventò un investigatore francese, Hercule Popeau...vi ricorda qualcuno? Sì d'accordo l'altro, l' Hercule più famoso, era belga.
Il suo stile molto British ci fa entrare poco a poco non solo nella storia che fagocita l'interesse di chi legge ma anche nella cultura inglese delle buone abitudini e del politically correct. Nessun efferato delitto viene mai descritto ne Il Pensionante ma lasciato solo immaginare, aumentando di fatto l'impressione di orrore che se ne ricava.

Questo giallo, edito ora da Gilgamesh edizioni, uscì per la prima volta nel 1913 e vendette più di un milione di copie! Questa edizione ci offre in più affascinanti illustrazioni che incorniciano gli avvenimenti che si susseguono scorrevolmente.
La traduzione, affidata a Luigi Antonio Garrone, è molto piacevole e rispetta l'età del libro scegliendo qua e là pochissimi ma accurati termini vetusti nonché la traduzione italianizzata dei nomi dei protagonisti principali, i signori Bunting, Roberto ed Elena.
La trama è molto avvincente nonostante ruoti intorno a soli sei soggetti principali,  i coniugi Bunting che affittano le camere, la  figlia e il suo spasimante, ispettore di Polizia, il Pensionante e il Vendicatore, colui che macchierà di sangue una Londra Ottocentesca nelle buie e fredde notti uccidendo solo donne...ubriache!

La storia gira intorno ad una quiete familiare e casalinga di due camerieri in pensione che per arrotondare aprono una piccola pensione. Dopo i primi anni di successo una epidemia li costringe a chiudere e a ripetere l'esperienza di affittuari,  in un ambiente più dismesso, che non sembra avere particolare fortuna finché non bussa uno strano ma rispettabile signore disposto a pagare in contanti e in anticipo...il nuovo, ed esclusivo, Pensionante!
Intanto a Londra proseguono gli efferati delitti che volta dopo volta incuriosiscono sempre più persone e attirano la curiosità della stampa e la fortuna di avere un ispettore di polizia incaricato delle indagini che frequenta la casa, in realtà perché interessato alla giovane e bella Daisy, non può sfuggire a Roberto Bunting estremamente curioso di questi omicidi.
Quindi scopriamo il rapporto di coppia dei locatari e di questi con la figlia e il giovane ispettore e non da ultimo con Il Pensionante. Soprattutto Elena Bunting, che avrà a che fare quasi esclusivamente con il loro stravagante pensionate, ci porterà con poche ma calde descrizioni in giro per una Londra di fine ottocento, tra i vicoli e le nebbie che come un'osmosi arrivano a turbarla e con lei chi legge e a voler sapere se chi ospita al piano di sopra sia quello di cui ormai tutti i giornali londinesi parlano, colui che uccide impunemente donne perdutamente dedite all'alcol, lasciando poi sulle loro sottane macchiate di sangue un biglietto con scritto 'Il Vendicatore'.
Fino all'ultima pagina davvero rimarremo con il dubbio su chi sia il Vendicatore e soprattutto su chi sia Il Pensionante. Marie Adelaide Belloc Lowndes ci terrà fino alla fine incollati al libro perché' non tutto quello che si vede può essere come è ma non è detto che non lo sia.
Quindi chi sarà davvero Il Pensionante?
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Il Pensionante: Un capolavoro del giallo classico
Marie Adelaide Belloc Lowndes
Gilgamesh edizioni
2021
pagg. 151 
Il Pensionante Marie Belloc Lownden






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