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lunedì 17 ottobre 2022

Perché io non voglio star più a questa vita. La voce di Beatrice Cenci. Alessandra Masu. GBE EditoriA






Perché io non voglio star più a questa vita. La voce di Beatrice Cenci dai documenti conservati negli archivi romani, di Alessandra Masu , GBE Ginevra Bentivoglio EditoriA. 

Link al post su Beatrice Cenci
Beatrice Cenci occupa nell'immaginario comune soprattutto romano, il posto che ha una leggenda, quella di una giovane martire uccisa da un Papato avido delle ricchezze di questa nobile famiglia. Ne abbiamo parlato in un post di qualche anno fa.
Ora questo volume di Alessandra Masu che parte dai documenti conservati all'Archivio di Stato di Roma, Archivio Storico Capitolino, Archivio Cenci, Archivio Segreto Vaticano, Archivio Storico del Vicariato, e le maggiori Biblioteche romane (Nazionale Centrale, Angelica, Casanatense, Apostolica Vaticana) mette a fuoco una vicenda da sempre nota o che si pensa di conoscere per come è sempre stata raccontata e che potrebbe risale alla linea difensiva di Farinacci, l'unico Avvocato che all'epoca accettò di difendere i Cenci senza la paura di ritorsioni da parte del Papa o più probabilmente durante le beghe legali per l'eredità del casato da parte degli eredi di Giacomo e di Bernardo che danno vita alle Relatione sul parricidio e morte dei Cenci. Una vicenda che quindi si suppone di conoscere come il famoso ritratto di Beatrice che pare invece non essere tale come viene avvalorato nell'Introduzione. L'autrice ripercorre le vicende di Beatrice Cenci, dei suoi fratelli e della matrigna Lucrezia Petroni partendo dalle testimonianze rilasciate da loro stesse e dalle altre comparse durante l'inchiesta che porterà alla loro esecuzione. Sentiamo quindi dalle testimonianze le voci di chi fu principale o secondario protagonista e che nei giorni seguenti la morte di Francesco Cenci venne ascoltato non da un Tribunale ma dal solo Ulisse Moscato (o Moscati), giudice del Tribunale del Vicario che si muoveva tra le residenze dei testimoni, degli inquisiti ed inquisite. 
All'inizio della disamina dei testi recuperati, tradotti e italianizzati dall'autrice per rendere più facile e fluida la lettura, si resta ancora nel dubbio che ammanta la figura di Beatrice Cenci e la morte del padre. Andando avanti con la lettura dei documenti d'archivio questa incertezza tuttavia a mano a mano perde sostanza. Se è vero che alla fine i fratelli Cenci e la matrigna confessano solo sotto tortura é indiscutibile che gli indizi conducono pesantemente verso una congiura nella morte di Francesco Cenci. Un pater familias terribile che Alessandra Masu inquadra bene nella sua epoca e nel suo spazio urbano e di relazioni e che ci restituisce il ritratto di un uomo solo, in difficoltà economiche e sempre più isolato. Un uomo dalla tempra violenta non solo con i famigliari ma anche con serve e servitori, un umore abbastanza tipico per molti uomini dell'epoca ma che veniva, nel suo caso, sempre meno tollerato anche dalla Curia. Quando si rinchiude nel feudo di Petrella, nel Regno di Napoli, si porta con sé la seconda moglie e la figlia Beatrice di fatto rinchiudendole e muovendosi avanti e indietro con Roma dove restano i suoi affari ed  i figli, con cui è sempre in continuo conflitto, soprattutto con Giacomo, il maggiore. 
Quello che si è sempre creduto essere
il ritratto di Beatrice Cenci, attribuito a Guido Reni. 
Donna con turbante, Ginevra Cantofoli,
1650, Galleria Barberini, Roma.
Beatrice cerca aiuto presso i fratelli e se ne fa carico Olimpio Calvetti, il custode della Rocca che sarà, così si apprende dagli atti, l'esecutore materiale dell'omicidio del despota Cenci e che ne inscenerà l'incidente mortale ma che a sua volta verrà trovato morto pochi giorni dopo Francesco Cenci stesso. 
Le voci sull'accaduto, su come fu ritrovato morto il nobile Francesco Cenci giù da una finestra, e il fatto che giorni prima Olimpio fu visto a Roma proprio a casa di Giacomo Cenci, non possono non insospettire la Curia che avvia un'indagine che in questo volume possiamo seguire direttamente dalle parole degli interessati ed interessate.
Beatrice Cenci, si legge dagli atti, ne esce sicuramente come una vittima non meno degli altri suoi famigliari né rispetto ai servi e alle serve vittime di maltrattamenti e sevizie. 

Questo libro ridona alla vicenda di Beatrice Cenci e alla sua famiglia una luce nuova su come si sono svolti i fatti ma anche sugli ultimi giorni ed attimi della vita di questa sfortunata ragazza di soli quindici anni. Fu un parricidio infatti avvenuto forse solo nel momento sbagliato. L'omicidio fu pagato con  il massimo della pena che il Pontefice non volle, né poté, mitigare come ci spiega Alessandra Masu, se non con la pena capitale commutata in ergastolo per il minore dei figli di Francesco, Bernardo.  Addentrandosi nel volume viene messo in luce come effettivamente in questo stesso periodo proprio a Roma vi furono altri omicidi simili e questo non poteva essere tollerato dal Pontefice che decise quindi di tenere una linea molto dura per dissuadere altri nobili ad agire pensando di rimanere impuniti.
L'idea che abbiamo del caso Beatrice Cenci trova in questa ricostruzione archivistica nuove traiettorie di sguardo. Se da una parte il Papa non volle graziare i responsabili nonostante le ripetute richieste anche da parte di Cardinali non ci fu, come visto, l'ingordigia per i beni della nobile famiglia romana anche se è innegabile che non mancarono comunque speculazioni da parte dei parenti del Pontefice verso il patrimonio dei Cenci.
Tante verità che trovano ora voce direttamente dalle testimonianze e quello che si pensava di sapere trova una nuova luce che rischiara la bellezza di una figura, quasi angelicata, che affronta la morte come una espiazione per la sua colpa e che nel testamento, allegato anche esso al volume, pensa nel momento della sua morte ad altre ragazze come lei ma indigenti e poi anche ad un ragazzo, l'unico a cui lascia delle rendite.

Beatrice Cenci morì a quindici anni ma per l'epoca si era donne pronte al matrimonio e a dare discendenza e se Beatrice non ammise mai violenza carnale del padre, sconfessata dalla testimonianza invece della sua matrigna, si aggiunge forse, involontariamente, un altro mistero leggendo il suo testamento proprio mentre si è data chiara luce alla sua vicenda criminale.
Drammatica e commovente è poi la descrizione degli  ultimi attimi di vita della matrigna Lucrezia Petroni e di Beatrice Cenci sul patibolo nelle parole e nei ricordi della Compagnia della Misericordia di San Giovanni Decollato che assistette le condannate fino sul patibolo e dopo.

Beatrice Cenci nel suo testamento definitivo, con la sua voce ci chiede sostanzialmente di pregare per lei e di quindi di non dimenticarla e noi non lo faremo di certo.









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giovedì 6 febbraio 2014

Beatrice Cenci, una testimone

Almanacco del  6 Febbraio


Beatrice Cenci,
attribuito a Guido Reni che la ritrasse
nella sua prigione in attesa dell'esecuzione.
Galleria Nazionale d'Arte Antica.


Nasceva oggi, Beatrice Cenci, il 6 Febbraio 1577 a Roma.
Figura entrata ormai nella storia, cultura e immaginario collettivo romano e non solo, fu cantata, ricordata e investigata dai più illustri scrittori nei secoli, da Stendhal a Dumas a Shelley a Moravia.

La nobildonna Beatrice rappresenta l’emblema della violenza, paterna prima, della politica dopo. La sua è una figura simbolica che racconta, ci racconta  una storia nella Roma papalina. Beatrice è diventata, suo malgrado, il simbolo della violenza a cui ci si tenta di sottrarre  e che viene esecrata.
La prima vittima che la storia ricordi di violenza familiare che le valse un riscatto personale tradito da ambizioni patrimoniali.

Beatrice nasce a Roma da Francesco Cenci e, dopo la morte della madre, per cause ambigue dovute si dice alle nuove mire romantiche del padre, Beatrice trascorre anni in convento insieme alla sorella, tornando a casa solo nel 1592 dopo che il padre si è risposato in seconde nozze con la vedova Lucrezia Petroni, la cui figlia, si dice fu uccisa dallo stesso Francesco Cenci.
La sorella maggiore Antonina, probabilmente allarmata e spaventata si indirizzò direttamente al Papa affinché provvedesse a trovarle un marito o a farle prendere vita monacale piuttosto di non rimanere in famiglia. E per sua fortuna il Papa la fece maritare ma la dote che il padre, sempre a corto di denaro, fu costretto a sborsare fu esosa e seppur indirettamente anche Beatrice ne pagò le conseguenze. Infatti per evitare di dover pagare un’altra dote, Beatrice ormai quindicenne e nel pieno della bellezza, fu rinchiusa,  con la matrigna, nel piccolo Castello, detto La Rocca, a Petrella Salto nell’allora Regno di Napoli.
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Nel frattempo il padre continuava a stare a Roma con i figli maggiori, due dei quali morirono però in risse mentre lo stesso Conte Francesco veniva accusato di sodomia, violenza, debiti e delle peggio altre nefandezze con alle calcagna i suoi pressanti creditori.

Di istinto violento e crudele, il conte Francesco proprio per scappare a sua volta dalle pressanti richieste dei creditori si rifugiò nella Rocca insieme ai figli maschi a cui più volte Beatrice aveva cercato di far pervenire lettere e messaggi per sollecitarne l’aiuto ma che non erano mai giunti a destinazione, anzi intercettati dal padre furono la causa di una violenta reazione che  si scatenò contro Beatrice che fu duramente percossa.

Vissuti da sempre in un clima di violenza e di indigenza a cui il padre li teneva, nella situazione di clausura in cui ormai vivevano, la situazione peggiorò al punto tale che Beatrice, i fratelli  Giacomo e Bernardo nonché la matrigna, stanchi e provati dai soprusi, dalle violenze fisiche pensarono di poter recuperare la loro libertà e dignità, premeditando l’omicidio di un padre violento e usurpatore delle vite altrui.

Al terzo tentativo riuscirono ad uccidere il Conte Francesco  e poi cercarono di dissimulare il parricidio come un incidente, facendo rinvenire il corpo come se caduto dalla Rocca. E il loro piano inizialmente parve funzionare.
La famiglia Cenci, tornò a Roma libera da soprusi e violenze ma erano pesanti i sospetti e le congetture visto la fama che seguiva il nome del conte. Così furono aperte ben due inchieste alla fine delle quali il Papa Clemente VIII in persona volle che si facesse luce e fece aprire una nuova inchiesta.

Vennero sentiti testimoni e, raccolte le prove, la famiglia venne accusata di omicidio, sotto tortura tutti, la stessa Beatrice non resistette alla tortura della corda,  anche i domestici coinvolti, confessarono il complotto: Beatrice e la matrigna quindi vennero condannate, a morte per decapitazione le due sfortunate donne e il fratello maggiore Giacomo per squartamento.
Si salvò solo il fratello minore Bernardo che in quanto tale fu graziato dal Papa stesso che invece non concesse mai la grazia a nessun’altro componente della famiglia e non solo per amore della giustizia.
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Dopo la morte dei congiurati infatti l’eredità dei Cenci fu requisita dal papato che la mise in vendita successivamente ad un prezzo nettamente inferiore alla stima del suo valore e fu acquistata proprio dal nipote del Papa: Gian Francesco Aldobrandini. In parte però gli averi e i beni furono poi reclamati e recuperati dall’unico superstite della congiura, Bernardo.

Beatrice aspettò la morte rinchiusa nella prigione della Corte Savella, oggi non più esistente, viene tuttavia ricordato l’episodio con una targa commemorativa in Via Monserrato.

Beatrice Cenci ritratta nella sua prigionia da Achille Leonardi.


Beatrice fu giustiziata infine la mattina del 11 settembre 1599 davanti a Castel Sant’Angelo, dove tra la folla accalcata in cui si registrarono svenimenti e morti per la ressa  c’erano anche Caravaggio e Gentileschi con la sua piccola figlia Artemisia, che, si dice, per il suo quadro “Giuditta che decapita Olofene”, si ispirerà proprio ai suoi ricordi di questa giornata macabra e violenta che vide una giovane ragazza perdere la vita per essere tornata libera dopo essere stata per lungo tempo vittima di percosse, aggressioni sessuali all’interno della sua stessa famiglia e di una violenza più sottile, politica e di interesse ma altrettanto spietata che le tolse la vita in un modo infame e  definitivo. 
Artemisia Gentileschi,
Giuditta decapita Olofene, 1620.
Tanto però impressionò il popolo romano questo triste destino ingiusto dal tributarle, dopo la morte, un omaggio floreale: le spoglie di Beatrice adagiate nella tomba davanti all’altare di San Pietro in Montorio, furono ricoperte di petali di rosa e la sua testa fu tumulata appoggiata ad un vassoio d’argento.
Solo durante il Risorgimento la tomba fu profanata da soldati francesi che ne asportarono il teschio, tutt’ora scomparso.
La nuova tomba di Beatrice fu ricostruita  in un angolo della Chiesa senza scritte né intestazioni, come richiedeva l’usanza per i condannati a morte sì ma anche e soprattutto per cercare di darle il giusto riposo, dopo tanto penare, almeno nel sonno eterno.

Ancora oggi, ogni 11 settembre, l’erede della famiglia:  Principe Cenci Bolognetti,  fa celebrare una messa commemorativa  a Via del Corso nella chiesa di Gesù e Maria.
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E ancora oggi Beatrice resta la testimonianza di quella violenza familiare che non annichilisce ma grida vendetta, ingiusta sì e ingiustificabile ma che testimonia una condizione femminile soggiogata da un attributo sociale patriarcale che non ammette replica alcuna.




Opere su Beatrice Cenci ( alcune):

¨    Norberto Valentini, Milena Bacchiani, Beatrice Cenci, un intrigo del Cinquecento, Ed. Rusconi Libri, 1981.

¨    Stendhal, Cronache italiane, Ed. Mondadori, 1990.
¨    Bevilacqua, Mario e Mori, Elisabetta (a cura di). Beatrice Cenci: la storia, il mito. Roma, Fondazione Marco Besso - Viella, 1999.
¨    Antonelli, Lamberto. Beatrice Cenci: cronaca di un tragedia. Roma, Aracne, 2002.
¨    Alexandre Dumas, Beatrice Cenci, Ed. Sellerio, 2004.
¨    Di Cesare, Domenico. Si accende il giorno: la tragedia di Beatrice Cenci. Rieti, Hòbo editore, 2006.
¨    Percy B. Shelley, “The Cenci: A Tradgedy in Five Acts”, 1819, Ed. Book Jungle,  2007.
¨    Serena Penni, “Beatrice Cenci” di Alberto Moravia, ed. Edizioni dell’Orso, 2009.


Opere di dominio pubblico:

Beatrice Cenci, romana storia del secolo XVI

Carlo Tito Baldono, Storia di Beatrice Cenci e de' suoi tempi 




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