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giovedì 13 marzo 2014

La Contessa salottiera


Almanacco del 13 Marzo:



divenne una delle donne più illustri amate ed ammirate
Ritratto della Contessa Chiara, Clara, Maffei, di Francesco Hayez.




Fu donna dotta e seppur non scrisse mai opere se non epistole per i suoi più intimi familiari ed amici, fu una figura essenziale nel Risorgimento italiano, per la politica ma anche per le Arti.

La contessa Chiara Carrara Spinelli, all’anagrafe Elena Chiara Maria Antonia, nacque il 13 Marzo 1814 a Bergamo dal Conte Battista Carrara Spinelli, poeta e pedagogista illustre e da Ottavia Gambara, discendente della famosa poetessa cinquecentesca Veronica Gambara, come anche fu poetessa sua nonna, Chiara Trinali.

Nel 1823 fu mandata al Collegio degli Angeli a Verona per essere educata sotto la guida della Contessa Mosconi, con la cui figlia strinse una affettuosa e duratura amicizia, mentre il padre si trasferiva a Milano dopo essere stato lasciato dalla moglie fuggita per seguire un altro uomo. Chiara nonostante l’abbandono materno sarà sempre legata alla mamma a cui vorrà sempre bene e svilupperà anzi una sorta di adorazione quando anni dopo riprese a frequentare l’abitazione dove Chiara abitava anche se poi morì di lì a poco.
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Terminati gli studi raggiunse il padre a Milano per perfezionare la sua educazione ma qui incontrò un poeta molto noto ed apprezzato di cui si innamorò, scegliendo perfino di cedere il suo titolo aristocratico di Contessa, pur di sposarlo. Il giovane poeta era Andrea Maffei, anch’egli di nobili origini ma non di lignaggio pari alla Contessa che sposandolo decadeva dal titolo.  Purtroppo però Maffei non era uomo portato al matrimonio e si dimostrò più volte poco attento alle esigenze della moglie, della vita coniugale e al rispetto che questa meritava, una volta arrivò perfino a dimenticarla ad una festa dove erano giunti insieme ma dalla quale lui si era allontanato avendo probabilmente “altri impegni”.
Il loro matrimonio naufragò qualche anno più tardi dopo la morte della loro unica figlia, Ottavia, nel 1846. Chiara rimarrà sempre molto toccata a questo rapporto e affranta dalla fine del suo matrimonio, del suo sogno d’amore e anche se avrà poi un compagno che le rimarrà accanto per molti anni, in lei rimarrà sempre una profonda delusione per non aver potuto crearsi una famiglia: “Non illudetevi sull’isolamento degli affetti legittimi e domestici; nulla li sostituisce. Nulla li sostituisce, ve lo dico io, che fui e sono circondata di tanta società, di non pochi veri amici, che tanto intensamente amai, e trovai forti e forse eccezionali affezioni! Mi chiamano madre, sorella; ma pur troppo, vi è sempre qualche cosa che vi avverte non essere che amorosi inganni e illusioni quei dolci nomi. L’amicizia è molto, ma non è tutto!”[1]. La loro separazione tuttavia avverà in ottimi rapporti, Chiara infatti gli scriverà: “Addio, Andrea mio: esco da questa casa coll’animo addolorato, ma almeno tranquillo, poiché so che ci lasciamo con dell’affetto e della stima reciproca. Addio; vivi coi nostri amici, con quelli che in questa circostanza furono il nostro sostegno e santificarono, quasi, col loro ajuto un passo per sé stesso fatale, ma per me inevitabile e necessario se non alla felicità, almeno alla soddisfazione di tutti e due. Ricordati ch’io ti lascio ma non t’abbandono, e che in ogni circostanza triste della tua vita io ti sarò vicina come una sorella. Non dubitare di queste mie parole poiché sai che non ho mai mentito e che posso garantire della profondità de’ miei sentimenti”[2].

La loro casa tuttavia, prima della deriva della loro unione, fu teatro di un’élite di intellettuali ed artisti di fama internazionale a cui Chiara, che continuava tuttavia ad essere chiamata Contessa, dava ospitalità e si rivolgeva comunque da pari, perché se non scriveva aveva comunque un retaggio culturale familiare assai importante e il suo modo di essere e di porsi lo manifestava per lei.
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"Valenza Gradenigo davanti al padre inquisitore", F. Hayez, 1835.
Fondazione Cariplo.
I suoi modi e le sue maniere ma anche la sua cultura, affascinarono artisti del calibro di Hayez che la dipinse in tutto la sua delicatezza e bellezza,  e che le regalò un quadro che avrà sempre un posto speciale in tutte le dimore che Chiara cambierà nel corso della sua sfaccettata vita. Ma c’erano anche Massimo d’Azeglio e  Tommaso Grossi, Emilio Broglio, Carlo Cattaneo a emblema di quello  che diventerà poi il salotto, il famoso e prestigioso Salotto Maffei, un ritrovo di patrioti dei più alti livelli. 

Una bella descrizione ci rivela la affabilità e le capacità della Contessa: “La contessa non perdeva d’occhio neppur uno degl’invitati. Quell’esile, aristocratica personcina, vestita, secondo il solito di nero, con signorile semplicità, penetrava in tutti i crocchi. Su quel volto dai finissimi lineamenti, subitamente acceso da una febbre di contentezza, illuminato da un sorriso- quel mite sorriso tutto suo- ogni visitatrice, ogni amico leggeva un augurio. Ella rivolgeva a ciascuno una parola, una domanda premurosa...”[3].
Così il suo Salotto vedrà tanti illustri artisti, musicisti, scrittori e politici tra cui Antonio Bazzini, Gaetano Coronaro di Vicenza, direttore dell’orchestra della Scala, lo stesso Verdi dopo il trionfo del Nabucco, e sua moglie Giuseppina Strepponi, che diventerà una carissima amica della Contessa, Alessandro Manzoni, Giovanni  Verga, Ippolito Nievo solo per citarne alcuni.

l'opera "La Fausse Maitresse" di Balzac dedicata alla Contessa.
Nel 1838 ne farà parte anche Honoré de Balzac che rimase affascinato dalla Contessa al punto che la loro amicizia continuerà anche dopo il suo ritorno in Francia e documentata da numerose epistole anche quando lo scrittore sarà in giro per l’Italia. A lei dedicherà nel 1841 il suo racconto “La fausse maîtresse”, che andrà poi a far parte del romanzo “La Commedia Umana”, si dice anche che proprio nel salotto Maffei, sorseggiando un buon tè, ebbe l’ispirazione per la commedia teatrale “Vautrin” messa in scena a Parigi nel 1840.

L’anno seguente, non curante dello scandalo, accolse nel suo salotto il musicista Liszt con la sua amante, la Contessa Marie, nota scrittrice col nome di Daniel Stern, che viaggiava liberamente con il musicista anche se era sposata con figli. Forse rivide la situazione di sua madre, e non seppe dar retta alle rigide etichette e perbenismi dell’epoca ma sopraffatta dal ricordo amorevole di sua madre  non ebbe scrupoli ad accoglierli in casa anche se i loro non celati atteggiamenti affettivi, forse troppo, disgustarono letteralmente la Contessa che in ogni caso non diede a vedere il suo biasimo.
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Non mancò certo poi il suo appoggio anche alle donne intellettuali e accolse nel suo famosissimo Salotto scrittrici e artiste da Caterina Percoto, novellista friulana molto nota ed amata, a Emilia Viola Ferretti, meglio conosciuta come Emma, famosa per i suoi studi su Goethe, Zola Flaubert e per questo una delle autrici più lette della Nuova Antologia, alla Marchesa Colombi, alias Maria Antonietta Torriani, altra autrice dell’Antologia e di numerosi romanzi “sold-out”,  o ancora a Virginia Treves Tedeschi, ovvero Cordelia, l’autrice di numerosi romanzi tra cui Il regno della donna, e perfino a Matilde Serao che nel 1881 fu gradita ospite della contessa in occasione della memorabile Esposizione Nazionale.
Non mancarono però anche cantanti celebri come Teresa Stolz, cantante lirica “verdiana”, o l’attrice Adelaide Tessero. Era sempre attenta poi e felice di poter mettere all’attenzione dei suoi ospiti e dei più grandi scrittori, nuovi talenti come quando, nel 1859, incoraggiò la “poetessa della rivoluzione”, Giannina Milli, ad improvvisare nel suo salotto, ricevendo applausi commossi che le valsero poi l’incontro, fortemente voluto, con il Manzoni organizzato dalla stessa contessa Chiara.


Era ancora la Signora Maffei quando nel suo famoso ed ambito salotto entrò agli onori un giovane patriota Carlo Tenca nel 1844, che diventerà il suo compagno di vita per molti lunghi anni.


Appassionatasi alla causa italiana, che la vedeva contrapposta alle idee filo asburgiche del marito, la Contessa Chiara, dopo la separazione, tornata a Milano, vuole riprendere a dar vita al suo salotto che diventerà da ora in avanti un punto di riferimento di quelle personalità che faranno la Storia d’Italia, e la faranno anche grazie al contributo di donne come Chiara Maffei che con la loro cultura seppero creare e mettere a disposizioni di menti e animi elevati, luoghi adatti al loro incontro ed espressione.

Così il suo salotto vide personalità quali Manfredo Camperio,  Carlo Cattaneo,  Emilio ed Enrico Dandolo, Emilio Morosini, il Generale Carini, e ancora rappresentanti del governo provvisorio come Cesare Correnti e Anselmo Guerrieri Gonzaga. Incontrò anche il più noto e fervente, forse, patriota, l’inventore della “Giovine Italia” quando il suo compagno, dopo le Cinque giornate di Milano, fu costretto a riparare in Svizzera, lì Chiara volle incontrare il suo beniamino politico,  Mazzini anche se poi non rimarranno impressioni positive e il loro incontro non ne porterà di altri. In questa occasione il suo Salotto divenne anche il luogo per raccogliere segretamente sovvenzioni per far espatriare coloro che erano coinvolti con le Cinque Giornate, nobili o meno che fossero.
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Tornata in città continuò però il suo proselitismo “mazziniano” che vedeva crescere la presenza di noti esponenti politici nel suo salotto che, di tanto in tanto, andava spostandosi con l’abitazione di Chiara.
A mano a mano grazie anche alle nuove frequentazioni politiche, la stessa Chiara appoggiò una nuova visione politica che vedeva nei Savoia i giusti reggenti dell’Italia e dopo il 1859, divenne convinta savoiarda e accolse festosa quei francesi caritatevoli, Ernesto Legouvé, Enrico Martin che avevano riportato a Venezia le spoglie dell’eroe Daniele Manin in quella prima collaborazione tra francesi e “italiani”, così come il Capitano di Stato Maggiore Teodoro Joung, il  Luogotenente Rayat, Emilio Saigey, non meno dei garibaldini Carlo Cristoforis, suo amico carissimo, o Giacomo Battaglia ma anche il conte ungherese, arruolato tra i garibaldini, Alessandro Teleki. Importanti saranno poi le presenza femminili in questa seconda “vita” salottiera che vedrà, ad esempio, la presenza anche di Cristina di Belgiojoso e della Marchesa D’Adda, Laura Scaccabarozzi Visconti- Venosta.


Come si presentava l'accogliente ed elegante salotto della Contessa.
La sua opera più grande non la si trova edita da qualche tipografo, chiusa in qualche biblioteca ma fu piuttosto il suo sapere accogliere e creare un ambiente ideale all’incontro dei vari talenti anche se dalle sue lettere si evince la natura di questa donna e si capisce come sia riuscita ad affascinare e a tessere legami duraturi di stima ed affetto con i più grandi della sua epoca: “...scrivete, miei giovani: ve lo ripeto, scrivete. Ogni anno abbia i suoi studii, ogni giorno la sua occupazione, ogni pensiero la sua meta. [...]”[4] o ancora: “lo spirito deve non solo studiare, ma anche piacevolmente distrarsi per conservare quella specie di leggerezza che fa accettare anche il parlare serio da tutti perché scevro da pedanteria (che uccide qualunque influenza amabile) e forse utile sugli altri. Manzoni quanto era piacevole anche quando diceva cose e pensieri sublimi!..La sua santa altissima memoria è un precetto intellettuale e morale per l’anima mia; e quante volte rimpiango che alcuni non l’abbiano avvicinato: avrebbero conosciuto il vero spirito che crea e non distrugge, con l’essere serii ma con disinvoltura e amabilità ed alla portata di tutti. L’ho sempre nell’anima quel santo grand’uomo!”[5]. E nelle epistole che scriverà soprattutto al nipote, Cesare, ritroviamo i pensieri di una donna effettivamente di una tempra elevata, capace di pensieri alti: “...Lasciati sempre dominare dalla responsabilità del tuo animo. Moralmente, siamo quello che vogliamo essere. Non bisogna abbandonarsi al caso, ma tener la via retta e illuminata”.[6]
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Amava la natura e rifugiarsi nella sua tenuta  a  Clusone  dove pure la seguivano i suoi amici, parenti  ed intellettuali  “La vita che qui conduco è proprio deliziosa. La passo fra il sole ed i fiori: m’occupo della casa che m’è tanto simpatica; dei miei lavori, della lettura,  de’ miei scolari, amici, conoscenti; de’ miei poverelli che mi danno gioja immensa e mi fanno assai più bene ch’ io non possa farne ad essi. Dichiaro che nessuna visita mi fa tanto bene quanto quella a’ miei poverelli. Queste mi riposano, quelle altre mi stancano. Sono un originale forse; ma sento così”[7] .

Morirà nel 1886, il 13 Luglio,  di meningite a Milano e sarà seppellita con i più grandi nel Cimitero Monumentale di Milano seppur volle un funerale semplice e lasciò una ingente somma per l’asilo di carità per l’infanzia creato nella sua amatissima dimora di Clusone, con la preghiera: “Lascio alla maestra che custodirà l’asilo a Clusone la preghiera d’amare quelle povere creaturine e crescerle nella fede di Dio, nell’amore del bene”[8].

Sempre attenta ai suoi ospiti, delicata e intelligente sarà sempre ricordata per i suoi modi raffinati e colti, per gli spunti che seppe dare ai più importanti artisti ed intellettuali della sua epoca e per il suo ruolo fondamentale quale catalizzatrice di vita colta, riformata, a volte anti conformista ma sempre libera da ogni pregiudizio che nulla aveva a che fare con la cultura e l’intelletto: “Io volli almeno acquistare la completa indipendenza delle mie azioni e del mio vivere, e potermi dire: ‘io appartengo a me medesima, e solo io voglio essere giudice del mio operare’. E vinsi, almeno, la schiavitù delle cose convenzionali. E’  a duro prezzo ch’io acquistai tale libertà; pure è qualche cosa anch’essa quando non si vuole usarla che pel bene”.[9]

E proprio l’autore de “Il salotto della Contessa Maffei”, amico intimo di Chiara, conclude il libro con un commuovente ricordo, il suo: “ A noi pareva che una parte della nostra vita disparisse con quella creatura, la quale, indovinando spesso gli altri dolori, li consolava con parole profonde; e che tanto aveva amato la patria e onorato i forti caratteri e i forti ingegni, facendo rifiorire nelle sue affollate adunanze l’antica ospitalità e gentilezza italiana; primo suo merito codesto, sua splendida corona. Tramontava con lei una cara luce. Ma il ricordo della sua bontà dura tuttavia, come il profumo d’un lento, ricco convoglio di fiori che sia appena passato”[10].





[1] BARBIERA RAFFAELLO, “Il salotto della Contessa Maffei”, Milano, Ed. Fratelli Treves, 1895, pag. 315.
[2] Ivi, pag. 288.
[3] Ivi, pag. 308.
[4] Ivi, pag. 318.
[5] Ivi, pag. 283.
[6] Ivi, pag. 319.
[7] Ivi, pag. 313.
[8] Ivi, pag. 328.
[9] Ivi, pag. 320.
[10] Ivi, pag. 329.


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lunedì 17 febbraio 2014

La monaca fuggita ai misteri claustrali e rinata nell'Italia Unita


Almanacco del 17 Febbraio:

La Signora di Monza, Giuseppe Molteni, 1847, Musei Civici di Pavia.



Enrichetta Caracciolo nasce oggi 17 Febbraio 1821, una vita straordinaria che pare un romanzo, uno di quelli scritti da qualche sua contemporanea per denunciare ed esemplificare la condizione femminile e che invece non prende spunto da un’emblematica vita esemplificativa ma è biografia, storia di vita vissuta sulla pelle, come quella di tante eroine, e parola non fu mai più adatta se non per lei.

Nasce a Napoli da don Fabio Caracciolo, figlio del Principe di Forino, maresciallo dell’esercito napoletano, e dalla nobildonna Teresa Cutelli, in una “delle prime e più cospicue famiglie di Napoli” [1] e vive un’esistenza abbastanza tranquilla tra Bari, Napoli e Reggio Calabria, a parte una parentesi di qualche anno che li vede caduti in disgrazia per la perdita del lavoro del padre, quando l’amato padre muore per un’infezione agli organi interni. A fronte della volontà di sua madre di risposarsi, c’è l’inganno materno che vede Enrichetta avviata, a sua insaputa, in convento. Si attua quello che una monaca “forzata” di qualche secolo prima, la Tarabotti, identifica come il tradimento più grande, quello dei propri genitori.
Enrichetta cerca riparo dalla decisione materna disperandosi e piangendo così che la madre le promette che starà in convento solo pochi mesi per poi riprenderla in casa.
Enrichetta così si ritrova destinata, come nella “migliore” tradizione al convento dove già erano presenti delle sue zie paterne, a Napoli al Convento di San Gregorio Armeno, di tradizione benedettina, poiché: “(...) mi dava il nome di Enrichetta, nome di una monaca zia paterna: una delle innumerabili offerte, che all’ordine di San Benedetto, consacrò la mia stirpe”.[2]
Enrichetta subisce quello che nella società era abitudine consumata sulla pelle delle donne, le sue sorelle maggiori infatti saranno maritate ma lei, con due amori andati male e senza dote dopo la morte del padre, sarà l’unica a subire, quinta di sette figlie, una monacazione forzata, perfino Giuseppina malforme, ormai zoppa dopo una rovinosa caduta troverà da sposarsi.

Enrichetta sarà vittima di una prassi in teoria già condannata dalla Controriforma del cinquecento ma che non aveva in realtà avuto alcun effetto sulla consuetudine ben più consolidata nella cultura della società pre- italica e che anzi metteva in risalto un mal costume diffuso e condiviso, unitario ancor prima che si formi la nazione.

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Enrichetta dunque però almeno inizialmente riesce ad uscire dal convento, decisa a non prendere i voti nonostante le insistenze di tutte le altre monache, nonché della badessa sua zia, dei prelati e dei confessori e si rifugia a casa di un cognato dove viene a sapere dalle sorelle maggiori, sposatesi a Reggio, che la loro madre sta per risposarsi proprio a Reggio e vuole condurla lì per farla entrare in un convento in Calabria, e che anche il suo fidanzato ormai si è messo l’anima in pace e corteggia un’altra. Enrichetta a questo punto, trovatasi sola, senza appoggi e senza un posto dove andare, raggiunta dai gendarmi che l’accusano di insubordinazione ai voleri della madre, e che vogliono portarla all’imbarco per Reggio e farle raggiungere così sua madre, è quindi costretta a tornare in convento e prendere i voti: “Il mio sacrificio da quel momento era consumato: mi considerai una vittima”.[3]

Così nel 1841 Enrichetta prende i voti definitivi e si ritrova monaca suo malgrado ma se “avevo fatto alla comunità il sacrificio della mia persona ma non già quello della mia ragione, che è un diritto inalienabile”[4] ormai “Morto il passato, estinto l’avvenire per me; le memorie un vano sogno: le speranze un delitto”[5] , “Non doveva più avere né madre,  né sorelle,  né parenti, né amici, né sostanza alcuna; aveva abdicata perfino la mia personalità”[6].
La Monaca di Monza, Mosé Bianchi, 1867 , Musei Civici di Monza.


Il primo impatto in convento fu dei peggiori, ritrovandosi a vivere, in clausura, lei, colta e amante delle arti e della letteratura, in un ambiente fatto da monache rozze, incolte, semi analfabete “la più parte giovani, o almeno non vecchie, e tutte, siccome dissi, appartenenti alle più cospicui, se non sempre alle più ricche, famiglie dell’ex capitale.
Ebbi però l’occasione d’osservare,  fin dal primo giorno del mio ingresso al convento, che le condizioni intellettuali e morali di quelle suore non rispondevano punto all’elevatezza de’ loro natali”[7].

La sua esistenza come detto sembra un romanzo e così anche Enrichetta, come ogni eroina che si rispetti, ebbe il suo cattivo: l’arcivescovo di Napoli, Riario Sforza, a cui dedicherà un intero capitolo, il XVII , delle sue Memorie.
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Con l’elezione di Papa Pio IX, Enrichetta pensa di avere un barlume di speranza nel risolvere la sua condizione chiedendo clemenza direttamente al Pontefice che non sembrò affatto contrario alle sue richieste se non che l’arcivescovo di Napoli, Riario Sforza non volle rilasciare il nullaosta che avrebbe potuto consentire ad Enrichetta di intraprendere una nuova vita, contravvenendo anche alle preferenze papali.

Durante i moti del ’48 Enricchetta riprende animo e incurante della fama che le viene  riservata legge, anche a voce alta, nel convento i giornali “rivoluzionari” meritando l’accusa di essere coinvolta in società segrete, rivoluzionarie. Forte delle scosse che la società stava vivendo torna ad appellarsi al Papa per la sua libertà, informandolo che altrimenti avrebbe approfittato della libertà di stampa per far conoscere la sua condizione di monaca forzata che interessava anche tante altre donne. Così questo l’autorizza a recarsi in un conservatorio, di Costantinopoli,  ma l’ arcivescovo Sforza, sentitosi sconfitto la obbliga a lasciare al convento i beni di famiglia, i preziosi e l’argenteria.

  Arrivata al Conservatorio di Costantinopoli,  però la monaca trova un ambiente tutt’altro che aperto e conciliante e in cui dovette abbandonare ogni speranza di poter coltivare le sue letture e si dovette concentrare allora esclusivamente sulle biografie delle santi e martiri della Chiesa, scoprendo quanto le figure femminili avevano contribuito, rivelandosi fondamentali ma non per questo valutate e riconosciute.

Immagine di Enrichetta Caracciolo nella copertina delle sue Memorie
Nel frattempo, lo Sforza continua la sua lotta contro Enrichetta e riusce ad intercettarne alcuni scritti che essa faceva uscire dal Conservatorio con la compiacenza di una governante. Questi scritti furono portati al Papa per convincerlo a non cedere alle richieste strazianti di Enrichetta e della sua madre, divorziatasi nel frattempo dal secondo marito e ormai pentita dell’ingiustizia.

Solo nel 1849 Enrichetta riesce finalmente ad uscire dal conservatorio per essere curata ai nervi, in compagnia della madre ma il nullaosta le viene negato l’anno successivo per volontà del Vicario di Napoli, Riario Sforza.
A questo punto anche la madre di Enrichetta, Teresa, si applicò per “salvare” la figlia facendola  evadere e rifugiare a Capua sotto la protezione del  vescovo che però morì solo pochi giorni  dopo ma con l’ aiuto di un amico sacerdote, Enrichetta ebbe il permesso di andare ad abitare con la madre dovendo però seguire la regola della Canonichesse di Sant’Anna, e riuscì anche a farsi restituire la rendita della sua dote monacale che Riario Sforza le aveva sequestrato, facendola vivere esclusivamente grazie al sostentamento e all’aiuto parentale.
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 Nel 1851, lo stesso arcivescovo, forte della sua influenza su Ferdinando II, la fa arrestare e condurre alla Chiesa di Santa Maria delle Grazie a Mondragone dove Enrichetta tentò il suicidio, dapprima rifiutando il cibo, e poi pugnalandosi in petto. Ormai debole per la carenza di nutrizione però la sua ferita risultò lieve e non tale da portarla a morte, così sopravvisse e per un intero anno resistette alla clausura più totale, quando però le fu impedito anche di recarsi al capezzale della madre morente, aiutata dai parenti e dalle zie si rivolse ancora una volta alla curia per chiedere aiuto, si appellò alla Sacra Congregazione per avere il permesso di recarsi ai Bagni di Castellamare per curarsi la salute, questa volta ottenendolo, infatti ormai anche la curia era infastidita dalla persecuzione, a questo punto palese e personale, del Riario nei confronti della Caracciolo e trovò un equivoco di fondo nella lettera dell’arcivescovo per acconsentire alle cure.

Da qui Enrichetta trovò una nuova vita: “Il 4 Novembre del 1854, dopo tre anni e quattro mesi di crudele prigionia, rividi la luce del giorno”[8].
Rientrata in incognito a Napoli, per aiutare la causa del paese Italia: “Che faceva intanto io inoperosa in Castellamare? [...] pensando dunque che si sarebbe in Napoli ritrovato un piccolo posto anche per la mia personale operosità, pensai di mettere in non cale ogni pericolo, purché potessi prestare anch’io qualche tenuissimo servigio al  movimento che s’ordinava”[9], si diede, come si dice, alla macchia, cambiando abitazione e personale di servizio come si cambia tovaglia per sfuggire alle spie dei Borboni e del suo acerrimo e storico nemico che l’aspettava per la resa dei conti, l’arcivescovo Sforza.

Ormai era davvero in contatto con i liberali, con i padri della nazione unita così nel 1860, durante la messa del Te Deum per festeggiare la fuga del re Francesco II delle Due Sicilie, in presenza di Garibaldi “[...] Io toltami il velo nero dal capo, e ripostolo sur un altare, ne feci atto di restituzione alla Chiesa, che me la aveva dato vent’anni fa. VOTUM FECI, GRATIAM ACCEPI”[10].

Cominciò così una nuova vita per Enrichetta, la sua vita, non meno avventurosa ed affascinante.
Si sposa con Giovanni Greuther, scegliendo il rito protestante dopo la negazione della chiesa cattolica, e comincia a raccontare, grazie alla stampa la sua straordinaria esistenza scalfita dalla monacazione.
La prima opera di Enrichetta Caracciolo, le sue Memorie.
Nel 1864 sarà la volta della sua prima opera, le sue memorie che furono tradotte in ben sei lingue, inglese, francese, tedesco, spagnolo, ungherese e greco ed ebbero un successo strepitoso anche in patria con ben otto ristampe, che le valsero anche le lodi di Manzoni e di Garibaldi.
Di due anni dopo, del 1866, è la sua seconda opera “Un delitto impunito: fatto storico del 1838” in cui narra l’omicidio di una educanda da parte del prete che era stato respinto da quest’ultima.
Scrisse poi negli anni “I miracoli” del 1874, raccolta di poesie contro la superstizione, e il dramma “La Forza dell’Onore” che venne anche rappresentato e nel 1883, tratto dalle sue memorie, fu edito un dramma in cinque atti “Un episodio dei Misteri del Chiostro napoletano”; numerosi furono anche gli articoli che scrisse, come corrispondente, per i giornali “La tribuna” di Salerno, “La rivista partenopea” e “Il Nomade” di Palermo.
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Fu membro di spicco di numerose associazioni tra cui Il Vessillo della carità, l’Associazione della gioventù studiosa di Napoli, la Società per l’Emancipazione della Donna di Lorino, tanto che nel 1866 in occasione dei moti della III guerra d’indipendenza si appellò direttamente alle donne, alla loro forza, pubblicando il “Proclama alla Donna Italiana” per mobilitare le donne alla causa nazionale.
E ampio e incondizionato sarà il suo impegno politico, appoggiando, tramite il Comitato femminile napoletano di cui, con la sorella Giulia Cigola, faceva parte, il disegno di legge di Salvatore Morelli del 1867 “Per la reintegrazione giuridica della donna” in cui Morelli chiedeva la partecipazione al voto amministrativo e politico delle donne, un disegno di legge che però non fu neanche ammesso alla lettura.

Ma come si registra speso nella storia personale delle donne, che come sappiamo purtroppo risulta cosa altra dalla Storia, Enrichetta nonostante si fosse mobilitata e spesa per la causa unitaria non ricevette alcuna riconoscenza, infatti Garibaldi lasciò Napoli, per andare a Capri, prima di firmare il decreto con cui avrebbe voluto nominare Enrichetta ispettrice degli educandati di Napoli e anche il ministro dell’istruzione De Sanctis che pure le aveva promesso un incarico , la rinnegò.
Così Enrichetta visse gli ultimi anni della sua vita nella sua città, ormai vedova e senza gli averi di famiglia che l’arcivescovo le aveva sequestrato e che non si trovarono mai più, dimenticata dal suo popolo ma almeno finalmente libera. Noi invece la ricordiamo, e ci piace ricordarla, come lei preferiva: “[...] E il nome di cittadina, che dato a tutti non contiene alcuna distinzione, divenne per me il titolo più proprio[...]. [...] perciò chiamatemi Cittadina, e se volete aggiungere una distinzione dite: quella cittadina che provocò e promosse il Plebiscito delle donne in Napoli”[11].
E  a Napoli, nella sua città, morirà il 17 marzo 1901, a 80 anni.

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Opere:
      “Misteri del chiostro napoletano”, 1864;
“Un delitto impunito: fatto storico del 1838”, 1866;
“Proclama alle Donne d'Italia”,  1866;
“ I miracoli”, 1874;
      “La forza dell'onore”, dramma;
   “Un episodio dei misteri del Chiostro Napolitano: dramma in 5 atti di Enrichetta Caracciolo Forino ex monaca benedettina”,  1883.


Biografia:

¨ Caracciolo Enrichetta, “Misteri del Chiostro napoletano”, con Nota critica, prefazione di Maria Rosa Cutrufelli, Firenze, Ed. Giunti, 1998.
¨ Sciarelli Francesco, “Enrichetta Caracciolodei principi di Forino, ex monaca benedettina. Ricordi e documenti”, Ed. Pisano, 2013.
¨ Caracciolo Enrichetta, “Misteri del Chiostro napoletano”,  ed. Barbera, 2013.

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Opere di dominio pubblico:









[1]  CARACCILO Enrichetta, “Memorie del Chiostro Napoletano, memorie di Enrichetta Caracciolo de’ Principi di Forino, ex monaca benedettina”, IV edizione, Firenze, ed. G. Barbera editore, 1864, pag. 1.
[2] Ibidem.
[3] Ivi, pag. 115. 
[4] Ivi, pag. 134.
[5] Ivi, pag. 122.
[6] Ivi, pag. 134.
[7] Ivi, pag. 78.
[8] Ivi, pag. 308.
[9] Ivi, pag. 311.
[10] Ivi, pag. 337.
[11] Ivi, pag. 337.

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