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mercoledì 10 aprile 2024

PublisHERstory nuova casa editrice di Storia delle donne


PublisHerstory è una nuova casa editrice indipendente che si occupa esclusivamente di Storia delle donne. Le sue pubblicazioni riguarderanno figure di donne, le loro gesta, i loro scritti, le loro storie. Come il logo già mette in evidenza (Ogni donna ha la sua storia) nel catalogo, che si arricchirà di nuove uscite e da tenere sott'occhio, si potranno trovare scritti inediti di grandi scrittrici italiane e straniere, biografie, romanzi, saggi. 

La casa editrice PublisHERstory infatti essendo vocata totalmente ed esclusivamente agli Women's Studies presenta varie collane, ognuna delle quali dedicata a figure femminili emblematiche e a volte comunque poco conosciute. 

La giovane casa editrice si prefigge di dare spazio, voce, visibilità alle grandi, e piccole, imprese delle donne che hanno interessato, da sempre, l'intera società in tutti i tempi. Ma non solo, la casa editrice indipendente, vuole essere un punto di riferimento per quante si occupano di queste tematiche. Le donne non solo come oggetto di studio ma anche come soggetto grazie al lavoro di studiose, ricercatrici, scrittrici, giornaliste... 

Il suo logo mette al centro una figura classica di donna, al centro di uno strumento temporale che si è evoluto con la società ma che spesso ha lasciato indietro proprio l'apporto femminile. Uno spazio che va recuperato in ogni settore sociale, da qui la mission della casa editrice PublisHERstory.

Il suo nome, come si intuisce, è un gioco di parole in cui è preponderante la storia dal di lei punto di riferimento, non più solo 'history' quindi.

Benvenuta allora PublisHERstory da scoprire e seguire nelle prossime uscite anche sulle pagine ufficiali dei social. 

 www.publisherstory.com

 

 

 












COPYRIGHT dei contenuti dove non diversamente specificato

venerdì 9 febbraio 2018

Vita quotidiana, banale o Storia?

Virginia Woolf e Leonard nella loro casa di Monk's House nel 1939.


Credits: Harvard Library

La Storia non sempre ci racconta tutto quello che sa perché è fatta per lo più da grandi avvenimenti e grandi personalità che ne rubano tutta la scena eppure esiste una Storia altrettanto ingombrante perché ricca di sfaccettature e significati a volte reconditi. Lo storico si diverte allora a cercarne le tracce in episodi, documenti che sfuggono ai più. E' la Storia della gente comune o di fatti insignificanti, sembrerebbe, la vita quotidiana che ci parla e racconta. 


Così come un massacro di gatti ci ridà il sentimento rivoluzionario in una Parigi artigiana o come Fulvio Tomizza ci restituisce dopo secoli la vita 'tranquilla' di una straordinaria signora veneziana del 1700 la cui biografia esiste in un unico esemplare segretamente celato in archivi segreti e tenuti fuori dalla portata anche di studiosi, chiuso in cassaforte! Lo scrittore ebbe la fortuna di vederlo fotocopiato, di leggerlo e in seguito di scriverci su poiché ne rimase affascinato “Ne ero e continuo ad esserne preso,..., insieme a un fresco ritratto di donna traspira un'autenticità di vita intima e di vita del secolo di Venezia”1 .


In effetti in questi ultimi anni la storiografia sta scoprendo la non banalità del quotidiano facendone anzi soggetto storico da analizzare, approfondire e conoscere.

Soprattutto gli Women's Studies dopo un primo tempo di studi basati su grandi figure femminili e di riscoperta di importanti donne in ogni aspetto sociale e in ogni epoca storica e di cui pure si aveva assolutamente bisogno anche grazie alla riflessione di studiose di varie discipline si sono interessati alla Storia quotidiana, dei piccoli fatti e delle gente comune che a me piace comunque scrivere con la S maiuscola!.
Foto tratte dall'Album di Virginia Woolf,
messo online da Harvard Library.
Ida Magli sosteneva già negli anni '80 che l'unico modo per fare Storia delle Donne era quello di fare la storia in modo antropologico2 e pare che oggi, mi sembra più che in passato, questo interesse si stia realizzando come dimostra la collana di volumi storici in uscita con il Corriere della Sera “Biblioteca della Storia. Vite quotidiane” che si compone di ben 25 volumi ognuno che si interroga e analizza come vivevano ad esempio i nobili alla Corte di Luigi XIV o i sudditi di Elisabetta I: “narrando le occupazioni di ogni giorno, i costumi, le attività economiche, la lingua, i gusti culinari e tutte le curiosità della vita quotidiana nei diversi periodi storici. Per conoscere la storia da una nuova e sorprendente prospettiva”. 


A questa nuova luce sulla storia si potrà ora aggiungere un altro importante luminoso raggio visto che la Biblioteca di Harvard ha deciso di mettere online gratuitamente le foto di Virginia Woolf nella sua residenza di Monk's House. Si potranno vedere le giornate trascorse nel suo adorato giardino, di cui abbiamo parlato qui, con i suoi amici, parenti e naturalmente con il marito e chissà quali altre storie e considerazioni potremmo trarre da queste sorprendentemente 'banali' foto.





1 F. TOMIZZA “L'ereditiera veneziana”, Milano, ed. Fabbri editori, 1989.

2 Per approfondire G. CONTI ODORISIO “Donna e società nel '600”, Roma Bulzoni ed., 1979 e I.MAGLI “La donna un problema aperto”, Firenze, Vallecchi ed., 1974.




COPYRIGHT dei contenuti dove non diversamente specificato



lunedì 22 maggio 2017

Arcangela Tarabotti: una monaca in difesa delle donne








Il mio incontro con Suor Arcangela Tarabotti, al secolo Elena Cassandra Tarabotti, risale a più di dieci anni fa quando mi laureai proprio sulla figura di Arcangela con una tesi dal titolo "L'istruzione femminile nel pensiero di Arcangela Tarabotti" grazie alla Professoressa Anna Maria Ginevra Conti Odorisio, che per chi non la conoscesse è una delle maggiori studiose ed esperte di Women's Studies in Europa. 

La passione che scaturì da quell'incontro è ancora viva e non potrebbe essere diversamente visto la caratura della donna in questione. Mi “innamorai” di Arcangela Tarabotti per la forza delle sue parole che in alcuni suoi scritti diventa veemenza nel difendere la dignità femminile.


Arcangela Tarabotti nasce a Venezia nel 1604 e ancora poco più che bambina viene destinata al convento dai suoi genitori probabilmente per un difetto fisico, era infatti claudicante, oppure perché maggiore tra le sorelle in questo modo dava alla famiglia Tarabotti la possibilità di procrastinare la spesa per le doti delle altre figlie più piccole, fatto sta che la pratica delle monacazioni forzate era una pratica molto in uso in quel tempo ed era tollerata sia dal Governo veneziano che dalla Curia.

Arcangela prese i voti ancora da adolescente e ricordando il rito di passaggio nei suoi scritti ormai da adulta ancora ne parla con un senso di disperazione per la condizione di forzata, un senso di oppressione che non la abbandonerà mai nel corso della sua vita, sacrificata all'interno di un monastero benedettino, quello di Sant'Anna. Suor Arcangela però ricorderà sempre anche il tradimento subito da parte dei suoi genitori che l'avevano costretta al chiuso di un chiostro a vita e nella sua opera “La semplicità ingannata” usa la metafora proprio di un uccellino che ignaro e fiducioso si libra nell'aria ma che viene invece preso in una rete e intrappolato. 


Il monastero di Sant'Anna a Venezia
dove nel 1617 Elena prese i voti
diventando Suor Arcangela


Credits By Didier Descouens 
La grandezza della figura di Arcangela è che, partendo dalla sua condizione personale, riesce ad individuare  gli aspetti economici e sociali che portano tante disperate nei conventi e monasteri;  ritrova motivazioni socio-economiche, come diremmo oggi, che riguardano l'intera società barocca veneziana.  Riesce a capire e mettere in luce le ragioni che portano il Governo veneziano e i suoi cittadini ad una pratica così odiosa per le loro figlie ma anche agli occhi di Dio, infatti Arcangela sottolinea anche le responsabilità che la Chiesa, nonostante il Concilio di Trento, dimostra in questa consuetudine. 

Suor Arcangela dà così voce al suo malessere e disagio ma non solo “vendica” infatti tutte le sfortunate come lei, chi non ricorda la manzoniana monaca di Monza?, e addirittura usa gli stessi versi delle Sacre Scritture per difendere le donne, tutte, dagli attacchi misogini che all'epoca si riversavano sulle donne, tutte, in quanto tali cioè esseri inferiori nate solo per servire l'uomo. Suor Arcangela Tarabotti infatti seppur come autodidatta difenderà  le donne dalla polemica dell'epoca che voleva mettere in dubbio l'esistenza di un'anima anche per il genere femminile e lo farà appellandosi alle Sacre Scritture e al Vangelo.

Arcangela Tarabotti è passata alla Storia come Suor Arcangela ma lei forse si pensava solo e semplicemente Elena che voleva essere: “Una stella errante” e io ho cercato così di raccogliere la sua testimonianza di donna e portare la sua voce al di là del suo tempo...

Così per Wikidonne, il progetto di Wikipedia per diminuire il gap di genere presente nelle voci enciclopediche curato dalle utenti, storiche, accademiche, giornaliste, insegnati, scrittrici... ho curato la voce enciclopedica che la riguarda mentre il mio ultimo contributo è per il blog "Women's History Network" curato da un'associazione di accademiche delle varie università inglesi che si occupano di Women's Studies: "Arcangela Tarabotti, Elena Cassandra: a feminist Venetian Republic  Nun ".  

Qui puoi leggere il post su
Arcangela Tarabotti su
Women's History Network



















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giovedì 1 ottobre 2015

Annie, la donna delle libertà

Almanacco del 1 Ottobre:



Annie Wood Besant in favore del suffraggio femminile
Annie Besant in uno dei suoi primi ritratti.
Credits: Wikipedia






Nata il 1 ottobre 1847 a Londra Annie Wood Besant nacque in una famiglia borghese dell’epoca vittoriana.
A 19 anni sposò il vicario Frank Besant da cui ebbe due figli. Il suo carattere molto indipendente, amante della libertà, le procurò parecchie frustrazioni nella vita domestica a cui cercò inizialmente di reagire scrivendo storie per bambini che ebbero anche un certo successo ma, come da costume dell’epoca, i guadagni furono tutti trattenuti dal marito poiché le donne sposate non avevano il diritto di proprietà. Nella sua opera sul matrimonio, "Il Matrimonio, come era, come è, come dovrebbe essere"del 1878 scriverà infatti proprio sui diritti delle donne sposate mettendo in luce che in realtà la donna, nonostante il passare dei secoli e delle varie società: romana, ebraica, medievale, non aveva acquisito diritti e tutto si basava su un principio cardine: "L'uomo e la donna sono un'unica persona" per cui però questa persona era di fatto il marito. La donna non era proprietaria del suo corpo, della sua reputazione, di se stessa" . Non era infatti in grado di richiedere un risarcimento per danni, anche morali, perchè la legge non la riconosceva se non sotto la tutela del marito. [1] 




Annie Besant nel 1880.
Credits: Wikipedia

Nel frattempo Annie cominciò anche a relazionarsi con il suo credo mettendo in discussione la propria fede e quando arrivò a rifiutare la comunione il marito, pastore protestante, chiese il divorzio.
Abbracciò quindi una visione secolare dello Stato rinnegando completamente la sua vecchia fede cristiana. Strinse una salda amicizia con Charles Bradlaugh, capo del movimento secolare britannico con cui scrisse numerosi articoli, tra cui uno sul controllo delle nascite nella classe operaia che suscitò ampie polemiche che la portarono fino in tribunale  e ad essere giudicata colpevole.


Dopo che la sentenza a 6 mesi di prigione fu ridimensionata in Appello, essa scrisse una sua opera sulla necessità della limitazione delle nascite nella classe operaia intitolata “La legge del popolo” in cui dalle leggi di riproduzione naturale che coinvolgono vegetali ed animali, dalle teorie di Darwin a quelle dei primi sociologi come Malthus e Stuart Mill, analizza le condizioni ambientali e sociali che condizionano la riproduzione umana e ravvede nelle guerre, nell'insalubrità dei luoghi di lavoro, nelle abitazioni troppo piccole che non garantiscono spazio ai suoi abitanti con episodi frequenti di bambini rimasti schiacciati durante il sonno perchè si dorme tutti in uno stesso, solo, letto, nonchè nella prolapsus uteri soprattutto nelle donne povere che subito dopo aver partorito devevano tornare al lavoro e non potevano dare ai propri muscoli il tempo fisiologico per riprendersi, le  condizioni che fino ad allora avevano regolato la crescita demografica ma che con il miglioramento della società erano destinate a scomparire, favorendo però un aumento della popolazione mondiale a cui non si sapeva far fronte soprattutto in considerazione delle risorse disponibili, da qui la necessità di un controllo demografico e quindi delle nascite.
Annie  Besant nel 1922
Credits: Wikipedia

Analizza quindi varie posizioni e soluzioni proposte come quella di Malthus che vorrebbe matrimoni differiti fino al momento in cui un uomo non era in grado di mantenere i propri figli, una soluzione tuttavia impraticabile per motivi etici, sentimentali, nessun uomo nè nessuna donna avrebbe accettato di restare celibe proprio nel mezzo della gioventù sia, adduce Annie, per motivi sanitari poichè l'astinenza sessuale era alla base di disturbi di salute documentati ad esempio nel Dizionario di Scienze Mediche di M. Villamay che provocavano isteria nella donna e spermatorrea nell'uomo. Annie quindi propone dei metodi contraccettivi per le donne, da una soluzione da inserire nel diaframma ad un raschino di utilizzo indiano ad un tampone vaginale e fornisce i nomi e gli indirizzi di quei medici che forniscono questo "servizio" a cui rivolgersi. [2]
L’idea di un controllo sulle nascite da parte della donna suscitò però scandalo e molti giornali dell’epoca, compreso il Times, definirono quest’opera “oscena” ; il marito, sulla base dello scandalo, le portò via i figli facendole revocare a vita la custodia.


L’amicizia con Charles Bradlaugh la portò a conoscere molti esponenti politici soprattutto socialisti come tra l'altro il commediografo George Bernard Shaw.

Dopo aver aderito alla Fondazione Nazionale Socialista, creò la sua rivista “Il Link” dalla quale continuò a sostenere i suoi punti di vista e a fare le sue rimostranze sulle condizioni, avulse da ogni diritto, in cui le donne dovevano lavorare, soprattutto sostenne, nello specifico, le precarie condizioni di igiene e salute delle operaie della fabbrica Bryant & May.
Aiutata infatti da alcune operaie della fabbrica scrisse l’articolo “ Le schiave bianche di Londra” pubblicato sulla sua rivista nel 1888, mettendo in luce le paghe inique delle donne che lavoravano anche 16 ore al giorno e i problemi di salute connessi al loro lavoro come il pericolo delle esalazioni del fosforo, alto elemento cancerogeno, che faceva cadere i capelli, e rendeva gialla la loro pelle.
Le operaie però che avevano passato ad Annie le informazioni furono licenziate dalla fabbrica.
Annie le aiutò creando il loro sindacato di cui divenne la leader. Proclamò quindi il primo sciopero che ebbe risonanza a livello nazionale. Dopo tre settimane la fabbrica annunciò il reinserimento delle operaie licenziate e nel 1901 il direttore della fabbrica, dato la cattiva pubblicità derivata dai fatti, decise di abolire l’uso del fosforo.
L’iniziativa inoltre ispirò la nascita dei sindacati in tutto il paese.

Nel 1889 AnnieWoodBesant fu eletta membro del Consiglio della scuola di Londra. Le sue iniziative per le scuole londinesi si caratterizzarono per favorire le classi sociali più deboli che furono supportate ad esempio con un pasto per tutti i denutriti e visite mediche gratuite in tutte le scuole elementari.
Nel 1890 si convertì, dopo un’intervista con Madame Blavatsky che la inventò nel 1875, alla Teosofia, basata sull’idea induista del karma e della reincarnazione.
Si trasferì quindi in India rimanendo sempre attenta alle esigenze delle donne, continuò infatti a scrivere articoli e lettere sui diritti della donna e nel 1911 appoggiò il movimento suffragista in favore del voto alle donne tornando anche a Londra come una delle voci più autorevoli che sostennero il movimento.

Annie Besant in India nel 1897.
Credits: Wikipedia

Anche in India si rivelò animo sensibile e portò avanti la causa dell’indipendenza indiana creando il primo partito politico “The Home Rule League” che chiedeva maggiori diritti di partecipazione e rappresentanza per l’India. Durante però la prima guerra mondiale le autorità britanniche ritennero pericolose le rimostranze mosse dalla Besant che venne quindi arrestata.

Questo portò alla reazione del Congresso e della Lega mussulmana che ne richiesero la scarcerazione con una lettera firmata tra l’ altro anche da Ghandi; fu liberata in settembre con la promessa da parte del governo inglese di importanti concessioni finalizzate all’indipendenza del paese come poi avvenne dopo la fine della guerra grazie anche alla leadership che si era accentrata ormai intorno a Ghandi.

Annie Besant morì in India il 20 settembre, 1933.

Annie Besant fu indubbiamente una figura emblematica della sua epoca e un riferimento di lotta per i diritti e la libertà nel suo più ampio respiro, tant'è che oggi perfino Google nella sua versione americana le regala il doodle commemorativo per  quello che sarebbe stato il suo 168° compleanno.
Il doodle di Google dedicato ad Annie Besant ritratta con in mano il New India.
Credits: Google



[1] A. BESANT, "Marriage, As It Was, As It Is, And As It                                          Should Be: A Plea For Reform", 1878;
[2]A. BESANT, " The Law Of Population", 1877


                                               Traduzione a cura di Silvia Palandri



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Alcuni suoi scritti:


sulle donne:

The Political Status of Women (1874)
The Law Of Population (1877)
Marriage, As It Was, As It Is, And As It Should Be: A Plea For Reform (1878)


sulla religione:

Why I became a Theosophist (1889)
Introduction to Yoga (1908)
Occult Chemistry
Esoteric Christianity




Bibliografia:
 BESANT Annie, "Autobiografia - Una mistica femminista fra Otto e Novecento" , Ed. Le Lettere. 2002.




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martedì 29 settembre 2015

Ma tutto questo Alice non lo sa...



Alice e brucaliffo che la guida a trovare se stessa e sapere cosa volere
Non capisco tutto il clamore che quest’anno la neo eletta Miss Italia ha suscitato nell’opinione pubblica, io credo che invece vada rispettata per aver esternato una sua opinione seppur in maniera goffa e impacciata e che vada ringraziata perché ha ragione Alice, che non ha ancora incontrato il suo brucaliffo e vive ancora nel paese delle meraviglie, ad avere la curiosità di conoscere come sarebbe stato vivere in Italia durante la guerra, come avrebbe vissuto lei, da donna il periodo bellico perché nessuno nella sua giovane età evidentemente le ha mai parlato di tutte quelle donne, tante, che non si sono arrese alla belligeranza, alla barbarie, alla povertà, all'odio, alla loro condizione di donne che le voleva solo madri e mogli e che poi le ha incoraggiate ad avere un ruolo attivo, importante, essenziale che ha permesso a tutti e a tutte di conquistare la libertà, la stessa di cui ancora oggi noi possiamo godere, per poi però essere rilegate nel dimenticatoio della riconoscenza e rimesse, per la maggior parte, nei canoni distintivi “donneschi” e così destinate all'anonimato e all'oblio della storia e dei posteri.



La necessità di ridare il giusto peso alle donne, alla loro presenza  e alle loro gesta  con cui hanno contribuito a fare la storia è reale, niente affatto euristica, esclusiva delle femministe ma un atto dovuto verso la storia stessa che acquisterebbe una nuova dimensione senz'altro più completa;
verso le donne stesse protagoniste reali degli avvenimenti del mondo;
verso tutte noi perché non si pensi che siamo state solo figlie di Eva, rimaste a guardare ed entrate 
nell'avvenire umano solo grazie alla beltà e agli imbellettamenti;
verso gli uomini affinché possano formarsi un’idea diversa da quella di una donna sempre e solo oggetto, vuoi nella storia “storica” ma anche in quella umana che la vede mezzo di ascesa sociale da una parte e oggetto sessuale per il fine maschile nel bene (madre) e nel male (mero oggetto di piacere) 
dall'altra, fraintendimento di una realtà dato anche da questa mancanza  che per molti è tra le concause di quella visione sociale dalla quale scaturisce la violenza sulle donne.


Gli studi sulle donne sono una realtà poco presente in Italia a differenza dell'esteroGli studi "sulle donne", Women's Studies, in Italia  risultano essere poco meno di una sessantina in tutta Italia, per una cifra percentuale che rimane vicina allo zero  per cento rispetto all'intera offerta formativa globale a fronte invece dei più dei mille corsi di Women's Studies attivi negli Stati Uniti. Corsi che qui da noi sono sempre meno ed interessano solo il livello accademico, per non parlare degli sporadici master e degli ancor più esigui dottorati.
Per evitare allora di guardare il dito e perderci la luna, bisognerebbe spostare la discussione su un altro livello e cioè proporre con risolutezza  corsi che diano giustizia alle vicende di tutti e tutte noi, con programmi e libri di testo inclusivi della presenza e del ruolo delle donne a tutti i livelli di insegnamento scolastico, come si spera di trovare nelle linee guida che in questi mesi il MIUR sta preparando per attuare l’art.16 della Legge n. 107, sulla “Buona Scuola”,  così da farci “scoprire” che nel Medioevo c’era un’Eleonora che difendeva la sua Arborea contro le Repubbliche Marinare, ideatrice di un’organizzazione sociale e territoriale sarda durata fino alla prima metà dell’Ottocento;
che in Francia c’era una Caterina che civilizzava con l’uso delle posate, di indumenti intimi e di buone maniere prettamente toscane quello che sarà poi nei secoli avvenire identificato come lo stato della raffinatezza e del bon-ton per antonomasia;
che non ci fu solo una Rivoluzione e la sua Dichiarazione dei Diritti dell’uomo e del cittadino ma anche un’ Olympe, ad esempio,  che ci perse la testa per rivendicare l’uguaglianza femminile e lo fece letteralmente;
che le Giardiniere furono quel Risorgimento di tutte e tutti noi;
che una Anna, di origine russa, già rivendicava i diritti delle lavoratrici;
per non parlare di tutte quelle letterate, erudite, scienziate ed artiste (pittrici, musiciste, ceroplaste…), nelle diverse epoche, che incantarono il loro suòl natio e che diedero pregio e divennero orgoglio dei loro contemporanei ma pagine bianche per i posteri; pagine bianche da riempire perché altrimenti… “tutto questo Alice non lo sa”.




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Gli studi di genere riempirebbero pagine bianche lasciate dalla mancanza storiografica