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mercoledì 9 aprile 2025

Donna Paola- La funzione della donna in tempo di guerra- PublisHERstory






Donna Paola- La funzione della donna in tempo di guerra- PublisHERstory, Introduzione di Anna Maria Isastia e prefazione di Silvia S.G. Palandri. Il ventennio del '900 ha portato ad uno scombussolamento degli equilibri umani, a scontri mai visti prima e a dover far fronte ad una situazione inimmaginabile nella dinamica militare fino a quel momento. Una condizione che ha rivoluzionato il mondo e da cui non si è tornati mai più indietro. Un riflesso che viviamo ancora oggi, in un nuovo ventennio di un nuovo secolo.

Uno sconvolgimento politico e sociale che ha riguardato anche le donne. Quando non si è potuto più evitare, le donne sono state chiamate in causa. Ed è questo che Donna Paola, scrittrice dei primi del '900, ci testimonia: l'ampio impegno delle donne per il proprio paese. Un paese in difficoltà per la mancanza degli uomini impegnati al fronte. E l'attività femminile avrà pieno successo grazie all'opera del femminismo come spiega Donna Paola.

Si ritrovano quindi le italiane occupate non solo nel lavoro di cura ed assistenza, necessario poiché, come ci ricorda Anna Maria Isastia nell'introduzione, non esisteva alcun sistema organizzato a livello nazionale che si occupasse della salute della popolazione, ma le donne si trovano ad emanciparsi in ruoli completamente nuovi sino a quel momento per loro. Eccole in banca, sui tram come autiste, nei porti, in tutte quelle attività produttive, aziendali, da cui erano state lasciate fuori.

I tempi erano infatti cambiati, come sottolinea Donna Paola ma è altrettanto vero che per arrivare a questo, seppur in modo temporaneo, si sono dovute adeguare anche quelle disposizioni discriminanti e coercitive che limitavano e controllavano la quotidianità delle donne. Come cita Anna Maria Isastia per un periodo si è dovuto sospendere il permesso maritale poiché era impensabile che un padre, un marito lontano potesse autorizzare la 'sua donna' a lavorare, comprare, vendere, gestire.

Questa è un'opera che è molto utile per capire come era la situazione, come si è prospettata in quegli anni la condizione femminile e come poi tutto questo sia stato in qualche modo dimenticato, dato per scontato quando invece le capacità delle donne sono state da sempre messe in discussione, nel momento in cui invece ce n'è stato bisogno si sono usate, sfruttate per poi essere dimenticate. Le donne infatti finita la Grande Guerra tornarono alla loro quotidianità esaltata dalle faccende domestiche e filiali.

Donna Paola nelle sue opere invece rivendicherà sempre un altro ruolo per le donne, un ruolo diverso, da protagoniste.













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mercoledì 10 aprile 2024

PublisHERstory nuova casa editrice di Storia delle donne


PublisHerstory è una nuova casa editrice indipendente che si occupa esclusivamente di Storia delle donne. Le sue pubblicazioni riguarderanno figure di donne, le loro gesta, i loro scritti, le loro storie. Come il logo già mette in evidenza (Ogni donna ha la sua storia) nel catalogo, che si arricchirà di nuove uscite e da tenere sott'occhio, si potranno trovare scritti inediti di grandi scrittrici italiane e straniere, biografie, romanzi, saggi. 

La casa editrice PublisHERstory infatti essendo vocata totalmente ed esclusivamente agli Women's Studies presenta varie collane, ognuna delle quali dedicata a figure femminili emblematiche e a volte comunque poco conosciute. 

La giovane casa editrice si prefigge di dare spazio, voce, visibilità alle grandi, e piccole, imprese delle donne che hanno interessato, da sempre, l'intera società in tutti i tempi. Ma non solo, la casa editrice indipendente, vuole essere un punto di riferimento per quante si occupano di queste tematiche. Le donne non solo come oggetto di studio ma anche come soggetto grazie al lavoro di studiose, ricercatrici, scrittrici, giornaliste... 

Il suo logo mette al centro una figura classica di donna, al centro di uno strumento temporale che si è evoluto con la società ma che spesso ha lasciato indietro proprio l'apporto femminile. Uno spazio che va recuperato in ogni settore sociale, da qui la mission della casa editrice PublisHERstory.

Il suo nome, come si intuisce, è un gioco di parole in cui è preponderante la storia dal di lei punto di riferimento, non più solo 'history' quindi.

Benvenuta allora PublisHERstory da scoprire e seguire nelle prossime uscite anche sulle pagine ufficiali dei social. 

 www.publisherstory.com

 

 

 












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domenica 2 luglio 2023

Il Castello di Bracciano- La sua storia al femminile





Il Castello di Bracciano- La sua storia al femminile
Il Castello Orsini- Odescalchi, meglio conosciuto come il Castello di Bracciano, sorge a pochi kilometri da Roma ma in passato non ha avuto bisogno  del suo lustro per rifulgere poiché fu una dimora molto ambita e fulcro di potere papalino e aristocratico. Questo luogo infatti racchiude uno scrigno di bellezze non solo paesaggistiche, sorgendo sul lago, architettoniche o di preziosità antiche ma anche di aspetti di Storia delle donne non ancora troppo conosciuti o approfonditi.

Il castello venne costruito da Napoleone Orsini nel 1470. Leggenda vuole che tutta la famiglia discenda da certo Ursus che venne allattato da un'orsa, che diventa il simbolo araldico, insieme ad una rosa,  di questa antica e prestigiosa famiglia aristocratica romana.
E ancora oggi è proprio un orso con lo stemma familiare ad accogliere chi arriva al castello, vicino alla grande scala che porta alla Corte principale.In passato era qui un affresco molto grande che raffigurava Virginio Orsini, figlio di Napoleone, che veniva omaggiato da Piero de' Medici, futuro Signore di Firenze. Le due famiglie infatti nel corso dei secoli  rimarranno molto unite e sigilleranno spesso, come all'epoca accadeva, alleanze ed intese con matrimoni. Così fu per Lorenzo de' Medici, il Magnifico e Clarice Orsini o per Piero II e Alfonsina Orsini. Virginio fu un abile stratega e riuscì ad intessere alleanze ed intese con il Papato così con il Regno di Napoli, gli Aragonesi, che gli concessero il permesso di usare il nome di Aragonese ed infine anche con la Firenze dei Medici. A lui abile stratega si deve la fortificazione del Castello per mano del più geniale e capace ingegnere dell'epoca così che quando il Papa Alessandro VI Borgia li attaccò dopo che gli Orsini avevano ospitato Enrico VIII disceso a Roma e diretto contro il Regno napoletano; la fortezza riuscì non solo a resistere e a respingere ma alla fine anche a sconfiggere l'esercito dei Borgia. Tutto questo fu possibile grazie ai ritrovati difensivi voluti da Virginio ma anche a Bartolomea Orsini che quando Virginio fu fatto prigioniero a Napoli nel Castel dell'Ovo dovette andare a combattere e condurre la difesa, come d'altronde era stata istruita nella previsione che le cose, come fu, precipitassero.
A Bartolomea vengono poi attribuiti gli affreschi che si trovano nella così denominata Sala delle donne.
In questa sala del Castello si possono ammirare infatti degli affreschi che rappresentano scene di gruppi di nobildonne impegnate in attività di corte, dalla pesca, al gioco, alla caccia, al pranzo, dal canto al suonare. Tra le tante rappresentazioni, spicca quella di due donne che abbracciano le bandiere con lo stemma degli Orsini  e corrono come per difendere il Castello. 
Molte figure di donne sono accompagnate da nomi come Proserpina, Galatea, Semiramide...che non corrispondono però ai dipinti mostrati. Si è supposto quindi che sotto agli affreschi ci potessero essere degli arazzi ma non avendo fonti sulla committenza, su chi ha eseguito l'opera né lo scopo finale si possono solo fare supposizioni. Tra queste la più considerata è quella che probabilmente queste erano rappresentazioni del volume di Christine de Pisan, La città delle donne, poiché lo stile e l'ispirazione sono precedenti l'epoca perfino della costruzione del Castello.
Post su Christine de Pisan
Altra supposizione è che a volere questi affreschi sia stata invece Felice della Rovere Orsini che ebbe l'occasione di entrare in contatto con quella cultura francese quando assunse al suo servizio come collaboratrici numerose donne per coadiuvarla nel governo dello Stato di Bracciano. Felicia infatti alla morte del marito, Gian Giordano, divenne Gubernatix, governatrice delle terre e dei possedimenti degli Orsini. Si occupava delle leggi, dell'agricoltura delle terre, del Castello, delle strade...e proprio nella sala a lei dedicata nel Castello è ancora visibile il suo trono dal quale esercitava il potere.
Il trono di Felice della Rovere Orsini

 
Anche in questa sala troviamo affreschi raffiguranti molte donne simboliche come le Sibille, Egeria, Lucrezia, Clelia 
ma anche e soprattutto una figura emblematica come Tanaquilla, donna etrusca sposa del re romano Tarquinio Prisco che riuscì con la sua abilità politica a garantire ai propri figli il potere. Infatti anche Felice dovette superare indenne l'assedio del primogenito del marito, Napoleone che reclamava per sé il potere ma che fu sconfitto dal figlio di Felice e Gian Giordano, Girolamo che non solo riuscì, con l'aiuto della madre ad essere scagionato dall'accusa di omicidio ma fu ritenuto il legittimo erede. Sua madre riuscì inoltre a garantirgli un buon matrimonio con Francesca Sforza Santafiora.
Da questa unione nasce Paolo Giordano I, che vede una nonna materna quale Costanza Farnese che nasce da una relazione clandestina di Papa Paolo III e la nonna paterna, Felice della Rovere nata da Papa Giulio II. Felice veniva per questo chiamata la Figlia di Sua Santità. Per il suo matrimonio ricevette dal Papa una cospicua somma di denaro come dote che Felicia volle adottare per riscattare il Castello di Bracciano e farne una Corte che rispecchiasse il suo potere. Felice infatti era una donna estremamente colta, amica di Michelangelo, Bernini, Raffaello, Bramante...negli affreschi della sala a lei dedicata nel Castello la si può infatti vedere raffigurata con in mano dei libri e delle carte. 

Suo nipote Paolo Giordano Orsini d'Aragona,  rimane orfano di padre pochi mesi prima di nascere quando suo padre Girolamo fu trovato ucciso in uno dei vicoli di Roma. Sua madre Francesca Sforza di Santafiora assunse quindi il potere. Poi fu suo zio materno, il Cardinale Santafiora a prendere le redini della sua reggenza e a stipulare con Cosimo de' Medici l'accordo di matrimonio con Isabella de' Medici rinsaldando la vecchia alleanza tra le famiglie. Nel 1560 Paolo Giordano I ottiene dal Papa che il suo feudo diventi Ducato. Il matrimonio con Isabella si formalizza nel 1558 vicino a Firenze.  
La parte sottostante del Castello è quella che vide la bella storia d'amore tra Paolo Giordano ed Isabella, i due seppur spesso lontani, ebbero un matrimonio d'amore. A Firenze però i lutti consecutivi avevano portato Cosimo de' Medici all'esigenza di far rientrare Isabella a corte per occuparsi dei numerosi fratelli essendo venute a mancare la moglie Eleonora, ma anche le altre figlie, Maria e Lucrezia. Così i due sposini ebbero fugaci momenti di felicità insieme.
Isabella era una ragazza colta, intelligente, sensibile, amante delle Arti e del bello, raffinata e che scriveva versi ed era in contatto con i maggiori intellettuali della sua epoca. In un madrigale che scrisse definì suo marito: "il mio bel sole", lui  fece affrescare parte dei suoi appartamenti con panorami della campagna toscana forse per nostalgia della sua sposa lontana o per invogliarla a rimanere più a lungo. Questa lontananza però in realtà alimentò il pettegolezzo per cui Paolo Giordano I fosse la causa della morte della moglie che avvenne nel 1576 a Cerreto Guidi, vicino a Firenze, per gelosia. Questa calunnia si diffuse e si perpetuò per secoli, fino ai nostri giorni quando grazie al lavoro di ricerca di Elisabetta Mori, che ha ritrovato più di settecento lettere che i due sposi si scambiarono negli anni, la verità, cioè quella di un matrimonio felice e amorevole è venuta finalmente alla luce, sconfessando questa odiosa diceria. Isabella de' Medici quindi morì di malattia. Paolo Giordano I ormai vedovo si risposò con madonna Vittoria Accoramboni di assai più umili origini tanto che i due, perseguitati per questo, decisero di fuggire insieme e ripararsi a Venezia ma l'impresa fu assai rischiosa e rovinosa, infatti non giunsero mai, vivi, nella Serenissima. Paolo Giordano I morì a Salò nel 1585 e Vittoria fu vittima di un agguato a Padova. Nel 1571 e 1572 erano nati, da Isabella, Eleonora e Virginio Orsini, erede di Bracciano che diede i natali al Terzo Duca di Bracciano: Paolo Giordano II.
Paolo Giordano II era un mecenate dell'arte e grazie alle sue doti di interessante e brillante conversatore riuscì ad instaurare una prolifica corrispondenza con Cristina di Svezia tanto che quando questa decise di venire a Roma nel 1655, si fermò prima a Bracciano dove fu accolta al castello, nel giorno del suo compleanno, da salve di cannoni in festa e gran cerimoniale. Testimonia questo legame d'amicizia un grande ritratto della Regina Cristina in quella sala che fu di Paolo Giordano II. 
Ritratto di Cristina di Svezia
nella camera di Paolo Giordano II

Con Flavio Orsini, ultimo Duca di Bracciano, la dinastia Orsini si estinse.
Il Castello di Bracciano fu quindi acquistato, nel 1696, dalla prestigiosa famiglia nobile degli Odescalchi che con Livio Odescalchi divennero gli illuminati proprietari di questo Castello e con questo in un certo senso anche eredi di quella nobiltà romana che gli Orsini portavano con loro. La famiglia Odescalchi infatti aveva origini comasche. Flavio Odescalchi era il nipote di Papa Innocenzo XI che era alle prese con la Lega Santa contro il turco. Proprio Livio Odescalchi si distinse  nello scontro contro gli Ottomani a Vienna.  In un secondo momento della sua vita, più tranquillo, si dedicò all'arte e al collezionismo e quando la Regina di Svezia Cristina morì, ne acquisì la collezione d'arte. Fu anche membro importante dell'Accademia dell'Arcadia proprio come la Regina Cristina.
A fine Ottocento Baldassarre Odescalchi, figlio di Livio III e Sofia Branicka, legata alla potente famiglia russa Potemkin e quindi alla cultura russa, si dedicò al restauro del Castello mantenendolo nelle sue architetture e rispettando la fisiologia che Paolo Giordano I aveva dato al Castello quando ormai nel Rinascimento lo aveva reso una residenza di rappresentanza e non più una mera fortezza. Nella stanza delle donne si trova il ritratto suo e della moglie come Regina di Saba: Emilia Rucellai. 
Ritratto di Emilia Rucellai Odescalchi
nella sala delle Donne.
La stessa premura filologica riguarda l'organizzazione del museo voluta dalla Principessa Maria Pace Odescalchi che non vuole adombrare la più antica famiglia a favore dell'attuale ma vuole metterle in comunicazione attivando un percorso storico affascinante che rispecchia le importanti vicende storiche vissute dal Castello e dai suoi tanti  e come visto tante abitanti illustri.



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martedì 29 novembre 2022

Donne che fanno la Storia. Programma di Valeria Palumbo su Rete Oro







Donne che fanno la Storia. Programma di Valeria Palumbo su Rete Oro. Da questa sera e per quattro martedì la trasmissione di Valeria Palumbo, nota storica delle donne, giornalista, autrice teatrale, ci porterà a spasso nei secoli e nei luoghi per conoscere la vita e le opere di grandi donne che come dichiara il titolo fanno la Storia. 
Opportunità di Genere OG non poteva che essere entusiasta del progetto e non poteva non parlarne. 
Ecco alcune domande che abbiamo fatto direttamente all'autrice e conduttrice, Valeria Palumbo:

1) Come è nata l'idea  di un programma televisivo dedicato alla Storia da un punto di vista femminile?

L'idea è venuta a Lucio Vetrella che è l'anima di Rete Oro da quando è nata, nel 1984. In quello stesso anno io entravo a far parte dello staff giornalistico: mi ha dato fiducia, facendomi condurre il tg, quando ero giovanissima. Non era scontato, all'epoca, per una donna. Oltre 35 anni dopo e, soprattutto, dopo avermi seguita con attenzione nel mio lungo cammino di giornalista e storica, mi ha proposto di mettere insieme le due esperienze: come conduttrice e come storica. Gli è subito piaciuto anche il titolo: Donne che fanno storia. E non che "hanno fatto": perché le donne hanno sempre fatto la storia, ma ce ne siamo resi conto quando abbiamo iniziato a cambiare la narrazione. E cambiando il racconto, condizioniamo anche le coscienze, la consapevolezza e quindi la storia di oggi. 

2) Negli ultimi anni è aumentato l'interesse per l'apporto delle donne nei vari settori della società, soprattutto in ambito letterario ma perché c'è bisogno di raccontare queste storie?

Bisogna raccontare e riraccontare. Nel senso che i personaggi di cui parlo in questa prima serie, Matilde Serao, Veronica Franco, Eleonora Duse e Matidia, sono già noti (forse Matidia, la suocera dell'imperatore Adriano meno). Ma quello che è necessario fare è scrostare i racconti tradizionali dei pregiudizi, tantissimi, che li caratterizzano, dei luoghi comuni, della misoginia che caratterizzava i storici del passato. E, ancor di più, cambiare prospettiva: se si racconta la storia secondo i soliti canoni, in cui per esempio, la guerra conta più della pace, le donne, anche le più straordinarie, rischiano sempre di apparire come bizzarre eccezioni in un mondo pensato e fatto dai e per i maschi.

3) Che tipo di format hai pensato e scelto per parlarci delle Donne che fanno la storia?

Format molto semplice: venti minuti circa di racconto come se fossimo a un incontro tra amici, accompagnato dalla grafica bellissima pensata dallo staff di Rete Oro. Tutti giovani e tutti molto bravi. È stata molto curata anche la scelta delle musiche: io ho indicato soltanto compositrici.

4) Quante puntate saranno? 

Per adesso quattro. Se il pubblico apprezzerà, andremo avanti: noi ci stiamo già lavorando.


Sicuramente allora ci sarà l'occasione di parlarne anche in futuro. Noi da questa sera, e per i martedì successivi, alle 21.30 saremo davanti la tv a guardare Donne che fanno la Storia con Valeria Palumbo su Rete Oro.




La trasmissione sarà visibile per la regione lazio al canale 77 e in streaming online per tutte le altre regioni.









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lunedì 26 aprile 2021

La leggenda della Papessa Giovanna




La Papessa dei Tarocchi
 si dice ispirata proprio alla 
Leggenda della Papessa Giovanna
 

La leggenda della Papessa Giovanna é tra le più celebri leggende medievali che si tramandano a Roma da secoli.  Tante quindi sono le versioni di questa storia che si perdono nel tempo, una tra le tante fa risalire l'origine di questa donna addirittura ad una casata principesca. Secondo questa versione,  un re aveva tre figlie a cui un giorno chiese quanto affetto avessero verso il proprio padre, le prime due lo lusingarono con espressioni retoriche ma efficienti mentre la terza lo paragonò al sale, una risposta che indispettì il re tanto da cacciarla di casa; questa principessa, scappando, chiese riparo in un convento di frati a Magonza, non senza essersi tagliata i capelli e avendo adottato abiti maschili. La sua cultura e la sua saggezza la misero in luce agli occhi dei superiori tanto da far carriera ecclesiastica fino a diventare cardinale e concorrere al soglio pontificio alla morte di Papa Leone IV nel 855.

Un'altra versione invece riporta semplicemente che una donna inglese d'origine ma abitante in Germania, si travestì da uomo e andò in Grecia per seguire un suo amante, monaco, ma lei stessa  diventata teologa si trasferisce a Roma riuscendo a scalare le gerarchie ecclesiastiche fino a diventare Papa.

Ancora, si racconta che dopo l'elezione a Papa, Giovanna rivoluziona le pratiche di vita quotidiana licenziando i servitori tranne uno, il suo cameriere personale, Montesino, che sempre più insospettito dalla voce e dall'apparenza eterea del nuovo Papa Giovanni, decide di metterlo più volte alla prova per scoprirne il sesso; tentativi che però in un primo momento andarono falliti sennonché il Papa stesso rivelò al suo giovane e attraente servitore la sua natura e i due si amarono appassionatamente.

Edicola di Via San Giovanni in Laterano
angolo Via dei Querceti
Quale sia la versione, la leggenda della Papessa Giovanna narra che durante una processione da San Pietro alla Basilica di San Giovanni in Laterano, il Papa Giovanni cominciò a contorcersi dai dolori delle doglie, in mezzo allo stradone di San Giovanni, come precisa una versione, lì dove c'era una statua e un rudere della Roma antica, "il papa Giovanni" partorì un bambino sotto gli occhi esterrefatti del clero e del popolo che sembrava impazzito.

Cappellina tra Via dei Querceti
e Via dei SS. Quattro
Il Papa, Giovanni VIII, diventa quindi la Papessa Giovanna che secondo alcuni viene lapidata dal popolo mentre per altri muore con il bambino tra la confusione e le grida dello sconcerto generale; si dice venga seppellita con il bimbo a Via San Giovanni in Laterano dove partorì e dove oggi all'incrocio con Via dei Querceti c'è un'edicola che secondo altre versioni  é invece la cappellina tra Via dei Querceti e Via dei SS. Quattro, costruita proprio per 'mondare' il luogo dal sacrilegio. 
In entrambi i casi si trova l'immagine di Maria con in braccio Gesù bambino; all'interno della piccola cappella si intravede un dipinto che seppur mal conservato appare molto antico. 

L'immagine della
Sacra Madonna in trono col Bambino
credits:GoogleMaps
L'esistenza della Papessa Giovanna viene ripresa nel 1277 da Martin von Troppau e ancora nella prima storia pontificia del 1479, il cui autore, Bartolomeo Sacchi (1421- 1481), conosciuto come Platina, registra l'accaduto come una svista a cui si era rimesso riparo, negli anni, con un esame che il novizio papa doveva superare...sedersi su una sedia bucata da cui il diacono toccandolo poteva confermarne il sesso. Per molti però il malinteso nacque proprio dal fatto di usare queste sedie che in realtà erano "da parto" e da qui l'ironia interpretativa che poi sarà sfruttata anche dai luterani nelle loro invettive contro il papato fino a tutto il Seicento.

Per altri ancora questa è semplicemente una leggenda che nasce dal potere che donne macchinose e senza scrupoli avevano conquistato presso il clero e il papato intorno al X secolo, come una tale Marozia che ebbe tra i suoi amanti Papa Sergio III e che fece eleggere anche suo figlio al soglio di Pietro con il nome di Papa Giovanni XI.

Nel 2019 l'archeologo Michael Habicht, dell'Università di Adelaide ed autore di "La Papessa Giovanna" (Päpstin Johanna- Una storia vera di pontificato femminile o solo leggenda? 2019), sostiene di aver trovato le prove di una reale esistenza della Papessa. Habicht avrebbe trovato infatti in alcuni sepolcri papali delle monete riferite a Papa Giovanni VIII ma che differirebbero rispetto a quelle riferite a questo Papa 'tradizionale' ( 872-882 d.C.) e quindi assegnabili, secondo lui, al Pontificato della Papessa Giovanna, Johannes Anglicus, databili appunti intorno al biennio in cui sarebbe stata al soglio pontificio (856-858).


La Chiesa però continua a sostenere che non c'è mai stato un Pontificato retto da una donna, perché tra l'elezione di Leone IV e il suo successore Benedetto III passarono solo poche settimane e ne fa invece risalire l'origine ad una storiella nata in Francia durante le beghe tra sostenitori papali e temporali nel duecento francese. Ripresa poi alla fine del 1200 da un domenicano, Martino di Polonia e ancora nel 1300 dai Francescani il cui ordine venne ripetutamente attaccato dall'allora Papa Giovanni XXII ed infine ripresa da Boccaccio e Petrarca che ne hanno facilitato la diffusione nell'immaginario popolare e via via da laici o religiosi per convenienza.
Per anni tuttavia la Chiesa, dato per assurda una storia che vedeva una donna al soglio pontificio, non si é preoccupata di sconfutarne la veridicità.


La Papessa Giovanna, o la sua figura, nella sua evoluzione tuttavia, al di là della sua reale esistenza, è diventata un'icona delle capacità femminili, della loro saggezza, spiritualità, intelligenza...e questa é forse la sua vera forza nei secoli!



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lunedì 29 marzo 2021

Quando il Vesuvio aveva il pennacchio- Rosanna Oliva de Conciliis



Acquarello napoletano
dove il Vesuvio ha ancora il pennacchio


Si sta concludendo questo mese di marzo che, come sappiamo, è il mese dedicato alla Storia delle donne nei paesi anglofoni 
Qui puoi leggere il post su
 Marzo il mese della Storia delle donne
e nel quale si celebra anche la giornata internazionale delle donne, l'8 marzo e proprio di questi giorni è la notizia che per la prima volta una donna ha raggiunto la massima carica diplomatica diventando ambasciatrice a Washington. Mariangela Zappia d'altronde ha nella sua carriera già infranto tanti traguardi come prima donna ambasciatrice alla NATO nel 2014 e come Rappresentante italiana alle Nazioni Unite nel 2018. Ma senza una sentenza di ben cinquant'anni fa neanche questo, che sarà solo il primo traguardo per le donne in diplomazia, sarebbe stato possibile. Con la Sentenza n.33 del 1960 si aprivano infatti anche alle donne le carriere pubbliche precluse loro fino ad allora per atavici stereotipi che non volevano le donne adatte a gestire la cosa pubblica. 

Rosa Oliva neo laureata in Giurisprudenza voleva infatti poter fare il Concorso in Magistratura ma non poté proprio perché scoprì che era chiuso alle donne, di fatto però violando i principi costituzionali sanciti agli Artt. 3  e 51 che sanciscono il divieto generale di discriminazione in base al sesso il primo e di discriminazione riferito proprio alle cariche pubbliche, il secondo.  Dobbiamo a Rosanna Oliva de Conciliis quindi se anche noi oggi e le nostre sorelle, figlie e nipoti possono impegnarsi nella carriera che preferiscono. Ma chi è Rosa Oliva? E' la stessa Rosanna Oliva de Conciliis con il suo libro "Quando il Vesuvio aveva il pennacchio", con la prefazione di Giuliana Cacciapuoti, ha darci modo di scoprirlo. Questo libro ci porta indietro ad una città, Napoli, dove nasce Rosa, Rosanna, che purtroppo non esiste più, appunto quando il Vesuvio aveva il pennacchio, cioè il fumo che usciva ancora dopo l'ultima eruzione del vulcano partenopeo del 1944 che era ben visibile ancora nel secondo dopoguerra come anche altre testimoni della mia famiglia ricordano bene. Ma è un libro che ci porta anche indietro ad un tipo di cultura che non esiste più, come ci racconta Rosanna Oliva de Conciliis, una cultura che veniva tramandata per via orale come il Cunto de li Cunti, quelle fiabe raccontate da generazioni, da nonne a nipoti, a sorelle a fratelli, a zie e zii, proprio quei racconti che accompagnano ogni capitolo del libro come una grande e continua narrazione in realtà qui di eventi e persone che ripercorre la storia di famiglia, anzi delle famiglie, materna e paterna, di Rosanna come probabilmente aveva anche accompagnato la sua infanzia.

Quando il Vesuvio aveva il pennacchio
di Rosanna Oliva de Conciliis
Quella in cui cresce e si forma quindi Rosanna è una città specchio di una società e cultura che non esistono più fatta di relazioni necessariamente strette, interdipendenti in cui ci si formava alla socialità, all'amicizia, alla solidarietà, alla sensibilità per gli altri e per se stessi-e inquadrati in una visione d'insieme non ancora particolaristica. Le famiglie di Rosanna, quella di nobili origini della madre e quella alto borghese del padre, sono tipiche famiglie in cui ci sono tanti parenti, spesso con lo stesso nome per onorare gli avi, con tante zie, zii, cugine e cugini ma anche vicine e vicini di casa, compagni e compagne di scuola con cui si creano relazioni, condivisioni e dove ve se ne creano di nuove. Un luogo, la famiglia nel suo concetto appunto allargato, fatto di luoghi e persone, dove apprendere e formarsi dove l'altro è espressione di noi stesse-i in un sociale condiviso. Forse è questo l'aspetto che ha reso Rosanna Oliva de Conciliis la futura donna che con un semplice gesto non ha accettato lo status quo che penalizzava non solo se stessa ma tutte le donne e che, come ha ricordato il Presidente della Repubblica prima nel suo discorso del'8 marzo per la giornata internazionale della donna, e poi qualche giorno più tardi premiando Rosanna Oliva de Conciliis con la più alta onorificenza della Repubblica Italiana quella di Cavaliere di Gran Croce: "E' stato un piccolo gesto che ha smosso una montagna. L'Italia le deve riconoscenza". 


E la montagna l'ha spostata per tutte noi. Grazie Rosanna Oliva de Conciliis!
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