martedì 17 giugno 2014

Tra tradizione e modernità, prima dell'Arcuri, mia nonna


"Achille e l'amazzone Pantesilea" ,
 Johann Heinrich Wilhelm Tischbein, 1823.


Mi ricordo ancora uno di quei temi che si fanno alle scuole elementari, sulla mamma, sull’animale domestico, sul papà, che a volte non è detto siano tutte-i-* nelle condizioni di poter assolvere all’impegno.
Anche quella volta in cui mi assegnarono un tema sui nonni, me la cavai per poco avendone solo una, che quindi andai ad interpellare.

Mia nonna era già di una certa età, nata nei primi anni del XX secolo, si era già fatta due guerre mondiali, il mercato nero per sopravvivere e tirato su tre figlie, anche grazie a suo marito, mio nonno, che però nel frattempo l’aveva lasciata vedova agli inizi degli anni ’60. Insomma, negli anni’80, mia nonna ne aveva viste e vissute eppure quello che emerse dal mio incontro fu il suo grande rimpianto e il suo desiderio più grande che non era riuscita a realizzare.

Come per ognuna-o-* di noi nonostante una vita piena, soddisfacente, in cui non le mancava nulla, se non la presenza di suo marito, che siamo d’accordo non è poco, ma che aveva superato grazie alla sua inattaccabile fede per cui la morte fa parte della vita, a ottant’anni suonati la sua idea fissa era il rammarico per non aver potuto far parte dell’arma dei Carabinieri; lei che amava andare a cavallo ancora si vedeva, come si immaginava da giovinetta, in divisa, impettita e a dorso del suo cavallo.
Il perché volesse diventare proprio Carabiniera non mi è stato dato modo di saperlo né allora mi venne da domandarglielo, forse rimasta avvinta da questa novità,  né in seguito ma come per tutte le passioni, all’amor non si comanda, è così e basta.
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D’altronde l’iter per ammettere le donne nell’Esercito e nelle Forze Armate in generale è storia assai recente sia che si guardi alle velleità antiche delle donne  italiane, come mia nonna, sia che si guardi più verso i nostri giorni, infatti solo nel 1992 si sono cominciati ad attuare i primi “esperimenti” nell’esercito italiano per vedere come andava, come poteva essere, cosa poteva succedere ad avere le figlie di Eva nelle strutture da secoli concepite esclusivamente da e per uomini, insomma 29 cavie volontarie in una caserma di Roma, “per vedere l’effetto che fa”.

Quindi, considerata probabilmente che l’esperienza tutto sommato non doveva essere stata malevola, a forza di esperimenti e sondaggi, finalmente con la legge  n° 380 del 20 Ottobre 1999 si deliberava l’istituzione del “Servizio militare volontario femminile”, insomma le donne potevano legittimamente ambire ad entrare negli apparati della Difesa statale dal 2000.
Come una profezia allo scoccare del millennio si apriva il passaggio, fino ad allora, segreto, proibito, anche per le donne.

Mia nonna all’epoca aveva più di novant’anni ed era già fuori gioco ma invece mi ricordo che alcune compagne di studi all’Università approfittarono dei primi Bandi e Concorsi e qualcuna ce la fece anche.

La Regina Elisabetta I visita le sue truppe
 a Tilbury, 1588.
Questa novità, tutta italiana, ha però comportato nella società una iniziale diffidenza verso queste soldatesse o come venivano, e vengono, definite “donne soldato” ma allo stesso tempo, come ogni processo culturale, con l’abitudine si è arrivati ad una disposizione più naturale nei confronti di questa nuova figura che ha abbattuto lo stereotipo di genere propriamente maschile del soldato, anche se non ancora nel lessico, ed evidenziato, in tempi più recenti, l’arretratezza sui temi che riguardano il Genere.
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Oggi infatti, dopo aver fatto entrare le donne nella Difesa, ci si accorge che bisogna anche permettere loro un coinvolgimento maggiore, insomma visto che “l’effetto che fa” degli esperimenti degli anni ’90 non è stato così malvagio, né la chiamata alle armi del 2000, ora ci si dice che tutto sommato le donne lavorano bene e vale la pena impiegarle di più per garantire i principi delle Pari Opportunità e di uguaglianza di Genere, che bisogna impiegarle soprattutto nei processi di pace, a livello locale, nei territori di missione.

Così anche in Italia nel 2014 nasce la figura professionale del Gender Advisor, che ha il compito di portare all'attenzione questioni di Genere e Parità nelle missioni internazionali, e  che per la prima volta “sbarca” nel nostro paese con il primo corso organizzato dallo Stato Maggiore della Difesa, adeguando anche il nostro paese alla risoluzione Onu n° 1325 "Donne pace e Sicurezza" approvata già nel 2000 dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu proprio mentre in Italia si affacciavano invece per la prima volta le donne nelle caserme. E subito il mio pensiero torna a mia nonna e mi chiedo se lei, da Carabiniera, avrebbe voluto partecipare e diventare una Gender Advisor; questo non lo saprò mai ma in compenso ci sono io che cerco di portare avanti un mio piccolo discorso di “rivalsa” femminile, saranno i geni, sarà stato quel tema galeotto delle elementari che mi ha fatto scoprire questo desiderio nascosto di un’ottuagenaria femminista involontaria, per me però non un’ottuagenaria qualunque.

Io, invece, da piccola volevo fare la Bersagliera ma questo  è un altro post...


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mercoledì 4 giugno 2014

La "Chiara" arte della Guerra

Almanacco del 04 Giugno:

Giovanna d'Arco bacia la spada della Libertà, Dante Gabriel Rossetti,1863. 

Nasceva oggi nel 1515, il 4 Giugno a Lucca, Chiara Matraini,  da Benedetto Matraini e da Agata Serantoni.
Emblema di raffinata poetessa ma anche sorprendente esperta dell'arte marziale, fine osservatrice della realtà e delle necessità sociali adatte a far riuscire nella vita, concilierà le spinte di realizzazione personale con una visione imperniata dalla religione, come tipico dell’epoca.

Di famiglia piccolo borghese, erano commercianti di seta originari di una delle quaranta frazioni di Capannori, in provincia di Lucca, Matraia appunto da cui deriva il nome familiare. Facenti parti dei piccoli commercianti di Lucca, i suoi parenti furono interpreti della “rivolta degli straccioni” con cui i piccoli e medi commercianti, nel 1531, chiedevano al governo cittadino più rappresentanza e quindi più potere commerciale nell’ambito degli scambi soprattutto della seta, materia di scambio importante per Lucca, per contrastare il potere ascendente dei grandi commercianti lucchesi nel settore. Questa rivolta tuttavia non portò ai risultati sperati e anzi i congiuranti furono messi a morte o esiliati, tra questi i fratelli di Chiara, Ludovico, condannato a morte e Louiso che imprigionato, morì in carcere mentre lo zio paterno Rodolfo, con cui Chiara era cresciuta in quanto orfana paterna, decise opportunamente di ritirarsi dalla vita pubblica per sottrarsi a situazioni di pericolo per se’ e per la sua famiglia.
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Chiara nel frattempo si era sposata proprio nel 1531 con un rappresentante di un’altra importante famiglia lucchese di commercianti di seta i Cantarini, da Vincenzo ebbe poi un figlio, Federigo nel 1533. Nel 1542 rimase vedova e si legò dapprima ad un giovane che fu poi trovato assassinato, Graziani, e dal 1560 a Cesare Coccapani, nobile di Carpi.


Frontespizio dell'Opera di Chiara Matraini del 1595.
La sua fama di poetessa era nota in città già dopo il suo matrimonio col Cantarini come apprendiamo da quello che scrive Vincenzo Tagliuoli: “Chiara, luce e splendor del secolo nostro, che al ciel alzate il bel tosco idioma,[...],non vengo là dove il desio mi scorge, alto a cantare i vostri eterni honori. Maraviglia non fia,.., che vostra fama tanto in alto sorge, che trapassa del Serchio i grandi allori”[1] tuttavia i suoi componimenti troveranno pubblicazione molti anni dopo solo negli anni ’50 del 1500.  Le sue prime opere poetiche pubblicate risalgono infatti al 1555 con le sue Rime dove troviamo accenni della sua storia d’amore con Bartolomeo Graziani e l’anno seguente tradurrà dal latino al volgare “Orazione d'Isocrate a Demonico figliuolo d'Ipponico” sui costumi che si addicono ai giovani nobili mentre a Venezia vengono rieditate le Rime pubblicate a Lucca l’anno prima. Le sue ultime opere  invece si ravvisano in un arco di tempo di trent’anni infatti solo nel 1581 escono le sue Meditazioni sprituali e qualche anno più tardi le “Considerazioni sopra i sette salmi penitenziali del Gran Re e profeta David” del 1586 e quattro anni dopo “Breve discorso sopra la vita e laude della Beatissima Vergine e Madre del Figliuol di Dio”  ed infine nel 1602 la sua ultima opera edita “Dialoghi spirituali con una notabile narrazione alla grande Academia de' Curiosi e alcune sue rime e sermoni”. Mentre le sue prime opere, le Rime, verranno ripubblicate ancora una volta nel 1595 con una parte inedita di poesie ed epistolari.

Nei periodi in cui non era impegnata nello scrivere o pubblicare le sue opere era presa da avvenimenti familiari come la disputa per questioni economiche con il figlio Federigo che la farà risiedere per un breve periodo a Genova oppure era alle prese con sue esigenze pratiche e religiose allo stesso tempo, quando si fece costruire nella Chiesa di Santa Maria Forisportam una cappella la cui decorazione fu affidata all’opera di Alessandro Ardenti prima e di Francesco Cellini poi, il quale terminò il quadro dell’ Augusto e la Sibilla in cui le sembianze di quest’ultima erano proprio, si dice, quelle di Chiara Matraini, la committente.

"Hip, hip, hurra!", Peder Severin, 1888.
La sua fama di poetessa interessò la città di Lucca ma fu nota e apprezzata anche nella vicina città di Pisa, e i suoi incontri e antesignani “salotti” che Chiara organizzava ora in questa ora in quella città e che le valsero una fama notoria di poetessa in entrambe le località, precedendola nella pubblicazione delle sue opere, le portarono però anche uno scandalo nel 1547 quando prese l’abitudine di organizzare incontri, anche con gente pisana, che in realtà non erano che momenti di condivisione letteraria o di onesta ricreazione come racconta nella lettera alla Signora Batina Centuriona: “racconterò ancora io a lei alcuni onesti piaceri avuti in una lieta brigata di giovani donne, insieme ai loro mariti in una vicina villa di una di queste.”[2] “Onde levatoci in piedi e lavateci le mani, ponemmoci a mangiare (in giardino) al canto di vari uccelli, [...], e poiché tra così nobile e virtuosa compagnia si ritrovavano alcuni eccellenti Musici, essi con dolcissime voci, e concordevoli suoni, la sottoscritta canzonetta lietamente cantarono, [...]. finito il madrigale ci ponemmo a fare alcuni sonetti, e dilettuosi giochi[...]” [3].
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Chiara Matraini si rivelò sì una apprezzata poetessa e delicata rimatrice ma dal suo epistolario si evince anche una stratega militare e prima che l’opera di Sun Tzu dell’arte della Guerra potesse arrivare alla conoscenza degli uomini e donne del 1500. 
Raro per una donna, Chiara si esprime sulle caratteristiche necessarie al valoroso guerriero parlando e portando ad esempio Giulio Cesare, Annibale, Marco Aurelio, Alessandro Magno: “Bisogna adunque, a voler essere ottimo guerriero, havere intelligenza dell’arte militare, e saper ben conoscere le qualità de’ tempi, le nature dei luoghi, e le condizioni dei nemici, e saper, con astuzia attraversar le strade, dei loro disegni [...]”[4] ma non di meno, e non potrebbe essere altrimenti, è importante l’intelletto e la cultura che affiancata al coraggio e all’intelligenza rende la valenza militare elemento essenziale alla difesa della civiltà, della patria e della politica: “non si può già negare, che l’armi non apportino grandissimo giovamento alla vita civile, se in beneficio della patria e in conservazione della politica si vengono ad esercitare.”[5] Ma sono le scienze lo strumento con cui guidare le armi: “Le buone scienze sono quelle, che mostrano altrui in qual modo si debba servar la giustizia, così nelle private, come nelle pubbliche cose, dando sempre a ciascuno, quello che debitamente gli si conviene”[6] e a suo figlio infatti tra le cose che raccomanda come si conviene ad una madre attenta e premurosa nonchè colta e sensibile, ricorda e raccomanda che subito dopo seguire i precetti del Signore, sono le scienze gli strumenti più adatti a concretizzare le cose importanti della vita e per questo: “Sempre che sarai libero dai tuoi importanti negozi, attentamente attendi all’onorato studio delle migliori scienze: perché il frutto, che da esse si raccoglie, è molto più prezioso che qual si voglia tesoro che si possa nel mondo acquistare. Né ti debba parer mai grave l’andar lontano per poter alcuna cosa buona e onorata imparare”[7].

Chiara Matraini invece non avrà bisogno di andar lontano per conoscere nè per farsi apprezzare e resterà a Lucca dove morirà nel 1604, l’ 8 novembre, venendo tumulata nella cappella che lei stessa aveva fatto costruire nella chiesa di Santa Maria, fuori le mura medievali di Lucca, ora nel pieno centro della città.

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 Biografie ( recenti):

MARCHESCHI Daniela, "Chiara Matraini. Poetessa lucchese e la letteratura delle donne nei nuovi fermenti letterari  del'500", Ed. Pacino Fazio, 2008.




[1] “Lettere della Signora Chiara Matriani, gentildonna luchese,  con la prima, e seconda parte delle sue Rime”, Ed. Vincenti e Bufdraghi, 1595, pag. 64.
[2]  Ivi, pag. 37.
[3] Ivi, pag. 38.
[4]  Ivi,“Lettere della Signora Chiara Matriani, gentildonna luchese, ...”, Op. Cit., pag. 3.
[5] Ivi, pag. 4
[6] Ibidem
[7] Ivi, pag. 29.

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martedì 27 maggio 2014

Amelia, che amava vestire alla turca

Almanacco del 27 Maggio:

diritti delle donne Stati Uniti 1800

Amelia Jenks nasce nello stato di New York a Homer in una famiglia puritana e numerosa, il 27 Maggio 1818 dal commerciante Ananias e da sua moglie Lucy Webb.

Le notizie sulla sua prima infanzia ed istruzione, come quella delle eroine più classiche, è avvolta dal mistero, poche infatti  sono le notizie, perfino suo marito ha poche informazioni ma sappiamo che ha ricevuto i suoi primi rudimenti dalla mamma, così come anche i suoi altri sei tra sorelle e fratelli per poi successivamente frequentare una scuola pubblica. D’altronde come ci ricorda suo marito, nelle memorie che lui stesso si incarica di pubblicare alla morte della moglie, ad una donna era richiesto giusto di saper leggere e scrivere quel tanto che bastava per la sufficienza. Ciò però non le impedì all’età di circa  diciassette anni di diventare insegnante e per almeno due anni esercitare questa professione; in seguito diventa governante presso la casa di Chamberlain dove accudirà i ragazzi della casa e dove conoscerà  il giovane studente di legge, Dexter Chamberlain Bloomer che fonderà il giornale “Il Corriere di Seneca County”.
Dopo un periodo di fidanzamento, il 15 Aprile del 1890 si sposano e già al ricevimento durante i festeggiamenti, Amelia va fiera e ricorda a tutti che durante i voti, ha omesso la parola “obbedisco” prevista invece ineluttabilmente nella formula matrimoniale per le donne.
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Inizialmente spronata dal marito a scrivere sul suo giornale, accetta di collaborare agli articoli ma in modo anonimo ma non si tira indietro invece nel trattare i temi che riteneva importanti, dagli aspetti sociali a quelli morali a quelli politici.
Dopo essere entrata nel movimento della Temperanza e aderito alla Società femminile della Temperanza nel 1848, decide con altre donne di dar vita ad un giornale in cui le donne possano esprimersi visto che le donne nell’associazione religiosa potevano assistere alle riunioni, ascoltare ma non esprimere delle proprie idee o commenti. Questa iniziativa però incontrando da subito difficoltà, lasciò  Amelia sola ma facendo di lei la prima donna editrice e proprietaria di un giornale, oltretutto per donne. Il giornale intitolato “Lily” fu dato alle stampe nel 1849, dai suoi fogli Amelia iniziò a scrivere trattando i primi temi sulla condizione delle donne anche grazie ai contributi di una Elisabeth Cady Stanton, figlia dell’eminente giudice Daniel Cady, che si firmava come “Girasole” e da Lucretia Mott: “E’ la donna che parla 
attraverso Lily. Riguarda un tema importante, che essa possa parlare in pubblico per essere ascoltata...”[1].

Aderisce alla chiesa episcopale di cui farà parte per cinquant'anni, e cioè fino alla sua morte, e da subito comincia a “predicare” che alcuni passaggi della Bibbia con soggetto le donne erano stati mal interpretati, poiché la donna è compagna del suo “fratello” nel governare e nella salvezza della razza.[2].

É grazie al suo lavoro, al suo giornale e alla entusiastica ricerca di nuove collaborazioni che si deve l’incontro di una straordinaria coppia di amiche e collaboratrici che tanto con il loro concorso hanno dato a tutte le donne, il “binomio” tra Elisabeth Cady Stanton ed Susan B. Anthony che si incontrarono nel 1850 quando la Anthony arrivò a Seneca Falls per partecipare ad una convention sulla schiavitù. 
Bloomer fa incontrare due importanti femministe
Gruppo di bronzo che raffigura l'incontro promosso dalla Bloomer tra Elisabeth Cady Stanton e Susan B. Anthony in cui Amelia indossa i pantaloni alla turca. Scultura del Prof. Ted Aub: "When Anthony met Stanton".

E se agli inizi i suoi articoli tendono a mantenere una certa moderazione, la sua partecipazione alla convention di Seneca Falls, seppur come semplice uditrice che non firmò alcuna dichiarazione o proposta, la colpì profondamente tanto che anche il suo apporto al giornale divenne più deciso: “...più tardi altri casi mi vennero sottoposti, molto simili tra loro che mi diedero la piena consapevolezza della crudeltà della legge riguardo alle donne, e quando la Convention per i Diriti delle Donne mise in chiaro i suoi sentimenti e indirizzi, ero pronta a schierarmi con questa parte per domandare questo sostanziale cambiamento della legge in favore delle donne per dar loro un diritto ad ereditare, e ai loro figli un’opportunità più ampia di impiego e una migliore educazione, e anche un diritto che protegga i loro interessi alle urne.”.[3]
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Amelia era una donna che sperimentò anche su se stessa la fattibilità di una nuova condizione per la donna, spronata dal marito diventato direttore delle poste di Seneca Falls, diventa il suo vice e rimane quasi compiaciuta dalle sue capacità da lavoratrice rendendosi conto che effettivamente una donna non aveva alcun impedimento concreto che potesse giustificare l’esclusione delle donne dal mondo del lavoro. Ma Amelia era anche amante della moda e della cucina e ai suoi impegni più serrati e principali del giornale e delle conferenze amava partecipare anche ad incontri di cucina e di costume e proprio un episodio legato alla moda rese un importante servizio al suo giornale e alla sua popolarità.
Dalle pagine di Lily , Amelia prende le difese di Elisabeth Smith Miller, figlia del riformatore Smith, venuta a Seneca per trovare sua cugina Elisabeth Cady Stanton con un abbigliamento di ispirazione orientale: pantaloni alla turca con una gonna più corta sopra, abbigliamento condiviso dalla stessa Stanton e Bloomer, che trovandolo molto comodo lo adottò per ben otto anni. Questo abbigliamento tuttavia fu molto criticato e la polemica di “costume” che, riguardando le donne acquista subito anche valenza di fatto sociale appropriato o meno, viene ripresa dal più importante New York Tribune rendendo il nome e il giornale di Amelia noto al punto che  le sottoscrizioni a Lily moltiplicarono.

amelia Bloomer Costume
Raffigurazione del "Costume alla Bloomer"

In un primo momento Amelia fu lusingata e sfruttò lo scandalo-controversia, passata alla storia proprio come il “costume alla Bloomer” ma poi si rese presto conto che in realtà in questo modo si offuscavano temi più importanti trasferendo l’attenzione altrove rispetto a questioni fondamentali come il miglioramento dell’educazione per le donne, della maggiorazione dei salari delle donne, cioè si perdeva di vista la questione dei “Diritti delle Donne”.

Nel 1852 all’incontro delle Figlie della Tolleranza, a Rochester, dove lei fu segretaria insieme a Susan B. Anthony e presidente  Stanton, sollevò il tema del diritto della donna di divorziare da un marito alcolizzato “crediamo che gli insegnamenti dati alla moglie dell’alcolizzato, l’inculcarle il senso del dovere- [...]- ha fatto molto nel promuovere e aggravare i vizi e i crimini di una società che cresce nell’intemperanza. L’alcolismo è terreno per un divorzio e ogni donna che è strozzata da un ubriacone deve poter tagliare il laccio: e se lo fa, la legge dovrebbe sostenerla, specialmente se ha dei bambini”.[4]  

L’anno seguente partì, insieme ad altre rappresentanti femministe tra cui Susan B. Anthony, per un ciclo di conferenze nello Stato di New York che la portò in lungo e in largo, da Brooklyn a Sing Sing dal Broadway Tabernacle al Metropolitan Hall, nelle quali volle spronare le donne a prendere coscienza della loro situazione ritenendole corresponsabili delle privazioni sociali sofferte: “[...] la donna non è senza colpa in questa faccenda, mentre l’uomo tentava di costringerla all’obbedienza delle sue leggi, e rendeva la donna dipendente da lui e un eco dei suoi pensieri, mentre l’uomo peccava così enormemente usurpando questa grande prerogativa, la donna peccava altrettanto enormemente sottomettendosi a questo potere.[...]. La donna dimentica che Dio ci ha creati eguali, dimentica che il Padre Celeste non ha fatto l’uno per dominare l’altro. Dimentica che lei è altrettanto necessaria alla felicità di lui quanto lui alla felicità di lei. Sono stati creati per lavorare mano nella mano, per sopportare equamente il peso della vita [...]”[5]. 
per i diritti delle donne, suffragio femminile

Successivamente si trasferì in Ohio con il marito che aveva avuto un nuovo incarico ma continuò nel suo impegno editoriale, visto che nel frattempo il suo giornale, Lily, era diventato a tiratura nazionale ma questo comunque non le impedì tuttavia di doverlo vendere qualche anno più tardi ancora con il trasferimento della coppia in Iowa e ciò condannò il suo giornale a chiudere i battenti nel 1890.

Spese i suoi ultimi anni di vita costruendo chiese e impegnandosi in atti caritatevoli ma non perse mai di vista le donne e i loro diritti, soprattutto quello del suffragio anche in loro favore: “Un corrispondente mi chiede cosa noi ed altre avvocatesse dei diritti delle donne vogliamo? Noi rispondiamo che rivendichiamo tutti i diritti garantiti dalla Costituzione degli Stati Uniti ai cittadini della Repubblica. Noi reclamiamo l’essere l’altra metà del popolo degli Stati Uniti, e neghiamo il diritto dell’altra metà di svalutarci”. [6]

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Nel 1856 si indirizzò alla Camera dei rappresentati del Nebraska con un discorso dopo il quale fu proposta una legge per il suffragio femminile che passò alla Camera bassa e letta per tre volte al Senato ma poi, al momento sostanziale, la seduta fu rimandata sine die e la legge si arenò per poi essere dimenticata.

Nel 1870 diventa la Presidente della "Società per il Suffragio delle Donne dell’Iowa" dando il suo personale contributo al codice legale dell’Iowa del 1873 che “aboliva quasi interamente la separazione legale tra uomini e donne sposate in materia di diritti di proprietà”[7]. Continuò quindi sempre ad essere una figura di riferimento e di rappresentanza per il suo stato, l' Iowa, come nel 1869 all’incontro dell’Associazione Americana per l’Uguaglianza dei diritti, a New York City, e  a scrivere articoli, seppur non più a tiratura nazionale ma sempre sostenendo e difendendo le sue idee e le  necessità delle donne.

Perduta, seppur per un breve periodo, la possibilità di parlare ma essedosi  ripresa nel 1891, tentò di prendersi un periodo di riposo e svago con un viaggio in Colorado dove, oltre agli amici e conoscenti, frequentò anche una casa di cura per sottoporsi ai più moderni trattamenti che prevedevano sedute di terapia elettrica. Da sempre di costituzione delicata non sopravvisse ad un attacco di cuore che si verificò al ritorno dal suo soggiorno in Colorado, e morì in Iowa il 30 Dicembre del 1894: 

“ La sua vocazione per il movimento per il suffragio femminile la rende una delle più eminenti donne americane del secolo. Il suo nome è diventato strettamente legato ad ogni movimento di riforma per il miglioramento e progresso della condizione femminile in questi ultimi cinquant’anni ". [8]


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[1] BLOOMER D. C. , “Life and writing of Amelia Bloomer”, Boston, Arena Publishing Company, 1895. Republished 1976 by Scholary Press. Inc., pag. 42.
[2] Ivi, pag. 27.
[3]Ivi, pag. 47.
[4] Ivi, pag. 87.
[5] Ivi, pag. 104.
[6] Ivi, pag. 158.
[7] JAMES T. Edward, JAMES WILSON Janet, BOYER S. Paul, “Notable American Women, 1607-1950: A Biographical Dictionary, vol. 1”,  Harvard University Press, 1971, pag. 181.
[8] BLOOMER D. C., “Life and writings...”, Op. Cit., pag. 324.


Traduzioni a cura di Silvia Palandri



Bibliografia:

BLOOMER D. C. , “Life and writing of Amelia Bloomer”, Boston, Arena Publishing Company, 1895. Republished 1976 by Scholary Press. Inc.


JAMES T. Edward, JAMES WILSON Janet, BOYER S. Paul, “Notable American Women, 1607-1950: A Biographical Dictionary, vol. 1”, Harvard University Press,                    .

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