lunedì 9 gennaio 2012

Dalla Conferenza di Pechino alle azioni pratiche- parte 6


Eccoci arrivati alla fine della ricerca sulla violenza maschile sulle donne che presentai nel 2007 e di cui vi rimando alle diverse parti in cui l'ho suddivisa qui per renderla più leggibile e che si concludeva con il confronto con un altro paese europeo, la Spagna anch'esso colpito da questo fenomeno preoccupante. Qui la mia disamina che vi ricordo è aggiornata al 2007 anno dell'analisi che potete trovare dall'inizio nella parte 1 e a seguire. 

Buona lettura 


Dalla Conferenza di Pechino alle azioni pratiche
di Silvia Palandri






La Spagna
I movimenti femministi spagnoli hanno avuto una parte importante fin dagli anni ’80 nella denuncia delle efferate violenze contro le donne.
E’ proprio grazie alla loro continua azione di esposizione del fenomeno della violenza domestica all’opinione pubblica che anche i mass media hanno cominciato a dare visibilità a questo problema sociale. Dopo le prime azioni adottate a livello legislativo intraprese negli anni ’80 e ’90, non si è cessato di trovare soluzioni grazie al fermento dei movimenti femminili-femministi che hanno riportato sempre l’attenzione sull’inefficacia e l’ inadeguatezza delle leggi adottate per far fronte ad una realtà così complessa e che per questo le portarono a richiedere una legge più organica che identificasse la violenza familiare come violenza di genere e ne ritrovasse le cause e adottasse quindi i provvedimenti necessari.
Grazie a questa continua attenzione e vitalità manifestata dalle realtà femminili-femministe, non ci si adagiò sulle iniziative legislative già intraprese ma si arrivò ad una legge organica, la n. 1 del 2004, che portò la Spagna ad essere il paese più all’avanguardia nella legislatura riguardo a questo fenomeno, rispetto agli altri paesi europei.
Brevi accenni alla situazione legislativa
I sempre più numerosi casi di violenza sulle donne registrati dai mass media spagnoli, in particolare dalla tv, hanno portato all’attenzione dell’opinione pubblica l’esistenza di un problema sociale molto presente e radicato nella realtà spagnola, soprattutto dopo la morte di Ana Orantes, una donna che pochi giorni prima di essere uccisa aveva raccontato la sua vita di maltrattamenti e che venne bruciata viva dal marito pochi giorni dopo la testimonianza resa in tv.
Dopo questo efferato avvenimento, accaduto nel 1987, si scatenò, nella società spagnola, una reazione sociale che sollecitò un primo studio monografico sull’argomento in cui per la prima volta, il Difensore civico autore di tale testo, ammette che questo problema non era mai stato sufficientemente preso in considerazione per il ruolo che la donna ricopre nella società. Si diffuse una nuova coscienza sociale che identificava questi atti con il termine di violenza domestica, una parola tuttavia di nuova concezione e non presente nella legislazione spagnola che quindi doveva essere aggiornata.
Così dal 1998 il governo spagnolo ha approntato dei piani di Azione pluriennali per arginare e risolvere il problema della violenza domestica.
Nel primo Piano (1998-2001) che si concretizza con la Legge Organica n. 14 del 1999, si condanna la violenza psichica abituale su membri del nucleo familiare e si introduce il divieto di avvicinarsi alla vittima nonché modifiche anche alla procedura penale.
Il secondo Piano (2001-2004) presenta l’approvazione di numerose leggi come la Legge Organica n. 11 del 2003 che prevede misure di sicurezza dei cittadini, contro la violenza domestica e di integrazione sociale degli immigrati oppure la Legge n. 38 del 2003 che istituisce l’ordinanza di protezione delle vittime di violenza domestica a cui inoltre fornisce un’azione cautelare sia da un punto di vista civile che penale. Tuttavia, nonostante queste iniziative, il fenomeno della violenza all’interno del nucleo familiare non era ancora sufficientemente tutelato per la mancanza di coordinamento delle istituzioni, come anche i movimenti delle donne recriminavano. Così dopo le elezioni del 2004 con il nuovo governo si prese l’iniziativa legislativa per approntare una legge organica che risolvesse queste mancanze.


Alcuni esempi pratici
Nel primo articolo della Legge organica n. 1 del 2004 in materia di Provvedimenti per la protezione integrale dalla violenza di genere, viene stabilito l’oggetto legiferato identificato come “le misure per reprimere la violenza che, come manifestazione della discriminazione della situazione di disuguaglianza e dei rapporti di potere tra uomini e donne, si esercita contro queste da parte di chi è o è stato coniuge o chi è o è stato vincolato alla vittima attraverso un rapporto simile di affettività, anche senza convivenza. Questa legge contiene misure di protezione integrale con la finalità di prevenire, sanzionare e combattere questo tipo di violenza e apprestare sostegno alle vittime”. quindi viene poi identificata la violenza domestica come qualsiasi atto di violenza fisica o psicologica, incluse le aggressioni contro la libertà sessuale, le minacce, coercizioni o la privazione arbitraria di libertà.
La legge prevede anche azioni di sensibilizzazione e di educazione con lo scopo di trasmettere il valore del rispetto delle diversità tra uomini e donne nella più ampia visione di uguaglianza tra i due sessi. Per questo oltre a prevedere l’inclusione di questi concetti nei programmi scolastici, viene prevista una formazione specifica anche per quei soggetti coinvolti nel processo formativo ma anche per il personale sanitario che svolge un ruolo primario venendo a contatto per primo con queste realtà.
I diritti delle vittime vengono rafforzati attraverso il potenziamento dei servizi di accoglienza, aiuto ed informazione, appellandosi alle regioni ed agli enti locali a cui vengono affidate l’organizzazione e il funzionamento di questi servizi, si realizza così quell’integrazione e coordinamento tra istituzioni nazionali e quelle locali.
Nei diritti delle vittime rientrano anche diritti lavorativi e previdenziali; la donna vittima di violenza domestica, infatti ha diritto, su sua richiesta, alla riduzione dell’orario di lavoro oppure al trasferimento in un’altra unità produttiva aziendale con il mantenimento del precedente posto di lavoro per 6 mesi oppure alla sospensione del rapporto di lavoro con diritto di conservazione del posto o ancora all’estinzione del contratto di lavoro che le permette, contrariamente alla procedura normale in caso di volontaria estinzione del rapporto di lavoro, di avvalersi del sussidio di disoccupazione valido anche in caso di semplice sospensione del contratto.
La legge poi istituisce anche dei Tribunali per al violenza sulle donne che sono competenti a giudicare reati contro donne che sono o sono state sposate o comunque legate affettivamente all’aggressore. In questo caso infatti la legge prevede pene più severe che vanno dai 5 ai 10 anni di carcere.
Questa legge rappresenta un’importante strumento per combattere il fenomeno della violenza di genere, tuttavia queste azioni di “discriminazione positiva” nei confronti delle donne hanno suscitato polemiche di anticostituzionalità alle quali tuttavia è stato facile replicare poiché al legge si rivolge a donne vittime di violenza e quindi non a tutte le donne in generale ma solo a quelle che presentano una condizione di soggetto svantaggiato che come tale va tutelato.
Per attuare queste misure è stato necessario modificare anche il Contratto Nazionale dei lavoratori spagnolo oltre che leggi, ben 30, riguardanti vari settori quali il sistema educativo, i codici penale e civile quello di procedura penale e civile nonché il settore di regolamentazione pubblicitario, infatti viene data molta importanza ai messaggi che veicolano valori legati alla figura della donna quale oggetto e ai quali questa legge vuole porre rimedio in favore di messaggi che promulghino l’uguaglianza e il rispetto tra i due sessi.
Alcuni dati statistici
I primi dati statistici rispetto alla violenza sulle donne in ambito familiare, risalgono al 1984 e sono basati sulle denunce esposte ai commissariati di polizia. Questi evidenziano l’esistenza di un fenomeno allarmante che spinge nei successivi anni a non trascurare lo studio del problema, con l’analisi soprattutto dei processi e delle sentenze emesse dai giudici in questo ambito. Si evince così che solo il 27% dei processi per violenza familiare portava ad una condanna che consisteva spesso in semplici pene pecuniarie o agli arresti domiciliari. Risaltava come il 90% delle donne vittime di violenza erano coinvolte in relazioni di cui il 34% risultavano in crisi.
I dati non cessarono di essere allarmanti neanche nel decennio successivo tanto che si rese necessaria l’approvazione di due piani nazionali per cercare di far fronte a questa spaventosa realtà. Nel 1999, risultavano uccise ben 54 donne per mano del proprio partner o ex coniuge, una cifra che negli anni è andata aumentando sempre di più, come nell’anno successivo, il 2000 che contò 63 vittime, o ancora il 2003 con ben 71 vittime della violenza domestica. Nel 2004 il totale delle vittime della violenza familiare tocca il picco delle 72 unitài con dei dati regionali che, seppur frammentati, fanno capire l’ampiezza del problema che non risparmia alcuna regione. Si vedono così i dati della regione dell’Andalusia con 19 vittime, della Castilla-La Mancha con 3, della Cataluna con 11 e di Madrid con 5; regioni che non risultano tuttavia tra le più colpite dal fenomenoii.
Nel 2005 risultano ben 52 donne morte per mano di partner o ex partner mentre nel 2006 se ne contano 68.
Il fenomeno come si vede non presenta un sostanziale miglioramento ma la legge organica che è in vigore solamente da poco più di un anno, ha fatto registrare un aumento di denunce, del 29,17% nel 2003/04 e del 23,37% nel 2004/05, da parte delle donne vittime di violenza domestica e una più pronta ed efficace risposta delle forze di polizia e di quelle giuridiche nell’ammonire, e quindi prevenire, gli aggressori.

i Si veda per i dati di riferimento il sito www.mtas.es/mujer/cifras/muertas_tablas.htm.
ii Si veda per i dati di riferimento il sito www.mtas.es/mujer/mcifras/w804.xls.
iii  Ivi, pag. 8.
iv Ivi, pag. 11.
v  Sito della rete anti-violenza “Arianna”: www.antiviolenzadonna.it.
vi Sito di riferimento per il numero anti-violenza nazionale:                          www.cipedipartimentopariopportunita.com.
vii DDL “Misure di sensibilizzazione e di prevenzione, nonché repressione dei delitti contro la persona e nell’ambito della famiglia, per l’orientamento sessuale, l’identità di genere ed ogni altra causa di discriminazione”.
viii Per ogni riferimento si veda il Manuale Liberté Féminine et Violence contre le femmes, outils de travail pour des interventions avec orientations de genre, 2001, consultabile sul sito www.retepariopportunita.it/Rete_Pari_opportunita/UserFiles/pubblicazioni/urban-cosenza-francese.pdf.
ix Si vedano i dati del Ministero dell’Interno, Dipartimento Pubblica Sicurezza, “Numero dei delitti che ha come vittime persone di sesso femminile”, reperibile sul sito www.pariopportunita.gov.it/DefaultDesktop.aspx?doc=1009.
x Si veda per i dati di riferimento il sito www.mtas.es/mujer/cifras/muertas_tablas.htm.
xi Si veda per i dati di riferimento il sito www.mtas.es/mujer/mcifras/w804.xls.











martedì 22 novembre 2011

Dalla Conferenza di Pechino alle azioni pratiche- parte 5



Eccoci arrivati al nostro paese, in questa quarta sezione del lavoro infatti ho raccolto la parte che riguarda l'iter nel nostro paese con alcuni riferimenti legislativi e dati statistici che vi ricordo sono aggiornati al 2007, anno di questa ricerca. Buona lettura.




Dalla Conferenza di Pechino alle azioni pratiche
di Silvia Palandri




Italia
Con i movimenti di protesta femminile-femminista degli anni’60 si assiste, per la prima volta in modo collettivo, ad una rivendicazione della condizione delle donne. La sensibilità rispetto a questa visione, che si esprime anche in una richiesta di riconoscimento di un’ identità corporale della donna, è uno dei capi saldi del movimento femminista che portò a creare direttivi, associazioni e centri di donne per le donne che ebbero il merito di alimentare e sviluppare questa realtà anche e soprattutto nelle donne stesse. A questa eredità, che non interessa esclusivamente solo l’Italia, fanno capo le numerose associazioni che si occupano di far fronte ai bisogni e alle condizioni più disagiate in cui le donne possono trovarsi; l’azione di numerosi centri anti-violenza diramati sull’intero territorio nazionale, che da decenni si occupano di fornire aiuto e sostegno alle donne vittime di violenza, ne sono un esempio. E proprio questi centri sono diventati punti di riferimento non solo per le donne che necessitano di aiuto ma anche per le istituzioni che ne seguono l’operato e se ne avvalgono quali soggetti qualificati per esperienza e conoscenza, come l’associazione Le Onde Onlus che fa da catalizzatore nel progetto nazionale della rete dei centri anti violenza proprio per la sua pluriennale attività .

Brevi accenni alla situazione legislativa
A livello giuridico l’Italia conosce in questo ambito un percorso recente e frammentato, che parte dagli anni ’70, con la Riforma del Diritto di Famiglia e l’abolizione, tra le altre cose, dell’autorità maritale e cioè la facoltà da parte del marito di poter usare mezzi di correzione nei confronti della propria moglie, l’istituzione della reciprocità dei diritti e dei doveri tra coniugi e il divieto di costituzione di dote che sembra essere, almeno nelle intenzioni, un rigetto di quel valore economico da sempre attribuito alle donne.
Il cammino di riforme legislative riprende poi negli anni ’90, con la legge n. 66 del 1996 che, per la prima volta, legifera sul tema della violenza sessuale tramutando il reato, prima ritenuto esclusivamente un atto contro la morale pubblica, in reato contro la persona riconoscendo piena soggettività al corpo e alla dignità femminile e con un Disegno di Legge contro le molestie sessuali presentato nel luglio dello stesso anno con cui si modifica la procedura penale riguardo le molestie sessuali, fino ad arrivare alla Legge n. 154 del 2001, che stabilisce le misure contro la violenza nelle relazioni familiari e che prevede l’ordine di allontanamento del coniuge violento dal nucleo familiare. Con tutta una serie di iniziative legislative di riforme sociali come la legge n. 328 del 2000 per attuare reti di servizi sociali e la legge n. 228 del 2003 che delinea le misure contro la tratta delle persone, l’Italia continua il suo lento cammino nel cercare di rimediare alle sue lacune giuridiche su temi di importanza e di rilievo sociale che troppo spesso, da molto tempo, vengono messe in risalto nelle cronache dei giornali italiani e che, come nel caso della violenza domestica, sembrano scenari ineluttabili.
Alcuni esempi pratici

L’Italia, pur non avendo adottato un Piano d’Azione Nazionale per il contrasto alla violenza contro le donne, ha comunque realizzato una serie di interventi molto importanti.
Con l’attuazione, nel 1998, della “Rete Urbana Anti-Violenza”, che comprende associazioni, servizi sociali e centri anti-violenza, finanziata dai fondi europei nell’ambito del progetto “Daphne”, l’Italia è riuscita a creare una banca dati che testimonia quanto la violenza sia un fenomeno sociale molto diffuso, che interessa il privato delle relazioni personali.
La Rete ha il molteplice scopo di essere un punto di riferimento per coloro che si occupano di queste tematiche, con funzioni di supporto ai centri anti-violenza già attivi; di ampliare e sviluppare ulteriormente questa Rete attraverso un’azione di sensibilizzazione sociale e professionale rivolta al personale che si trova a contatto con queste realtà; di costituire un quadro di riferimento da cui attingere informazioni e riflessioni che permettano di sviluppare delle politiche specifiche in favore delle donne vittime di violenza e promuovere una strategia nazionale di intervento e un Piano di Azione interministeriale per prevenire e contrastare il fenomeno della violenza contro le donnei.
Come naturale svolgimento delle politiche in questa direzione è stato attivato nel marzo 2006 un numero unico anti-violenza, il 1522, con il triplice obiettivo di essere un punto di riferimento a livello nazionale per quelle donne bisognose di aiuto e per le istituzioni, ed uno strumento di risonanza sociale per dare visibilità a questo problema. Il call center è attivo 24 ore su 24 e per 365 giorni all’anno, si avvale di personale qualificato, esclusivamente femminile e supportato da psicologhe e avvocati, che indirizza le donne in base ai vari servizi diramati sul territorio locale al più vicino centro, sia di accoglienza che sanitario o delle forze dell’ordine, in grado di dare assistenza anche immediata nelle situazioni di emergenza, seppure, in questo ultimo caso, solo in alcune località specifiche che riguardano 20 città o distretti socio-sanitari che presentano strutture già avviate nell’attività di ricezione e aiuto alle donne vittime di violenza.
E’ stato creato un portale con una doppia funzione di diffusione delle conoscenze, buone prassi ed esperienze nella lotta alla violenza contro le donne e una parte riservata ai fornitori dei servizi alle donne vittime di violenza, con lo scopo di mettere a loro disposizione strumenti di supporto alla loro attività.
Tra i progetti futuri che si vogliono attuare, come ulteriore azione nella prevenzione e contrasto alla violenza, c’è l’idea di un Osservatorio Nazionale (la cui creazione è stata approvata nell’ambito della Finanziaria 2006), concepito come un luogo da cui monitorare, ma anche coordinare, gli interventi realizzati in questo ambito da parte di soggetti pubblici, privati, volontari, da cui ricavare quelle informazioni utili a tutti coloro che operano in questo settore, in un’ottica di rafforzamento della cooperazione, e quindi maggiore integrazione, tra istituzioni ed associazioniii anche allo scopo di colmare la mancanza di un Piano di Azione Nazionale.
In occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne, il 25 novembre, si è tornati a parlare di questo Osservatorio e di una altrettanto necessaria adozione di una legge contro la violenza sulle donne che preveda pene più severe per quelle violenze che abbiano l’aggravante di genere. E proprio per la fine del 2006 è stata presentata una proposta di legge sulla violenza domestica, che ora dovrà essere approvata, che prevede pene più severe e le aggravanti richieste per reati di violenza di genere e nella fattispecie per le violenze domestiche ma anche misure di prevenzione, venendo così incontro alle richieste dei movimenti associativi femminili da anni impegnati su questo fronte. Tra le misure previste dal disegno di legge rientrano i piani di protezione delle vittime, la specifica di livelli minimi di prestazioni a cui le donne vittime di violenze hanno diritto, le azioni di supporto psicologico, sanitario e previdenziale e di reinserimento lavorativo per le vittime e la possibilità, per la Presidenza del Consiglio dei Ministri di costituirsi parte civile nei processi per atti discriminatori e per gli enti erogatori di servizi alle vittime, di intervenire in giudizio nei processi per violenza, nonché una adeguata formazione per il personale docente e sanitario e un registro dei centri anti-violenza presso il Dipartimento per i Diritti e le Pari Opportunità che permetterà un monitoraggio più efficiente di questo fenomeno e allo stesso tempo garantirà uno standard qualitativo dei servizi offerti alle donne vittime di violenzaiii. Questa proposta di legge indubbiamente fa fare grandi passi in avanti all’Italia nel cammino verso una più adeguata risposta sociale, civile e legale ad una realtà sempre più preoccupante.
Un altro caso di buona prassi in Italia è quella che riguarda le attività promosse da diversi uomini, che si sono costituiti nell’ Associazione “Plurale Maschile”, che si occupa di auto-riflessione sui rapporti tra uomini e donne.
Tra le diverse iniziative da loro intraprese negli ultimi mesi, c’è stata l’adozione e la diffusione di una petizione per contrastare la violenza sulle donne che è stata anche tradotta in lingua spagnola. Questa iniziativa è nata a fronte dei sempre più numerosi casi di violenza registrati dalle cronache italiane nell’anno appena passato e ai quali questo gruppo di uomini non è rimasto indifferente. Hanno cercato di rintracciarne le cause e denunciato in primis il ruolo dell’uomo nell’ambito delle relazioni di genere che sono alla base della violenza contro le donne.
Questa petizione ha riscosso molto interesse anche all’estero mentre in Italia, ancora oggi, si parla poco di iniziative come questa che potrebbero invece avere un alto valore simbolico e di significazione. Uno degli obiettivi dell’associazione, per la quale gli uomini devono soprattutto guardare a se stessi per capire e cambiare, è quello di promuovere una partecipazione più attiva da parte di questi ad iniziative come quelle sopra descritte per poter così ampliare e amplificare le azioni delle istituzioni e delle associazioni e sensibilizzare di più la popolazione maschile e femminile sulla realtà delle violenze contro le donne.
Alcuni dati statistici
L’analisi del fenomeno della violenza sulle donne è stato affidato da anni all’Istat il cui primo studio risale al 1997. Una seconda e più recente rilevazione è avvenuta nel 2002 ma lo studio si è centrato sull’analisi delle violenze più evidenti quali aggrssioni fisiche da parte di sconosciuti, molestie sessuali sul luogo di lavoro, telefonate oscene. L’Istat si è soffermata sull’aspetto del fenomeno violenza rispetto al sentimento di sicurezza vissuto dai cittadini,; questa impostazione impoverisce quindi l’apporto che questo studio avrebbe potuto adre alla conoscenza del fenomeno delle violenze in ambito domestico. E’ tuttavia importante sottolineare come sia rilevare la violenza familiare sia molto difficile per la scrsa propensione delle vittime di parlare dell’accaduto o di denunciare i propri aggressori quando questi sono i loro mariti o partner, infatti i dati che emergono dalla ricerca dimostrano che la maggior parte delle denunce per violenza, nella fattispecie di tipo sessuale, interessano aggressori sconosciuti dalle vittime, infatti solo il 22.6% dei tentativi di violenza sessuale e il 18% delle violenze è commesso da estraneiiv, si ricava quindi che la maggior parte degli aggressori è conosciuta dalle vittime e si tratta di mariti, fidanzati, ex partner, amici e parenti.
Dai dati che si ricavano si sono individuati cinque gruppi in cui si raggruppano altrettante tipologie di violenza, quello della violenza domestica rappresenta un 4,9% sul totale degli altri gruppi. Quello che tuttavia, nonostante le lacune di questo studio, emerge è che, spesso, come più volte sottolineato, l’autore delle violenze è il marito (52,1%) e il luogo dove di frequente avviene la violenza è la casa della vittima (70,8%).
Questa inchiesta però presenta il limite di essersi focalizzata sulla violenza e sulle molestie di tipo sessuale che non possono di certo riguardare l’intera e complessa realtà del fenomeno della violenza domestica che quindi non risulta sufficientemente analizzato. Per questo motivo l’Istat ha effettuato nel 2006 un più recente studio volto proprio a mettere in luce la violenza nelle sue diverse manifestazioni, ci si è focalizzati sui diversi aspetti dei maltrattamenti verbali quali le umiliazioni o gli insulti, psicologici come i ricatti o le minacce, economici quali le limitazioni dell’uso del denaro personale e familiare, fisici come schiaffi, pugni, tentativi di soffocamento, e sessuali quali stupro, rapporti umilianti e degradanti e molestie sessuali. La base di riferimento per questo nuovo studio sono state 25.000 donne in una età compresa tra i 16 e i 70 anni. Queste nuove statistiche tuttavia non sono ancora state rese disponibili.
Il Ministero dell’Interno, invece ha reso noto uno studio dell’EURES-ANSA del 2005 sul tema dell’omicidio volontario da cui si apprende che 1 omicidio su 4 in Italia avviene tra le mura domestiche e che il 70% delle vittime sono donne e in 8 casi su 10 l’autore è un uomo. La cifra che interessa il nostro paese per l’anno 2005 rispetto agli omicidi in famiglia è di 138 donne uccise. Mentre per un’analisi dell’IPSOS in Italia nell’85% dei casi l’autore della violenza è il marito o il conviventev.
Per poter avere una visione più reale del fenomeno conviene rifarsi ai Centri Anti-violenza e ai numeri di aiuto telefonico che con la lor attività sono in grado di fornire un’analisi che si focalizza sulla violenza in ambito familiare, infatti lo stao civile della persona che più si riferisce a questi centri è quello di coniugata, tanto che l’età media di chi usufruisce di questi servizi si attesta tra i 30 e i 40 anni. Mentre il livello di istruzione delle vittime non rappresenta una caratteristica il chè ci fa capire che è un fenomeno che non risparmia nessuna classe sociale, si ha infatti una percentuale del 34% a Palermo di donne con un’istruzione di tipo elementare mentre un 25% a Venezia di donne con un livello medio-alto. Spesso all’istruzione poi è legata anche l’esistenza di una situazione professionale ed è indubbio che le donne che non hanno una propria indipendenza economica o una situazione lavorativa precaria sono svantaggiate ed hanno più difficoltà a percepire e riconoscere la violenza come tale, soffrendo evidentemente di dipendenza psicologica oltre che economica, dal proprio partner e di una scarsa stima di se stesse.
I centri anti-violenza quindi rappresentano un importante punto di riferimento per l’analisi di questo fenomeno che spesso rimane celato all’interno delle mura domestiche anche se hanno il limite di riguardare solo coloro che hanno avuto la forza di rivolgersi a questi centri, importante allora sarà l’azione di raccordo e collaborazione che l’Osservatorio Nazionale dovrà mettere in pratica.


i Sito della rete anti-violenza “Arianna”: www.antiviolenzadonna.it.
ii Sito di riferimento per il numero anti-violenza nazionale: www.cipedipartimentopariopportunita.com.
iii DDL “Misure di sensibilizzazione e di prevenzione, nonché repressione dei delitti contro la persona e nell’ambito della famiglia, per l’orientamento sessuale, l’identità di genere ed ogni altra causa di discriminazione”.
iv Per ogni riferimento si veda il Manuale Liberté Féminine et Violence contre le femmes, outils de travail pour des interventions avec orientations de genre, 2001, consultabile sul sito www.retepariopportunita.it/Rete_Pari_opportunita/UserFiles/pubblicazioni/urban-cosenza-francese.pdf.

v Si vedano i dati del Ministero dell’Interno, Dipartimento Pubblica Sicurezza, “Numero dei delitti che ha come vittime persone di sesso femminile”, reperibile sul sito www.pariopportunita.gov.it/DefaultDesktop.aspx?doc=1009.

mercoledì 7 settembre 2011

Dalla Conferenza di Pechino alle azioni pratiche- parte 4


Quarta parte di questo lungo viaggio nelle Istituzioni europee e nazionali per affrontare il tema della violenza sulle donne, vediamo come l'Europa ha gestito questo allarmante fenomeno...



Dalla Conferenza di Pechino alle azioni pratiche
di Silvia Palandri





L’Unione Europea:

Nel 1996 L’Unione Europea occupandosi del fenomeno del traffico delle donne mette, per la prima volta, in evidenza il tema della violenza contro le donne, nello stesso anno adotta una campagna di tolleranza zero verso questo fenomeno e propone una serie di conferenze, svoltesi negli anni successivi, volte a identificare la questione della violenza verso le donne e tra gli anni ’98-’99 arriva a stilare ben 62 raccomandazioni sul modo di combattere la violenza maschile nei confronti delle donne.
Nel dicembre del 1997 viene lanciato il programma Daphne, il maggior strumento della Commissione europea per combattere il fenomeno della violenza sulle donne, volto a finanziare azioni, negli stati membri, che promuovano la parità tra donne e uomini e che è stato negli anni più volte rinnovato come con la Decisone n. 803 del 2004 con cui questo programma è stato riapprovato con il nome di Daphne II.
Nel documento SEC(2006)275 ovvero la tabella per il periodo dal 2006 al 2010, si sono tracciati i suoi obiettivi principali, tra cui: una maggiore indipendenza economica per le donne e gli uomini, pari rappresentanze nel processo decisionale, l’eradicazione di tutte le forme di violenza basate sul genere, la promozione della parità tra i generi nelle politiche esterne e di sviluppo. Il programma “Lotta alla violenza” (Daphne), per il periodo 2007-2013, viene separato dall’azione di “Prevenzione e informazione in materia di droga” a cui era stato inizialmente associato, per rendere la sua azione più efficiente, sempre però nel più ampio programma dei “Diritti fondamentali e giustizia” della Comunità europea.
Il programma Daphne ha fino ad ora finanziato più di 400 progetti transnazionali e il prossimo programma, denominato Daphne III, per sottolinearne la continuità con i precedenti, sarà in vigore dal 2007 al 2013.
L’Unione Europea sostenendo il progetto Daphne e finanziando le azioni dei singoli stati membri, anche con i progetti di Equal e del FSE, intende combattere le cause su cui si fonda la violenza maschile sulle donne, ovvero la disparità del potere degli uomini rispetto alle donne e con le sue campagne, tra cui “Rompere il silenzio” del 2000, sensibilizzare l’opinione pubblica e in primo luogo gli uomini riguardo questo deplorevole fenomeno.