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lunedì 10 agosto 2026

Figlie Selvagge Cinzia Giorgio- Rizzoli




Figlie Selvagge di Cinzia Giorgio
è un romanzo storico ma anche un thriller, è una trama che si dipana parola dopo parola e si schiude davanti a noi, inaspettatamente.
Come una novella Eco, Cinzia Giorgio costruisce la storia intorno a tre figure femminili che ci porta nei luoghi delle streghe beneventane, ridandoci un'epoca segnata da un'Inquisizione che assoggetta, giudica, condanna ciecamente finanche e soprattutto le donne sole. 
Rosa e le sue figlie, Maria, la rossa, e Bianca vivono infatti nei boschi e conoscono l'uso delle erbe. Sanno accogliere, ascoltare e proporre rimedi non solo per lo spirito ma anche per il corpo, fino al giorno in cui le loro azioni e il loro stile di vita suscita disprezzo, paura, invidia e vendetta.
Ricco di personaggi, riferimenti storici e locali, colpi di scena che non permetteranno a chi legge di capire, fino alla fine, chi sia il/la colpevole che condizionerà le vite delle tre donne ma anche dell'intera comunità che da sempre le conosce, le appoggia e le sostiene.
Una storia familiare ma anche di luoghi e di comunità. Un romanzo storico, con tanto di bibliografia finale tanto apprezzabile data dalla preparazione dell'autrice che è una storica delle donne, ma anche un giallo che vede protagonisti un territorio, i suoi abitanti, i suoi potenti e il popolo nonché le sue 'streghe', in un turbinio di eventi e malefici che vi terranno lì a leggere fino all'ultima pagina perché quando penserete di aver capito da che parte va la storia, ci sarà qualcosa che rimescolerà la trama, ben congeniata, ricca e mai banale.
Bello poi il formato e la copertina che sembra un quadro dai toni delicati come i fiori e le erbe conosciute e maneggiate dalle 'figlie selvagge' di un sapere lontano che si è tentato poi di recuperare nei secoli successivi.
Una storia antica che ci guida in un sapore perso, come tante storie di donne accusate di stregoneria o anche solo schernite di esserlo per sapere usare erbe, fiori e piante in modo savio.
Non solo un bel racconto, scritto bene, scorrevole, accattivante o un romanzo storico o un giallo ben congeniato, ma tante storie in un solo libro molto piacevole e coinvolgente che ci ricorda quanto sia importante scrivere, raccontare storie di donne che ci raccontano ancora oggi di verità occultate ma necessarie e liberatorie da conoscere.










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lunedì 1 agosto 2022

"Costola sarà lei!"- ed. Il Poligrafo




"Costola sarà lei!"- ed. Il Poligrafo è un libro uscito lo scorso anno per la collana Destini Incrociati diretta da Saveria Chemotti e che vede la partecipazione di studiose e giornaliste che hanno presentato ognuna con il proprio stile e fantasia storie di donne reali, passate, immaginarie, realizzate, insoddisfatte od ormai stanche.
 In questa raccolta di racconti si intrecciano, grazie alla narrazione di storie originali, riferimenti storici e fantasia, passato e presente, succede così di sentire la voce della Sibilla Cumana (Antonella Cilento) proprio lì in mezzo ai rifiuti del XXI secolo, di rivivere un mito d'altri tempi ai nostri di tempi con Circe e il suo Ulisse (Carla Menardo) di vedersi davanti agli occhi i gesti ed i pensieri di Matilde Serao
Qui il link per leggere i post
su Paolina Leopardi
(Donatella Trotta), Giulia Beccaria (Elianda Cazzorla), Paolina Leopardi (Michela Fregona), Carlotta Ferrari (Loredana Magazzeni) o di rivivere la vita segreta di Monique Bourgeois con Matisse (Emilia Bersabea Cirillo) o la tragedia di Elisabeth Eleanor Siddal (Barbara Codogno), ognuna di loro con la sua controparte maschile, in un dialogo di chiaroscuri in cui le donne emergono sempre.
Ma troviamo anche miti e personagge della letteratura che ci ricordano come la figura femminile è sempre stata specchio di una condizione reale che non sempre è migliorata nel tempo né nella società né in letteratura; come potrebbe? Ecco prender vita allora Fermina Daza (Ginevra Amadio) de "L'Amore ai tempi del colera" Daisy Fay (Marilia Mazzeo) del Grande Gatsby e perfino l'indimenticabile perfida infermiera di "Qualcuno volò sul nido del cuculo" che qui troverà una nuova identità (Federica Sgaggio) e addirittura Lady Oscar (Serena Uccello) anche loro accostate ai loro controaltari maschili perché anche nell'immaginazione e nella fantasia c'è rappresentata la vita.




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lunedì 26 aprile 2021

La leggenda della Papessa Giovanna




La Papessa dei Tarocchi
 si dice ispirata proprio alla 
Leggenda della Papessa Giovanna
 

La leggenda della Papessa Giovanna é tra le più celebri leggende medievali che si tramandano a Roma da secoli.  Tante quindi sono le versioni di questa storia che si perdono nel tempo, una tra le tante fa risalire l'origine di questa donna addirittura ad una casata principesca. Secondo questa versione,  un re aveva tre figlie a cui un giorno chiese quanto affetto avessero verso il proprio padre, le prime due lo lusingarono con espressioni retoriche ma efficienti mentre la terza lo paragonò al sale, una risposta che indispettì il re tanto da cacciarla di casa; questa principessa, scappando, chiese riparo in un convento di frati a Magonza, non senza essersi tagliata i capelli e avendo adottato abiti maschili. La sua cultura e la sua saggezza la misero in luce agli occhi dei superiori tanto da far carriera ecclesiastica fino a diventare cardinale e concorrere al soglio pontificio alla morte di Papa Leone IV nel 855.

Un'altra versione invece riporta semplicemente che una donna inglese d'origine ma abitante in Germania, si travestì da uomo e andò in Grecia per seguire un suo amante, monaco, ma lei stessa  diventata teologa si trasferisce a Roma riuscendo a scalare le gerarchie ecclesiastiche fino a diventare Papa.

Ancora, si racconta che dopo l'elezione a Papa, Giovanna rivoluziona le pratiche di vita quotidiana licenziando i servitori tranne uno, il suo cameriere personale, Montesino, che sempre più insospettito dalla voce e dall'apparenza eterea del nuovo Papa Giovanni, decide di metterlo più volte alla prova per scoprirne il sesso; tentativi che però in un primo momento andarono falliti sennonché il Papa stesso rivelò al suo giovane e attraente servitore la sua natura e i due si amarono appassionatamente.

Edicola di Via San Giovanni in Laterano
angolo Via dei Querceti
Quale sia la versione, la leggenda della Papessa Giovanna narra che durante una processione da San Pietro alla Basilica di San Giovanni in Laterano, il Papa Giovanni cominciò a contorcersi dai dolori delle doglie, in mezzo allo stradone di San Giovanni, come precisa una versione, lì dove c'era una statua e un rudere della Roma antica, "il papa Giovanni" partorì un bambino sotto gli occhi esterrefatti del clero e del popolo che sembrava impazzito.

Cappellina tra Via dei Querceti
e Via dei SS. Quattro
Il Papa, Giovanni VIII, diventa quindi la Papessa Giovanna che secondo alcuni viene lapidata dal popolo mentre per altri muore con il bambino tra la confusione e le grida dello sconcerto generale; si dice venga seppellita con il bimbo a Via San Giovanni in Laterano dove partorì e dove oggi all'incrocio con Via dei Querceti c'è un'edicola che secondo altre versioni  é invece la cappellina tra Via dei Querceti e Via dei SS. Quattro, costruita proprio per 'mondare' il luogo dal sacrilegio. 
In entrambi i casi si trova l'immagine di Maria con in braccio Gesù bambino; all'interno della piccola cappella si intravede un dipinto che seppur mal conservato appare molto antico. 

L'immagine della
Sacra Madonna in trono col Bambino
credits:GoogleMaps
L'esistenza della Papessa Giovanna viene ripresa nel 1277 da Martin von Troppau e ancora nella prima storia pontificia del 1479, il cui autore, Bartolomeo Sacchi (1421- 1481), conosciuto come Platina, registra l'accaduto come una svista a cui si era rimesso riparo, negli anni, con un esame che il novizio papa doveva superare...sedersi su una sedia bucata da cui il diacono toccandolo poteva confermarne il sesso. Per molti però il malinteso nacque proprio dal fatto di usare queste sedie che in realtà erano "da parto" e da qui l'ironia interpretativa che poi sarà sfruttata anche dai luterani nelle loro invettive contro il papato fino a tutto il Seicento.

Per altri ancora questa è semplicemente una leggenda che nasce dal potere che donne macchinose e senza scrupoli avevano conquistato presso il clero e il papato intorno al X secolo, come una tale Marozia che ebbe tra i suoi amanti Papa Sergio III e che fece eleggere anche suo figlio al soglio di Pietro con il nome di Papa Giovanni XI.

Nel 2019 l'archeologo Michael Habicht, dell'Università di Adelaide ed autore di "La Papessa Giovanna" (Päpstin Johanna- Una storia vera di pontificato femminile o solo leggenda? 2019), sostiene di aver trovato le prove di una reale esistenza della Papessa. Habicht avrebbe trovato infatti in alcuni sepolcri papali delle monete riferite a Papa Giovanni VIII ma che differirebbero rispetto a quelle riferite a questo Papa 'tradizionale' ( 872-882 d.C.) e quindi assegnabili, secondo lui, al Pontificato della Papessa Giovanna, Johannes Anglicus, databili appunti intorno al biennio in cui sarebbe stata al soglio pontificio (856-858).


La Chiesa però continua a sostenere che non c'è mai stato un Pontificato retto da una donna, perché tra l'elezione di Leone IV e il suo successore Benedetto III passarono solo poche settimane e ne fa invece risalire l'origine ad una storiella nata in Francia durante le beghe tra sostenitori papali e temporali nel duecento francese. Ripresa poi alla fine del 1200 da un domenicano, Martino di Polonia e ancora nel 1300 dai Francescani il cui ordine venne ripetutamente attaccato dall'allora Papa Giovanni XXII ed infine ripresa da Boccaccio e Petrarca che ne hanno facilitato la diffusione nell'immaginario popolare e via via da laici o religiosi per convenienza.
Per anni tuttavia la Chiesa, dato per assurda una storia che vedeva una donna al soglio pontificio, non si é preoccupata di sconfutarne la veridicità.


La Papessa Giovanna, o la sua figura, nella sua evoluzione tuttavia, al di là della sua reale esistenza, è diventata un'icona delle capacità femminili, della loro saggezza, spiritualità, intelligenza...e questa é forse la sua vera forza nei secoli!



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martedì 17 novembre 2020

Buon compleanno Opportunità di Genere OG


Oggi Opportunità di Genere OG compie ben 13 anni! 


Nell'ormai lontano 2007 subito dopo la Laura in Storia delle donne decisi di voler dare anche io il mio piccolo contributo a questa branca della Storia allora poco nota. Già all'università avevo pensato ad un giornalino chiamandolo appunto Opportunità di Genere OG ma una volta laureata da ventenne o poco più scelsi questo nuovo mezzo di comunicazione da poco arrivato in Italia , il blog. Allora era per i giovani, come lo ero io all'epoca, 'Il mezzo' per comunicare per eccellenza se non avevi un blog non potevi dire la tua e così io decisi di dire la mia sì ma dando voce alle donne, a tutte quelle donne che avevano contribuito alla crescita della società dove noi oggi ci troviamo perché le donne ci sono e ci sono sempre state basta (ri)scoprire il loro apporto nella storia e nella vita quotidiana. 


 Grazie a tutte e tutti voi per questo traguardo 
ad maiora semper! 






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martedì 27 agosto 2019

Eleonora d'Arborea Bas - La prima Giudicessa di Arborea


Eleonora d'Arborea Bas, Giudicessa di Arborea




Eleonora d'Arborea Bas si proclama Giudicessa di Arborea nel 1383.

Quando suo padre, Mariano IV, viene eletto giudice d'Arborea nel 1347, le guerre tra pisani e genovesi per il possesso dell'isola erano terminate già nel 1284 con la battaglia della Meloria, in cui la Repubblica pisana aveva sostanzialmente perso il suo dominio in favore dei genovesi e soprattutto degli aragonesi che dopo l'accordo con Papa Bonifacio VIII, in cambio di un loro disimpegno in Sicilia nella disputa con gli Angioini, erano stati investiti del Regno di Sardegna. 
Il porto di Livorno
 di fronte la Torre della Memoria
dove avvenne la battaglia
tra pisani e genovesi.

La nuova dominazione spagnola non impiegò molto a voler imporre una sua organizzazione, elargendo a valenziani e catalani nuove terre e titoli che non tenevano conto degli antichi privilegi e tradizioni.

Mariano IV decide quindi di combattere “lo straniero” e difendere gli usi e costumi, nonché le antiche organizzazioni territoriali, ingaggiando una battaglia contro gli aragonesi. Si allea per questo con i Doria, la famiglia genovese presente sull'isola con importanti possedimenti terrieri. 

Le numerose vittorie di Mariano però iniziano a preoccupare lo stesso alleato genovese e la loro alleanza viene meno quando Brancaleone Doria decide di passare dalla parte degli Aragonesi.


La mancanza di una salda alleanza che non si basasse sulla sola strategia fu risolta dal figlio di Mariano IV, Ugone III, quando gli succedette dopo la sua morte nel 1376.

Ugone decide infatti di far sposare sua sorella Eleonora con il Signore di Longodoro, Brancaleone Doria.

Le nozze si celebrarono intorno al 1376 e da quel momento Eleonora diventa la domina di questa alleanza politico-familiare.



Nozze di Eleonora d'Arborea con Brancaleone Doria,
 Antonio Benini. Credit Wikipedia.
E' una madre attenta all'educazione dei figli, segue l'economia della casa, riceve i numerosi contadini e servi che quotidianamente chiedono udienza, fa le veci del marito quando è assente e nel 1383 si proclama Giudicessa d'Arborea.
Suo fratello Ugone III infatti è stato ucciso ad Oristano e il Regno d'Arborea rischia di essere vulnerabile a sommosse interne e all'attacco degli spagnoli. Invocando l'antico diritto regio per cui una donna poteva succedere al padre o al fratello, si porta sul campo di battaglia.
A cavallo si sposta sul vasto territorio per evitare sommosse e rappresaglie, reclama il Regno d'Arborea per suo figlio Federico e vuole che, in modo pacifico questa volta, anche la Spagna lo riconosca e lo accetti legittimamente.

C'è bisogno quindi di un'ambasciata fidata anche per gli spagnoli e chi meglio di suo marito Brancaleone? La famiglia genovese dei Doria anche dopo il matrimonio con Eleonora era rimasta infatti fedele agli Aragonesi, preferendo una posizione neutrale.


Brancaleone si decide quindi a partire alla volta del Re di Spagna che lo accoglie con tutti gli onori. Ma mentre Brancaleone è occupato nel suo viaggio diplomatico, Eleonora non sta ferma ad aspettare.
A capo delle sue milizie difende intanto il suo territorio e conquista castelli e fortezze, costringendo gli spagnoli a rinchiudersi e resistere.

Le sue gesta però non mancano di arrivare puntualmente al Re spagnolo che ora iniziava a dubitare della fedeltà di Brancaleone il quale viene sempre più attenzionato fino ad essere imprigionato.

Eleonora riceve quindi una proposta di scambio: avere indietro suo marito in cambio di suo figlio Federico che sarebbe dovuto crescere alla corte spagnola. Brancaleone stesso avrebbe portato alla moglie l'ambasciata e, per il resto, però avrebbe dimorato, in custodia, nel Castello di Cagliari. 
Il Castello di
Eleonora d' Arborea,
Sanluri.
credit: wikipedia

Nel frattempo Eleonora però aveva riconquistato Oristano, punito gli assassini del fratello e ristabilito l'antica legge ed organizzazione del Regno. Riunita la Corona de Logu, l'assemblea elettiva, le aveva fatto giurare fedeltà al figlio Federico di cui ne aveva assunto la reggenza.

Quando l'anno seguente finalmente Brancaleone propone le condizioni di scambio, Eleonora rifiuta categoricamente di consegnare suo figlio Federico di fatto già investito come futuro sovrano.

Lo scontro d'armi diventa inevitabile. Il re di Spagna pur avendo come ostaggio Brancaleone però si rende conto che non conviene uno scontro diretto, infatti Eleonora nel frattempo aveva riconquistato gran parte del territorio isolano e agli spagnoli non rimanevano che Cagliari ed Alghero. In effetti Eleonora costrinse gli aragonesi ad una dura resistenza asserragliati nel Castello di Cagliari che veniva sorvegliato e depredato in continuazione. Una strategia di attacco e indebolimento che non sfociò mai in guerra aperta, per volontà del re spagnolo, ma che durò ben due anni.

Pietro Alfonso d'Aragona
detto il Cerimonioso
Nel 1836 Eleonora decise quindi di far evadere il marito ma il progetto viene scoperto e la resa diventa l'unica soluzione.
Mentre si trattano le condizioni della pace che in realtà riconoscevano molte delle istanze che Eleonora reclamava per il popolo, le leggi e le tradizioni della sua terra, il re Pietro IV, il Cerimonioso, muore. Gli succede il figlio Giovanni che rivede al rialzo tutte le clausole tra cui la liberazione di Brancaleone Doria condizionata alla piena applicazione delle altre che a differenza del precedente patto risultavano questa volta estremamente dure per Eleonora e il suo feudo.

Eleonora doveva anche restituire tutti i castelli armati e riarredati con i soldi della famiglia Doria prima di riconsegnarli agli aragonesi. Doveva sciogliere il popolo dal giuramento al figlio e pagare il censo feudale dai tempi di suo padre.

Il Regno d'Arborea inoltre veniva riconfermato alle loro concessioni ma se non ci fossero stati eredi, Federico infatti nel frattempo era morto ed era rimasto solo il secondogenito Mariano, il territorio doveva tornare al sovrano spagnolo.

La Pace di Cagliari fu firmata nel 1388.


il Giudicato d'Arborea
L'anno seguente il re di Spagna concede a Violante Carroz, contessa spagnola, la Contea di Chirra, un vasto territorio confinante con il Regno d'Arborea. Questo gesto riaccende malcontenti tra Eleonora e il re spagnolo perché la contea per legge sarebbe dovuta tornare al re che invece preferì darla ad una donna, la figlia di un suo fedelissimo e moglie di un suo esecutore.

Eleonora dopo aver rimostrato ufficialmente le sue contrarietà al re, si muove sul campo.
Dai monti della Barbagia fino al mare di Ogliastra smuove la popolazione che l'acclamava festante, riconquistando i territori persi; di nuovo agli spagnoli non rimangono che Cagliari e Alghero.

Il re spagnolo nonostante avesse proclamato nel 1392 Eleonora e Brancaleone ribelli e condannati a morte, non si decide però a mandare un contingente sull'isola per ristabilire la pace e con lo scoppio di nuovi tumulti in Sicilia perde ancora più tempo che Eleonora sfrutta tutto a suo vantaggio.

Decisa a riunificare l'isola sotto il suo casato, riorganizza politicamente, amministrativamente, giuridicamente il suo territorio. Riprende il progetto di suo padre Mariano IV ma lo modernizza. Scrive una nuova Carta de Logu nel 1395.

La Carta mette per iscritto gli antichi usi e tradizioni locali a cui tuttavia Eleonora non manca di dare una sua personale impronta “riformatrice”.

Stabilisce che le pene previste sia in caso di questioni pubbliche o tra privati siano stabilite da un'autorità pubblica, vietando un accordo di risarcimento privato. Le pene fisiche invece sono previste solo per i casi più gravi come quello di omicidio o lesa maestà.

Introduce il concetto di intenzionalità del reato commesso e quindi la differenza tra dolo e colpa.

Su tutto c'è la volontà di instaurare un principio di sovranità che regoli la pratica privata per quanto antica con l'obiettivo di formare una nazione sarda.

Particolare attenzione pone anche alla condizione femminile, istituisce infatti la comunione dei beni nel matrimonio, la salvaguardia della moglie e dei figli dal marito pignorato e soprattutto riconosce alla donna libertà di rifiutare un matrimonio riparatore dopo una violenza sessuale.

Riorganizzato così il suo territorio Eleonora prosegue la sua battaglia contro gli spagnoli che nel frattempo erano impegnati anche sul fronte siciliano.

Re Giovanni era da parte sua invece sempre più distante dai suoi impegni politici e preferiva cercare rifugio tra i balli di corte e la vita mondana e invece di organizzare una spedizione in terra sarda si sposta a Maiorca dove rimane vittima di una battuta di caccia. Gli succede il fratello Martino che è determinato a risolvere la 'questione sarda'.

Nel frattempo però sull'isola scoppia la peste di cui la stessa Eleonora rimane vittima, morendo intorno al 1404.
Quando nel 1409 gli aragonesi impongono il loro dominio sull'isola, applicano la Carta de Logu su tutto il territorio.

L'opera amministrativa di Eleonora d'Arborea Bas rimarrà in vigore fino al 1800 quando solo il codice promulgato da Carlo Felice la sostituirà definitivamente.

Per più di quattrocento anni Eleonora continuò a governare la sua isola, realizzando il sogno della sua casata: Nos Elionora per issa gratia de Deus Iudicissa d' Arborea, Comtissa de Gociano e biscontissa de Basso.


Ritratto di Eleonora d'Arborea,
Antonio Caboni, 1881.
Credit: Wikipedia


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Eleonora d'Arborea prima Giudicessa













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domenica 24 febbraio 2019

Arcangela Tarabotti- Una stella fissa condannata in un chiostro per sempre








Almanacco del 24 febbraio:


Fu battezzata il 24 febbraio Elena Cassandra Tarabotti nel 1604 ma non si conosce ad oggi la sua data di nascita, forse uno scherzo del destino poiché Elena "apparterrà al mondo" solo per pochi anni, verrà infatti introdotta in convento intorno al 1617 prima come educanda e poi come novizia. E tortuoso sarà quindi anche il suo cammino in convento visto che la sua famiglia decise per lei l'abito monacale.





Elena si sentirà sempre tradita dai suoi genitori tanto che riporterà nella sua prima opera letteraria questa terribile esperienza paragonandola a quella di un uccellino che se ne sta libero finché non viene accalappiato da una rete e privato della libertà. Ed Elena soffrirà molto la sua condizione tanto da avere spesso malanni che la costringeranno a continue cure ma che allo stesso tempo saranno anche la spinta a scrivere per denunciare una condizione, quella delle monacazioni forzate, che riguardava in realtà molte altre figlie della Serenissima.


Il fenomeno delle monacazioni forzate infatti era all'epoca uno strumento molto usato non solo a Venezia nonostante le linee del Concilio di Trento.


L' opera “La tirannia paterna” che verrà pubblicata solo postuma con il titolo di “La Semplicità ingannata” descrive proprio la cattiveria paterna nel destinare ad una reclusione perenne quelle figlie che per meri motivi economici, una dote conventuale era più sostenibile di una maritale, o estetici, poco attraenti per trovare un buon partito, subivano un destino di sofferenza.



Elena era zoppa, come suo padre, e forse per questo finì in convento oltre al fatto di poter dare alle sue sorelle, più piccole, l'opportunità di sposarsi, procrastinando la spesa delle doti che altrimenti sarebbe stata dilapidata anni prima.

Così a sedici anni, nel 1620 prese i voti ma fu consacrata solo ben nove anni dopo. Nacque così Suor Arcangela, nome con cui passerà alla storia e ai posteri grazie alle sue opere, frutto di un intelletto che ci ha regalato il quadro di un'epoca complessa in uno Stato, quello della Repubblica Veneziana, intriso di lusso, bellezza, ricchezza ma anche di ipocrisia e violenza.


Seppur poco nota Arcangela Tarabotti è ormai riconosciuta tra le grandi firme letterarie del Seicento veneziano al pari, e in alcuni casi anche maggiormente, di altri suoi colleghi ingiustamente più noti. Filo conduttore delle sue opere, solo 6 arrivate a noi, c'è la difesa delle donne che soprattutto in quel periodo erano bersaglio di disputa ed offese in quella che è passata alla storia come la così detta “querelle des femmes”. Suor Arcangela per quanto autodidatta seppe tener testa ai maggiori intellettuali dell'epoca e spesso dovette ricorrere alle Sacre Scritture per sconfessare una presunta inferiorità femminile con la quale si difendeva e perpetuava una condizione sociale, ed economica, di subordinazione all'uomo. 

Arcangela Tarabotti si sofferma in particolare in tutte le sue opere, almeno quelle arrivate fino a noi, sulla necessità di dare un'istruzione alle donne [1] afferma infatti “Permettete alla donna di frequentare la scuola, ammettetela nelle vostre università e vedrete s'ella non saprà professare quanto voi la magistratura, la medicina, la giurisprudenza e il resto”[2]. Tutelò le donne con una difesa dotta e precisa volta a riconoscere alle donne un animo umano, come nello scritto "Che le donne siano della stessa specie degli uomini", stesse possibilità d'istruzione che si tradurrebbero in stessi mestieri e guadagni, perché anche l'indipendenza economica era importante per una donna, insomma secoli prima di Virginia Woolf, una stanza tutta per se'.

E lei, Arcangela-Elena, ebbe davvero una stanza, anzi una cella, tutta per lei dove leggeva, anche libri messi all'Indice, scriveva, anche lettere agli accademici denigratori, pregava, perché nonostante tutto credeva e difendeva anzi le vere monacazioni che facevano bene alla religione.



Morì in convento a Venezia nel 1652 probabilmente per una bronchite a circa 46 anni, il 28 febbraio ma era entrata già tra le firme più lette dai suoi contemporanei anche se in seguito cadrà nel dimenticatoio fino al XX secolo quando si svilupperanno ricerche e studi alternativamente fino ai nostri giorni.
Qui puoi leggere il post su Arcangela Tarabotti 
Io ho dato il mio piccolo contributo alla sua storia e ai suoi scritti nel 2004 con la mia tesi di laurea,  e in seguito con articoli anche internazionali, (vedi l' articolo per la rete delle università inglesi Women's Network) nonché creando la voce su Wikipedia, con la volontà di contribuire alla riscoperta di una letterata, sì, ma soprattutto una figura di donna esemplare che con i suoi scritti ha così attraversato il tempo e le epoche per lei che non poteva essere “una stella errante, ma più tosto una stella fissa, condannata nel cielo di un chiostro per sempre” [3].


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[1] Silvia PALANDRI, "L'istruzione femminile nel pensiero di Arcangela Tarabotti", tesi laurea, Università Roma Tre, A.A. 2003-2004. 
[2] E.ZANETTE; “Suor Arcangela monaca del Seicento veneziano”, 1960, Istituto per la Coll.zione Culturale, pag. 224. 
[3] G. CONTI ODORISIO, “Donna e Società nel Seicento”, 1979, Bulzoni, pag. 216.




Bibliografia parziale ricavata dalla mia tesi, aggiornata:




E. A. Cicogna, Delle iscrizioni veneziane raccolte e illustrate, Venezia, Orlandelli, 1824.
G. Portigliotti, Penombre claustrali, Milano, Treves editori, 1930. 
E. Zanette, Suor Arcangela monaca del Seicento veneziano, Venezia-Roma, Istituto per la collaborazione culturale, 1960. 
G. Conti Odorisio, Donne e Società nel Seicento. Lucrezia Marinelli e Arcangela Tarabotti, Roma, Bulzoni editore, 1979. 
N. Costa- Zalessow, Scrittrici mistiche italiane dal XIII al XX secolo. Testi e critica, Ravenna, Longo Editore, 1982. 
F. Medioli, L'Inferno monacale di Arcangela Tarabotti, Trino, Rosenberg&Sellier, 1990. 
L. Panizza (a cura di), Women are no less rational than Men, Arcangela Tarabotti "Che le donne siano della spezie degli uomini", edited with an introductory essay by Letizia Panizza, London, Institute of Romance Studies, 1994. 
E. Weaver (a cura di), Satira e Antisatira, Francesco Buoninsegni, Suor Arcangela Tarabotti, Roma, Salerno editrice, 1998. 
L. Panizza, Women in Italian Reinassance Culture and Society, Oxford, Legenda, 2000. 
S. Palandri, "L'istruzione femminile nel pensiero di Arcangela Tarabotti", Tesi di Laurea, Università degli Studi Roma Tre, 2003-2004.
L. Panizza ( a cura di), Paternal Tyranny, Chicago, University of Chicago Press, 2004. 
L. L Westwater- M. Kennedy Ray (a cura di), Lettere familiari e di complimento, Torino, Rosenberg&Sellier, 2005.
S. Bortot (a cura di), La Semplicità ingannata, Padova, Il Poligrafo, 2008. 
M. K. Ray- L. L. Westwater, Letters Familiar and Formal (The other Voice in Early Modern Europe: The Toronto Series), Centre for Reformation and Renaissance Studies, 2012. 
Lynn Lara Westwater, A Rediscovered Friendship in the Republic of Letters: The Unpublished Correspondence of Arcangela Tarabotti and Ismaël Boulliau, Renaissance Quarterly, Vol. 65, No. 1, pp. 67-134, 2012.
G. Scarabello, "Venezia tre figlie della Repubblica Bianca Cappello, Veronica Franco, Arcangela Tarabotti", 2013.
S. Mantioni (a cura di), Che le Donne siano della spetie degli Huomini. Un trattato proto-femminista del XVII secolo, Capua, Artetetraedizioni, 2015.





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mercoledì 28 marzo 2018

Virtù più che virili. Le lettere di Beatrice Caetani Cesi (1557-1608)









Come visto con il volume Autografa II 
Qui puoi leggere il post suAutographa II
 sulle scritture di donne come Artemisia Gentileschi, Vittoria Colonna ed altre l'esercizio della scrittura femminile nel Cinquecento non era appunto mero esercizio ma concreto scambio di vedute, sentimenti racconti del vissuto proprio e dei propri cari ma le epistole autografe sono anche fonte di ulteriori spunti storici, sociali e culturali.

La presentazione del libro Virtù più che virili Le lettere di Beatrice Caetani Cesi (1557-1608) a cura di Caterina Fiorani si è svolta alla Biblioteca di Storia Contemporanea in Via Michelangelo Caetani nel palazzo Mattei di Giove che insieme ad altri edifici appartenevano ad un complesso proprio della famiglia Caetani.

Questo libro è il tredicesimo volume edito dalla casa editrice Viella della collana La memoria restituita- Fonti per la storia delle donne, diretta da Marina Caffiero e Manola Ida Venzo e che prende vita da un'iniziativa dell'Archivio di Stato e dell'Università La Sapienza di Roma sulle orme di un progetto del 2001: L'Osservatorio per la scrittura delle donne nel Lazio patrocinato dalla Regione Lazio.

Il volume si occupa di cinquantanove lettere di Beatrice Caetani, di cui quarantotto solo sono autografe, conservate all'Archivio di Stato di Roma. Onorato Caetani, infatti non volle bruciare le lettere di Beatrice che oggi sono quindi potute essere oggetto di studio. In queste lettere Beatrice parla poco dei figli ma lascia spazio comunque all'educazione da impartire mentre parla di suo marito, Angelo Cesi che morirà in Ungheria contro il turco in data ancora sconosciuta tra il 1569 e il 1570, e di lui ne esce il ritratto di un marito violento, violenza di cui tuttavia i suoi parenti sono a conoscenza. Beatrice sposa il Cesi, famiglia nobile molto importante, a diciassette anni. La sua data di nascita è stata finalmente identificata ed è il 1544, bambina dal carattere ribelle non è acquiescente con il suo precettore tuttavia si adegua a corrispondere all'educazione che si confà alla sua classe sociale e alla sua condizione di donna del Cinquecento.
La sua scrittura ci dice molto oltre che della sua vita, degli aspetti intimi, ci rivela anche però un sentore del tempo Beatrice infatti risulta avere confidenza con la scrittura ma usa molte univerbazioni (cioè l'unione grafica di due differenti parole in origine separate) soprattutto all'inizio della sua corrispondenza, molto meno invece saranno nelle ultime, questo denota senz'altro un'evoluzione che però non si nota in altri aspetti come ad esempio il linguaggio d'altronde alle donne veniva insegnato a leggere ma non si insisteva tanto nella scrittura.
Le lettere di Beatrice riportano i canoni dell'epoca, formule di apertura e chiusura ma questa rigidità formale non si riscontra però nei contenuti e nei temi trattati. L'epistolario d'altronde era un mezzo colloquiale e così Beatrice passa dal parlare di un cane bracco ricevuto in regalo ad un aborto per poi tornare a parlare del cane, questa disinvoltura di argomenti senza un filo per noi logico rende allo-a studioso-a di oggi molto difficile l'analisi. Si tratta infatti di un italiano parlato e non è quindi anomalo ritrovare elementi sintattici difficilmente costruiti proprio perché ci si trova di fronte a lettere che surrogavano un colloquio e nel parlato quindi non si può strutturare troppo un pensiero complesso a meno di perdere il filo del discorso.
La lingua usata da Beatrice nelle lettere che come detto sostituiscono un dialogo, è un italiano colorito da elementi regionali si presentano infatti in realtà in quello che si può definire un romanesco antico.
La Porta di Sperlonga
con lo stemma della famiglia Caetani
Il volume è poi introdotto da saggi di Manuel Vaquero Piñeiro che affronta la gestione dei territori della famiglia Caetani evidenziando come questa si sia evoluta con l'ascesa della casata e come altrettanto sia coincisa questa altolocatezza con l'aumento delle spese di 'casta' che hanno poi di fatto portato al lastrico la famiglia. Nel saggio “Terre e acque nella signoria dei Caetani di Sermoneta” Vaquero Piñeiro mette bene in evidenza le capacità gestionali della famiglia Caetani e dei loro sforzi “imprenditoriali” in favore di risorse che producessero una rendita e per incrementare i profitti, risorse che tuttavia non basteranno alla famiglia nel momento di massima ascesa sociale.

L'altro saggio introduttivo è affidato a Rita Cosma con la nota paleografica d'altronde come ricorda la direttrice della collana Marina Caffiero l'idea vincente della collana è proprio quella di far lavorare settori disciplinari diversi, l'archivista con lo storico e il linguista...





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mercoledì 7 marzo 2018

Marzo il mese della Storia delle Donne- The Women's History Month








Il mese della Storia delle Donne 'The Women's History Month' è iniziato con il 1 marzo; celebrato soprattutto negli Stati Uniti ma anche in Australia, Uk e Canada seppur in Ottobre.

Questa ricorrenza, le cui origini sono rintracciabili sin dal 1911 data della prima Giornata Internazionale delle donne, è diventata una Celebrazione formale negli Stati Uniti grazie alla legge del Congresso n. 100-9 nel 1987 che negli anni è stata poi confermata ed ampliata direttamente per volere dei vari Presidenti degli Stati Uniti susseguitesi nel tempo.

Si è scelto il mese che vede protagonista la Giornata Internazionale delle Donne, Marzo anche in Australia e in Uk anche se la loro adesione è molto più recente e risale solo all'inizio dell'attuale millennio.

Questo mese è quindi dedicato ad iniziative di ogni tipo volte a far conoscere l'apporto che le donne hanno dato alla collettività e che vede l'impegno di associazioni, enti privati e pubblici, mezzi di comunicazione, scuole, biblioteche ed aziende, tutte con un'attenzione particolare all'ottica di genere. 
L'intento è quello di celebrare e incoraggiare lo studio e la conoscenza del ruolo propulsivo delle donne nella società e nella storia.


Ogni anno è dedicato ad un tema, il primo del 1987 era quello sulle “Generazioni di coraggio, compassione e convinzione” o nel millennio “Un secolo straordinario per le donne 1900-2000” o ancora nel 2007 “Generazioni di donne che hanno portato avanti la storia” e ancora temi come le donne e l'arte o le donne e la tecnologia.

Quest'anno il mese è dedicato alle storie delle donne che non si arrendono e combattono contro le discriminazioni che colpiscono le altre donne.

In Canada invece si è pensato all'hastag #claimyourplace con il quale interagire con le iniziative e far sentire la propria testimonianza o scoprirne di nuove. 

Il paese ha scelto di dedicare il mese della Storia delle Donne però in Ottobre per celebrare un riconoscimento storico per le canadesi: l'eleggibilità al Senato.


Allora ecco la storia delle 'Valenti Cinque':

Nel 1916 l'attivista Emily Murphy cercando di difendere una donna dall'accusa di prostituzione fu cacciata dal tribunale di Alberta perché non era concesso alle donne assistere ad argomenti ritenuti scabrosi in presenza di uomini. Emily protestò facendo riconoscere la necessità di istituire quindi tribunali femminili. Divenne una giudice essa stessa ma durante la sua prima udienza fu delegittimata da un avvocato che appellandosi all'Atto della legge britannica per l'America del Nord non riconosceva le donne come delle persone. Emily fece ricorso e nel 1917 ebbe ragione dalla Suprema Corte che ricomprese le donne nella parola 'persone' presente nell'Atto.

Emily Murphy però volle che questa sentenza venisse riconosciuta in tutto il Paese così si candidò al Senato ma la sua candidatura fu bocciata in base alla legge del 1876 per cui le donne potevano essere soggette esclusivamente a dolori e a pene ma non a diritti.


Nel 1927 Emily cercò allora supporto in altre donne influenti e davanti ad un buon tè a casa sua propose una petizione con la quale si chiedeva al Governo federale se il Parlamento o il Governatore Generale in base alla legge britannica avevano il potere di nominare una donna al Senato.

Queste donne Emily Murphy, Nellie McClung, Louise McKinney, Henrietta Edwards e Irene Parlby firmarono l'atto e passarono così alla storia come le 'Valenti o Famose Cinque'.

Il Governo si appellò alla Corte Suprema chiedendo semplicemente se nella parola 'persona' si potessero intendere incluse anche le donne. La Corte si espresse nel 1928 affermando che sì le donne erano da considerare delle persone e in quanto tali eleggibili al Senato Canadese.

Emily tuttavia non si candidò ma l'anno dopo la prima senatrice fu eletta, Cairine Reay Wilson.

Emily e le altre Valenti invece sono state nominate Senatrici onorarie solo nel 2009.






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