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venerdì 3 ottobre 2014

Elisabeth Chèron, l'accademica che non chiese il permesso


Almanacco del 03 ottobre:


Elisabeth Sophie Chèron, autoritratto 1672.
Credits: wikipedia


In pieno Rinascimento le arti non erano solo appannaggio degli artisti alcune donne riuscirono ad eccellere e in quanto tali arrivarono lì dove non era consentito.
Anni prima che l’Accademia dei Ricovrati di Padova, oggi Accademia Galileiana di Scienze, Lettere ed Arti, fondata nel 1599 da Federico Baldissera Bartolomeo Cornaro, discutesse sulla opportunità o meno di permettere alle donne di essere membri dell’Accademia, nel 1694 Elisabeth Chéron fu ammessa con il nome di Erato, la musa della musica e della poesia.


Tanti erano infatti i talenti di Elisabeth Sophie Chèron , oggi per lo più è ricordata come pittrice ma era anche una fine musicista, suonava magistralmente i maggiori strumenti a corda e a tastiera dell’epoca e fu anche una apprezzata poetessa che non mancò di scrivere testi per composizioni musicali di altri autori. Studi degli anni 1930 hanno ipotizzato che Elisabeth Chèron avesse infatti scritto le parole per la musica composta da Jean-Baptiste Drouard de Bousset e da Antonia Bembo, musicista, compositrice e cantante italiana ma anch’essa assodata alla Corte di Luigi XIV.
D’altronde Elisabeth Chèron condivise la sua abilità e bravura con importanti personalità d'eccellenza, le faceva compagnia all’Accademia dei Ricovrati ad esempio Galileo Galilei; fu apprezzata inoltre dall’artista di Corte Charle Le Brun che la volle come membro dell’Accademia di Pittura e Scultura di Parigi nel 1672 per l’ammissione della quale preparò un ritratto della prima donna ad essere ammessa alla scuola: Catherine Girardon. In questa occasione esce, seppur in forma anonima, l’opera “La Coupe du Val- de- Grâce” in risposta all’opera “ La Gloire du Val- de- Grâce” di Molère , che esalta l'omonimo affresco fatto dall'amico Mignard, acerrimo rivale del suo maestro Le Brun.


Fu anche una attenta e accurata traduttrice, sapeva infatti sapientemente l’ebraico, il greco ed il latino.
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A corte conoscerà il marito, l’Ingegnere del re, Jacques Le Hay che sposerà nel 1692 e da allora sarà conosciuta anche come Madame Le Hay. Si dice che il matrimonio, avvenuto in tarda età, più che quarantenne, sia dovuto al fatto che il suo protettore politico, il Colbert, avesse ormai perso la sua influenza presso la Corte ed il Re e che quindi la signora Le Hay avesse bisogno di nuovi referenti politici. Questo matrimonio d’altronde non mancò di suscitare in effetti sorpresa e stupore tra le sue conoscenze, perché in tanti anni Elisabeth non aveva mai accettato proposte matrimoniali neanche da più giovani e avvenenti uomini. Essa stessa d’altronde definirà il suo matrimonio come “un’unione filosofica”.



Crebbe a Parigi dove nacque il 3 ottobre 1648 da Henri Chèron un calvinista che inculcherà il culto riformato alla figlia che tuttavia, anche spinta dalla madre, Marie Lefebvre, invece fervente cattolica, dopo un anno passato in convento decise di abbracciare la fede cristiana e nel 1668 di abiurare il calvinismo, suo fratello invece, anch’esso pittore, non volendo convertirsi dopo che il Re Luigi XIV aveva revocato l’Editto di Nantes, dovrà scappare e trovare rifugio in Inghilterra.
Il padre comunque sarà colui che la inizierà all’abilità di ritrattista e miniaturista, capacità che poi le valse la nomina a ritrattista di Corte.
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Ritratto di Elisabeth Sophie Chèron,
di  Étienne-Jehandier Desrochers.
Credits: Wikipedia
Morirà a Parigi nel 1711 a sessant’anni, quando ormai però riceveva già, tra i pochi, una pensione dalla Corte.
Sulla sua tomba, che si trova nella Chiesa di San Sulpizio a Parigi si può leggere: “Il possesso straordinario di due formidabili talenti renderà Chèron un ornamento della Francia in ogni epoca. Niente poté, tranne la grazia del suo pennello, euguagliare le eccellenze della sua penna”.
















Opere:


"Livre des Principes à Dessiner", 1706; (Libro sui principi del disegno).
"Psaumes et Cantiques mis en vers", 1694 ; (Salmi e Cantici messi in versi).
"Le Cantique d'Habacuc et le Psaume, traduit en vers" ; (Il Canto di Habacuc e I Salmi, tradotti in versi).
"Les Cerises Renversées", piccolo poema pubblicato postumo nel 1717 e poi messo in “Versi Latini” di Rauxa nel 1797.


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mercoledì 16 luglio 2014

Maria Teresa, la germanista delle donne


Almanacco del 16 Luglio:


"Donna che legge con parasole", Henri Matisse.




Nasce oggi, il 16 Luglio del 1933 Maria Teresa Morreale, la linguista e germanista a cui si devono la traduzione dal tedesco di importanti opere di donne e non.

Si laurea alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo e si trasferisce subito in Germania, a Colonia dove approfondisce la cultura tedesca iscrivendosi alla facoltà di Filosofia nella Università colona ed insegnando italiano presso l’Istituto Italiano di Cultura. Si sposta poi a Bonn dopo aver vinto una borsa di studio all’Alexander von Humboldt- Stiftung ma non arriva al suo termine perché di lì a poco viene nominata assistente all’Università di Palermo nella Facoltà Magistrale dove si dedica in particolare al periodo del Romanticismo tedesco.

Alla fine degli anni ’70 del XX secolo, si trasferice ancora, questa volta a Mogadiscio dove insegna italiano all’Università Nazionale Somala grazie ad un progetto del Ministero degli Esteri. Tornata in Italia torna ad insegnare a Palermo alla Facoltà di Lingue Straniere e aderisce all’Associazione Docenti Italiani di Lingua Tedesca A. D. I. L.T. di cui rimarrà per molti anni la responsabile a livello regionale. Nel 1982 diventa professore associato.

La sua ricerca linguistica la porta negli anni a spaziare, toccando diversi aspetti dal rapporto tra storia della letteratura e scienza della letteratura tramite lo studio delle opere di Gervinus fino alla letteratura di viaggio, dalle opere teatrali di Brecht alla narrativa tedesca dell’Ottocento. Ma la sua attenzione si concentrerà anche sulle opere delle scrittrici di lingua tedesca e sulla Frauenfrage (questione femminile).
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Nel 1975 inizia la sua collaborazione con la rivista DWF Donnawomanfemme scrivendo un articolo sul romanzo “Malina” della poetessa e scrittrice austriaca Ingeborg Bachmann, dal titolo “Malina o la sopraffazione dell’io femminile” in cui analizzando l’opera della scrittrice austriaca osserva quanto l’essere donna porti ad una condizione di isolamento per il solo fatto di essere nata donna.
Qui puoi leggere
 il post su
 Hedwig Dohm
Nel 1976 invece scrive il saggio, di quasi venti pagine, su Nietzsche e le donne, intitolato appunto “Nietzsche e le donne, secondo una femminista tedesca della fine dell'Ottocento” in cui traduce integralmente l’articolo di Hedwig Dohm uscito nel 1898 sulla rivista berlinese "Die Zukunft" e passa ad introdurlo sottolineando come Nietzsche, aperto e riformatore della morale quando si tratta delle donne non concepisce alcuna emancipazione perché vede nella donna solo uno strumento di piacere e discendenza dell’uomo. Sempre dello stesso anno interessante è anche l’articolo- dibattito uscito sulla stessa rivista: “Dibattito (Chi, per chi, come. La ricerca scientifica dalla parte della donna)” in cui Maria Teresa e le altre redattrici si confrontano e discutono sulle difficoltà per delle ricercatrici di attuare i loro studi in un sistema disciplinare concepito da e per uomini.

L’anno successivo è la volta del saggio su “L’Istruzione femminile nelle due Germanie” e ancora “Donne e letteratura in Germania. Annotazioni e spunti sulla cultura tedesca del Settecento” sul Quaderno, vol. 14, Istituto di Lingue e Letterature straniere, che uscirà poi nel 1981 con il titolo di “Nate per leggere. Annotazioni sulla cultura tedesca del Settecento”.
Nel 1982 esce il saggio dedicato alla scrittrice e drammaturga Ilse Langner intitolato “Ilse Langner: teatro, prosa, racconti di viaggio”. Nel frattempo collabora anche con la rivista Leggeredonna e con l’Università di Pavia e il CNR partecipa alla realizzazione del volume “Dal salotto al partito. Scrittrici tedesche tra rivoluzione borghese e diritto di voto” a cura di Lia Secci del 1982, in cui fornirà importanti contributi su Hedwig Dhom, Helene Lange e Luise Büchner avendo nel 1981 scritto la nota finale della ristampa del volume “Luise Büchner. Die Frauen und Ihr Beruf”.

Partecipò poi nel 1982 al IV Congresso Internazionale di Studi siciliani con una relazione su “Luise Büchner, un’intellettuale dell’Assia”, nel 1984 riprendendo la figura della poetessa Ingeborg Bachmann, da lei conosciuta personalmente, scrive un saggio sull’autrice e le sue Lezioni francofortesi. Nel 1986 partecipa al Seminario su Georg Büchner con la relazione “La Kato-Rede di Georg Büchner nel ricordo di sua sorella Luise” ed infine nel 1988 pubblica il libro “Luise Büchner: un poeta” (Ein Dichter). 

"Scrivania e libri", Renato Guttuso.
La nota germanista continuerà poi il suo percorso da studiosa appassionandosi ad altri temi legati alla cultura tedesca e morirà nel 1996 a Palermo, il 14 Febbraio.





Opere:

"Nate per leggere. Annotazioni sulla cultura tedesca del Settecento", Palermo, Ed. Dante, 1981.

"Dal salotto al partito. Scrittrici tedesche tra rivoluzione borghese e diritto di voto", SECCI L. (a cura di), Roma, Ed. Savelli, 1982. Ristampa del 2007 a cura della casa editrice Artemide.

"Le lezioni francofortesi di Ingeborg Bachmann", Palermo, Ed. Università, 1984.

"Luise Büchner: un poeta", Roma, Ed. Daga, 1988.

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Opere su Maria Teresa Morreale:
  
SCHWAB Ute, DOLEI Giuseppe "Viaggio nel tempo: studi dedicati alla memoria di Maria Teresa Morreale", Ed. CUECM, 2003.



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mercoledì 4 giugno 2014

La "Chiara" arte della Guerra

Almanacco del 04 Giugno:

Giovanna d'Arco bacia la spada della Libertà, Dante Gabriel Rossetti,1863. 

Nasceva oggi nel 1515, il 4 Giugno a Lucca, Chiara Matraini,  da Benedetto Matraini e da Agata Serantoni.
Emblema di raffinata poetessa ma anche sorprendente esperta dell'arte marziale, fine osservatrice della realtà e delle necessità sociali adatte a far riuscire nella vita, concilierà le spinte di realizzazione personale con una visione imperniata dalla religione, come tipico dell’epoca.

Di famiglia piccolo borghese, erano commercianti di seta originari di una delle quaranta frazioni di Capannori, in provincia di Lucca, Matraia appunto da cui deriva il nome familiare. Facenti parti dei piccoli commercianti di Lucca, i suoi parenti furono interpreti della “rivolta degli straccioni” con cui i piccoli e medi commercianti, nel 1531, chiedevano al governo cittadino più rappresentanza e quindi più potere commerciale nell’ambito degli scambi soprattutto della seta, materia di scambio importante per Lucca, per contrastare il potere ascendente dei grandi commercianti lucchesi nel settore. Questa rivolta tuttavia non portò ai risultati sperati e anzi i congiuranti furono messi a morte o esiliati, tra questi i fratelli di Chiara, Ludovico, condannato a morte e Louiso che imprigionato, morì in carcere mentre lo zio paterno Rodolfo, con cui Chiara era cresciuta in quanto orfana paterna, decise opportunamente di ritirarsi dalla vita pubblica per sottrarsi a situazioni di pericolo per se’ e per la sua famiglia.
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Chiara nel frattempo si era sposata proprio nel 1531 con un rappresentante di un’altra importante famiglia lucchese di commercianti di seta i Cantarini, da Vincenzo ebbe poi un figlio, Federigo nel 1533. Nel 1542 rimase vedova e si legò dapprima ad un giovane che fu poi trovato assassinato, Graziani, e dal 1560 a Cesare Coccapani, nobile di Carpi.


Frontespizio dell'Opera di Chiara Matraini del 1595.
La sua fama di poetessa era nota in città già dopo il suo matrimonio col Cantarini come apprendiamo da quello che scrive Vincenzo Tagliuoli: “Chiara, luce e splendor del secolo nostro, che al ciel alzate il bel tosco idioma,[...],non vengo là dove il desio mi scorge, alto a cantare i vostri eterni honori. Maraviglia non fia,.., che vostra fama tanto in alto sorge, che trapassa del Serchio i grandi allori”[1] tuttavia i suoi componimenti troveranno pubblicazione molti anni dopo solo negli anni ’50 del 1500.  Le sue prime opere poetiche pubblicate risalgono infatti al 1555 con le sue Rime dove troviamo accenni della sua storia d’amore con Bartolomeo Graziani e l’anno seguente tradurrà dal latino al volgare “Orazione d'Isocrate a Demonico figliuolo d'Ipponico” sui costumi che si addicono ai giovani nobili mentre a Venezia vengono rieditate le Rime pubblicate a Lucca l’anno prima. Le sue ultime opere  invece si ravvisano in un arco di tempo di trent’anni infatti solo nel 1581 escono le sue Meditazioni sprituali e qualche anno più tardi le “Considerazioni sopra i sette salmi penitenziali del Gran Re e profeta David” del 1586 e quattro anni dopo “Breve discorso sopra la vita e laude della Beatissima Vergine e Madre del Figliuol di Dio”  ed infine nel 1602 la sua ultima opera edita “Dialoghi spirituali con una notabile narrazione alla grande Academia de' Curiosi e alcune sue rime e sermoni”. Mentre le sue prime opere, le Rime, verranno ripubblicate ancora una volta nel 1595 con una parte inedita di poesie ed epistolari.

Nei periodi in cui non era impegnata nello scrivere o pubblicare le sue opere era presa da avvenimenti familiari come la disputa per questioni economiche con il figlio Federigo che la farà risiedere per un breve periodo a Genova oppure era alle prese con sue esigenze pratiche e religiose allo stesso tempo, quando si fece costruire nella Chiesa di Santa Maria Forisportam una cappella la cui decorazione fu affidata all’opera di Alessandro Ardenti prima e di Francesco Cellini poi, il quale terminò il quadro dell’ Augusto e la Sibilla in cui le sembianze di quest’ultima erano proprio, si dice, quelle di Chiara Matraini, la committente.

"Hip, hip, hurra!", Peder Severin, 1888.
La sua fama di poetessa interessò la città di Lucca ma fu nota e apprezzata anche nella vicina città di Pisa, e i suoi incontri e antesignani “salotti” che Chiara organizzava ora in questa ora in quella città e che le valsero una fama notoria di poetessa in entrambe le località, precedendola nella pubblicazione delle sue opere, le portarono però anche uno scandalo nel 1547 quando prese l’abitudine di organizzare incontri, anche con gente pisana, che in realtà non erano che momenti di condivisione letteraria o di onesta ricreazione come racconta nella lettera alla Signora Batina Centuriona: “racconterò ancora io a lei alcuni onesti piaceri avuti in una lieta brigata di giovani donne, insieme ai loro mariti in una vicina villa di una di queste.”[2] “Onde levatoci in piedi e lavateci le mani, ponemmoci a mangiare (in giardino) al canto di vari uccelli, [...], e poiché tra così nobile e virtuosa compagnia si ritrovavano alcuni eccellenti Musici, essi con dolcissime voci, e concordevoli suoni, la sottoscritta canzonetta lietamente cantarono, [...]. finito il madrigale ci ponemmo a fare alcuni sonetti, e dilettuosi giochi[...]” [3].
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Chiara Matraini si rivelò sì una apprezzata poetessa e delicata rimatrice ma dal suo epistolario si evince anche una stratega militare e prima che l’opera di Sun Tzu dell’arte della Guerra potesse arrivare alla conoscenza degli uomini e donne del 1500. 
Raro per una donna, Chiara si esprime sulle caratteristiche necessarie al valoroso guerriero parlando e portando ad esempio Giulio Cesare, Annibale, Marco Aurelio, Alessandro Magno: “Bisogna adunque, a voler essere ottimo guerriero, havere intelligenza dell’arte militare, e saper ben conoscere le qualità de’ tempi, le nature dei luoghi, e le condizioni dei nemici, e saper, con astuzia attraversar le strade, dei loro disegni [...]”[4] ma non di meno, e non potrebbe essere altrimenti, è importante l’intelletto e la cultura che affiancata al coraggio e all’intelligenza rende la valenza militare elemento essenziale alla difesa della civiltà, della patria e della politica: “non si può già negare, che l’armi non apportino grandissimo giovamento alla vita civile, se in beneficio della patria e in conservazione della politica si vengono ad esercitare.”[5] Ma sono le scienze lo strumento con cui guidare le armi: “Le buone scienze sono quelle, che mostrano altrui in qual modo si debba servar la giustizia, così nelle private, come nelle pubbliche cose, dando sempre a ciascuno, quello che debitamente gli si conviene”[6] e a suo figlio infatti tra le cose che raccomanda come si conviene ad una madre attenta e premurosa nonchè colta e sensibile, ricorda e raccomanda che subito dopo seguire i precetti del Signore, sono le scienze gli strumenti più adatti a concretizzare le cose importanti della vita e per questo: “Sempre che sarai libero dai tuoi importanti negozi, attentamente attendi all’onorato studio delle migliori scienze: perché il frutto, che da esse si raccoglie, è molto più prezioso che qual si voglia tesoro che si possa nel mondo acquistare. Né ti debba parer mai grave l’andar lontano per poter alcuna cosa buona e onorata imparare”[7].

Chiara Matraini invece non avrà bisogno di andar lontano per conoscere nè per farsi apprezzare e resterà a Lucca dove morirà nel 1604, l’ 8 novembre, venendo tumulata nella cappella che lei stessa aveva fatto costruire nella chiesa di Santa Maria, fuori le mura medievali di Lucca, ora nel pieno centro della città.

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 Biografie ( recenti):

MARCHESCHI Daniela, "Chiara Matraini. Poetessa lucchese e la letteratura delle donne nei nuovi fermenti letterari  del'500", Ed. Pacino Fazio, 2008.




[1] “Lettere della Signora Chiara Matriani, gentildonna luchese,  con la prima, e seconda parte delle sue Rime”, Ed. Vincenti e Bufdraghi, 1595, pag. 64.
[2]  Ivi, pag. 37.
[3] Ivi, pag. 38.
[4]  Ivi,“Lettere della Signora Chiara Matriani, gentildonna luchese, ...”, Op. Cit., pag. 3.
[5] Ivi, pag. 4
[6] Ibidem
[7] Ivi, pag. 29.

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martedì 18 marzo 2014

La Pistoiese che sfidò Petrarca

Almanacco del 17 Marzo:
poesia poetesse erudite Arcadia
Corilla Olimpica cinta d'Alloro


Colei che rimando, le “cantò” ai poeti più famosi, incoronata d’alloro suscitò invidie e maldicenze che ne condizionarono la vita più di quello che poterono i suoi talenti.

Maria Maddalena Morelli, nacque a Pistoia il 17 Marzo 1727 dal musicista, violinista Jacopo e da Maria Caterina Buonamici. Ebbe un’educazione sufficiente a far emergere fin da giovane età il suo talento d’improvvisatrice letteraria nel collegio salesiano di Pistoia . Conobbe la Principessa Vittoria Rospigliosi Pallavicini a Firenze dove si era trasferita nel 1746 per dar lustro ai suoi talenti, che la vorrà con se’ a Roma dove la sua fama raggiunse i massimi livelli vedendola iscritta all’Accademia dell’Arcadia con il nome di Corilla Olimpica nel 1771.
Ma Maria Maddalena volle portare le sue rime e i suoi talenti alla conoscenza dei molti così si trasferì a Napoli e lì rimase per circa dieci anni. Qui la Principessa di Colobrano, Faustina Pignatelli, la prese a ben volere e ne incoraggiò le attività culturali. Maria Maddalena prese allora coraggio e sfidò addirittura il Metastasio in una gara di improvvisazione, il quale comunque declinò l’invito ma rimase colpito e ammirato dalla poetessa Maria Maddalena che gli scrisse “Dalle felici gloriose sponde” nel 1751 quando entrò anche all’Accademia degli Agiati di Rovereto come Madonna Damerille.
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 Il suo soggiorno partenopeo le valse le ammirazioni dei letterati più importanti e conosciuti come Zanotti e Passeri con i quali ingaggiava “duelli” a distanza ma le valse anche un marito, il Segretario di Guerra spagnolo Ferdinando Fernandez con il quale si sposò ed ebbe un figlio, Angelo che però lasciò a Napoli per far ritorno a Roma nel 1760, presso la Principessa Rospigliosi Pallavicini, per ampliare la sua fama di poetessa improvvisatrice.
Di lì a poco tuttavia si trasferì nuovamente prima a Pisa, dove incontrò il famoso tombeur de femmes, Giacomo Casanova, poi  a Siena dove fondò  una sua Accademia, l’Ordine dei Cavalieri Olimpici nel 1761, poi ancora a Parma e a Bologna, a Venezia e di nuovo a Bologna fino ad Innsbruck, Inspruch, invitata da Francesco I alla corte austriaca, la Corte Imperiale, nel 1765 in qualità di Poetessa Laureata in occasione del matrimonio del Gran Duca Leopoldo di Toscana con l’Infante Maria Luisa di Spagna.


L’anno seguente riceve un’altra nomina, a membro dell’Accademia Clementina nel 1766. Trasferitasi permanentemente a Firenze su invito personale del Granduca Leopoldo, creò presso la sua abitazione un salotto frequentato dai più importanti letterati ed artisti internazionali, come anche il giovanissimo Mozart portato in giro per l’Italia dal padre Leopold per il “Grand Tour” come era di moda all’epoca.

Nel 1771 fu ammessa all’Arcadia come Corilla Olimpica e solo pochi anni più tardi fu nominata per ricevere la “Coronazione”, che fino ad allora era stata concessa solo a Petrarca, al Tasso e al Perfetti.  
Lo stesso Papa Pio VI, acconsentì alla sua nomina prima di Nobile Romana e poi alla Coronazione d’alloro in Campidoglio ma: “[...] Vuole però, che a tal Funzione precedano quegli esperimenti, che furono praticati nella Coronazione dell’inclito nostro Compositore ALARO EUROTEO; [...]  Gli esperimenti si riducano a dodici temi da proporsi alla Poetessa da dodici Pastori Arcadi, che dovranno da voi deputarsi”.[1] Così Corilla Olimpica fu sottoposta, dopo proposta di Coronazione, all’esame di dodici Pastori su altrettante materie in tre sezioni diverse: “Il Custode propose la lista di trenta Arcadi, tra i quali  si poteano scegliere i Dodici Esaminatori, che in tre sezioni separate dovessero dare a Corilla un argomento sopra la Scienza o Arte, che sarebbe stata loro assegnata secondo l’ordine, che si vedrà [...]”[2]; quindi: “Quindi si corse il bussolo, ed eletti che furono per partito segreto gli Esamonatori, vennero loro assegnate le rispettive materie [...]”[3].
Tuttavia la sua nomina, non fu accolta solo da clamore e curiosità ma ebbe tanti detrattori, primo fra tutti il famigerato Pasquino ma anche i gesuiti, fieri oppositori del neo eletto Papa Pio VI. 

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Nonostante il suo esame si volse alla presenza di tantissima gente accorsa ad ammirare la celebrata capacità poetica di Corilla e alla presenza di persone importanti ma anche qualificate: “Non solo la consueta sala preparata per la Funzione, ma anche le camere contigue si riempirono di Letteratura e di Nobiltà, oltre diciotto Dame, ed alcune Principesse”[4], la sua Coronazione destò malcontenti, calunnie e addirittura molti suoi sostenitori ritennero più saggio toglierle la loro protezione e amicizia, tanto che Maria Maddalena si rifugiò di nuovo a Firenze.
Solo l’anno dopo, anche con la pubblicazione degli “Atti della Coronazione di Corilla” il malcontento si placò ma rimase molta amarezza in Maria Maddalena soprattutto per il comportamento poco leale di alcuni suoi sostenitori. 



Dedica dell'opera che il Miollis volle per la morte di Corilla.
L’incoronazione comunque fu spettacolare ed avvenne in Campidoglio dopo che: “Noi infrascritti Pastori Arcadi Deputati dal seggio Collegio d’Arcadia sotto il 26 Luglio 1776 a fare l’Esperimento del poetico valore dell’inclita ed erudita Pastorella Corilla Olimpica signora Donna Maria Maddalena Morelli Fernandez Pistojese, in preliminare della solenne Coronazione in Campidoglio [...] attestiamo di averla interrogata ciascuno di noi sopra una delle infrascritte materie scientifiche e letterarie, e di aver ascoltato le di lei risposte dateci estemporaneamente in vari metri toscani, con solo con  mirabile poetico entusiasmo, ma ancora con pienezza di erudizione, con eleganza e purità di lingua, e con sorprendente felicità di stile, dimodoche di comun sentimento giudichiamo l’incomparabile Poetessa superiore al sesso, eccellente nel canto Estemporaneo, e dotata di ingegno così straordinario e sublime, che ben si rende degna del cospicuo onore della Laurea Capitolina accordatele dalla Sovrana Autorità a maggior incremento delle buone Lettere Italiane,, e a perpetua gloria dell’Arcadia e di Roma”[5]. 
In Campidoglio, verso sera, Maria Maddalena Morelli Fernandez, Corilla Olimpica: “ [...] indi inginocchiatasi innanzi ai signori Conservatori,..., ricevé sul capo dalle mani del primo di essi la Corona d’alloro [...]”[6] e “ricevuta che ebbe la Laurea, Corilla, levassi, in piedi, e si portò a sedere nella sedia a lei preparata sul piano del trono istesso”[7].
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Così però dopo gli allori, Maria Maddalena dovette quasi fuggire da Roma, per le grandi proteste e rimostranze dei suoi detrattori e si rifugiò nella sua città, Firenze, dove vi restò per il resto della sua vita, e dove continuò a coltivare uno dei suoi talenti più spiccati, oltre la musica, appunto l’arte dell’improvvisazione poetica che le valse tanta fama e riconoscimenti come quello di Caterina II di Russia che la invitò presso la sua corte ma che non ebbe seguito per motivi di salute, infatti Maria Maddalena ormai era debilitata e messa a dura prova anche da disgrazie finanziarie, tanto che nel 1782 la stessa Imperatrice Caterina II le riconoscerà una pensione; si mosse solo per passare l’inverno a Napoli nel 1785 invitata dai regnanti Ferdinando IV e Carolina delle Due Sicilie per i quali aveva scritto un componimento per la loro visita a Firenze.

Continuò tuttavia, nonostante i problemi di salute, a comporre per i sovrani e per celebrare gli avvenimenti più importanti della vita pubblica e della sua vita privata e nel 1793 fu mecenate di un’altra poetessa Teresa Bandinetti Landucci, la Pastorella Amarilli Etrusca, in cui rivedeva doti da incoraggiare e promuovere e per la quale scrisse il sonetto Anglico e piccol dono nel 1793.
Di  lì a poco fu colpita da apoplessia e tre anni dopo morirà a Firenze nel 1800, l’8 Novembre, lasciando alla Chiesa della Madonna dell’Umiltà di Pistoia la sua Corona d’alloro. Sarà seppellita nell’oratorio di San Francesco di Paola.

Madame de Staël, si ispirerà a lei e alla sua figura per scrivere “Corinne o  l’Italie”, romanzo del 1807, considerato il primo romanzo della letteratura femminile dell’Ottocento, che vede come protagonista proprio una poetessa che incontra un ragazzo inglese.  Corinna, la protagonista diventa l’emblema dell’emancipazione femminile nella cultura europea, quando Napoleone ormai da anni con il suo nuovo codice l’ha invece nuovamente rilegata a figura sociale e familiare di secondo piano.
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Maria Maddalena Morelli, Fernandez, Corilla Olimpica dedicò la sua vita alla sua Arte, fu figura dirompente, sposata, lasciò marito e figlio pur di realizzare la sua vocazione di poetessa, arrivando ai più alti livelli, e forse per questo non fu perdonata ma che tuttavia comunque fu protagonista:  “[...] d’un meraviglioso fenomeno accaduto ai nostri giorni, cioè, che una Gentildonna Poetessa abbia potuto farsi rivale del Petrarca, e del Tasso col meritare la Corona Capitolina, [...]”[8] , “[...] dalla pubblica autorità per mano del Senato Romano l’onorificenza perenne dell’ Alloro Capitolino, di quell’ Alloro, che Roma sola dispensa al vero Merito e alla Virtù, che passa nome di chi lo porta alla più tarda posterità, e di cui niuna Donna finora giunse su questo luogo a porersene le chiome fregiare”.

E così celebriamo ed onoriamo colei che per tutte noi è arrivata al massimo riconoscimento, con uno dei componimenti che per lei scrissero i più importanti membri dell’Arcadia e non, chiamati a festeggiare e celebrare la sua Coronazione; questi sono i versi che la Contessa Massimilla Paradisi, membro degl’ Ipocondriaci di Reggio con il nome di AGLAURO scrisse per commemorarla, e anche noi tramite lei:

 Sonetto

“ Del Sesso nostro i vanti Invidia vede,
E bieca gli dissimula, e gl’invola:
Tace le illustri nell’Aonia scola,
Tace le chiare in armi, o in regia sede;

Ma tu non tacerà, cui Febo diede
L’arti, onde a chiare eternità si vola,
Dama immortal, che a render basti sola
Del femmineo valor splendida fede.

Ecco festivo il Campidoglio attende
Il trionfal tuo Cocchio; e il sacro Alloro
Sovra le bionde chiome ecco ti splende.

De’ Vati assorge a te lo stuol canoro;
e Febo te, cui divo onor si rende,
Decima aggiunge delle Muse al Coro.”





[1] “Atti della Coronazione di Corilla”,Parma, Stamperia reale di Parma, anno MDCCLXXIX, Pag. 36.
[2] Ivi, pag. 38.
[3] Ibidem.
[4] Ivi, pag. 45.
[5] Ivi, pag. 49.
[6] Ivi, pag. 58.
[7] Ivi, pag. 59.
[8] Ivi, pag. 21.

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giovedì 13 marzo 2014

La Contessa salottiera


Almanacco del 13 Marzo:



divenne una delle donne più illustri amate ed ammirate
Ritratto della Contessa Chiara, Clara, Maffei, di Francesco Hayez.




Fu donna dotta e seppur non scrisse mai opere se non epistole per i suoi più intimi familiari ed amici, fu una figura essenziale nel Risorgimento italiano, per la politica ma anche per le Arti.

La contessa Chiara Carrara Spinelli, all’anagrafe Elena Chiara Maria Antonia, nacque il 13 Marzo 1814 a Bergamo dal Conte Battista Carrara Spinelli, poeta e pedagogista illustre e da Ottavia Gambara, discendente della famosa poetessa cinquecentesca Veronica Gambara, come anche fu poetessa sua nonna, Chiara Trinali.

Nel 1823 fu mandata al Collegio degli Angeli a Verona per essere educata sotto la guida della Contessa Mosconi, con la cui figlia strinse una affettuosa e duratura amicizia, mentre il padre si trasferiva a Milano dopo essere stato lasciato dalla moglie fuggita per seguire un altro uomo. Chiara nonostante l’abbandono materno sarà sempre legata alla mamma a cui vorrà sempre bene e svilupperà anzi una sorta di adorazione quando anni dopo riprese a frequentare l’abitazione dove Chiara abitava anche se poi morì di lì a poco.
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Terminati gli studi raggiunse il padre a Milano per perfezionare la sua educazione ma qui incontrò un poeta molto noto ed apprezzato di cui si innamorò, scegliendo perfino di cedere il suo titolo aristocratico di Contessa, pur di sposarlo. Il giovane poeta era Andrea Maffei, anch’egli di nobili origini ma non di lignaggio pari alla Contessa che sposandolo decadeva dal titolo.  Purtroppo però Maffei non era uomo portato al matrimonio e si dimostrò più volte poco attento alle esigenze della moglie, della vita coniugale e al rispetto che questa meritava, una volta arrivò perfino a dimenticarla ad una festa dove erano giunti insieme ma dalla quale lui si era allontanato avendo probabilmente “altri impegni”.
Il loro matrimonio naufragò qualche anno più tardi dopo la morte della loro unica figlia, Ottavia, nel 1846. Chiara rimarrà sempre molto toccata a questo rapporto e affranta dalla fine del suo matrimonio, del suo sogno d’amore e anche se avrà poi un compagno che le rimarrà accanto per molti anni, in lei rimarrà sempre una profonda delusione per non aver potuto crearsi una famiglia: “Non illudetevi sull’isolamento degli affetti legittimi e domestici; nulla li sostituisce. Nulla li sostituisce, ve lo dico io, che fui e sono circondata di tanta società, di non pochi veri amici, che tanto intensamente amai, e trovai forti e forse eccezionali affezioni! Mi chiamano madre, sorella; ma pur troppo, vi è sempre qualche cosa che vi avverte non essere che amorosi inganni e illusioni quei dolci nomi. L’amicizia è molto, ma non è tutto!”[1]. La loro separazione tuttavia avverà in ottimi rapporti, Chiara infatti gli scriverà: “Addio, Andrea mio: esco da questa casa coll’animo addolorato, ma almeno tranquillo, poiché so che ci lasciamo con dell’affetto e della stima reciproca. Addio; vivi coi nostri amici, con quelli che in questa circostanza furono il nostro sostegno e santificarono, quasi, col loro ajuto un passo per sé stesso fatale, ma per me inevitabile e necessario se non alla felicità, almeno alla soddisfazione di tutti e due. Ricordati ch’io ti lascio ma non t’abbandono, e che in ogni circostanza triste della tua vita io ti sarò vicina come una sorella. Non dubitare di queste mie parole poiché sai che non ho mai mentito e che posso garantire della profondità de’ miei sentimenti”[2].

La loro casa tuttavia, prima della deriva della loro unione, fu teatro di un’élite di intellettuali ed artisti di fama internazionale a cui Chiara, che continuava tuttavia ad essere chiamata Contessa, dava ospitalità e si rivolgeva comunque da pari, perché se non scriveva aveva comunque un retaggio culturale familiare assai importante e il suo modo di essere e di porsi lo manifestava per lei.
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"Valenza Gradenigo davanti al padre inquisitore", F. Hayez, 1835.
Fondazione Cariplo.
I suoi modi e le sue maniere ma anche la sua cultura, affascinarono artisti del calibro di Hayez che la dipinse in tutto la sua delicatezza e bellezza,  e che le regalò un quadro che avrà sempre un posto speciale in tutte le dimore che Chiara cambierà nel corso della sua sfaccettata vita. Ma c’erano anche Massimo d’Azeglio e  Tommaso Grossi, Emilio Broglio, Carlo Cattaneo a emblema di quello  che diventerà poi il salotto, il famoso e prestigioso Salotto Maffei, un ritrovo di patrioti dei più alti livelli. 

Una bella descrizione ci rivela la affabilità e le capacità della Contessa: “La contessa non perdeva d’occhio neppur uno degl’invitati. Quell’esile, aristocratica personcina, vestita, secondo il solito di nero, con signorile semplicità, penetrava in tutti i crocchi. Su quel volto dai finissimi lineamenti, subitamente acceso da una febbre di contentezza, illuminato da un sorriso- quel mite sorriso tutto suo- ogni visitatrice, ogni amico leggeva un augurio. Ella rivolgeva a ciascuno una parola, una domanda premurosa...”[3].
Così il suo Salotto vedrà tanti illustri artisti, musicisti, scrittori e politici tra cui Antonio Bazzini, Gaetano Coronaro di Vicenza, direttore dell’orchestra della Scala, lo stesso Verdi dopo il trionfo del Nabucco, e sua moglie Giuseppina Strepponi, che diventerà una carissima amica della Contessa, Alessandro Manzoni, Giovanni  Verga, Ippolito Nievo solo per citarne alcuni.

l'opera "La Fausse Maitresse" di Balzac dedicata alla Contessa.
Nel 1838 ne farà parte anche Honoré de Balzac che rimase affascinato dalla Contessa al punto che la loro amicizia continuerà anche dopo il suo ritorno in Francia e documentata da numerose epistole anche quando lo scrittore sarà in giro per l’Italia. A lei dedicherà nel 1841 il suo racconto “La fausse maîtresse”, che andrà poi a far parte del romanzo “La Commedia Umana”, si dice anche che proprio nel salotto Maffei, sorseggiando un buon tè, ebbe l’ispirazione per la commedia teatrale “Vautrin” messa in scena a Parigi nel 1840.

L’anno seguente, non curante dello scandalo, accolse nel suo salotto il musicista Liszt con la sua amante, la Contessa Marie, nota scrittrice col nome di Daniel Stern, che viaggiava liberamente con il musicista anche se era sposata con figli. Forse rivide la situazione di sua madre, e non seppe dar retta alle rigide etichette e perbenismi dell’epoca ma sopraffatta dal ricordo amorevole di sua madre  non ebbe scrupoli ad accoglierli in casa anche se i loro non celati atteggiamenti affettivi, forse troppo, disgustarono letteralmente la Contessa che in ogni caso non diede a vedere il suo biasimo.
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Non mancò certo poi il suo appoggio anche alle donne intellettuali e accolse nel suo famosissimo Salotto scrittrici e artiste da Caterina Percoto, novellista friulana molto nota ed amata, a Emilia Viola Ferretti, meglio conosciuta come Emma, famosa per i suoi studi su Goethe, Zola Flaubert e per questo una delle autrici più lette della Nuova Antologia, alla Marchesa Colombi, alias Maria Antonietta Torriani, altra autrice dell’Antologia e di numerosi romanzi “sold-out”,  o ancora a Virginia Treves Tedeschi, ovvero Cordelia, l’autrice di numerosi romanzi tra cui Il regno della donna, e perfino a Matilde Serao che nel 1881 fu gradita ospite della contessa in occasione della memorabile Esposizione Nazionale.
Non mancarono però anche cantanti celebri come Teresa Stolz, cantante lirica “verdiana”, o l’attrice Adelaide Tessero. Era sempre attenta poi e felice di poter mettere all’attenzione dei suoi ospiti e dei più grandi scrittori, nuovi talenti come quando, nel 1859, incoraggiò la “poetessa della rivoluzione”, Giannina Milli, ad improvvisare nel suo salotto, ricevendo applausi commossi che le valsero poi l’incontro, fortemente voluto, con il Manzoni organizzato dalla stessa contessa Chiara.


Era ancora la Signora Maffei quando nel suo famoso ed ambito salotto entrò agli onori un giovane patriota Carlo Tenca nel 1844, che diventerà il suo compagno di vita per molti lunghi anni.


Appassionatasi alla causa italiana, che la vedeva contrapposta alle idee filo asburgiche del marito, la Contessa Chiara, dopo la separazione, tornata a Milano, vuole riprendere a dar vita al suo salotto che diventerà da ora in avanti un punto di riferimento di quelle personalità che faranno la Storia d’Italia, e la faranno anche grazie al contributo di donne come Chiara Maffei che con la loro cultura seppero creare e mettere a disposizioni di menti e animi elevati, luoghi adatti al loro incontro ed espressione.

Così il suo salotto vide personalità quali Manfredo Camperio,  Carlo Cattaneo,  Emilio ed Enrico Dandolo, Emilio Morosini, il Generale Carini, e ancora rappresentanti del governo provvisorio come Cesare Correnti e Anselmo Guerrieri Gonzaga. Incontrò anche il più noto e fervente, forse, patriota, l’inventore della “Giovine Italia” quando il suo compagno, dopo le Cinque giornate di Milano, fu costretto a riparare in Svizzera, lì Chiara volle incontrare il suo beniamino politico,  Mazzini anche se poi non rimarranno impressioni positive e il loro incontro non ne porterà di altri. In questa occasione il suo Salotto divenne anche il luogo per raccogliere segretamente sovvenzioni per far espatriare coloro che erano coinvolti con le Cinque Giornate, nobili o meno che fossero.
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Tornata in città continuò però il suo proselitismo “mazziniano” che vedeva crescere la presenza di noti esponenti politici nel suo salotto che, di tanto in tanto, andava spostandosi con l’abitazione di Chiara.
A mano a mano grazie anche alle nuove frequentazioni politiche, la stessa Chiara appoggiò una nuova visione politica che vedeva nei Savoia i giusti reggenti dell’Italia e dopo il 1859, divenne convinta savoiarda e accolse festosa quei francesi caritatevoli, Ernesto Legouvé, Enrico Martin che avevano riportato a Venezia le spoglie dell’eroe Daniele Manin in quella prima collaborazione tra francesi e “italiani”, così come il Capitano di Stato Maggiore Teodoro Joung, il  Luogotenente Rayat, Emilio Saigey, non meno dei garibaldini Carlo Cristoforis, suo amico carissimo, o Giacomo Battaglia ma anche il conte ungherese, arruolato tra i garibaldini, Alessandro Teleki. Importanti saranno poi le presenza femminili in questa seconda “vita” salottiera che vedrà, ad esempio, la presenza anche di Cristina di Belgiojoso e della Marchesa D’Adda, Laura Scaccabarozzi Visconti- Venosta.


Come si presentava l'accogliente ed elegante salotto della Contessa.
La sua opera più grande non la si trova edita da qualche tipografo, chiusa in qualche biblioteca ma fu piuttosto il suo sapere accogliere e creare un ambiente ideale all’incontro dei vari talenti anche se dalle sue lettere si evince la natura di questa donna e si capisce come sia riuscita ad affascinare e a tessere legami duraturi di stima ed affetto con i più grandi della sua epoca: “...scrivete, miei giovani: ve lo ripeto, scrivete. Ogni anno abbia i suoi studii, ogni giorno la sua occupazione, ogni pensiero la sua meta. [...]”[4] o ancora: “lo spirito deve non solo studiare, ma anche piacevolmente distrarsi per conservare quella specie di leggerezza che fa accettare anche il parlare serio da tutti perché scevro da pedanteria (che uccide qualunque influenza amabile) e forse utile sugli altri. Manzoni quanto era piacevole anche quando diceva cose e pensieri sublimi!..La sua santa altissima memoria è un precetto intellettuale e morale per l’anima mia; e quante volte rimpiango che alcuni non l’abbiano avvicinato: avrebbero conosciuto il vero spirito che crea e non distrugge, con l’essere serii ma con disinvoltura e amabilità ed alla portata di tutti. L’ho sempre nell’anima quel santo grand’uomo!”[5]. E nelle epistole che scriverà soprattutto al nipote, Cesare, ritroviamo i pensieri di una donna effettivamente di una tempra elevata, capace di pensieri alti: “...Lasciati sempre dominare dalla responsabilità del tuo animo. Moralmente, siamo quello che vogliamo essere. Non bisogna abbandonarsi al caso, ma tener la via retta e illuminata”.[6]
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Amava la natura e rifugiarsi nella sua tenuta  a  Clusone  dove pure la seguivano i suoi amici, parenti  ed intellettuali  “La vita che qui conduco è proprio deliziosa. La passo fra il sole ed i fiori: m’occupo della casa che m’è tanto simpatica; dei miei lavori, della lettura,  de’ miei scolari, amici, conoscenti; de’ miei poverelli che mi danno gioja immensa e mi fanno assai più bene ch’ io non possa farne ad essi. Dichiaro che nessuna visita mi fa tanto bene quanto quella a’ miei poverelli. Queste mi riposano, quelle altre mi stancano. Sono un originale forse; ma sento così”[7] .

Morirà nel 1886, il 13 Luglio,  di meningite a Milano e sarà seppellita con i più grandi nel Cimitero Monumentale di Milano seppur volle un funerale semplice e lasciò una ingente somma per l’asilo di carità per l’infanzia creato nella sua amatissima dimora di Clusone, con la preghiera: “Lascio alla maestra che custodirà l’asilo a Clusone la preghiera d’amare quelle povere creaturine e crescerle nella fede di Dio, nell’amore del bene”[8].

Sempre attenta ai suoi ospiti, delicata e intelligente sarà sempre ricordata per i suoi modi raffinati e colti, per gli spunti che seppe dare ai più importanti artisti ed intellettuali della sua epoca e per il suo ruolo fondamentale quale catalizzatrice di vita colta, riformata, a volte anti conformista ma sempre libera da ogni pregiudizio che nulla aveva a che fare con la cultura e l’intelletto: “Io volli almeno acquistare la completa indipendenza delle mie azioni e del mio vivere, e potermi dire: ‘io appartengo a me medesima, e solo io voglio essere giudice del mio operare’. E vinsi, almeno, la schiavitù delle cose convenzionali. E’  a duro prezzo ch’io acquistai tale libertà; pure è qualche cosa anch’essa quando non si vuole usarla che pel bene”.[9]

E proprio l’autore de “Il salotto della Contessa Maffei”, amico intimo di Chiara, conclude il libro con un commuovente ricordo, il suo: “ A noi pareva che una parte della nostra vita disparisse con quella creatura, la quale, indovinando spesso gli altri dolori, li consolava con parole profonde; e che tanto aveva amato la patria e onorato i forti caratteri e i forti ingegni, facendo rifiorire nelle sue affollate adunanze l’antica ospitalità e gentilezza italiana; primo suo merito codesto, sua splendida corona. Tramontava con lei una cara luce. Ma il ricordo della sua bontà dura tuttavia, come il profumo d’un lento, ricco convoglio di fiori che sia appena passato”[10].





[1] BARBIERA RAFFAELLO, “Il salotto della Contessa Maffei”, Milano, Ed. Fratelli Treves, 1895, pag. 315.
[2] Ivi, pag. 288.
[3] Ivi, pag. 308.
[4] Ivi, pag. 318.
[5] Ivi, pag. 283.
[6] Ivi, pag. 319.
[7] Ivi, pag. 313.
[8] Ivi, pag. 328.
[9] Ivi, pag. 320.
[10] Ivi, pag. 329.


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