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lunedì 30 ottobre 2017

Margaret Fuller- L'uomo contro gli uomini. La donna contro le donne. La grande causa.






L'uomo contro gli uomini, la donna contro le donne. La Grande Causa di Margaret Fuller ha un formato molto curato, si presenta come un libretto ma lo è tuttavia solo nell'aspetto, racchiude infatti un grande testo dai contenuti dirompenti, oggi e ancor di più allora, nell'800, stupefacentemente moderni tanto che alcune sue prospettive sono ancora lontane dall'essere recepite ed applicate.

Questo testo è qui tradotto, con molta cura e attenzione anche al lessico di genere, da Giuseppe Sofo, per la prima volta in italiano.
Qui puoi leggere il post sul film
Il testo è l'insieme delle lezioni che Fuller tenne a Boston nella libreria di Elisabeth Peabody tra il 1839-44 alle bostoniane (vi ricordate? Ne abbiamo parlato con questo film); stampate sul giornale trascendentalista The Dial nel 1943 e poi pubblicate in un unico volume nel 1845 con il titolo di “Woman of the Nineteenth Century” che in poche settimane le regalò il meritato successo editoriale.
Questo suo scritto, basato appunto sulle lezioni bostoniane, diventerà un testo di riferimento anche per Elisabeth Cady Stanton e compagne, alla base del Congresso di Seneca Fall del 1849.

E' considerato quindi il primo manifesto femminista americano. Un manifesto che a tutt'oggi presenta aspetti ancora attuali per le tematiche e gli spunti di riflessione e indagine che è in grado di suscitare.



Margaret Fuller analizza sì la condizione femminile, e non solo di quella statunitense ma anche di quella europea e dell'antichità, ricavandone non tanto i motivi culturali di assoggettamento, quanto le misure con le quali questa situazione può, e deve, evolversi affinché le donne stesse siano in grado di emanciparsi.

Quella di cui parla Fuller non è tuttavia una lotta da intraprendere contro il nemico- uomo ma bensì una crescita personale che la donna deve fare, un continuo lavoro da fare con se stesse per acquisire fiducia personale nelle proprie capacità, una presa di coscienza della donna: “la società dovrà essere educata e modificata da chi parla con autorità, non con rabbia e fretta1.

Fuller quindi auspica un'emancipazione della donna non con modalità violente, rabbiose ma con la fermezza di chi ha chiaro chi è e cosa vuole né dal voler però essere come un uomo “Se fossero libere (le donne), da sviluppare a pieno la forza e la bellezza propria delle donne, non desidererebbero mai essere uomini o come gli uomini"2.

La vera difficoltà secondo Margaret è proprio come arrivare a questo obiettivo: “la difficoltà sta nel portare al punto di sviluppare naturalmente il rispetto di se stesse e la domanda è come ottenere questo risultato3.



Le donne infatti “nella schiavitù, la schiavitù riconosciuta, le donne sono alla pari con gli uomini4 la donna è schiava quindi al pari dell'uomo ma perciò “come l'amico dell'uomo nero ritiene che un uomo non possa tenere un altro in prigionia, l'amico della donna dovrebbe ritenere che l'uomo non può per diritto, porre restrizioni alla donna neanche se con buone intenzioni5.

Fuller ritiene quindi che la donna si trovi nella stessa condizione di schiavitù che condiziona l'esistenza dei neri e delle nere e auspica una liberazione per entrambi, alle donne augura “di crescere come essere, di percepire come intelletto, di vivere liberamente come anima e, una volta priva di impedimenti, di sfruttare a pieno le facoltà che le furono assegnate6. E incalza “le donne devono smetterla di rivolgere agli uomini le loro richieste e di essere influenzate da loro, ma ritirarsi in se stesse, ed esplorare le fondamenta dell'esistenza finché non trovano il loro segreto originale. Allora quando riemergeranno, rinnovate e battezzate, sapranno come trasformare i rifiuti in oro7 quindi “lasciate che si liberi dalla pressione delle altre menti e che mediti in una solitudine illibata8.




La grandezza del suo pensiero investe però anche l'uomo perché come visto per Margaret Fuller l'uomo non è un nemico ma piuttosto un compagno che è anch'esso condizionato e limitato “anch'essi subiscono il giogo della schiavitù dell'abitudine9 infatti, continua “si può dire che neanche l'uomo abbia una vera opportunità, le sue energie sono represse e distorte dall'intervento di ostacoli artificiali ma egli ha creato da solo quegli ostacoli10 perchè se è vero che “per quanto compiuta solo in maniera imperfetta, (l'idea dell'uomo) lo è stata comunque molto più dell'idea della donna...11.


Analizza il matrimonio e delinea vari tipi di rapporti familiari presenti e auspicabili tra uomo e donna, fino a regalarci una sorprendente analisi sulla natura stessa del maschile e del femminile che risulta più moderna della concezione che é attualmente percepita o considerata.

Quindi la donna ma anche l'uomo devono evolversi in un continuo miglioramento di se stessi, da qui il titolo dell'opera, alla ricerca delle proprie inclinazioni e coltivando l'intelletto in una costante ricerca personale, un percorso che porta alla vera realizzazione personale ed intellettuale di ogni anima, esplicitata nella libertà, così che “il Divino ascenderebbe nella natura a un'altezza ignota per la storia delle epoche passate...per generare un'incantevole armonia12, “ci sarebbe armonia nella varietà, accordo nella differenza13.

Margaret Fuller d'altronde non voleva altro se non che la donna camminasse da sola “evitando di prendere cammini che non siano rischiarati dai suoi raggi. La vorrei libera dal compromesso, dalla compiacenza, dall'impotenza, perchè la vorrei abbastanza capace e forte da amare un essere e tutti gli esseri, nella pienezza e non nella povertà dell'esistenza14.

Vedeva un mondo in cui “ogni barriera fosse abbattuta. Vorremmo che ogni strada, ogni percorso, fosse libero e aperto per la donna quanto lo è per l'uomo15 perchè infatti “quando gli uomini cominciano a rendersi conto che non tutti gli uomini hanno avuto le stesse opportunità, essi sono propensi a dire che nessuna donna ha avuto una vera opportunità16.


L'autrice Margaret Fuller: Nell'introduzione, affidata a Maristella Lippolis troviamo delineata la figura di questa straordinaria donna, straordinaria perché quello che fece nella sua vita, e forse anche come finirla, lo scelse lei.

Il ritratto, appassionato e affettuoso, che ci regala Lippolis delinea una donna che ha lottato per scegliere e che rivendica la stessa libertà di scelta per ogni donna. Rifiuta infatti il ruolo di brava donna di casa perché ama lo studio e la letteratura e quando rimane orfana di padre, ed è l'unica a poter provvedere ai suoi fratelli e a sua madre, diventa maestra e insegna ad altre donne nella scuola di Almos Bronson Alcott, il papà di Louisa May Alcott, ma le continue aspettative che sua madre le addossa la spingono ancora di più a cercare una sua realizzazione personale, dopo anni di aiuti alla famiglia.
Viaggia e lascia i suoi ricordi in un'opera per la quale entra nelle sale della Biblioteca di Harvard, prima volta per una donna, e si documenta sui libri di viaggio.
Negli anni 1840 abbraccia a Boston la fede trascendentalista e diventa redattrice del suo organo di stampa, il giornale The Deal per il quale pubblica numerosi contributi tra cui quello che sarà la base del suo grande successo “Women of the Nineteeth Century” in cui teorizza l'autodeterminazione femminile17. Un concetto anche oggi assai lontano dal realizzarsi. In poche settimane l'opera è esaurita e deve essere ristampate più e più volte.

Margaret viene incaricata dal New York Tribune di occuparsi di cronaca e inchieste, diventando la prima giornalista a mantenersi con il proprio lavoro. Viene nominata reporter estera, prima donna, e mandata a Londra, Parigi dove diventerà amica di Mazzini e poi a Roma allo scoppio della rivoluzione del '48.
A questa sua esperienza dobbiamo ciò che ci rimane delle cronache di quei giorni concitati, di lotte e sangue che devastarono Roma.

Ma proprio in questi giorni di violenza e morte Margaret invece conosce l'amore, l'aristocratico Angelo Ossoli che rinnegando le sue radici aristocratiche aveva scelto di far parte della Guardia civile e difendere la Repubblica. Dalla loro unione nasce Angelino e forse si sposano ma i continui scontri rendono chiaro che ormai la Repubblica non sopravvive e avendo anche difficoltà economiche, i due decidono di imbarcarsi per gli Stati Uniti. Lascia quindi la direzione dell'ospedale Fatebenifratelli di Roma a cui era stata nominata da Mazzini stesso e da Cristina di Belgioioso.

Con il marito e il figlio si imbarca quindi verso la sua patria natìa ma il destino non è affatto clemente e la nave commerciale sulla quale avevano rimediato un passaggio ben più economico delle navi di linea, a pochi metri dal porto di New York, affonda dopo essersi incagliato.

Annega così Margaret Fuller a poche onde dall'approdo, dalla salvezza, ingoiata dalle acque di un oceano che non lasciano scampo neanche a suo marito e a suo figlio, né all'ultima sua creatura: Le Cronache Romane.
Muore a quarant'anni, vittima di un destino che l'ha resa grande, indimenticabile e nonostante tutto comunque padrona del suo destino se, come raccontano alcuni testimoni, negli ultimi momenti della sua vita rimase bloccata come colta da rassegnazione e d'altronde essa stessa più volte appellandosi alle altre donne, sosteneva che era un impegno di tutte quello di impegnarsi ciascuna per la propria parte; e la sua, lei, la fece egregiamente:
Quante volte ancora dovrò raccontare su questo fatto, se vivrò ancora, cosa che non desidero affatto poiché sono molto stanca di battermi contro ingiustizie enormi; desidererei invece che qualche altra donna più giovane e forte di me si facesse avanti per dire ciò che andrebbe detto, o meglio ancora per fare ciò che andrebbe fatto18...

Note
__________________________________

1Margaret Fuller, L'uomo contro gli uomini, la donna contro le donne. La Grande Causa, a cura di Maristella Lippolis, traduzione di Giuseppe Sofo, Ortica editrice, 2016, pag.89.
2Pag. 76.
3Pag. 61.
4Pag. 76.
5Ibidem.
6Pag.57.
7Pag. 119.
8Pag.120.
9Pag. 118.
10Pag. 67.
11Pag. 43.
12Pag. 56.
13Pag. 71.
14Pagg. 117-118
15Pag. 56.
16Pag. 43.
17Pag. 10.
18Pag. 17.





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martedì 27 maggio 2014

Amelia, che amava vestire alla turca

Almanacco del 27 Maggio:

diritti delle donne Stati Uniti 1800

Amelia Jenks nasce nello stato di New York a Homer in una famiglia puritana e numerosa, il 27 Maggio 1818 dal commerciante Ananias e da sua moglie Lucy Webb.

Le notizie sulla sua prima infanzia ed istruzione, come quella delle eroine più classiche, è avvolta dal mistero, poche infatti  sono le notizie, perfino suo marito ha poche informazioni ma sappiamo che ha ricevuto i suoi primi rudimenti dalla mamma, così come anche i suoi altri sei tra sorelle e fratelli per poi successivamente frequentare una scuola pubblica. D’altronde come ci ricorda suo marito, nelle memorie che lui stesso si incarica di pubblicare alla morte della moglie, ad una donna era richiesto giusto di saper leggere e scrivere quel tanto che bastava per la sufficienza. Ciò però non le impedì all’età di circa  diciassette anni di diventare insegnante e per almeno due anni esercitare questa professione; in seguito diventa governante presso la casa di Chamberlain dove accudirà i ragazzi della casa e dove conoscerà  il giovane studente di legge, Dexter Chamberlain Bloomer che fonderà il giornale “Il Corriere di Seneca County”.
Dopo un periodo di fidanzamento, il 15 Aprile del 1890 si sposano e già al ricevimento durante i festeggiamenti, Amelia va fiera e ricorda a tutti che durante i voti, ha omesso la parola “obbedisco” prevista invece ineluttabilmente nella formula matrimoniale per le donne.
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Inizialmente spronata dal marito a scrivere sul suo giornale, accetta di collaborare agli articoli ma in modo anonimo ma non si tira indietro invece nel trattare i temi che riteneva importanti, dagli aspetti sociali a quelli morali a quelli politici.
Dopo essere entrata nel movimento della Temperanza e aderito alla Società femminile della Temperanza nel 1848, decide con altre donne di dar vita ad un giornale in cui le donne possano esprimersi visto che le donne nell’associazione religiosa potevano assistere alle riunioni, ascoltare ma non esprimere delle proprie idee o commenti. Questa iniziativa però incontrando da subito difficoltà, lasciò  Amelia sola ma facendo di lei la prima donna editrice e proprietaria di un giornale, oltretutto per donne. Il giornale intitolato “Lily” fu dato alle stampe nel 1849, dai suoi fogli Amelia iniziò a scrivere trattando i primi temi sulla condizione delle donne anche grazie ai contributi di una Elisabeth Cady Stanton, figlia dell’eminente giudice Daniel Cady, che si firmava come “Girasole” e da Lucretia Mott: “E’ la donna che parla 
attraverso Lily. Riguarda un tema importante, che essa possa parlare in pubblico per essere ascoltata...[1].

Aderisce alla chiesa episcopale di cui farà parte per cinquant'anni, e cioè fino alla sua morte, e da subito comincia a “predicare” che alcuni passaggi della Bibbia con soggetto le donne erano stati mal interpretati, poiché la donna è compagna del suo “fratello” nel governare e nella salvezza della razza.[2].

É grazie al suo lavoro, al suo giornale e alla entusiastica ricerca di nuove collaborazioni che si deve l’incontro di una straordinaria coppia di amiche e collaboratrici che tanto con il loro concorso hanno dato a tutte le donne, il “binomio” tra Elisabeth Cady Stanton ed Susan B. Anthony che si incontrarono nel 1850 quando la Anthony arrivò a Seneca Falls per partecipare ad una convention sulla schiavitù. 
Bloomer fa incontrare due importanti femministe
Gruppo di bronzo che raffigura l'incontro promosso dalla Bloomer tra Elisabeth Cady Stanton e Susan B. Anthony in cui Amelia indossa i pantaloni alla turca. Scultura del Prof. Ted Aub: "When Anthony met Stanton".

E se agli inizi i suoi articoli tendono a mantenere una certa moderazione, la sua partecipazione alla convention di Seneca Falls, seppur come semplice uditrice che non firmò alcuna dichiarazione o proposta, la colpì profondamente tanto che anche il suo apporto al giornale divenne più deciso: “...più tardi altri casi mi vennero sottoposti, molto simili tra loro che mi diedero la piena consapevolezza della crudeltà della legge riguardo alle donne, e quando la Convention per i Diriti delle Donne mise in chiaro i suoi sentimenti e indirizzi, ero pronta a schierarmi con questa parte per domandare questo sostanziale cambiamento della legge in favore delle donne per dar loro un diritto ad ereditare, e ai loro figli un’opportunità più ampia di impiego e una migliore educazione, e anche un diritto che protegga i loro interessi alle urne.”.[3]
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Amelia era una donna che sperimentò anche su se stessa la fattibilità di una nuova condizione per la donna, spronata dal marito diventato direttore delle poste di Seneca Falls, diventa il suo vice e rimane quasi compiaciuta dalle sue capacità da lavoratrice rendendosi conto che effettivamente una donna non aveva alcun impedimento concreto che potesse giustificare l’esclusione delle donne dal mondo del lavoro. Ma Amelia era anche amante della moda e della cucina e ai suoi impegni più serrati e principali del giornale e delle conferenze amava partecipare anche ad incontri di cucina e di costume e proprio un episodio legato alla moda rese un importante servizio al suo giornale e alla sua popolarità.
Dalle pagine di Lily , Amelia prende le difese di Elisabeth Smith Miller, figlia del riformatore Smith, venuta a Seneca per trovare sua cugina Elisabeth Cady Stanton con un abbigliamento di ispirazione orientale: pantaloni alla turca con una gonna più corta sopra, abbigliamento condiviso dalla stessa Stanton e Bloomer, che trovandolo molto comodo lo adottò per ben otto anni. Questo abbigliamento tuttavia fu molto criticato e la polemica di “costume” che, riguardando le donne acquista subito anche valenza di fatto sociale appropriato o meno, viene ripresa dal più importante New York Tribune rendendo il nome e il giornale di Amelia noto al punto che  le sottoscrizioni a Lily moltiplicarono.

amelia Bloomer Costume
Raffigurazione del "Costume alla Bloomer"

In un primo momento Amelia fu lusingata e sfruttò lo scandalo-controversia, passata alla storia proprio come il “costume alla Bloomer” ma poi si rese presto conto che in realtà in questo modo si offuscavano temi più importanti trasferendo l’attenzione altrove rispetto a questioni fondamentali come il miglioramento dell’educazione per le donne, della maggiorazione dei salari delle donne, cioè si perdeva di vista la questione dei “Diritti delle Donne”.

Nel 1852 all’incontro delle Figlie della Tolleranza, a Rochester, dove lei fu segretaria insieme a Susan B. Anthony e presidente  Stanton, sollevò il tema del diritto della donna di divorziare da un marito alcolizzato “crediamo che gli insegnamenti dati alla moglie dell’alcolizzato, l’inculcarle il senso del dovere- [...]- ha fatto molto nel promuovere e aggravare i vizi e i crimini di una società che cresce nell’intemperanza. L’alcolismo è terreno per un divorzio e ogni donna che è strozzata da un ubriacone deve poter tagliare il laccio: e se lo fa, la legge dovrebbe sostenerla, specialmente se ha dei bambini”.[4]  

L’anno seguente partì, insieme ad altre rappresentanti femministe tra cui Susan B. Anthony, per un ciclo di conferenze nello Stato di New York che la portò in lungo e in largo, da Brooklyn a Sing Sing dal Broadway Tabernacle al Metropolitan Hall, nelle quali volle spronare le donne a prendere coscienza della loro situazione ritenendole corresponsabili delle privazioni sociali sofferte: “[...] la donna non è senza colpa in questa faccenda, mentre l’uomo tentava di costringerla all’obbedienza delle sue leggi, e rendeva la donna dipendente da lui e un eco dei suoi pensieri, mentre l’uomo peccava così enormemente usurpando questa grande prerogativa, la donna peccava altrettanto enormemente sottomettendosi a questo potere.[...]. La donna dimentica che Dio ci ha creati eguali, dimentica che il Padre Celeste non ha fatto l’uno per dominare l’altro. Dimentica che lei è altrettanto necessaria alla felicità di lui quanto lui alla felicità di lei. Sono stati creati per lavorare mano nella mano, per sopportare equamente il peso della vita [...][5]
per i diritti delle donne, suffragio femminile

Successivamente si trasferì in Ohio con il marito che aveva avuto un nuovo incarico ma continuò nel suo impegno editoriale, visto che nel frattempo il suo giornale, Lily, era diventato a tiratura nazionale ma questo comunque non le impedì tuttavia di doverlo vendere qualche anno più tardi ancora con il trasferimento della coppia in Iowa e ciò condannò il suo giornale a chiudere i battenti nel 1890.

Spese i suoi ultimi anni di vita costruendo chiese e impegnandosi in atti caritatevoli ma non perse mai di vista le donne e i loro diritti, soprattutto quello del suffragio anche in loro favore: “Un corrispondente mi chiede cosa noi ed altre avvocatesse dei diritti delle donne vogliamo? Noi rispondiamo che rivendichiamo tutti i diritti garantiti dalla Costituzione degli Stati Uniti ai cittadini della Repubblica. Noi reclamiamo l’essere l’altra metà del popolo degli Stati Uniti, e neghiamo il diritto dell’altra metà di svalutarci”. [6]

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Nel 1856 si indirizzò alla Camera dei rappresentati del Nebraska con un discorso dopo il quale fu proposta una legge per il suffragio femminile che passò alla Camera bassa e letta per tre volte al Senato ma poi, al momento sostanziale, la seduta fu rimandata sine die e la legge si arenò per poi essere dimenticata.

Nel 1870 diventa la Presidente della "Società per il Suffragio delle Donne dell’Iowa" dando il suo personale contributo al codice legale dell’Iowa del 1873 che “aboliva quasi interamente la separazione legale tra uomini e donne sposate in materia di diritti di proprietà[7]. Continuò quindi sempre ad essere una figura di riferimento e di rappresentanza per il suo stato, l' Iowa, come nel 1869 all’incontro dell’Associazione Americana per l’Uguaglianza dei diritti, a New York City, e  a scrivere articoli, seppur non più a tiratura nazionale ma sempre sostenendo e difendendo le sue idee e le  necessità delle donne.

Perduta, seppur per un breve periodo, la possibilità di parlare ma essedosi  ripresa nel 1891, tentò di prendersi un periodo di riposo e svago con un viaggio in Colorado dove, oltre agli amici e conoscenti, frequentò anche una casa di cura per sottoporsi ai più moderni trattamenti che prevedevano sedute di terapia elettrica. Da sempre di costituzione delicata non sopravvisse ad un attacco di cuore che si verificò al ritorno dal suo soggiorno in Colorado, e morì in Iowa il 30 Dicembre del 1894: 

La sua vocazione per il movimento per il suffragio femminile la rende una delle più eminenti donne americane del secolo. Il suo nome è diventato strettamente legato ad ogni movimento di riforma per il miglioramento e progresso della condizione femminile in questi ultimi cinquant’anni ". [8]


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[1] BLOOMER D. C. , “Life and writing of Amelia Bloomer”, Boston, Arena Publishing Company, 1895. Republished 1976 by Scholary Press. Inc., pag. 42.
[2] Ivi, pag. 27.
[3]Ivi, pag. 47.
[4] Ivi, pag. 87.
[5] Ivi, pag. 104.
[6] Ivi, pag. 158.
[7] JAMES T. Edward, JAMES WILSON Janet, BOYER S. Paul, “Notable American Women, 1607-1950: A Biographical Dictionary, vol. 1”,  Harvard University Press, 1971, pag. 181.
[8] BLOOMER D. C., “Life and writings...”, Op. Cit., pag. 324.


Traduzioni a cura di Silvia Palandri



Bibliografia:

BLOOMER D. C. , “Life and writing of Amelia Bloomer”, Boston, Arena Publishing Company, 1895. Republished 1976 by Scholary Press. Inc.


JAMES T. Edward, JAMES WILSON Janet, BOYER S. Paul, “Notable American Women, 1607-1950: A Biographical Dictionary, vol. 1”, Harvard University Press,                    .

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