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martedì 17 settembre 2019

Ponza- La sua storia al femminile


Ponza 




Ponza si trova nell'arcipelago pontino, è un rifugio per i romani che dalla Capitale da Anzio o da Formia si imbarcano per trovare ristoro.

E' una piccola isola eppure molto antica che si perde nel mito e ricca di storia.



Il Mito:


“Ecco, ed all'isola Eéa giungemmo...”

Omero


Grotte dell'isola di Ponza
Qui infatti proprio su questa isola viveva la maga Circe che affascinava gli uomini e li rendeva porci finché non incontrò Ulisse. Una delle tante interpretazioni vuole proprio Ponza quell'isola Eéa della mitologia. Qui vuole sempre la tradizione in queste grotte Circe ogni sera trasformata in luna le illuminava, possedendo Ulisse.

Oggi queste grotte mitologiche sono visibili solo dal mare.



La Leggenda:

In una zona dell'isola poco visitata ci sono degli scogli forse simili a tanti altri che potrebbero passare senz'altro inosservati ma non per chi è del posto e ne conosce il nome e la storia.
Questi scogli infatti sono chiamati Lucia Rosa, portano il nome di una giovane ponziana che nel Settecento qui consacrò la sua vita in mare. 
Faraglioni di Lucia Rosa
La ragazza non ancora ventenne un giorno vide un giovane contadino e se ne innamorò. Il giovane ricambiò con passione il sentimento ma il loro amore non fu accettato dal padre di lei per le misere condizioni sociali del giovane e non acconsentì al matrimonio. Così Lucia in un soleggiato pomeriggio estivo decise di gettarsi giù dalla scogliera che da quel giorno porta il suo nome e ricorda a tutti e a tutte la sua triste storia di disperazione ancora viva nel ricordo della gente e ormai entrata nel folklore popolare che rivive visitando i faraglioni di Lucia Rosa.




Ma Ponza è anche ricca di storia, oggi come ieri questo approdo isolano infatti fu riparo di eccellenti esponenti delle famiglie imperiali romane che mandarono proprio qui in esilio i loro membri più scomodi, madri, sorelle, mogli e nel ventennio fascista confino per quegli intellettuali e politici contro il regime; oggi invece è ristoro per turisti ed artiste-i.



La Storia del territorio al femminile:


L'Impero Romano:

Chiesa Santissima Trinità
Santa Domitilla e San Severio


Le crudeltà dell'imperatore Caligola portarono i suoi collaboratori e familiari ad ordire una congiura per eliminarlo ma la cospirazione fu scoperta e l'Imperatore corse ai ripari eliminando i suoi nemici perfino quelli interni alla sua stessa famiglia. Così anche le sue sorelle, Agrippina minore e Giulia Livilla che avevano partecipato al complotto, si videro duramente punite e seppur fu risparmiata loro la vita furono esiliate nell'isola di Ponza.
Agrippina aveva da poco avuto un figlio, Nerone, che dovette lasciare a Roma alle cure della zia paterna Domizia. Solo nel 41 d.C. con la morte di Caligola, Agrippina minore viene richiamata nella capitale imperiale da Claudio, diventato il nuovo imperatore.
Ponza, Chiesa di Santa Domitilla
Stessa sorte subisce l'altra sorella Giulia Livilla che confinata a Ponza rientra a Roma grazie alla volontà del nuovo sovrano ma entrata in contrasto con l'imperatrice Messalina viene di nuovo allontanata dalla capitale e confinata questa volta nell'isola di Ventotene dove dopo poco tempo viene uccisa per volontà dello stesso Imperatore.

Flavia Domitilla invece orfana di madre all'età di nove anni viene cresciuta dallo zio, l'Imperatore Vespasiano che sceglie per lei suo cugino, il console Tito Flavio Clemente che sposa in giovane età ma quando si converte al Cristianesimo per evitare lo scandalo viene esiliata a Ponza. Qui fu imprigionata e torturata a lungo prima di morire sull'isola nel 95/100 d. C.
Santa Domitilla
La sua figura e il suo martirio cristiano rimasero un esempio per la comunità dei primi credenti come narra infatti San Girolamo nei suoi ricordi una pellegrina romana di nome Paola si fece condurre in questi luoghi dove era avvenuto l'esilio di Domitilla, alle celle che la videro martirizzata sull'isola di Ponza che diventa celebre grazie alla Santa.



Altare maggiore Chiesa Santa Domitilla
La Chiesa più antica di Ponza fu costruita dai Borbone nel 1738 e dedicata in un primo momento alla Santissima Trinità tuttavia proprio la longevità dell'esempio di Domitilla fece sì che il vescovo Pergamo la nominò, con San Saverio Papa, patrona dell'isola nel 1772 e nel 1778 ne consacrò l'altare maggiore. Oggi la Chiesa è intitolata a San Saverio e Santa Domitilla.




Il Ventennio Fascista:


Anche in epoca fascista Ponza divenne sede di confino per quei politici, intellettuali diffidenti del regime fascista.
Qui tanti 'soggiornarono' e molti si innamorarono anche, tante furono le storie d'amore tra i confinati e le isolane che a volte furono contrastate e a volte invece lasciate fiorire.

La targa che a Ponza ricorda il soggiorno forzato
di Pertini
Trai i celebri 'ospiti' di Ponza nel periodo fascista si ricorda soprattutto l'ex Presidente della Repubblica Italiana Sandro Pertini che fu portato sull'isola nel Settembre del 1934.

In poche interviste ma anche lui ha lasciato memoria di una donna ponzese con cui all'epoca ebbe una bella storia d'amore e nonostante le lunghe passeggiate sempre scortato in quanto 'elemento pericoloso' la concessione di poter vivere in una casa privata da cui si vedeva il mare aiutò decisamente l'intesa con questa donna. La casa in questione è oggi un hotel, Il piccolo hotel Luisa, che conserva ancora la stanza in cui soggiornò Pertini e l'innamorata era la cugina della proprietaria Giuseppina Mazzella che invano però dopo la partenza di Pertini lo aspettò tanto che alla fine andò ad abitare negli Stati Uniti e lì si sposò. La rincontrò moltissimi anni dopo quando lui era ormai Sandro Pertini, Presidente della Repubblica Italiana.1

La strada di Ponza dove visse Pertini
Tante altre furono poi le storie che come questa non ebbe un seguito come ad esempio l'amore contrastato tra Rita Parisi e Mario Magri. Rita ragazza orfana viveva con lo zio prete ma quando la sua storia d'amore fu scoperta fu cacciata e si nascose a Napoli finché Mario, trasferito a Lipari, riuscì ad unirsi alla Resistenza ed entrambi si riunirono a Roma dove però Mario fu catturato dai tedeschi ed ucciso alle Fosse ardeatine. Rita lo seppe quasi un mese dopo.
O ancora la storia tra Libera Scarpati e Vittorio Zovich uno dei pochi rapporti che ebbero un lieto fine. Dopo aver subito persecuzioni, vessazioni e violenze si videro separati dopo la nascita del loro figlio ma finita la guerra riuscirono ad emigrare insieme negli Stati Uniti.2


La contemporaneità:

Quando nel 1804 Lady Mary Acheson Duchessa di Gosford sposa Lord William Cavendish-Bentick non poteva immaginare che tra i tanti impegni militari del marito ci sarà anche quello di fortificare una piccola, microscopica sconosciuta isola nell'arcipelago pontino durante gli scontri che videro impegnate le potenze europee contro Napoleone.
Scoglio Ravia con la casetta bianca e il Faro del Porto di Ponza
Così il Duca rese il porto isolano più sicuro armando la Torre borbonica e il Fortino del Lanternino ma non solo. Si rese conto che c'era un punto vulnerabile ma strategico che valeva assolutamente la pena ed anzi era necessario difendere e armare: il grande scoglio di fronte al porto. Questo scoglio, della Ravia, venne dotato di una cisterna per l'acqua, di un deposito per le armi e vi furono sistemati gli alloggi dei militari.
Scoglio Ravia, il fortino di Lord Bentick
 o la casetta di Florentina
Cessata però l'esigenza difensiva le strutture militari rimasero inutilizzate e con il tempo abbandonate infatti neanche nel ventennio fascista con l'esigenza di controllo dei confinati gli impianti dello scoglio vennero recuperati.
Nel 1961 però giunse con la sua famiglia sull'isola di Ponza la turista Ursula Querner che trovando nella natura, nel mito e nelle leggende isolane una continua ispirazione per la sua arte decise di fermarsi e di vivere qui. Scelse di acquistare proprio lo scoglio Ravia, anche conosciuto come il fortino di Lord Bentick, e di farne la sua casa. Da qui le sue sculture partivano per le esposizioni mondiali a New York passando per Parigi, Anversa, Roma...e qui le sue due figlie, Silveria e Florentina sono cresciute tanto che ancora oggi è chiamata così “la casetta di Florentina”, la casetta vicina al faro sullo scoglio.


Ma Ponza è capace di regalare suggestioni e ispirazione anche ai nostri giorni, Christine Whittemore, scrittrice inglese, ha dedicato il suo ultimo romanzo proprio a questa isola, “Inscription” così il titolo del libro, narra di una scribba di Ponza, Marina vissuta nel I secolo dopo Cristo il cui manoscritto viene ritrovato nel XX secolo da Aubrey che lo interpreta scoprendo le difficoltà della vita di una donna nella società romana. Le loro storie così si intrecciano a secoli di distanza.



Società:

Ponza è una meta turistica che soprattutto nel Lazio è conosciuta, apprezzata per la natura, i colori e oggi per le attività turistiche che offre ai visitatori dagli alberghi affacciati sul mare ai ristoranti prelibati per non parlare degli scorci sulle baie, delle calette e delle grotte di un mare limpido.
Ma per quanto visitata ed apprezzata l'isola di Ponza cela ancora una sua parte più privata ed intima, sconosciuta o poco nota.
Le Forna, Ponza in cartina
'Le Forna' è infatti la parte meno turistica e quindi meno visitata a nord dell'isola. Qui l'attività principale infatti si basa sulla pesca e accompagna con se' un'organizzazione sociale del tutto particolare e diversa rispetto a “Ponza”.
Le ragioni sono da ricercare in primo luogo nella storia infatti 'Le Forna' fu colonizzata in un secondo momento rispetto alla prima colonizzazione che interessò la parte del porto nel Settecento a seguito della cessione dell'arcipelago pontino da parte di Elisabetta Farnese al figlio Carlo III Re di Napoli. Qui la popolazione dei coloni non arrivò come per “Ponza” da Ischia ma da Torre del Greco e si dedicò prevalentemente all'attività ittica. Qui dunque gli uomini sono assenti da casa per lunghi periodi per dedicarsi alla pesca ed ogni cosa ed attività è lasciata alle donne; si può ben dire che è un'organizzazione sociale al femminile.
Elisabetta Farnese (1692-1766)
I lunghi ed intensi periodi di solitudine sono infatti mitigati dall'aiuto delle donne della comunità in cui i figli/e di ciascuna sono di tutte e in cui le attività sono scandite dal ritrovarsi insieme e riescono meglio se condivise. Il tempo è meglio impiegato e passa più in fretta se in compagnia di chi ha più esperienza e ha già trovato ed imparato soluzioni da tramandare da donna a donna da chi prima di lei ha vissuto aspettando il sospirato ritorno del proprio marito dal mare.3


Curiosità:

L'isola di Ponza è sede del più piccolo cinema del mondo. L'iniziativa è partita dall'idea di cinque donne dell'associazione Eikon che hanno creato l' evento “Feelmare” con cui in apecalessino girano l'isola portando la rassegna cinematografica tra le piazze dell'isola di Ponza.





Note:
1“A Ponza l'amore segreto di Pertini”, Ciro Paglia , “Il Mattino” del 06 luglio 1985.
2“Donne ponzesi nel ventennio” di Gennaro Di Fazio, www.ponzaracconta.it; consultato il 30/08/2019.
3 Per approfondire: “Donne di Le Forna- Isola di Ponza (1989)” di Gabriella Mondardini Morelli.


















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martedì 27 agosto 2019

Eleonora d'Arborea Bas - La prima Giudicessa di Arborea


Eleonora d'Arborea Bas, Giudicessa di Arborea




Eleonora d'Arborea Bas si proclama Giudicessa di Arborea nel 1383.

Quando suo padre, Mariano IV, viene eletto giudice d'Arborea nel 1347, le guerre tra pisani e genovesi per il possesso dell'isola erano terminate già nel 1284 con la battaglia della Meloria, in cui la Repubblica pisana aveva sostanzialmente perso il suo dominio in favore dei genovesi e soprattutto degli aragonesi che dopo l'accordo con Papa Bonifacio VIII, in cambio di un loro disimpegno in Sicilia nella disputa con gli Angioini, erano stati investiti del Regno di Sardegna. 
Il porto di Livorno
 di fronte la Torre della Memoria
dove avvenne la battaglia
tra pisani e genovesi.

La nuova dominazione spagnola non impiegò molto a voler imporre una sua organizzazione, elargendo a valenziani e catalani nuove terre e titoli che non tenevano conto degli antichi privilegi e tradizioni.

Mariano IV decide quindi di combattere “lo straniero” e difendere gli usi e costumi, nonché le antiche organizzazioni territoriali, ingaggiando una battaglia contro gli aragonesi. Si allea per questo con i Doria, la famiglia genovese presente sull'isola con importanti possedimenti terrieri. 

Le numerose vittorie di Mariano però iniziano a preoccupare lo stesso alleato genovese e la loro alleanza viene meno quando Brancaleone Doria decide di passare dalla parte degli Aragonesi.


La mancanza di una salda alleanza che non si basasse sulla sola strategia fu risolta dal figlio di Mariano IV, Ugone III, quando gli succedette dopo la sua morte nel 1376.

Ugone decide infatti di far sposare sua sorella Eleonora con il Signore di Longodoro, Brancaleone Doria.

Le nozze si celebrarono intorno al 1376 e da quel momento Eleonora diventa la domina di questa alleanza politico-familiare.



Nozze di Eleonora d'Arborea con Brancaleone Doria,
 Antonio Benini. Credit Wikipedia.
E' una madre attenta all'educazione dei figli, segue l'economia della casa, riceve i numerosi contadini e servi che quotidianamente chiedono udienza, fa le veci del marito quando è assente e nel 1383 si proclama Giudicessa d'Arborea.
Suo fratello Ugone III infatti è stato ucciso ad Oristano e il Regno d'Arborea rischia di essere vulnerabile a sommosse interne e all'attacco degli spagnoli. Invocando l'antico diritto regio per cui una donna poteva succedere al padre o al fratello, si porta sul campo di battaglia.
A cavallo si sposta sul vasto territorio per evitare sommosse e rappresaglie, reclama il Regno d'Arborea per suo figlio Federico e vuole che, in modo pacifico questa volta, anche la Spagna lo riconosca e lo accetti legittimamente.

C'è bisogno quindi di un'ambasciata fidata anche per gli spagnoli e chi meglio di suo marito Brancaleone? La famiglia genovese dei Doria anche dopo il matrimonio con Eleonora era rimasta infatti fedele agli Aragonesi, preferendo una posizione neutrale.


Brancaleone si decide quindi a partire alla volta del Re di Spagna che lo accoglie con tutti gli onori. Ma mentre Brancaleone è occupato nel suo viaggio diplomatico, Eleonora non sta ferma ad aspettare.
A capo delle sue milizie difende intanto il suo territorio e conquista castelli e fortezze, costringendo gli spagnoli a rinchiudersi e resistere.

Le sue gesta però non mancano di arrivare puntualmente al Re spagnolo che ora iniziava a dubitare della fedeltà di Brancaleone il quale viene sempre più attenzionato fino ad essere imprigionato.

Eleonora riceve quindi una proposta di scambio: avere indietro suo marito in cambio di suo figlio Federico che sarebbe dovuto crescere alla corte spagnola. Brancaleone stesso avrebbe portato alla moglie l'ambasciata e, per il resto, però avrebbe dimorato, in custodia, nel Castello di Cagliari. 
Il Castello di
Eleonora d' Arborea,
Sanluri.
credit: wikipedia

Nel frattempo Eleonora però aveva riconquistato Oristano, punito gli assassini del fratello e ristabilito l'antica legge ed organizzazione del Regno. Riunita la Corona de Logu, l'assemblea elettiva, le aveva fatto giurare fedeltà al figlio Federico di cui ne aveva assunto la reggenza.

Quando l'anno seguente finalmente Brancaleone propone le condizioni di scambio, Eleonora rifiuta categoricamente di consegnare suo figlio Federico di fatto già investito come futuro sovrano.

Lo scontro d'armi diventa inevitabile. Il re di Spagna pur avendo come ostaggio Brancaleone però si rende conto che non conviene uno scontro diretto, infatti Eleonora nel frattempo aveva riconquistato gran parte del territorio isolano e agli spagnoli non rimanevano che Cagliari ed Alghero. In effetti Eleonora costrinse gli aragonesi ad una dura resistenza asserragliati nel Castello di Cagliari che veniva sorvegliato e depredato in continuazione. Una strategia di attacco e indebolimento che non sfociò mai in guerra aperta, per volontà del re spagnolo, ma che durò ben due anni.

Pietro Alfonso d'Aragona
detto il Cerimonioso
Nel 1836 Eleonora decise quindi di far evadere il marito ma il progetto viene scoperto e la resa diventa l'unica soluzione.
Mentre si trattano le condizioni della pace che in realtà riconoscevano molte delle istanze che Eleonora reclamava per il popolo, le leggi e le tradizioni della sua terra, il re Pietro IV, il Cerimonioso, muore. Gli succede il figlio Giovanni che rivede al rialzo tutte le clausole tra cui la liberazione di Brancaleone Doria condizionata alla piena applicazione delle altre che a differenza del precedente patto risultavano questa volta estremamente dure per Eleonora e il suo feudo.

Eleonora doveva anche restituire tutti i castelli armati e riarredati con i soldi della famiglia Doria prima di riconsegnarli agli aragonesi. Doveva sciogliere il popolo dal giuramento al figlio e pagare il censo feudale dai tempi di suo padre.

Il Regno d'Arborea inoltre veniva riconfermato alle loro concessioni ma se non ci fossero stati eredi, Federico infatti nel frattempo era morto ed era rimasto solo il secondogenito Mariano, il territorio doveva tornare al sovrano spagnolo.

La Pace di Cagliari fu firmata nel 1388.


il Giudicato d'Arborea
L'anno seguente il re di Spagna concede a Violante Carroz, contessa spagnola, la Contea di Chirra, un vasto territorio confinante con il Regno d'Arborea. Questo gesto riaccende malcontenti tra Eleonora e il re spagnolo perché la contea per legge sarebbe dovuta tornare al re che invece preferì darla ad una donna, la figlia di un suo fedelissimo e moglie di un suo esecutore.

Eleonora dopo aver rimostrato ufficialmente le sue contrarietà al re, si muove sul campo.
Dai monti della Barbagia fino al mare di Ogliastra smuove la popolazione che l'acclamava festante, riconquistando i territori persi; di nuovo agli spagnoli non rimangono che Cagliari e Alghero.

Il re spagnolo nonostante avesse proclamato nel 1392 Eleonora e Brancaleone ribelli e condannati a morte, non si decide però a mandare un contingente sull'isola per ristabilire la pace e con lo scoppio di nuovi tumulti in Sicilia perde ancora più tempo che Eleonora sfrutta tutto a suo vantaggio.

Decisa a riunificare l'isola sotto il suo casato, riorganizza politicamente, amministrativamente, giuridicamente il suo territorio. Riprende il progetto di suo padre Mariano IV ma lo modernizza. Scrive una nuova Carta de Logu nel 1395.

La Carta mette per iscritto gli antichi usi e tradizioni locali a cui tuttavia Eleonora non manca di dare una sua personale impronta “riformatrice”.

Stabilisce che le pene previste sia in caso di questioni pubbliche o tra privati siano stabilite da un'autorità pubblica, vietando un accordo di risarcimento privato. Le pene fisiche invece sono previste solo per i casi più gravi come quello di omicidio o lesa maestà.

Introduce il concetto di intenzionalità del reato commesso e quindi la differenza tra dolo e colpa.

Su tutto c'è la volontà di instaurare un principio di sovranità che regoli la pratica privata per quanto antica con l'obiettivo di formare una nazione sarda.

Particolare attenzione pone anche alla condizione femminile, istituisce infatti la comunione dei beni nel matrimonio, la salvaguardia della moglie e dei figli dal marito pignorato e soprattutto riconosce alla donna libertà di rifiutare un matrimonio riparatore dopo una violenza sessuale.

Riorganizzato così il suo territorio Eleonora prosegue la sua battaglia contro gli spagnoli che nel frattempo erano impegnati anche sul fronte siciliano.

Re Giovanni era da parte sua invece sempre più distante dai suoi impegni politici e preferiva cercare rifugio tra i balli di corte e la vita mondana e invece di organizzare una spedizione in terra sarda si sposta a Maiorca dove rimane vittima di una battuta di caccia. Gli succede il fratello Martino che è determinato a risolvere la 'questione sarda'.

Nel frattempo però sull'isola scoppia la peste di cui la stessa Eleonora rimane vittima, morendo intorno al 1404.
Quando nel 1409 gli aragonesi impongono il loro dominio sull'isola, applicano la Carta de Logu su tutto il territorio.

L'opera amministrativa di Eleonora d'Arborea Bas rimarrà in vigore fino al 1800 quando solo il codice promulgato da Carlo Felice la sostituirà definitivamente.

Per più di quattrocento anni Eleonora continuò a governare la sua isola, realizzando il sogno della sua casata: Nos Elionora per issa gratia de Deus Iudicissa d' Arborea, Comtissa de Gociano e biscontissa de Basso.


Ritratto di Eleonora d'Arborea,
Antonio Caboni, 1881.
Credit: Wikipedia


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Eleonora d'Arborea prima Giudicessa













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lunedì 5 agosto 2019

Sperlonga- La sua storia al femminile






Sperlonga è una ridente cittadina a sud della regione Lazio, oggi rinomata località turistica che vanta lontane e prestigiose origini che risalirebbero agli Spartani che qui fondarono un primo nucleo abitativo denominato Amyclae.
Con gli antichi Romani divenne sede di riposo imperiale e nel Rinascimento testimone, con la limitrofa zona di Fondi, di importanti avvenimenti storico-politici. Oggi ha trovato nuova vita nella vocazione vacanziera. La sua storia si lega ad alcune figure di donne, come la Contessa di Fondi Giulia Gonzaga Colonna e soprattutto alla rivolta femminile delle sue abitanti che si opposero alla dispersione di importanti reperti archeologici oggi convogliati in un importante museo locale.

Stemma della famiglia Caetani
presente sulle Porte della cittadina.
Unica testimonianza delle antiche mura
fatte costruire dalla famiglia.
Fino al 1400, Sperlonga rientrava nei possedimenti territoriali della nota famiglia romana dei Caetani quando Ladislao I d'Angiò, futuro Re di Napoli, la sottrasse ad Onorato Caetani. In effetti questa località rimarrà per secoli sotto l'influsso del Regno delle Due Sicilie e ancora oggi è largamente apprezzata e conosciuta dai vacanzieri campani infatti solo nel ventennio fascista Sperlonga sarà annessa al Lazio nella provincia della Littoria, oggi Latina.

Simbolo della cittadina è la possente Torre a picco sul mare, Torre Truglia fatta costruire nel 1532 dal barone di Carduccio e Sperlonga, Carduccio Gattola, commissario di Ladislao I.

La necessità sempre più impellente di difendere il territorio derivava infatti dal bisogno di arginare l'offensiva turca nel Mediterraneo. Già dal XV secolo infatti gli attacchi dei turchi si erano fatti sempre più decisi e preoccupanti tanto che i vari sovrani europei con il Papa si erano alleati contro il turco dando vita nel tempo a Leghe ed Ordini con lo scopo preciso di fermarlo in Europa, come ad esempio l'Ordine del Drago nato dall'iniziativa tra Sigismondo di Lussemburgo, Alfonso d'Aragona e Scandeberg d'Albania.
Qui Puoi leggere il post su
 Beatrice Caetani
Ancora un secolo dopo l'Europa si trovava a doversi difendere dai turchi- ottomani e a fianco del Papa si ritrovarono vari aristocratici tra cui Enrico Caetani che nel 1596 partì per la Polonia come legato papale per intessere un'alleanza diplomatica con la Transilvania e la Polonia in chiave anti-turca. Oppure ancora Angelo Cesi, marito di Beatrice Caetani 1, che morirà proprio in battaglia in Ungheria nel 1569-70. 

I Caetani come visto furono i signori anche di Sperlonga dove proprio per delimitare le incursioni turche costruirono delle mura cittadine di cui oggi però restano solo le porte di accesso. La popolazione infatti pur vivendo nella cittadina arroccata era soggetta a frequenti scorribande da parte dei corsari che depredavano e rapivano la popolazione, soprattutto donne. Di queste scorrerie se ne conserva memoria in alcuni murales presenti su di una casa dell'antico borgo.

Proprio per rapire, si dice, una donna il corsaro Bey di Algeri al soldo dei turchi il famoso Barbarossa, Khair Ad-Din, arrivò fin qui per Giulia Gonzaga Colonna, Contessa di Fondi avendo sposato Vespasiano Colonna nel 1526. La sua dimora, il Castello di Fondi, oggi Museo civico archeologico, divenne un importante ritrovo di artisti, poeti, letterati. Giulia infatti oltre ad essere molto bella era anche molto colta come si addiceva alla sua casata, i Gonzaga appunto. Fu una sovrana amata, apprezzata e stimata dagli artisti di corte e la sua fama arrivò perfino al di là del Mediterraneo se il Barbarossa cercò di rapirla per farne un omaggio a Solimano I.
Giulia Gonzaga Colonna, Tiziano  xvi secolo,
collezione privata.
Tuttavia il corsaro non riuscì nell'impresa e a farne le spese fu proprio il territorio di Sperlonga, la sua popolazione e il suo simbolo, la Torre Truglia che fu distrutta dal Barbarossa nel 1534.

Ricostruita nel 1611 fu di nuovo danneggiata dai turchi nel 1623, ricostruita infine nel'700 dopo l'Unità d'Italia nel 1862 divenne un'importante avamposto militare e in seguito fino al 1969 comando della Guardia di Finanza, oggi è sede del Centro educazione dell'ambiente marino del Parco naturale regionale 'Riviera d'Ulisse'.

La Torre Truglia si basa su un'antica torre romana che serviva come punto di comunicazione, infatti l'Imperatore Tiberio aveva probabilmente ereditato dal nonno una villa in questa località, sua mamma Livia infatti era nata a Fondi; Tiberio aveva poi pensato anche ad attrezzare una grotta per i suoi pranzi estivi con giochi d'acqua e gruppi scultorei e la torre romana, sui cui resti sarà costruita torre Truglia, serviva per informarlo della situazione politica del suo Impero, già allora un poco in subbuglio, quando dovette abbandonare questa villa per un crollo scegliendo come dimora Capri.

I reperti e la grotta, oggi visitabile, furono ritrovati nel 1957 durante i lavori per ristrutturare la Via Flacca, già destinati ai principali musei capitolini rimasero invece sul territorio grazie alla determinazione delle sperlongane.
I camion da Roma per prelevare i reperti erano già giunti sul territorio ed erano pronti a ripartire dopo aver preso il carico ma le donne del luogo si posero difronte, molte di loro si finsero incinte e bloccarono il passaggio, come riporta uno scrittore testimone quell'ottobre in quel momento a Sperlonga che chiese a una di quelle donne, tutte vestite di nero, cosa accadesse ed essa rispose “Vogliono portar via le petre nostre”2. Queste donne infatti capirono l'importanza per il loro territorio di quei ritrovamenti e li difesero con tenacia. Alla 'rivolta femminile' delle donne di Sperlonga si deve quindi l'incapacità dei camion di muoversi per portare, e disperdere, quei beni preziosi che appartenevano al territorio e alla sua popolazione e strenuamente difesi dalle donne tanto che nel 1963 lo Stato si vide costretto a creare proprio a Sperlonga il Museo archeologico Nazionale e l'Area archeologica di Sperlonga, che oggi risulta essere, esclusi i musei della Capitale, tra i poli museali più visitati della regione.


1 Caterina Fiorani (a cura di), 'Virtù più che virili- Le lettere familiari di Beatrice Caetani Cesi (1557-1608)' , 2017, Roma, Viella.


2  Marisa de' Spagnolis, 'L'Antologia Omerica di Sperlonga Storia di una grande scoperta archeologica' , 2017, Gaeta, Ali Ribelli edizioni, pag. 73.





Bibliografia:

M. de' Spagnolis, "L'Antologia Omerica di Sperlonga Storia di una grande scoperta archeologica' , 2017, Gaeta, Ali Ribelli edizioni.

C. Fiorani (A cura di),  'Virtù più che virili- Le lettere familiari di Beatrice Caetani Cesi (1557-1608)' , 2017, Roma, Viella.

P. Bertelli, 'Giulia Gonzaga: L'immagine di una Signora del Rinascimento Un approccio iconografico',  pdf consultato il 05/08/2019.












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venerdì 2 settembre 2016

L'altra Cilento



"Simonetta Vespucci e Fioretta Gorini amanti di Giuliano de' Medici",
di Elena Vilkov;

 dalla mostra d'arte "Personaggi femminili di Opere di Ruggero Leoncavallo",
 a cura di Marisa Russo.

Le vacanze sono finite e anche il tempo inclemente ce lo ricorda ma abbandonare i nostri ricordi non è mai semplice, al ritorno. Ecco quindi il resoconto delle ferie in cui l'ottica di genere non mi ha mai abbandonata.

Il Cilento è terra antica e da sempre è stata terra di sacrificio ma allo stesso tempo di grande produttività da cui attingere nutrimento e così è rimasto, il Cilento, terra di nutrimento di spirito e corpo.

La passeggiata inizia a Celso paese del comune di Pollica che offre un gran palazzo baronale, inserito nel patrimonio UNESCO, da cui, oltrepassato l’arco, si arriva al centro della piazza. Proseguendo e prendendo la via della Valle ci si imbatte in tante piccole case in cartapesta lasciate negli anfratti del paese e che ogni anno a Natale ritrovano vita e calore in un presepe che attraversa tutto il paese e che conduce ad una sagra ai piedi della fonte…nella Valle. L’antica Fonte, si dice, fu luogo abitato dalle streghe e adibito agli antichi sabba, le memorie degli abitanti le ricordano ancora, ancora c’è chi dice di averle viste come lo zio di una delle nostre guide che è riuscito a sventare un rapimento di un bambino, c’era infatti lì, lui lo sa, una strega che rubava i bambini, c’è poi lo spettro di una ragazza uccisa a diciassette anni che si manifesta dietro una porta in un piccolo vicolo ma non si sa chi fosse né perché la sua giovane vita fu spezzata così presto; chissà forse vorrebbe solo che le sue ragioni fossero ascoltate e il suo ricordo è ancora vivo nelle persone che mettono in guardia le bambine dallo spirito di questa povera ragazza.

E’ affascinante vedere come i miti resistano e si tramandino e ancora siano così forti e radicati. Il mito della strega che tanto il femminismo degli anni ’70 ha recuperato in chiave di protesta e di denuncia sia qui ancora una credenza viva, impregnata di verità con fonti antiche e legittimanti, poiché queste non erano streghe qualunque bensì le famose streghe di Benevento che qui venivano a ristorarsi e le memorie popolari sono ancora qui a testimoniarcelo, esse ancora fino a poco tempo fa erano lì, alla Fonte.
La Fonte Valle dove gli abitanti del paese dicono
si verificassero i Saba delle Streghe, le "janare"
Come ogni aspetto folkloristico l’ancestrale si sovrappone però nel tempo a nuovi aspetti sociali e così oggi lì dove le streghe si riunivano nei sabbat, a Natale ci si incontra per festeggiare, e l’emblema di questo incontro è testimoniato qualche luogo più in là, verso il Monte Stella dove è stato ritrovato un sito risalente al neolitico e dove in tempi moderni fu costruito un convento oggi solo un accumulo di rovine ma tutto è testimonianza e sta lì a dar credibilità che le storie antiche sono degne di verità e che le streghe esistono ancora eccome*…e noi anche ne siamo convinte certo quel tipo di streghe che vedono nelle donne indipendenti e savie una minaccia che la società stessa nei secoli ha messe a morte, quelle figure di donne demonizzate dalla cultura popolare e che hanno ricevuto giustizia solo grazie alla storiografia che le ha scoperte e volute soggetto di inchiesta storica.




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Proseguendo il viaggio si arriva alla poesia di Maria Mazziotti a cui il suo paese di origine ha dedicato una targa nella piazza principale e con cui ha voluto instaurare un percorso che congiunge due continenti e sorpassa gli oceani. Maria è infatti figlia di emigrati italiani che come tanti dal sud Italia sbarcarono anni fa negli Stati Uniti e così dal prossimo anno organizzerà un workshop con studiosi americani che hanno imparato a conoscere questi luoghi amando la poesia dell’autrice.  Le sue poesie sanno di nostalgia e di un ritorno a casa, di quella semplicità tipica di questi posti veri e autentici come semplici ma dirette sono le sue illustrazioni, in cui la natura e le donne sono i soggetti, figure femminili che si liberano e prendono immagine dalle “numerose donne che vengono dal mio ventre”.
La targa dedicata alla poeta in Piazza San Nicola
Nel tempo Mary ha recuperato anche il piacere e l’orgoglio di essere semplicemente Maria, italo- americana.


E nell’arte ritroviamo anche figure di donne a cui è stata data un’immagine da altre donne, ragazze che hanno interpretato
La locandina della mostra d'arte
organizzata da Marisa Russo
personagge delle opere liriche di un grande Maestro della musica proprio vissuto da quelle parti, Ruggiero Leoncavallo. Ecco allora quadri con Zaza, Mimì, Nedda, Simonetta Vespucci, Delia Terzachi… 


La musica è, come tutte le arti, specchio della realtà da cui prende forma ma da cui si discosta per restituirle sogno e bellezza, quella maestria che la natura regala a pochi eletti come il Maestro Peppe Barra che in concerto, a San Mauro Cilento, nella sua musica fatta di poesia, di fiaba, di storia  e di allegria ma anche dolore, insomma di cultura non ha mancato una dedica alle donne, una dedica per far riflettere sulla violenza contro le donne, ecco allora una poesia di Salvatore Di Giacomo “O’ Munnasterio” perché 'una volta le pene d’amore si risolvevano riflettendo e i rifiuti si accettavano e venivano presi come momenti di crescita, dolorosa, ma non si aveva paura del dolore, l’amata non si uccideva' :

“Jettaje 'stu core mio 'mmiez'a la strata

E 'ncopp'a 'na muntagna mme ne jette

E, pe' 'na passiona disperata,

Monaco 'e San Francisco mme facette.


– Tuppe-tù! – Chi è?

– Ccà ce stess'uno

Ca ll'è caduto 'o core 'mmiez'â via?

– Bella figliò, ccà nun ce sta nisciuno,

Va', jatevenne cu Gesù e Maria!



Se ne jette cantanno: "Ammore, ammore,

Cchiù nun te vò zi' monaco vicino!"

E p' 'a muntagna se purtaje 'stu core,

Arravugliato dint' 'o mantesino. “     (1887)

E poi arriva lei, la “Tammurriata Nera”, la tammurriata che serve ad esorcizzare le paure, i dolori, le difficoltà, il male, che qui si richiama agli atti di violenza che i soldati afro-americani fecero contro le donne napoletane nel secondo dopoguerra. La canzone scritta nel 1944 parla di una donna che nonostante tutto ama il proprio figlio e lo chiama Ciro, Peppe… 
La Tammurriata che esorcizza grazie alle percussioni, strumenti ancestrali che catturano e riportano alla nostra natura perchè fatti con elementi di esseri viventi, la pelle.
Fu una canzoncina scritta apposta in modo lieve, allegra per sdrammatizzare un male profondo che però Peppe Barra in più di vent’anni ha reso sua, drammatizzandola in un grido di dolore, quel dolore che la violenza che ancora tocca le donne inevitabilmente produce in tutta la società, ecco allora che coinvolge tutto il pubblico in un grido collettivo, una conta del tempo da cinque a sette, affidata al pubblico che risponde ai suoi 1,2,3,4 e poi un grido di dolore, una preghiera che come un afflato raggiunge il cielo, perché, come sostiene, l’unica arma che abbiamo in questa società ormai abituata a tante brutture e barbarie, è la cultura.

Da questo grido che diventa preghiera che si innalza, la cultura avvicina le anime e le fa incontrare...l’altra Cilento mi ha regalato anche questo e anche se le ferie sono finite e bisogna recuperare la solita routine, i sensi rimangono lì rapiti da tanta bellezza con cui vedere e interpretare ogni nostro piccolo mondo quotidiano, come un incantesimo…  








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* Per approfondire sul tema delle Streghe a Celso, riporto l'intervento pubblicato sulla pagina fb del Comune di Pollica dove la Professoressa Rita Oranges, originaria del luogo, ha raccolto dalla popolazione locale le testimonianze ed i ricordi delle storie delle janare:


UNA FAVOLA VERA
 


"C’era una volta, negli anni cinquanta, un magico paesino sulle pendici del Monte Stella, dove la domenica mattina tutti andavano alla messa celebrata da monsignore. Le donne, rigorosamente col velo in testa, si sedevano avanti, vicino all'altare, gli uomini,invece, stavano negli ultimi banchi in fondo alla chiesa. Quando iniziava la predica tutti gli uomini uscivano sul sagrato per non ascoltare il sermone. Monsignore tuonava dal pulpito contro le usanze pagane della popolazione, ma la gente continuava a farsi togliere il malocchio quando soffriva di mal di testa e a credere al monaciello che faceva i dispetti. Ad aiutare monsignore nel suo operato c'erano Caterina ed Ernestina che si opponevano fortemente alle credenze pagane del popolo, ma, nelle sere d'inverno passate davanti al fuoco, le persone continuavano a parlare di licantropi e di streghe.

immagine presa dal giornale web
www.mozzafiato.info/
Caterinella racconta che un tempo viveva a Celso un lupo "pompinaro". Era nato nella notte di Natale e, quindi, ogni volta che c'era la luna piena, era costretto a subire delle mutazioni che lo rendevano irriconoscibile agli occhi dei suoi compaesani .Una sera un contadino stava ritornando a casa quando sentì l'ululato del lupo e lo imitò. Il lupo "pompinaro", offeso, con pochi balzi raggiunse la casa del contadino che fece appena in tempo a chiudere la porta alle sue spalle altrimenti sarebbe stato sbranato. Caterinella parla anche della chioccia dai pulcini d'oro che si nascondeva vicino alla sua abitazione, situata poco dopo la chiesa del paese, e ci racconta delle fate che abitavano in via Velino e tessevano delle tele meravigliose.

Nel magico paese del Cilento non c'erano solo le fate ma anche le" jnare" che provenivano dai paesi del Beneventano e spesso soggiornavano a Celso per lunghi periodi di tempo. Queste streghe erano in grado di volare perché possedevano un unguento che mettevano sotto le ascelle rendendole atte al volo. Si racconta che i figli di una di queste "jnare" avessero sostituito l'unguento con l'acqua per non fare uscire la madre di notte, ma il mattino successivo trovarono la donna morta, caduta dalla finestra, perché non era riuscita a volare. I sabba di queste streghe si tenevano al Piano del noce oppure alla fontana della Valle e il fracasso che veniva fuori dai loro riti si sentiva per tutto il paese, ma nessuno osava avvicinarsi.

Rosa racconta che una notte una famiglia dormiva nella propria casa quando una "jnara" entrò e cercò di prendere uno dei bambini ma il padre se ne accorse e prese la "jnara" per i capelli e alla domanda: " Che hai in mano?" l'uomo rispose:"Ferro e acciaio". Così la strega sparì e lasciò il bambino ai genitori.
Nell’eterna lotta fra il bene e il male Celso ha vinto la sua battaglia conservando nelle persone anziane il ricordo di queste splendide leggende e dando loro la possibilità di poterle tramandare ai figli ed ai nipoti facendo in modo che non si cancelli la memoria del mondo magico in cui vivevano i loro antenati che per sopravvivere alla miseria e agli stenti si rifugiavano in questa dimensione fantastica popolata di fate, streghe e chiocce dai pulcini d'oro".


Rita Oranges