lunedì 24 febbraio 2014

L'educatrice lucchese, patriota attenta al genere



Almanacco del 24 Febbraio:


Illustrazione del romanzo, "La Famiglia del soldato"



Le autrici del periodo pre e subito post unificazione, risultano, ai nostri occhi, da sempre contraddittorie rivendicando un ruolo nuovo per le donne nella società ma con dei limiti per noi incompatibili con l’emancipazione o ponendo l’attenzione a nuove necessità per le donne ma senza rinnegare quelle tradizionali, e Luisa Amalia Paladini non sfugge a queste considerazioni; tocca quindi a noi rilevare nella sua produzione letteraria quanto di progressista nelle sue valutazioni e analisi ci sia. E non possiamo che rimanerne sorpresi.

Luisa Amalia Paladini nasce a Milano il 24 Febbraio 1810, da Francesco Paladini, funzionario ministeriale, e da Caterina Petrocchi. Ancora bambina si stabilisce con la famiglia nella città paterna, Lucca e qui trascorre la maggior parte della vita almeno fino all’età adulta.

Appassionata di poesia si fa notare presto, appena ventenne, con produzioni poetiche composte da lei, per più occasioni, come ad esempio i “Nuovi canti di Luisa Amalia Paladini: offerti alla Guardia civica di Lucca ” o i “Saggi Poetici” in memoria della sua amica, nonché maestra, poeta e letterata Teresa Bandettini.
Scrive per riviste e giornali quali “Il Messaggero delle donne italiane” dove per la prima volta inizia ad occuparsi di tematiche legate all’educazione, un impegno che diventerà presto una realtà professionale ma che caratterizzerà anche sempre più spesso il suo sforzo intellettuale.
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Dirige il giornale “La Polimazia di famiglia”e fonda prima a Lucca, nel 1834 “Il giornale dei fanciulli” e poi a Firenze nel 1863, “L’educazione italiana”, entrambi improntati sul tema della questione educativa dei neo italiani ed italiane.

Inizia, sempre nella sua città, Lucca, anche l’esperienza professionale di educatrice diventando la Sovraintendente agli asili infantili nel 1844, poi verrà chiamata a Firenze nel 1859 a dirigere la Scuola Normale e Sperimentale femminile, che nei moti del 1866 attiverà concretamente anche le allieve, facendo  loro confezionare le camicie per l’esercito rivoluzionario. L’anno seguente diventa Ispettrice generale delle scuole toscane, incarichi che però dovrà tuttavia lasciare poiché le leggi del nuovo Stato non concedono ad una donna queste responsabilità.
Nel 1872 tuttavia viene invitata a Lecce, dal sindaco, conte, Sigismondo Castromediano per affidarle la direzione dell’Educandato femminile “Vittorio Emanuele II”, rinnovandone la didattica e il metodo pedagogico. E a Lecce si spegnerà, improvvisamente, per un male alla gola, nel sonno, il 14 Luglio 1872.


Luisa Amalia Paladini ci testimonia con le sue opere il suo fervore patriottico e la sua attenzione all’educazione da intendersi diversa dall’istruzione e queste vivide caratteristiche del suo pensiero sono imprescindibili dai suoi scritti. I suoi numerosi articoli educativi, spesso convoglieranno in scritti veri e propri, come “Il manuale per le giovanette italiane”, raccolta dei suoi articoli a tema educativo apparsi sul “Messaggero delle donne italiane” o anche le sue riflessioni patriottiche, ma sempre in chiave educativa, confluite nel romanzo “La famiglia del soldato” , apparse sulla rivista “La polimazia di famiglia”.

Convinta patriota non perde occasione per ribadire l’amor di patria necessario quale virtù civile, riscontrabile nei numerosi sonetti e poesie dedicate, come quelle del 1843,  “Pel Congresso degli scienziati italiani in Lucca”, in occasione appunto del quinto Congresso degli scienziati italiani tenutosi a Lucca, o anche quelli del 1848 dei “Nuovi canti”, liriche patriottiche per la Guardia Civica Lucchese. E forte sarà il suo richiamo a questa necessaria virtù che non fa languire i costumi, spesso corrotti e contraddittori che Luisa Amalia riscontra nella società di cui fa parte e contro la quale si prefigge proprio il suo sforzo professionale di educatrice, a cui aggiunge, a parer nostro, uno straordinario senso di reciproco rispetto dei sessi, essa infatti parla sempre appellandosi ad entrambi le parti sociali, siano essi genitoriali che educatrici/ori, rilevando una sensibilità ai tempi sconosciuta.
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Essa infatti è fortemente convinta che ognuno debba prendersi la propria responsabilità, fare la propria parte per garantire una crescita equa e prospera per tutti e tutte, e a questo fine non sono avulse le donne, siano esse madri che maestre:
“[…] Padri e madri di famiglia, maestri e maestre, educatori tutti […] Parmi che più dell’arte di educare vi gioverebbe studiare i bisogni dell’età nostra, ripudiarne i vizii, amare immensamente la patria e la famiglia, e nell’esempio più che ne’ precetti […] educare la crescente generazione”.[1]

E dalla sua esperienza, ma anche dai suoi valori, di cui la presenza e il ruolo attivo delle donne sono parte fondante, attinge la sua proposta educativa, non prima però di aver focalizzato quello che a suo avviso non andava nel metodo scolastico e soprattutto averne delineato la causa:
“Giova al mio intento ricordare che le scuole infantili non furono maturo frutto di gran concetto formato da una mente filosofica e studiosa”[2], poiché la riforma scolastica veniva pedissequamente ripresa dall’estero, dall’esperienza soprattutto inglese e francese ma senza adeguarla ai costumi e soprattutto alle esigenze culturali italiane: “Là si voleva soccorrere alla sola infanzia, e perciò si fecero gli asili infantili, noi avevamo bisogno di educare un popolo, e per questo abbisognano a noi scuole popolari”[3],
 “Ma quell’opera santa e pietosa doveva necessariamente allargarsi di concetto allora che fu trapiantata in Italia”[4], “Quel popolo che fa sue le costumanze straniere cessa di essere nazione”[5], “[…] l’adottare ciecamente ogni parte di quei metodi, […], è stoltezza, è morte del pensiero”.[6] “[…] E chi più di noi pecca in questo?”[7],
 “ Un grande studio si pone adesso nell’educare i fanciulli, ma l’educazione italiana dov’è?”[8]

E a questa domanda avrebbe risposto un trentennio dopo un’altra donna italiana, Maria Montessori, il cui esempio, e le cui idee pedagogiche e didattiche saranno materia viva forse più all’estero che  nella sua patria. Tuttavia possiamo dire che le idee e le riflessioni di Luisa Amalia troveranno accoglienza, con le dovute differenze, ma anche invece con similitudini, nel pensiero montessoriano, realizzando l’auspicio di una Virginia Woolf che esorta le donne a scrivere, promuovere le proprie idee diventando ciascuna terreno fertile per le idee e proposte dell’altra, ciascuna infatti è ava ispiratrice dell’altra, una passa- testimone tra generazioni che anche senza venire necessariamente in contatto si influenzano, come in un unica grande anima, come un unico grande respiro.
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Luisa Amalia quindi delineata la fragilità del sistema educativo italiano, ritrovata nel gusto degli italiani per le iniziative prese all’estero, una caratteristica dolente ancora purtroppo nella società attuale, registra anche i suoi punti deboli, regalandoci riflessioni da acuta sociologa, educatrice fine e attenta quando anche grazie alle sue doti poetiche riesce a sottolineare i forti limiti pedagogici del sistema scolastico ma regalandoci frasi di una sensibilità commovente: “L’istruzione e l’educazione, tutti lo sanno sono due cose separate affatto”[9] ,“L’istruzione deve essere soggetta alle regole, l’educazione no; e dal criterio dell’educatore dipende che l’una possa giovare all’altra”[10], poiché: “L’educazione vera insegna a vivere, non a languire”, “corregge le male tendenze del cuore seconda le buone, scuote la stuppiditezza, insegna urbanità di modi, insinua con l’esempio affetti generosi e gentili”[11], e conclude con una frase di una straordinaria bellezza e verità, seppur pecca, stranamente, di tutelare il genere, a cui sembra sempre invece molto attenta  e rientra in quella visione emancipatrice tuttavia limitata delle autrici di questo periodo che ormai sappiamo caratterizzarle ma che in Luisa Amalia sembra superata in gran parte appellandosi spesso all’uno e l’altro sesso, salvo scivolare a volte appunto ancora in una visione del “maschile valoriale” inglobante tutto il genere. Questa espressione tuttavia, se risulta limitata da un  punto di vista di rispetto espressivo della differenza di genere, racchiude comunque un significato ancora attuale e straordinariamente vero, una lezione ancora valida: “[l’educazione…] ed ha sempre dinanzi agli occhi l’uomo futuro nel
bambino presente”[12].
 
Luisa Amalia invece pensa che “Nelle moderne scuole il bambino non vive, ma vegeta a piacer vostro”[13] , “Nelle scuole  infantili poco si correggono le male tendenze perché non hanno campo di manifestarle…”[14].
Quindi passa a proporre i suoi rimedi: “Le scuole gratuite dovrebbero essere poche, […]. Altre scuole gratuite dovrebbero esserci per quei bambini di poveri artigiani. […] A queste scuole, […], mi piacerebbero aggiunte delle scuole elementari, dove s’ insegnassero le cose più necessarie, come leggere, scrivere, conteggiare, dove si dessero alcune lezioni, […], a’ quei poveri fanciulli dell’uno e dell’altro sesso, che già vanno ad imparare un mestiere”[15] e rincara la dose: “[…] Basterebbe per ora assegnare alle lezioni di letteratura, di scritto, e di aritmetica, […], un’ora nella quale potessero convenirvi anche que’ fanciulli e fanciulle, che uscite dalle sale infantili, si spargono per le officine degli artigiani ad impararvi un mestiere […]”[16].

Per lei la partecipazione sociale, è sì fondamentale ma soprattutto deve essere basata sul merito: “A prebi, a detti uomini, a donne di sicura virtù dovrebbero essere affidate le signorili e le popolari scuole, a uomini e donne che godessero la fiducia e la stima dell’universale”[17] .
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Luisa Amalia Paladini giunge a noi tramite le sue opere quale fine osservatrice dei limiti ma anche delle esigenze sociali, e se Historia magistra vitae, noi abbiamo ancora quindi molto da imparare dalle sue lezioni. Per quanto anche lei pecchi a volte di ristrettezze tipiche del suo tempo, che dimostrano solo la sua attinenza con la realtà culturale e sociale della sua epoca, rendendola cittadina perfettamente conforme ai costumi ed usi del suo tempo, ha saputo tuttavia essere attenta ai valori sociali di cui le donne sono una fondamentale componente.
Si rivolge loro sempre direttamente, salvo sporadiche eccezioni tipiche però del suo tempo che non tolgono ampiezza e validità al suo messaggio straordinario di equità, istruzione per tutti e tutte, amore delle cose nazionali, a discapito di pedisseque imitazioni non confacenti lo spirito e le necessità italiane, e una società basata sul merito, un merito necessario a tutte e tutti, a cui le donne devono aspirare congiuntamente agli uomini ma per questo devono avere le stesse armi, dell’educazione e dell’istruzione.

Di lei l’editore delle Stamperia dell’Iride nel “Componimento in morte di Anna Marzano Capialbi da Montelione” voluto dal figlio della defunta, il Cavaliere Vito Capialbi, ci dice che Luisa Amalia Paladini nel sonetto dedicato alla defunta riesce a : “ rintuzzare la baldanza egoistica de’ detrattori del talento femminile, degli orgogliosi nemici della loro istruzione, e più se unita alle molte insigni sue pari, onoranti l’italo suolo, capace a far arrossire delle loro inferiorità molti de’ sedicenti dotti”[18].


Opere:

“Saggi poetici”, Lucca, Ed. Giusti, 1839

“Pel Congresso degli scienziati italiani in Lucca”, Ode, Lucca, Ed. Tipografia Rocchi, 1843

“Nuovi canti di Luisa Amalia Paladini: offerti alla Guardia civica di Lucca”, Lucca, Ed. tipi di Giacomo Rocchi e Figli, 1848

“Manuale per le giovinette italiane”, Firenze, Ed. Le Monnier, 1851

“Fior di memoria per le donne gentili. Prose e poesie”, Firenze, Ed. Melchiorri, 1855

“La famiglia del soldato”, Firenze, Ed. Le Monnier, 1859

“Lettere di ottimi autori sopra  cose familiari. Ad uso specialmente delle giovinette italiane”, Firenze, Ed. Le Monnier, 1861




Biografia (più recente):

SIMONETTI Simonetta, “Luisa Amalia Paladini: vita e opere di una donna del Risorgimento”,  Lucca,  Ed. Maria Pacini Fazi, 2012.



[1] LUISA AMALIA PALADINI, “ Fior di memorie per le donne gentili”, Firenze, Ed. Melchiorri, 1855, pag. 103.
[2] Ivi, pag. 90.
[3] Ivi, pag. 92.
[4] Ivi, pag. 91.
[5] Ivi, pag. 97.
[6] Ibidem.
[7] Ibidem.
[8] Ibidem.
[9] Ivi, pag. 87.
[10] Ivi, pag. 88
[11] Ivi, pag.  89.
[12] Ibidem.
[13] Ivi, pag. 88.
[14] Ivi, pag. 89.
[15] Ivi, pag. 93.
[16] Ivi, pag. 97.
[17] Ivi, pag. 86.
[18] AA.VV., “Componimento in morte di Anna Marzano Capialbi da Montelione”, Napoli, Ed. Stamperie dell’ Iride, 1841, pag. 102.

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mercoledì 19 febbraio 2014

La dialettologa bolognese, ignara femminista

Almanacco del 19 Febbraio: 



Proprio in un Castello come questo vive Stellina, la protagonista della favola scritta da Carolina Coronedi Berti che Italo Calvino mise nella raccolta "Fiabe Italiane".

 "A New Day  at Cinderella's Castle" ,dipinto di Thomas Kinkade


Carolina Coronedi Berti nasceva oggi, 19 Febbraio 1820 a Bologna, e questa è una delle poche notizie che purtroppo si sanno sulla sua vita.

Si sposa con Leonida Berti, e da quel momento aggiunge al suo cognome quello del marito, da cui avrà quattro figli.
Con la famiglia si trasferisce prima a Camerino e poi a Ferrara ma si sa per certo che tornò poi a Bologna, dove morì nel 1911, anche se non si sa di preciso quando.

Fu una fine cultrice del valore dialettale, apprezzata etnolinguista che nella Bologna risorgimentale dette il suo esemplare contributo a favore della sua Bologna e della sua lingua che in quel periodo aveva rappresentati del calibro di Carducci, ormai agli onori più alti e diventato il vate della terza Italia, quella unificata.
In questo clima di scoperta e rivalutazione della componente dialettale e folcloristica dell’Italia da poco unita, dove forte era la necessità di conoscere per incrementare  e stimolare l’unione delle italiche genti, Carolina diede il suo inestimabile contributo redigendo, tra gli anni 1869 e 1874, il “Vocabolario  Bolognese- Italiano” in due volumi che fece precedere anche da una grammatica e dall’esplicazione della fonetica, con una metodologia tutta nuova da lei pensata.
Il suo intento lo dichiara ella stessa: “Che ciascun paese abbia il suo vocabolario è cosa importantissima, e gli odierni studi filologici ne fanno richiamo, siccome dalla comparazione de’ diversi dialetti trovano la fonte per riconoscere e rannodare le grandi famiglie delle nazioni.”[1]. E siccome ormai altre grandi città, per storia e tradizione avevano i loro vocabolari non di meno avrebbe dovuto la sua città, poiché: “ ma Bologna che fu chiamata da secoli La madre degli studi, La dotta, la grassa, sia per la fertilità del suolo che occupa, sia per la sua agricoltura e il suo commercio e per quella sede di studi alla quale i più grandi ingegni italiani e stranieri concorsero a perfezionarsi nelle scienze, fra tanti suoi figlioli che si acquistarono gloriosa fama sia nelle scienze come nelle arti, niuno vi fu, che si dedicasse a conservare la lingua di sì cara madre”[2], così “Il bisogno di avere un vocabolario per le addotte ragioni e un amorevole desiderio di non volere il mio paese indietro dagli altri, mi mosse a questo lavoro”[3].
Pagina iniziale del Vocabolario Bolognese- Italiano 
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Fece parte della Commissione per i testi di lingua,  e le sue ricerche linguistico- dialettali furono pubblicate su importanti giornali tra cui “La rivista europea” di Firenze,  la “Rivista di letteratura popolare” di Roma, e l’ “Archivio per lo studio delle tradizioni popolari” di Palermo; un suo studio monografico fu inserito nell’ autorevole opera scientifica “Storia degli usi natalizi in Italia e presso gli altri popoli indo-europei” di Angelo De Gubernatis  edita nel 1878.        

La particolarità di questa filologa fu quella di delineare con le sue opere, nel suo più generale intento di tributare la sua lingua e la sua città, elevandola allo stesso livello delle altre dotandola di testi ed opere linguistiche atte ad esplicarne la complessità, la bellezza ma soprattutto a dare strumenti concreti agli alunni ed agli insegnanti, nonché agli studiosi, fu quella di delineare, probabilmente senza neanche volerlo, una realtà femminile ritratta nei suoi affreschi dialettali composti da detti, proverbi, usanze e tradizioni, dagli usi nuziali a quelli funebri, come l’opuscolo “Alcuni usi popolari bolognesi”, nonché  alle favole.
Scrisse infatti anche il testo “Favole Bolognesi” (Al sgugiol di ragazù) nel 1883, forse la sua opera più conosciuta, una delle quali, La fola dèl Rè di animal, fu ripresa e tradotta da Calvino per la  sua raccolta “Fiabe Italiane” in cui la definì
una sorta di Alice nel paese delle meraviglie dialettale.
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Bimbe che leggono un libro di favole, autore sconosciuto.
Anche qui Carolina Coronedi Berti ebbe il chiaro intento di far sapere che anche Bologna aveva le proprie favole: “Ho scritto questa raccolta di favole perché Bologna possa dire, con molti altri paesi d’Italia, d’avere le sue [...]”[4] . E proprio questo libro sarà dedicato ad una nipotina, Giulietta, una delle tante figure femminili che ci introducono in questo ambiente bolognese in cui ci possiamo immergere e conoscere le abitudini, i costumi e di conseguenza la condizione vissuta dalle donne bolognesi nella società di fine ottocento, infatti la Coronedi Berti pur forte della sua conoscenza linguistica non si ferma alla nobiltà del dialetto ma attinge dalla vita vera, dalla popolazione reale, da come parlano le persone in strada, al mercato, per la via proprio per descrivere e racchiudere la vera lingua bolognese perché il suo contributo voleva essere concreto e reale e allora dalla realtà doveva prendere linfa.

Fu un lavoro sfibrante e impegnativo, una mole enorme di fatica ma ne esce un quadro linguistico ancora integralmente valido e non solo, la grandezza di questa studiosa è quella di essere stata una delle figure femminili più importanti dell’epoca nella realtà culturale bolognese ed ancora oggi per averci regalato nell’interezza della sua opera volta a racchiudere il folclore, e quindi gli usi e i costumi bolognesi, l’immagine effettiva della condizione reale e immaginifica, che però sappiamo racchiude sempre un impatto concreto sulla società di cui è prodotto, della donna bolognese di fine ottocento e di cui lei stessa ne è figura emblematica: “[...] Il mio lavoro, nato in mezzo alle cure della famiglia e accresciuto dal poco mio ingegno, solo dirò ch’egli, qualunque ei sia, venne fatto tutto da me con quel fermo volere, di cui se ne dubita la donna essere capace”[5].


Su questo tema, si veda la raccolta di testi del Congresso organizzato nel 2011 a Bologna nel 100° della morte della studiosa: "Una pioniera degli studi etnolinguistici e demoantropologici: Carolina Coronedi Berti (1820-1911)", intitolata “At vói cuntèr na fóla. : Carolina Coronedi Berti e la cultura del suo tempo”, nello specifico i saggi di Claudia Giacometti: “Le opere e i giorni delle donne nel Vocabolario dialettale di Carolina Coronedi Berti” e il saggio di Elide Casali “I ‘mille volti’ dell’eroina ne Al segugio di ragazù di Carolina Coronedi Berti”.
 

Opere  (alcune) :

 “Vocabolario Bolognese- Italiano”,  1869- 1874;
"Di alcuni usi popolari bolognesi", 1872;
"Usi nuziali del contado bolognese", 1874;
 "Raccolta di novelline popolari bolognesi",  1875;
"Appunti di botanica popolare bolognese", 1875;
"Appunti di medicina popolare bolognese", 1876;
“Alcuni usi popolari bolognesi" (Contenente una lettera diretta a Giuseppe Pitrè, in risposta al suo articolo "Sulle costumanze della Sicilia"), 1876;
“ Favole Bolognesi” (Al sgugiol di ragazù), 1883.
  
"Favole Bolognesi", Ed. Forni, 2000; ristampa
"Vocabolario Bolognese- Italiano"; 2 voll., Ed. Forni, ristampa anastatica



Biografia (recente):

¨ BATTISTINI Andrea, a cura di, “At vói cuntèr na fóla. : Carolina Coronedi Berti e la cultura del suo tempo”, Bologna, Ed. CLUEB, 2012.                                                 






[1] CORONEDI BERTI Carolina, “Vocabolario Bolognese- italiano, Bologna, Ed. Stab. Tipografico di G. Monti, 1869-1874, pag. I, Prefazione.
[2] Idem.
[3] Ivi, pag. II
[4] CORONEDI BERTI Carolina, “Favole bolognesi”, Bologna, Ed. Premiato Stab. Tipografico  a vapore Successori Monti, 1883.
[5] CORONEDI BERTI Carolina, “Vocabolario bolognese-Italiano”, Op. Cit., pag. II, Prefazione.

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lunedì 17 febbraio 2014

La monaca fuggita ai misteri claustrali e rinata nell'Italia Unita


Almanacco del 17 Febbraio:

La Signora di Monza, Giuseppe Molteni, 1847, Musei Civici di Pavia.



Enrichetta Caracciolo nasce oggi 17 Febbraio 1821, una vita straordinaria che pare un romanzo, uno di quelli scritti da qualche sua contemporanea per denunciare ed esemplificare la condizione femminile e che invece non prende spunto da un’emblematica vita esemplificativa ma è biografia, storia di vita vissuta sulla pelle, come quella di tante eroine, e parola non fu mai più adatta se non per lei.

Nasce a Napoli da don Fabio Caracciolo, figlio del Principe di Forino, maresciallo dell’esercito napoletano, e dalla nobildonna Teresa Cutelli, in una “delle prime e più cospicue famiglie di Napoli” [1] e vive un’esistenza abbastanza tranquilla tra Bari, Napoli e Reggio Calabria, a parte una parentesi di qualche anno che li vede caduti in disgrazia per la perdita del lavoro del padre, quando l’amato padre muore per un’infezione agli organi interni. A fronte della volontà di sua madre di risposarsi, c’è l’inganno materno che vede Enrichetta avviata, a sua insaputa, in convento. Si attua quello che una monaca “forzata” di qualche secolo prima, la Tarabotti, identifica come il tradimento più grande, quello dei propri genitori.
Enrichetta cerca riparo dalla decisione materna disperandosi e piangendo così che la madre le promette che starà in convento solo pochi mesi per poi riprenderla in casa.
Enrichetta così si ritrova destinata, come nella “migliore” tradizione al convento dove già erano presenti delle sue zie paterne, a Napoli al Convento di San Gregorio Armeno, di tradizione benedettina, poiché: “(...) mi dava il nome di Enrichetta, nome di una monaca zia paterna: una delle innumerabili offerte, che all’ordine di San Benedetto, consacrò la mia stirpe”.[2]
Enrichetta subisce quello che nella società era abitudine consumata sulla pelle delle donne, le sue sorelle maggiori infatti saranno maritate ma lei, con due amori andati male e senza dote dopo la morte del padre, sarà l’unica a subire, quinta di sette figlie, una monacazione forzata, perfino Giuseppina malforme, ormai zoppa dopo una rovinosa caduta troverà da sposarsi.

Enrichetta sarà vittima di una prassi in teoria già condannata dalla Controriforma del cinquecento ma che non aveva in realtà avuto alcun effetto sulla consuetudine ben più consolidata nella cultura della società pre- italica e che anzi metteva in risalto un mal costume diffuso e condiviso, unitario ancor prima che si formi la nazione.

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Enrichetta dunque però almeno inizialmente riesce ad uscire dal convento, decisa a non prendere i voti nonostante le insistenze di tutte le altre monache, nonché della badessa sua zia, dei prelati e dei confessori e si rifugia a casa di un cognato dove viene a sapere dalle sorelle maggiori, sposatesi a Reggio, che la loro madre sta per risposarsi proprio a Reggio e vuole condurla lì per farla entrare in un convento in Calabria, e che anche il suo fidanzato ormai si è messo l’anima in pace e corteggia un’altra. Enrichetta a questo punto, trovatasi sola, senza appoggi e senza un posto dove andare, raggiunta dai gendarmi che l’accusano di insubordinazione ai voleri della madre, e che vogliono portarla all’imbarco per Reggio e farle raggiungere così sua madre, è quindi costretta a tornare in convento e prendere i voti: “Il mio sacrificio da quel momento era consumato: mi considerai una vittima”.[3]

Così nel 1841 Enrichetta prende i voti definitivi e si ritrova monaca suo malgrado ma se “avevo fatto alla comunità il sacrificio della mia persona ma non già quello della mia ragione, che è un diritto inalienabile”[4] ormai “Morto il passato, estinto l’avvenire per me; le memorie un vano sogno: le speranze un delitto”[5] , “Non doveva più avere né madre,  né sorelle,  né parenti, né amici, né sostanza alcuna; aveva abdicata perfino la mia personalità”[6].
La Monaca di Monza, Mosé Bianchi, 1867 , Musei Civici di Monza.


Il primo impatto in convento fu dei peggiori, ritrovandosi a vivere, in clausura, lei, colta e amante delle arti e della letteratura, in un ambiente fatto da monache rozze, incolte, semi analfabete “la più parte giovani, o almeno non vecchie, e tutte, siccome dissi, appartenenti alle più cospicui, se non sempre alle più ricche, famiglie dell’ex capitale.
Ebbi però l’occasione d’osservare,  fin dal primo giorno del mio ingresso al convento, che le condizioni intellettuali e morali di quelle suore non rispondevano punto all’elevatezza de’ loro natali”[7].

La sua esistenza come detto sembra un romanzo e così anche Enrichetta, come ogni eroina che si rispetti, ebbe il suo cattivo: l’arcivescovo di Napoli, Riario Sforza, a cui dedicherà un intero capitolo, il XVII , delle sue Memorie.
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Con l’elezione di Papa Pio IX, Enrichetta pensa di avere un barlume di speranza nel risolvere la sua condizione chiedendo clemenza direttamente al Pontefice che non sembrò affatto contrario alle sue richieste se non che l’arcivescovo di Napoli, Riario Sforza non volle rilasciare il nullaosta che avrebbe potuto consentire ad Enrichetta di intraprendere una nuova vita, contravvenendo anche alle preferenze papali.

Durante i moti del ’48 Enricchetta riprende animo e incurante della fama che le viene  riservata legge, anche a voce alta, nel convento i giornali “rivoluzionari” meritando l’accusa di essere coinvolta in società segrete, rivoluzionarie. Forte delle scosse che la società stava vivendo torna ad appellarsi al Papa per la sua libertà, informandolo che altrimenti avrebbe approfittato della libertà di stampa per far conoscere la sua condizione di monaca forzata che interessava anche tante altre donne. Così questo l’autorizza a recarsi in un conservatorio, di Costantinopoli,  ma l’ arcivescovo Sforza, sentitosi sconfitto la obbliga a lasciare al convento i beni di famiglia, i preziosi e l’argenteria.

  Arrivata al Conservatorio di Costantinopoli,  però la monaca trova un ambiente tutt’altro che aperto e conciliante e in cui dovette abbandonare ogni speranza di poter coltivare le sue letture e si dovette concentrare allora esclusivamente sulle biografie delle santi e martiri della Chiesa, scoprendo quanto le figure femminili avevano contribuito, rivelandosi fondamentali ma non per questo valutate e riconosciute.

Immagine di Enrichetta Caracciolo nella copertina delle sue Memorie
Nel frattempo, lo Sforza continua la sua lotta contro Enrichetta e riusce ad intercettarne alcuni scritti che essa faceva uscire dal Conservatorio con la compiacenza di una governante. Questi scritti furono portati al Papa per convincerlo a non cedere alle richieste strazianti di Enrichetta e della sua madre, divorziatasi nel frattempo dal secondo marito e ormai pentita dell’ingiustizia.

Solo nel 1849 Enrichetta riesce finalmente ad uscire dal conservatorio per essere curata ai nervi, in compagnia della madre ma il nullaosta le viene negato l’anno successivo per volontà del Vicario di Napoli, Riario Sforza.
A questo punto anche la madre di Enrichetta, Teresa, si applicò per “salvare” la figlia facendola  evadere e rifugiare a Capua sotto la protezione del  vescovo che però morì solo pochi giorni  dopo ma con l’ aiuto di un amico sacerdote, Enrichetta ebbe il permesso di andare ad abitare con la madre dovendo però seguire la regola della Canonichesse di Sant’Anna, e riuscì anche a farsi restituire la rendita della sua dote monacale che Riario Sforza le aveva sequestrato, facendola vivere esclusivamente grazie al sostentamento e all’aiuto parentale.
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 Nel 1851, lo stesso arcivescovo, forte della sua influenza su Ferdinando II, la fa arrestare e condurre alla Chiesa di Santa Maria delle Grazie a Mondragone dove Enrichetta tentò il suicidio, dapprima rifiutando il cibo, e poi pugnalandosi in petto. Ormai debole per la carenza di nutrizione però la sua ferita risultò lieve e non tale da portarla a morte, così sopravvisse e per un intero anno resistette alla clausura più totale, quando però le fu impedito anche di recarsi al capezzale della madre morente, aiutata dai parenti e dalle zie si rivolse ancora una volta alla curia per chiedere aiuto, si appellò alla Sacra Congregazione per avere il permesso di recarsi ai Bagni di Castellamare per curarsi la salute, questa volta ottenendolo, infatti ormai anche la curia era infastidita dalla persecuzione, a questo punto palese e personale, del Riario nei confronti della Caracciolo e trovò un equivoco di fondo nella lettera dell’arcivescovo per acconsentire alle cure.

Da qui Enrichetta trovò una nuova vita: “Il 4 Novembre del 1854, dopo tre anni e quattro mesi di crudele prigionia, rividi la luce del giorno”[8].
Rientrata in incognito a Napoli, per aiutare la causa del paese Italia: “Che faceva intanto io inoperosa in Castellamare? [...] pensando dunque che si sarebbe in Napoli ritrovato un piccolo posto anche per la mia personale operosità, pensai di mettere in non cale ogni pericolo, purché potessi prestare anch’io qualche tenuissimo servigio al  movimento che s’ordinava”[9], si diede, come si dice, alla macchia, cambiando abitazione e personale di servizio come si cambia tovaglia per sfuggire alle spie dei Borboni e del suo acerrimo e storico nemico che l’aspettava per la resa dei conti, l’arcivescovo Sforza.

Ormai era davvero in contatto con i liberali, con i padri della nazione unita così nel 1860, durante la messa del Te Deum per festeggiare la fuga del re Francesco II delle Due Sicilie, in presenza di Garibaldi “[...] Io toltami il velo nero dal capo, e ripostolo sur un altare, ne feci atto di restituzione alla Chiesa, che me la aveva dato vent’anni fa. VOTUM FECI, GRATIAM ACCEPI”[10].

Cominciò così una nuova vita per Enrichetta, la sua vita, non meno avventurosa ed affascinante.
Si sposa con Giovanni Greuther, scegliendo il rito protestante dopo la negazione della chiesa cattolica, e comincia a raccontare, grazie alla stampa la sua straordinaria esistenza scalfita dalla monacazione.
La prima opera di Enrichetta Caracciolo, le sue Memorie.
Nel 1864 sarà la volta della sua prima opera, le sue memorie che furono tradotte in ben sei lingue, inglese, francese, tedesco, spagnolo, ungherese e greco ed ebbero un successo strepitoso anche in patria con ben otto ristampe, che le valsero anche le lodi di Manzoni e di Garibaldi.
Di due anni dopo, del 1866, è la sua seconda opera “Un delitto impunito: fatto storico del 1838” in cui narra l’omicidio di una educanda da parte del prete che era stato respinto da quest’ultima.
Scrisse poi negli anni “I miracoli” del 1874, raccolta di poesie contro la superstizione, e il dramma “La Forza dell’Onore” che venne anche rappresentato e nel 1883, tratto dalle sue memorie, fu edito un dramma in cinque atti “Un episodio dei Misteri del Chiostro napoletano”; numerosi furono anche gli articoli che scrisse, come corrispondente, per i giornali “La tribuna” di Salerno, “La rivista partenopea” e “Il Nomade” di Palermo.
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Fu membro di spicco di numerose associazioni tra cui Il Vessillo della carità, l’Associazione della gioventù studiosa di Napoli, la Società per l’Emancipazione della Donna di Lorino, tanto che nel 1866 in occasione dei moti della III guerra d’indipendenza si appellò direttamente alle donne, alla loro forza, pubblicando il “Proclama alla Donna Italiana” per mobilitare le donne alla causa nazionale.
E ampio e incondizionato sarà il suo impegno politico, appoggiando, tramite il Comitato femminile napoletano di cui, con la sorella Giulia Cigola, faceva parte, il disegno di legge di Salvatore Morelli del 1867 “Per la reintegrazione giuridica della donna” in cui Morelli chiedeva la partecipazione al voto amministrativo e politico delle donne, un disegno di legge che però non fu neanche ammesso alla lettura.

Ma come si registra speso nella storia personale delle donne, che come sappiamo purtroppo risulta cosa altra dalla Storia, Enrichetta nonostante si fosse mobilitata e spesa per la causa unitaria non ricevette alcuna riconoscenza, infatti Garibaldi lasciò Napoli, per andare a Capri, prima di firmare il decreto con cui avrebbe voluto nominare Enrichetta ispettrice degli educandati di Napoli e anche il ministro dell’istruzione De Sanctis che pure le aveva promesso un incarico , la rinnegò.
Così Enrichetta visse gli ultimi anni della sua vita nella sua città, ormai vedova e senza gli averi di famiglia che l’arcivescovo le aveva sequestrato e che non si trovarono mai più, dimenticata dal suo popolo ma almeno finalmente libera. Noi invece la ricordiamo, e ci piace ricordarla, come lei preferiva: “[...] E il nome di cittadina, che dato a tutti non contiene alcuna distinzione, divenne per me il titolo più proprio[...]. [...] perciò chiamatemi Cittadina, e se volete aggiungere una distinzione dite: quella cittadina che provocò e promosse il Plebiscito delle donne in Napoli”[11].
E  a Napoli, nella sua città, morirà il 17 marzo 1901, a 80 anni.

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Opere:
      “Misteri del chiostro napoletano”, 1864;
“Un delitto impunito: fatto storico del 1838”, 1866;
“Proclama alle Donne d'Italia”,  1866;
“ I miracoli”, 1874;
      “La forza dell'onore”, dramma;
   “Un episodio dei misteri del Chiostro Napolitano: dramma in 5 atti di Enrichetta Caracciolo Forino ex monaca benedettina”,  1883.


Biografia:

¨ Caracciolo Enrichetta, “Misteri del Chiostro napoletano”, con Nota critica, prefazione di Maria Rosa Cutrufelli, Firenze, Ed. Giunti, 1998.
¨ Sciarelli Francesco, “Enrichetta Caracciolodei principi di Forino, ex monaca benedettina. Ricordi e documenti”, Ed. Pisano, 2013.
¨ Caracciolo Enrichetta, “Misteri del Chiostro napoletano”,  ed. Barbera, 2013.

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Opere di dominio pubblico:









[1]  CARACCILO Enrichetta, “Memorie del Chiostro Napoletano, memorie di Enrichetta Caracciolo de’ Principi di Forino, ex monaca benedettina”, IV edizione, Firenze, ed. G. Barbera editore, 1864, pag. 1.
[2] Ibidem.
[3] Ivi, pag. 115. 
[4] Ivi, pag. 134.
[5] Ivi, pag. 122.
[6] Ivi, pag. 134.
[7] Ivi, pag. 78.
[8] Ivi, pag. 308.
[9] Ivi, pag. 311.
[10] Ivi, pag. 337.
[11] Ivi, pag. 337.

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