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lunedì 1 marzo 2021

La Semplicità Ingannata- Satira per attrice e pupazze sul Lusso d'esser donne- Marta Cuscunà

Marta Cuscunà e le sue ragazze in
La Semplicità Ingannata-
Satira per attrice e pupazze sul Lusso d'esser donne



Era dagli inizi degli anni Ottanta del Novecento che non si vedeva un'opera teatrale ispirata da Arcangela Tarabotti1, spero quindi che presto ci potrà essere di nuovo l'occasione per tutte e tutti noi di poter andare a vedere Marta Cuscunà e le sue “ragazze” dal vivo, perché questo spettacolo è ormai in scena da anni in giro per l'Italia.

Per i più attenti spettatori Marta è stata ospite nella prima puntata del programma Ricomincio da tre su RaiTre, pensato proprio per dare visibilità ad un teatro ingiustamente oscurato da troppo tempo.

La pièce ispirata ad Arcangela Tarabotti si chiama “La Semplicità Ingannata- Satira per attrice e pupazze sul Lusso d'esser donne”, liberamente ispirato alle opere di Arcangela Tarabotti. Seconda tappa di un progetto più ampio che si chiama “Resistenze femminili” di cui 'E' bello vivere liberi!' dedicato alla staffetta partigiana Ondina Pateani è la prima parte e Sorry boys è il terzo atto.

Piacevolmente incuriosita da questa proposta teatrale che inseguivo da anni ne ho parlato con l'autrice Marta Cuscunà in una piacevolissima telefonata di cui vi riporto le mie maggiori curiosità ma purtroppo non le risate!

Qui puoi leggere il post su
Arcangela Tarabotti
Marta, che ha anche un'associazione culturale e un blog , ha incontrato Arcangela Tarabotti durante i suoi studi in Accademia quando le viene chiesto di fare un'improvvisazione su una figura storica locale, consultando il libro di Giovanna Paolin “ Lo spazio del silenzio”, che è stato anche uno dei libri per la mia tesi su Arcangela, ha conosciuto e da subito amato questa donna e scrittrice.

Ma Tarabotti è stata l'ispirazione per occuparsi di un tema in realtà più ampio.


L'opera parla di una bambina, Angela, costretta ad entrare in convento e a diventare monaca così conosciamo la vita del convento che prende forma nelle sembianze del coro formato dalle consorelle di Angela, per dirla con l'autrice il convento diventa 'la stanza tutta per se' per creare un modello sociale alternativo e anti patriarcale.

L'opera infatti non è ecclesiastica né prettamente di denuncia delle monacazioni forzate perché Marta Cuscunà prende a pretesto questa storia, che in realtà sono due, per parlare alle donne di oggi. La vicenda di Arcangela Tarabotti infatti introduce all'esempio di resistenza femminile che un gruppo di monache nel Seicento ha portato davvero avanti a dispetto dell'epoca e della Santa Inquisizione. Dopo uno studio di due anni Marta ha recuperato infatti la storia, e i nomi veri con cui le porta in scena, delle Monache del Convento di Santa Chiara di Udine, un raro esempio di libertà di pensiero.
Dall'incontro di queste due diverse esperienze del femminile simili ma uniche Marta ha creato questo spettacolo partendo, sembra incredibile, dall'attualità.

Era l'epoca, non molti anni fa, in cui tra imprenditori e uomini così detti di successo c'era l'abitudine di scambiarsi ragazze per una o più notti invece che mazzette e denaro contante, questi episodi di cronaca fanno venire in mente a Marta che anche le monache forzate obbedivano a logiche economiche strutturali ad una società patriarcale. Ecco quindi che il loro esempio diventa vissuto attuale capace di parlare anche a noi oggi.
La donna come merce di scambio quindi ma non solo, infatti la storia delle monache udinesi di Santa Chiara si rivela un monito alla solidarietà femminile che viene troppo spesso derisa e misconosciuta, nonostante le pressioni e le minacce infatti nessuna delle consorelle tradirà l'altra e la loro libertà. Foemina foeminae lupior quindi non è un fatto inevitabile, anzi.Sperando quindi di poterla andare a vedere insieme alle sue ragazze al più presto nei teatri italiani, sarà intanto possibile seguirla al Festival delle marionette a Parigi a maggio.





Foto fornite da Marta Cuscunà



1“Seicenta-Vita di Arcangela Tarabotti”di Antonella Borina, 1982. Messa in scena al teatro Goldoni di Venezia nel 1982.

COPYRIGHT dei contenuti dove non diversamente specificato

mercoledì 15 novembre 2017

Mistiche d'Italia- Lucrezia della Genga e le Lucrezie todine



Mistiche d'Italia- Lucrezia della Genga e le Lucrezie todine



Arrivando a Todi tutto colpisce per il suo aspetto antico eppure attuale, accogliente come la sua piazza che ti riporta ad un tempo lontano capace di immergerti in fatti passati facendoti respirare la sua epoca come il Duomo dalla sua imponente scalinata che come un abbraccio ti invita a salire per entrare nel mistero spirituale confortato dai palazzi temporali al suo fianco come il Comune e i suoi grandiosi archi e con la scalinata su cui ti sembra di poter vedere ancora un avo con il suo mantello di feltro che si arrocca sui suoi gradini per questioni di massima urgenza.

E tra i palazzi dei potenti, religiosi o laici che siano, sta un piccolo convento che si fatica quasi a trovare se non con caparbia volontà lo si cerca. E' noto come “Le Lucrezie”.

L'entrata al monastero
Un portale di legno accoglie il visitatore in quello che oggi è il Museo lapidario della città e il teatro ricavato nel primo ordine del monastero detto “delle aquile”, poiché lì è stato ritrovato un nido di aquila che suffragherebbe la leggenda fondativa di Todi il cui simbolo è infatti un'aquila perché si vuole che questo rapace abbia indicato ai primi abitanti dove fondare la città poggiandosi su queste terre.

Il Chiostro
Il monastero regala poi dal suo chiostro un panorama mozzafiato che riconcilia gli affari terreni con lo spirito e questo forse è stato proprio il volere della sua fondatrice che qui volle dare dimora stabile al Terzo Ordine francescano presente a Todi già dalla fine del 1200 ma senza una fissa residenza. A questo inconveniente volle riparare appunto una nobile donna.  
Lucrezia della Genga, figlia di Simone della Genga, conte della Genga nella Marca Anconetana, nacque intorno al 1340 e andò in sposa a Federico Baldino dei conti di Marsciano da cui ebbe un figlio che come tradizione vuole fu chiamato come il nonno, Baldino.
Proveniente da Roma ma la cui famiglia era originaria delle Marche, a Roma fondò un convento presso la chiesa di Santa Maria della Minerva1.
Rimasta vedova già nel 1400 dopo che perse anche suo figlio a breve distanza dal marito2, ebbe problemi con la famiglia dei Conti Marsciano che rivendicavano indietro la dote. Lucrezia volle investire invece questi averi creando un monastero che accogliesse le terziarie francescane. Nel 1411 è documentato l'ordine di costruzione di un monastero a Todi.3
L'entrata del monastero

L'esempio infatti di San Francesco e di Santa Chiara aveva ispirato molte seguaci che volevano vivere secondo la regola dei Santi francescani, in collettività senza prendere i voti e rimanendo nella società in mezzo ai più bisognosi, come accadde a Foligno con la Beata Angela, la Magistra Theologorum, convertitasi dopo aver visitato la tomba di San Francesco nel 1299, definita addirittura “alter Franciscus”4 e in questo stesso periodo a Beata Angelina, figlia del Conte Giacomo Maresciano5, cognata di Lucrezia, che sempre a Foligno nel convento di Sant'Anna diede sede al terzo ordine francescano regolare nel 1388, riconosciuto ufficialmente nel 1404 da Papa Bonifacio IX.6
Figure femminili negli affreschi
della Cappella monacale
Alcuni vogliono proprio Angelina tra le prime seguaci di Lucrezia nel monastero todino allorché in numero di dodici, le donne che composero il primo nucleo stanziale dell'ordine francescano, si fermarono a Todi. Lucrezia acquistò un primo nucleo di abitazioni da cui prese avvio il complesso conventuale: domus seu locus religiosus.



Il Chiostro
Nel 1425, all'età di 84 anni, Lucrezia fece testamento davanti al notaio Bartolomeo di Guarriscio di Francesco il 28 marzo7 nel quale oltre a citare come eredi i nipoti, i figli del fratello Contuccio della Genga8, lasciava gli stabili del monastero alle sue consorelle tra cui sua sorella Caterina Zuccano che le succedette alla guida del monastero nel 14289.

Inizialmente al monastero fu dato il nome di San Giovanni Battista ma dopo il lascito di Lucrezia che venne ulteriormente ampliato grazie alle altre consorelle che acquistarono altri edifici attigui, venne per tutti e da allora chiamato “Le Lucrezie”.

La piazzetta antistante l'entrata

Nel 1429 infatti anche le altre consorelle parteciparono attivamente all'ampliamento dello stabile acquistando altre proprietà limitrofe ed ingrandendo così il monastero tanto da riuscire a creare una piazzetta antistante l'arco di entrata.


All'entrata del monastero si trovava lo strumento emblematico della clausura delle monache: la Ruota.
Sebbene inizialmente l'ordine terziario francescano non prevedesse la clausura nel tempo e soprattutto con il Concilio di Trento questa fu imposta anche al monastero delle Lucrezie dove la Ruota divenne quindi strumento di comunicazione con l'esterno. Essa veniva usata sia per introdurre derrate alimentari sia vestiario e comunicazioni quando a volte anche infanti che venivano affidati alle cure delle monache.
La Ruota del monastero delle Lucrezie.

Dopo la Controriforma nel 1498, l'importanza della Ruota venne sottolineata e rafforzata dall'Arcivescovo Angelo Cesi che ne volle rimarcare l'importanza e anzi chiuse la porta del monastero dall'esterno in favore di un maggior lavoro della Ruota quale unico mezzo di contatto con il mondo esterno: “...onde evitare qualunque inconveniente che fosse in ogni tempo mai potuto insorgere”10.

La Cappella del monastero, oggi museo lapidario di Todi.
La Cappella è rimasta invece dedicata a San Giovanni Battista e annovera affreschi della prima metà del Seicento ed oggi ospita la collezione del Museo Lapidario.


I tre ordini del monastero
Sebbene alla fine del '400 i conventi e i monasteri attraversassero un periodo di crisi e difficoltà, il monastero creato e voluto da Lucrezia invece incontrò la beneficenza di molti laici todini che permisero così l'ingrandimento dell'edificio che quindi alla fine e a tutt'oggi conta una struttura fatta di tre ordini.
Trai suoi beneficiari si annovera anche Papa Eugenio IV che nella sua impresa di riformare la chiesa cattolica fece delle concessioni al monastero11.

Lucrezia della Genga non sarà ritenuta né santa né beata ma ebbe comunque il grande merito locale di dare una sede stabile alla congregazione francescana dell'ordine terziario che presente nella città dal 1298 non aveva mai avuto una residenza permanente che appunto le diede Lucrezia entro le mura fortificate di Todi da cui ammirare e contemplare la natura e tutte le sue creature. Scelse infatti un luogo a ridosso delle mura romane, un po' arroccato che nelle epoche più moderne soffrirà infatti delle frane che porteranno le monache nel 1700 e definitivamente nel 1800 a dover abbandonare il monastero per le importanti lesioni che avevano colpito
Il panorama dal Chiostro del monastero delle Lucrezie
l'edificio12 ma dal suo chiostro, che spicca sulla vallata teverina, non è possibile non fermarsi a contemplare la meraviglia del Creato proprio come San Francesco insegna.


Il complesso del monastero visto dai giardini Oberdan.
L'opera di Lucrezia è oggi ancora importante per tutto il tessuto urbano e popolare todino; il complesso del Convento delle Lucrezie infatti è un importante fulcro per la popolazione locale essendo sede del Museo lapidario nei locali dell'ex cappella conventuale, sede del teatro detto “nido delle aquile” nel primo ordine mentre nell'ordine superiore è presente una scuola.



Lucrezia morì nel 1445.











1Pannello espositivo Convento Le Lucrezie, Todi.
2www.beatangelinadimarsciano.it      consultato  11/11/ 2017
3www.siusa. archivi.beniculturali.it    consultato il 13/11/ 2017
4Andreoli S. “Angela da Foligno “alter Franciscus. VII centenario della morte", Roma, 2008.
5 Moroni Romano G.,“Dizionario di erudizione storico- eclessiastica da San Pietro sino ai nostri giorni” Volume 38, Pag. 246, 1844.
6www.beatangelinadimarsciano.it URL Cit.
7 Pannello espositivo del Convento delle Lucrezie, Todi.
8URL www.beatangelina Cit.
9www.monasticmatrix.osu.edu/monasticon/s-giovanni-di-paragnano     consultato il 12/11/ 2017
10Pannello espositivo del monastero delle Lucrezie, Todi.
11www.siusa.archivi.beniculturali.it URL Cit.
12Opera Ipogea, 1/2010, pag. 36.





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lunedì 22 maggio 2017

Arcangela Tarabotti: una monaca in difesa delle donne








Il mio incontro con Suor Arcangela Tarabotti, al secolo Elena Cassandra Tarabotti, risale a più di dieci anni fa quando mi laureai proprio sulla figura di Arcangela con una tesi dal titolo "L'istruzione femminile nel pensiero di Arcangela Tarabotti" grazie alla Professoressa Anna Maria Ginevra Conti Odorisio, che per chi non la conoscesse è una delle maggiori studiose ed esperte di Women's Studies in Europa. 

La passione che scaturì da quell'incontro è ancora viva e non potrebbe essere diversamente visto la caratura della donna in questione. Mi “innamorai” di Arcangela Tarabotti per la forza delle sue parole che in alcuni suoi scritti diventa veemenza nel difendere la dignità femminile.


Arcangela Tarabotti nasce a Venezia nel 1604 e ancora poco più che bambina viene destinata al convento dai suoi genitori probabilmente per un difetto fisico, era infatti claudicante, oppure perché maggiore tra le sorelle in questo modo dava alla famiglia Tarabotti la possibilità di procrastinare la spesa per le doti delle altre figlie più piccole, fatto sta che la pratica delle monacazioni forzate era una pratica molto in uso in quel tempo ed era tollerata sia dal Governo veneziano che dalla Curia.

Arcangela prese i voti ancora da adolescente e ricordando il rito di passaggio nei suoi scritti ormai da adulta ancora ne parla con un senso di disperazione per la condizione di forzata, un senso di oppressione che non la abbandonerà mai nel corso della sua vita, sacrificata all'interno di un monastero benedettino, quello di Sant'Anna. Suor Arcangela però ricorderà sempre anche il tradimento subito da parte dei suoi genitori che l'avevano costretta al chiuso di un chiostro a vita e nella sua opera “La semplicità ingannata” usa la metafora proprio di un uccellino che ignaro e fiducioso si libra nell'aria ma che viene invece preso in una rete e intrappolato. 


Il monastero di Sant'Anna a Venezia
dove nel 1617 Elena prese i voti
diventando Suor Arcangela


Credits By Didier Descouens 
La grandezza della figura di Arcangela è che, partendo dalla sua condizione personale, riesce ad individuare  gli aspetti economici e sociali che portano tante disperate nei conventi e monasteri;  ritrova motivazioni socio-economiche, come diremmo oggi, che riguardano l'intera società barocca veneziana.  Riesce a capire e mettere in luce le ragioni che portano il Governo veneziano e i suoi cittadini ad una pratica così odiosa per le loro figlie ma anche agli occhi di Dio, infatti Arcangela sottolinea anche le responsabilità che la Chiesa, nonostante il Concilio di Trento, dimostra in questa consuetudine. 

Suor Arcangela dà così voce al suo malessere e disagio ma non solo “vendica” infatti tutte le sfortunate come lei, chi non ricorda la manzoniana monaca di Monza?, e addirittura usa gli stessi versi delle Sacre Scritture per difendere le donne, tutte, dagli attacchi misogini che all'epoca si riversavano sulle donne, tutte, in quanto tali cioè esseri inferiori nate solo per servire l'uomo. Suor Arcangela Tarabotti infatti seppur come autodidatta difenderà  le donne dalla polemica dell'epoca che voleva mettere in dubbio l'esistenza di un'anima anche per il genere femminile e lo farà appellandosi alle Sacre Scritture e al Vangelo.

Arcangela Tarabotti è passata alla Storia come Suor Arcangela ma lei forse si pensava solo e semplicemente Elena che voleva essere: “Una stella errante” e io ho cercato così di raccogliere la sua testimonianza di donna e portare la sua voce al di là del suo tempo...

Così per Wikidonne, il progetto di Wikipedia per diminuire il gap di genere presente nelle voci enciclopediche curato dalle utenti, storiche, accademiche, giornaliste, insegnati, scrittrici... ho curato la voce enciclopedica che la riguarda mentre il mio ultimo contributo è per il blog "Women's History Network" curato da un'associazione di accademiche delle varie università inglesi che si occupano di Women's Studies: "Arcangela Tarabotti, Elena Cassandra: a feminist Venetian Republic  Nun ".  

Qui puoi leggere il post su
Arcangela Tarabotti su
Women's History Network



















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lunedì 17 febbraio 2014

La monaca fuggita ai misteri claustrali e rinata nell'Italia Unita


Almanacco del 17 Febbraio:

La Signora di Monza, Giuseppe Molteni, 1847, Musei Civici di Pavia.



Enrichetta Caracciolo nasce oggi 17 Febbraio 1821, una vita straordinaria che pare un romanzo, uno di quelli scritti da qualche sua contemporanea per denunciare ed esemplificare la condizione femminile e che invece non prende spunto da un’emblematica vita esemplificativa ma è biografia, storia di vita vissuta sulla pelle, come quella di tante eroine, e parola non fu mai più adatta se non per lei.

Nasce a Napoli da don Fabio Caracciolo, figlio del Principe di Forino, maresciallo dell’esercito napoletano, e dalla nobildonna Teresa Cutelli, in una “delle prime e più cospicue famiglie di Napoli” [1] e vive un’esistenza abbastanza tranquilla tra Bari, Napoli e Reggio Calabria, a parte una parentesi di qualche anno che li vede caduti in disgrazia per la perdita del lavoro del padre, quando l’amato padre muore per un’infezione agli organi interni. A fronte della volontà di sua madre di risposarsi, c’è l’inganno materno che vede Enrichetta avviata, a sua insaputa, in convento. Si attua quello che una monaca “forzata” di qualche secolo prima, la Tarabotti, identifica come il tradimento più grande, quello dei propri genitori.
Enrichetta cerca riparo dalla decisione materna disperandosi e piangendo così che la madre le promette che starà in convento solo pochi mesi per poi riprenderla in casa.
Enrichetta così si ritrova destinata, come nella “migliore” tradizione al convento dove già erano presenti delle sue zie paterne, a Napoli al Convento di San Gregorio Armeno, di tradizione benedettina, poiché: “(...) mi dava il nome di Enrichetta, nome di una monaca zia paterna: una delle innumerabili offerte, che all’ordine di San Benedetto, consacrò la mia stirpe”.[2]
Enrichetta subisce quello che nella società era abitudine consumata sulla pelle delle donne, le sue sorelle maggiori infatti saranno maritate ma lei, con due amori andati male e senza dote dopo la morte del padre, sarà l’unica a subire, quinta di sette figlie, una monacazione forzata, perfino Giuseppina malforme, ormai zoppa dopo una rovinosa caduta troverà da sposarsi.

Enrichetta sarà vittima di una prassi in teoria già condannata dalla Controriforma del cinquecento ma che non aveva in realtà avuto alcun effetto sulla consuetudine ben più consolidata nella cultura della società pre- italica e che anzi metteva in risalto un mal costume diffuso e condiviso, unitario ancor prima che si formi la nazione.

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Enrichetta dunque però almeno inizialmente riesce ad uscire dal convento, decisa a non prendere i voti nonostante le insistenze di tutte le altre monache, nonché della badessa sua zia, dei prelati e dei confessori e si rifugia a casa di un cognato dove viene a sapere dalle sorelle maggiori, sposatesi a Reggio, che la loro madre sta per risposarsi proprio a Reggio e vuole condurla lì per farla entrare in un convento in Calabria, e che anche il suo fidanzato ormai si è messo l’anima in pace e corteggia un’altra. Enrichetta a questo punto, trovatasi sola, senza appoggi e senza un posto dove andare, raggiunta dai gendarmi che l’accusano di insubordinazione ai voleri della madre, e che vogliono portarla all’imbarco per Reggio e farle raggiungere così sua madre, è quindi costretta a tornare in convento e prendere i voti: “Il mio sacrificio da quel momento era consumato: mi considerai una vittima”.[3]

Così nel 1841 Enrichetta prende i voti definitivi e si ritrova monaca suo malgrado ma se “avevo fatto alla comunità il sacrificio della mia persona ma non già quello della mia ragione, che è un diritto inalienabile”[4] ormai “Morto il passato, estinto l’avvenire per me; le memorie un vano sogno: le speranze un delitto”[5] , “Non doveva più avere né madre,  né sorelle,  né parenti, né amici, né sostanza alcuna; aveva abdicata perfino la mia personalità”[6].
La Monaca di Monza, Mosé Bianchi, 1867 , Musei Civici di Monza.


Il primo impatto in convento fu dei peggiori, ritrovandosi a vivere, in clausura, lei, colta e amante delle arti e della letteratura, in un ambiente fatto da monache rozze, incolte, semi analfabete “la più parte giovani, o almeno non vecchie, e tutte, siccome dissi, appartenenti alle più cospicui, se non sempre alle più ricche, famiglie dell’ex capitale.
Ebbi però l’occasione d’osservare,  fin dal primo giorno del mio ingresso al convento, che le condizioni intellettuali e morali di quelle suore non rispondevano punto all’elevatezza de’ loro natali”[7].

La sua esistenza come detto sembra un romanzo e così anche Enrichetta, come ogni eroina che si rispetti, ebbe il suo cattivo: l’arcivescovo di Napoli, Riario Sforza, a cui dedicherà un intero capitolo, il XVII , delle sue Memorie.
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Con l’elezione di Papa Pio IX, Enrichetta pensa di avere un barlume di speranza nel risolvere la sua condizione chiedendo clemenza direttamente al Pontefice che non sembrò affatto contrario alle sue richieste se non che l’arcivescovo di Napoli, Riario Sforza non volle rilasciare il nullaosta che avrebbe potuto consentire ad Enrichetta di intraprendere una nuova vita, contravvenendo anche alle preferenze papali.

Durante i moti del ’48 Enricchetta riprende animo e incurante della fama che le viene  riservata legge, anche a voce alta, nel convento i giornali “rivoluzionari” meritando l’accusa di essere coinvolta in società segrete, rivoluzionarie. Forte delle scosse che la società stava vivendo torna ad appellarsi al Papa per la sua libertà, informandolo che altrimenti avrebbe approfittato della libertà di stampa per far conoscere la sua condizione di monaca forzata che interessava anche tante altre donne. Così questo l’autorizza a recarsi in un conservatorio, di Costantinopoli,  ma l’ arcivescovo Sforza, sentitosi sconfitto la obbliga a lasciare al convento i beni di famiglia, i preziosi e l’argenteria.

  Arrivata al Conservatorio di Costantinopoli,  però la monaca trova un ambiente tutt’altro che aperto e conciliante e in cui dovette abbandonare ogni speranza di poter coltivare le sue letture e si dovette concentrare allora esclusivamente sulle biografie delle santi e martiri della Chiesa, scoprendo quanto le figure femminili avevano contribuito, rivelandosi fondamentali ma non per questo valutate e riconosciute.

Immagine di Enrichetta Caracciolo nella copertina delle sue Memorie
Nel frattempo, lo Sforza continua la sua lotta contro Enrichetta e riusce ad intercettarne alcuni scritti che essa faceva uscire dal Conservatorio con la compiacenza di una governante. Questi scritti furono portati al Papa per convincerlo a non cedere alle richieste strazianti di Enrichetta e della sua madre, divorziatasi nel frattempo dal secondo marito e ormai pentita dell’ingiustizia.

Solo nel 1849 Enrichetta riesce finalmente ad uscire dal conservatorio per essere curata ai nervi, in compagnia della madre ma il nullaosta le viene negato l’anno successivo per volontà del Vicario di Napoli, Riario Sforza.
A questo punto anche la madre di Enrichetta, Teresa, si applicò per “salvare” la figlia facendola  evadere e rifugiare a Capua sotto la protezione del  vescovo che però morì solo pochi giorni  dopo ma con l’ aiuto di un amico sacerdote, Enrichetta ebbe il permesso di andare ad abitare con la madre dovendo però seguire la regola della Canonichesse di Sant’Anna, e riuscì anche a farsi restituire la rendita della sua dote monacale che Riario Sforza le aveva sequestrato, facendola vivere esclusivamente grazie al sostentamento e all’aiuto parentale.
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 Nel 1851, lo stesso arcivescovo, forte della sua influenza su Ferdinando II, la fa arrestare e condurre alla Chiesa di Santa Maria delle Grazie a Mondragone dove Enrichetta tentò il suicidio, dapprima rifiutando il cibo, e poi pugnalandosi in petto. Ormai debole per la carenza di nutrizione però la sua ferita risultò lieve e non tale da portarla a morte, così sopravvisse e per un intero anno resistette alla clausura più totale, quando però le fu impedito anche di recarsi al capezzale della madre morente, aiutata dai parenti e dalle zie si rivolse ancora una volta alla curia per chiedere aiuto, si appellò alla Sacra Congregazione per avere il permesso di recarsi ai Bagni di Castellamare per curarsi la salute, questa volta ottenendolo, infatti ormai anche la curia era infastidita dalla persecuzione, a questo punto palese e personale, del Riario nei confronti della Caracciolo e trovò un equivoco di fondo nella lettera dell’arcivescovo per acconsentire alle cure.

Da qui Enrichetta trovò una nuova vita: “Il 4 Novembre del 1854, dopo tre anni e quattro mesi di crudele prigionia, rividi la luce del giorno”[8].
Rientrata in incognito a Napoli, per aiutare la causa del paese Italia: “Che faceva intanto io inoperosa in Castellamare? [...] pensando dunque che si sarebbe in Napoli ritrovato un piccolo posto anche per la mia personale operosità, pensai di mettere in non cale ogni pericolo, purché potessi prestare anch’io qualche tenuissimo servigio al  movimento che s’ordinava”[9], si diede, come si dice, alla macchia, cambiando abitazione e personale di servizio come si cambia tovaglia per sfuggire alle spie dei Borboni e del suo acerrimo e storico nemico che l’aspettava per la resa dei conti, l’arcivescovo Sforza.

Ormai era davvero in contatto con i liberali, con i padri della nazione unita così nel 1860, durante la messa del Te Deum per festeggiare la fuga del re Francesco II delle Due Sicilie, in presenza di Garibaldi “[...] Io toltami il velo nero dal capo, e ripostolo sur un altare, ne feci atto di restituzione alla Chiesa, che me la aveva dato vent’anni fa. VOTUM FECI, GRATIAM ACCEPI”[10].

Cominciò così una nuova vita per Enrichetta, la sua vita, non meno avventurosa ed affascinante.
Si sposa con Giovanni Greuther, scegliendo il rito protestante dopo la negazione della chiesa cattolica, e comincia a raccontare, grazie alla stampa la sua straordinaria esistenza scalfita dalla monacazione.
La prima opera di Enrichetta Caracciolo, le sue Memorie.
Nel 1864 sarà la volta della sua prima opera, le sue memorie che furono tradotte in ben sei lingue, inglese, francese, tedesco, spagnolo, ungherese e greco ed ebbero un successo strepitoso anche in patria con ben otto ristampe, che le valsero anche le lodi di Manzoni e di Garibaldi.
Di due anni dopo, del 1866, è la sua seconda opera “Un delitto impunito: fatto storico del 1838” in cui narra l’omicidio di una educanda da parte del prete che era stato respinto da quest’ultima.
Scrisse poi negli anni “I miracoli” del 1874, raccolta di poesie contro la superstizione, e il dramma “La Forza dell’Onore” che venne anche rappresentato e nel 1883, tratto dalle sue memorie, fu edito un dramma in cinque atti “Un episodio dei Misteri del Chiostro napoletano”; numerosi furono anche gli articoli che scrisse, come corrispondente, per i giornali “La tribuna” di Salerno, “La rivista partenopea” e “Il Nomade” di Palermo.
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Fu membro di spicco di numerose associazioni tra cui Il Vessillo della carità, l’Associazione della gioventù studiosa di Napoli, la Società per l’Emancipazione della Donna di Lorino, tanto che nel 1866 in occasione dei moti della III guerra d’indipendenza si appellò direttamente alle donne, alla loro forza, pubblicando il “Proclama alla Donna Italiana” per mobilitare le donne alla causa nazionale.
E ampio e incondizionato sarà il suo impegno politico, appoggiando, tramite il Comitato femminile napoletano di cui, con la sorella Giulia Cigola, faceva parte, il disegno di legge di Salvatore Morelli del 1867 “Per la reintegrazione giuridica della donna” in cui Morelli chiedeva la partecipazione al voto amministrativo e politico delle donne, un disegno di legge che però non fu neanche ammesso alla lettura.

Ma come si registra speso nella storia personale delle donne, che come sappiamo purtroppo risulta cosa altra dalla Storia, Enrichetta nonostante si fosse mobilitata e spesa per la causa unitaria non ricevette alcuna riconoscenza, infatti Garibaldi lasciò Napoli, per andare a Capri, prima di firmare il decreto con cui avrebbe voluto nominare Enrichetta ispettrice degli educandati di Napoli e anche il ministro dell’istruzione De Sanctis che pure le aveva promesso un incarico , la rinnegò.
Così Enrichetta visse gli ultimi anni della sua vita nella sua città, ormai vedova e senza gli averi di famiglia che l’arcivescovo le aveva sequestrato e che non si trovarono mai più, dimenticata dal suo popolo ma almeno finalmente libera. Noi invece la ricordiamo, e ci piace ricordarla, come lei preferiva: “[...] E il nome di cittadina, che dato a tutti non contiene alcuna distinzione, divenne per me il titolo più proprio[...]. [...] perciò chiamatemi Cittadina, e se volete aggiungere una distinzione dite: quella cittadina che provocò e promosse il Plebiscito delle donne in Napoli”[11].
E  a Napoli, nella sua città, morirà il 17 marzo 1901, a 80 anni.

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Opere:
      “Misteri del chiostro napoletano”, 1864;
“Un delitto impunito: fatto storico del 1838”, 1866;
“Proclama alle Donne d'Italia”,  1866;
“ I miracoli”, 1874;
      “La forza dell'onore”, dramma;
   “Un episodio dei misteri del Chiostro Napolitano: dramma in 5 atti di Enrichetta Caracciolo Forino ex monaca benedettina”,  1883.


Biografia:

¨ Caracciolo Enrichetta, “Misteri del Chiostro napoletano”, con Nota critica, prefazione di Maria Rosa Cutrufelli, Firenze, Ed. Giunti, 1998.
¨ Sciarelli Francesco, “Enrichetta Caracciolodei principi di Forino, ex monaca benedettina. Ricordi e documenti”, Ed. Pisano, 2013.
¨ Caracciolo Enrichetta, “Misteri del Chiostro napoletano”,  ed. Barbera, 2013.

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Opere di dominio pubblico:









[1]  CARACCILO Enrichetta, “Memorie del Chiostro Napoletano, memorie di Enrichetta Caracciolo de’ Principi di Forino, ex monaca benedettina”, IV edizione, Firenze, ed. G. Barbera editore, 1864, pag. 1.
[2] Ibidem.
[3] Ivi, pag. 115. 
[4] Ivi, pag. 134.
[5] Ivi, pag. 122.
[6] Ivi, pag. 134.
[7] Ivi, pag. 78.
[8] Ivi, pag. 308.
[9] Ivi, pag. 311.
[10] Ivi, pag. 337.
[11] Ivi, pag. 337.

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