mercoledì 19 febbraio 2014

La dialettologa bolognese, ignara femminista

Almanacco del 19 Febbraio: 



Proprio in un Castello come questo vive Stellina, la protagonista della favola scritta da Carolina Coronedi Berti che Italo Calvino mise nella raccolta "Fiabe Italiane".

 "A New Day  at Cinderella's Castle" ,dipinto di Thomas Kinkade


Carolina Coronedi Berti nasceva oggi, 19 Febbraio 1820 a Bologna, e questa è una delle poche notizie che purtroppo si sanno sulla sua vita.

Si sposa con Leonida Berti, e da quel momento aggiunge al suo cognome quello del marito, da cui avrà quattro figli.
Con la famiglia si trasferisce prima a Camerino e poi a Ferrara ma si sa per certo che tornò poi a Bologna, dove morì nel 1911, anche se non si sa di preciso quando.

Fu una fine cultrice del valore dialettale, apprezzata etnolinguista che nella Bologna risorgimentale dette il suo esemplare contributo a favore della sua Bologna e della sua lingua che in quel periodo aveva rappresentati del calibro di Carducci, ormai agli onori più alti e diventato il vate della terza Italia, quella unificata.
In questo clima di scoperta e rivalutazione della componente dialettale e folcloristica dell’Italia da poco unita, dove forte era la necessità di conoscere per incrementare  e stimolare l’unione delle italiche genti, Carolina diede il suo inestimabile contributo redigendo, tra gli anni 1869 e 1874, il “Vocabolario  Bolognese- Italiano” in due volumi che fece precedere anche da una grammatica e dall’esplicazione della fonetica, con una metodologia tutta nuova da lei pensata.
Il suo intento lo dichiara ella stessa: “Che ciascun paese abbia il suo vocabolario è cosa importantissima, e gli odierni studi filologici ne fanno richiamo, siccome dalla comparazione de’ diversi dialetti trovano la fonte per riconoscere e rannodare le grandi famiglie delle nazioni.”[1]. E siccome ormai altre grandi città, per storia e tradizione avevano i loro vocabolari non di meno avrebbe dovuto la sua città, poiché: “ ma Bologna che fu chiamata da secoli La madre degli studi, La dotta, la grassa, sia per la fertilità del suolo che occupa, sia per la sua agricoltura e il suo commercio e per quella sede di studi alla quale i più grandi ingegni italiani e stranieri concorsero a perfezionarsi nelle scienze, fra tanti suoi figlioli che si acquistarono gloriosa fama sia nelle scienze come nelle arti, niuno vi fu, che si dedicasse a conservare la lingua di sì cara madre”[2], così “Il bisogno di avere un vocabolario per le addotte ragioni e un amorevole desiderio di non volere il mio paese indietro dagli altri, mi mosse a questo lavoro”[3].
Pagina iniziale del Vocabolario Bolognese- Italiano 
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Fece parte della Commissione per i testi di lingua,  e le sue ricerche linguistico- dialettali furono pubblicate su importanti giornali tra cui “La rivista europea” di Firenze,  la “Rivista di letteratura popolare” di Roma, e l’ “Archivio per lo studio delle tradizioni popolari” di Palermo; un suo studio monografico fu inserito nell’ autorevole opera scientifica “Storia degli usi natalizi in Italia e presso gli altri popoli indo-europei” di Angelo De Gubernatis  edita nel 1878.        

La particolarità di questa filologa fu quella di delineare con le sue opere, nel suo più generale intento di tributare la sua lingua e la sua città, elevandola allo stesso livello delle altre dotandola di testi ed opere linguistiche atte ad esplicarne la complessità, la bellezza ma soprattutto a dare strumenti concreti agli alunni ed agli insegnanti, nonché agli studiosi, fu quella di delineare, probabilmente senza neanche volerlo, una realtà femminile ritratta nei suoi affreschi dialettali composti da detti, proverbi, usanze e tradizioni, dagli usi nuziali a quelli funebri, come l’opuscolo “Alcuni usi popolari bolognesi”, nonché  alle favole.
Scrisse infatti anche il testo “Favole Bolognesi” (Al sgugiol di ragazù) nel 1883, forse la sua opera più conosciuta, una delle quali, La fola dèl Rè di animal, fu ripresa e tradotta da Calvino per la  sua raccolta “Fiabe Italiane” in cui la definì
una sorta di Alice nel paese delle meraviglie dialettale.
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Bimbe che leggono un libro di favole, autore sconosciuto.
Anche qui Carolina Coronedi Berti ebbe il chiaro intento di far sapere che anche Bologna aveva le proprie favole: “Ho scritto questa raccolta di favole perché Bologna possa dire, con molti altri paesi d’Italia, d’avere le sue [...]”[4] . E proprio questo libro sarà dedicato ad una nipotina, Giulietta, una delle tante figure femminili che ci introducono in questo ambiente bolognese in cui ci possiamo immergere e conoscere le abitudini, i costumi e di conseguenza la condizione vissuta dalle donne bolognesi nella società di fine ottocento, infatti la Coronedi Berti pur forte della sua conoscenza linguistica non si ferma alla nobiltà del dialetto ma attinge dalla vita vera, dalla popolazione reale, da come parlano le persone in strada, al mercato, per la via proprio per descrivere e racchiudere la vera lingua bolognese perché il suo contributo voleva essere concreto e reale e allora dalla realtà doveva prendere linfa.

Fu un lavoro sfibrante e impegnativo, una mole enorme di fatica ma ne esce un quadro linguistico ancora integralmente valido e non solo, la grandezza di questa studiosa è quella di essere stata una delle figure femminili più importanti dell’epoca nella realtà culturale bolognese ed ancora oggi per averci regalato nell’interezza della sua opera volta a racchiudere il folclore, e quindi gli usi e i costumi bolognesi, l’immagine effettiva della condizione reale e immaginifica, che però sappiamo racchiude sempre un impatto concreto sulla società di cui è prodotto, della donna bolognese di fine ottocento e di cui lei stessa ne è figura emblematica: “[...] Il mio lavoro, nato in mezzo alle cure della famiglia e accresciuto dal poco mio ingegno, solo dirò ch’egli, qualunque ei sia, venne fatto tutto da me con quel fermo volere, di cui se ne dubita la donna essere capace”[5].


Su questo tema, si veda la raccolta di testi del Congresso organizzato nel 2011 a Bologna nel 100° della morte della studiosa: "Una pioniera degli studi etnolinguistici e demoantropologici: Carolina Coronedi Berti (1820-1911)", intitolata “At vói cuntèr na fóla. : Carolina Coronedi Berti e la cultura del suo tempo”, nello specifico i saggi di Claudia Giacometti: “Le opere e i giorni delle donne nel Vocabolario dialettale di Carolina Coronedi Berti” e il saggio di Elide Casali “I ‘mille volti’ dell’eroina ne Al segugio di ragazù di Carolina Coronedi Berti”.
 

Opere  (alcune) :

 “Vocabolario Bolognese- Italiano”,  1869- 1874;
"Di alcuni usi popolari bolognesi", 1872;
"Usi nuziali del contado bolognese", 1874;
 "Raccolta di novelline popolari bolognesi",  1875;
"Appunti di botanica popolare bolognese", 1875;
"Appunti di medicina popolare bolognese", 1876;
“Alcuni usi popolari bolognesi" (Contenente una lettera diretta a Giuseppe Pitrè, in risposta al suo articolo "Sulle costumanze della Sicilia"), 1876;
“ Favole Bolognesi” (Al sgugiol di ragazù), 1883.
  
"Favole Bolognesi", Ed. Forni, 2000; ristampa
"Vocabolario Bolognese- Italiano"; 2 voll., Ed. Forni, ristampa anastatica



Biografia (recente):

¨ BATTISTINI Andrea, a cura di, “At vói cuntèr na fóla. : Carolina Coronedi Berti e la cultura del suo tempo”, Bologna, Ed. CLUEB, 2012.                                                 






[1] CORONEDI BERTI Carolina, “Vocabolario Bolognese- italiano, Bologna, Ed. Stab. Tipografico di G. Monti, 1869-1874, pag. I, Prefazione.
[2] Idem.
[3] Ivi, pag. II
[4] CORONEDI BERTI Carolina, “Favole bolognesi”, Bologna, Ed. Premiato Stab. Tipografico  a vapore Successori Monti, 1883.
[5] CORONEDI BERTI Carolina, “Vocabolario bolognese-Italiano”, Op. Cit., pag. II, Prefazione.

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lunedì 17 febbraio 2014

La monaca fuggita ai misteri claustrali e rinata nell'Italia Unita


Almanacco del 17 Febbraio:

La Signora di Monza, Giuseppe Molteni, 1847, Musei Civici di Pavia.



Enrichetta Caracciolo nasce oggi 17 Febbraio 1821, una vita straordinaria che pare un romanzo, uno di quelli scritti da qualche sua contemporanea per denunciare ed esemplificare la condizione femminile e che invece non prende spunto da un’emblematica vita esemplificativa ma è biografia, storia di vita vissuta sulla pelle, come quella di tante eroine, e parola non fu mai più adatta se non per lei.

Nasce a Napoli da don Fabio Caracciolo, figlio del Principe di Forino, maresciallo dell’esercito napoletano, e dalla nobildonna Teresa Cutelli, in una “delle prime e più cospicue famiglie di Napoli” [1] e vive un’esistenza abbastanza tranquilla tra Bari, Napoli e Reggio Calabria, a parte una parentesi di qualche anno che li vede caduti in disgrazia per la perdita del lavoro del padre, quando l’amato padre muore per un’infezione agli organi interni. A fronte della volontà di sua madre di risposarsi, c’è l’inganno materno che vede Enrichetta avviata, a sua insaputa, in convento. Si attua quello che una monaca “forzata” di qualche secolo prima, la Tarabotti, identifica come il tradimento più grande, quello dei propri genitori.
Enrichetta cerca riparo dalla decisione materna disperandosi e piangendo così che la madre le promette che starà in convento solo pochi mesi per poi riprenderla in casa.
Enrichetta così si ritrova destinata, come nella “migliore” tradizione al convento dove già erano presenti delle sue zie paterne, a Napoli al Convento di San Gregorio Armeno, di tradizione benedettina, poiché: “(...) mi dava il nome di Enrichetta, nome di una monaca zia paterna: una delle innumerabili offerte, che all’ordine di San Benedetto, consacrò la mia stirpe”.[2]
Enrichetta subisce quello che nella società era abitudine consumata sulla pelle delle donne, le sue sorelle maggiori infatti saranno maritate ma lei, con due amori andati male e senza dote dopo la morte del padre, sarà l’unica a subire, quinta di sette figlie, una monacazione forzata, perfino Giuseppina malforme, ormai zoppa dopo una rovinosa caduta troverà da sposarsi.

Enrichetta sarà vittima di una prassi in teoria già condannata dalla Controriforma del cinquecento ma che non aveva in realtà avuto alcun effetto sulla consuetudine ben più consolidata nella cultura della società pre- italica e che anzi metteva in risalto un mal costume diffuso e condiviso, unitario ancor prima che si formi la nazione.

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Enrichetta dunque però almeno inizialmente riesce ad uscire dal convento, decisa a non prendere i voti nonostante le insistenze di tutte le altre monache, nonché della badessa sua zia, dei prelati e dei confessori e si rifugia a casa di un cognato dove viene a sapere dalle sorelle maggiori, sposatesi a Reggio, che la loro madre sta per risposarsi proprio a Reggio e vuole condurla lì per farla entrare in un convento in Calabria, e che anche il suo fidanzato ormai si è messo l’anima in pace e corteggia un’altra. Enrichetta a questo punto, trovatasi sola, senza appoggi e senza un posto dove andare, raggiunta dai gendarmi che l’accusano di insubordinazione ai voleri della madre, e che vogliono portarla all’imbarco per Reggio e farle raggiungere così sua madre, è quindi costretta a tornare in convento e prendere i voti: “Il mio sacrificio da quel momento era consumato: mi considerai una vittima”.[3]

Così nel 1841 Enrichetta prende i voti definitivi e si ritrova monaca suo malgrado ma se “avevo fatto alla comunità il sacrificio della mia persona ma non già quello della mia ragione, che è un diritto inalienabile”[4] ormai “Morto il passato, estinto l’avvenire per me; le memorie un vano sogno: le speranze un delitto”[5] , “Non doveva più avere né madre,  né sorelle,  né parenti, né amici, né sostanza alcuna; aveva abdicata perfino la mia personalità”[6].
La Monaca di Monza, Mosé Bianchi, 1867 , Musei Civici di Monza.


Il primo impatto in convento fu dei peggiori, ritrovandosi a vivere, in clausura, lei, colta e amante delle arti e della letteratura, in un ambiente fatto da monache rozze, incolte, semi analfabete “la più parte giovani, o almeno non vecchie, e tutte, siccome dissi, appartenenti alle più cospicui, se non sempre alle più ricche, famiglie dell’ex capitale.
Ebbi però l’occasione d’osservare,  fin dal primo giorno del mio ingresso al convento, che le condizioni intellettuali e morali di quelle suore non rispondevano punto all’elevatezza de’ loro natali”[7].

La sua esistenza come detto sembra un romanzo e così anche Enrichetta, come ogni eroina che si rispetti, ebbe il suo cattivo: l’arcivescovo di Napoli, Riario Sforza, a cui dedicherà un intero capitolo, il XVII , delle sue Memorie.
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Con l’elezione di Papa Pio IX, Enrichetta pensa di avere un barlume di speranza nel risolvere la sua condizione chiedendo clemenza direttamente al Pontefice che non sembrò affatto contrario alle sue richieste se non che l’arcivescovo di Napoli, Riario Sforza non volle rilasciare il nullaosta che avrebbe potuto consentire ad Enrichetta di intraprendere una nuova vita, contravvenendo anche alle preferenze papali.

Durante i moti del ’48 Enricchetta riprende animo e incurante della fama che le viene  riservata legge, anche a voce alta, nel convento i giornali “rivoluzionari” meritando l’accusa di essere coinvolta in società segrete, rivoluzionarie. Forte delle scosse che la società stava vivendo torna ad appellarsi al Papa per la sua libertà, informandolo che altrimenti avrebbe approfittato della libertà di stampa per far conoscere la sua condizione di monaca forzata che interessava anche tante altre donne. Così questo l’autorizza a recarsi in un conservatorio, di Costantinopoli,  ma l’ arcivescovo Sforza, sentitosi sconfitto la obbliga a lasciare al convento i beni di famiglia, i preziosi e l’argenteria.

  Arrivata al Conservatorio di Costantinopoli,  però la monaca trova un ambiente tutt’altro che aperto e conciliante e in cui dovette abbandonare ogni speranza di poter coltivare le sue letture e si dovette concentrare allora esclusivamente sulle biografie delle santi e martiri della Chiesa, scoprendo quanto le figure femminili avevano contribuito, rivelandosi fondamentali ma non per questo valutate e riconosciute.

Immagine di Enrichetta Caracciolo nella copertina delle sue Memorie
Nel frattempo, lo Sforza continua la sua lotta contro Enrichetta e riusce ad intercettarne alcuni scritti che essa faceva uscire dal Conservatorio con la compiacenza di una governante. Questi scritti furono portati al Papa per convincerlo a non cedere alle richieste strazianti di Enrichetta e della sua madre, divorziatasi nel frattempo dal secondo marito e ormai pentita dell’ingiustizia.

Solo nel 1849 Enrichetta riesce finalmente ad uscire dal conservatorio per essere curata ai nervi, in compagnia della madre ma il nullaosta le viene negato l’anno successivo per volontà del Vicario di Napoli, Riario Sforza.
A questo punto anche la madre di Enrichetta, Teresa, si applicò per “salvare” la figlia facendola  evadere e rifugiare a Capua sotto la protezione del  vescovo che però morì solo pochi giorni  dopo ma con l’ aiuto di un amico sacerdote, Enrichetta ebbe il permesso di andare ad abitare con la madre dovendo però seguire la regola della Canonichesse di Sant’Anna, e riuscì anche a farsi restituire la rendita della sua dote monacale che Riario Sforza le aveva sequestrato, facendola vivere esclusivamente grazie al sostentamento e all’aiuto parentale.
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 Nel 1851, lo stesso arcivescovo, forte della sua influenza su Ferdinando II, la fa arrestare e condurre alla Chiesa di Santa Maria delle Grazie a Mondragone dove Enrichetta tentò il suicidio, dapprima rifiutando il cibo, e poi pugnalandosi in petto. Ormai debole per la carenza di nutrizione però la sua ferita risultò lieve e non tale da portarla a morte, così sopravvisse e per un intero anno resistette alla clausura più totale, quando però le fu impedito anche di recarsi al capezzale della madre morente, aiutata dai parenti e dalle zie si rivolse ancora una volta alla curia per chiedere aiuto, si appellò alla Sacra Congregazione per avere il permesso di recarsi ai Bagni di Castellamare per curarsi la salute, questa volta ottenendolo, infatti ormai anche la curia era infastidita dalla persecuzione, a questo punto palese e personale, del Riario nei confronti della Caracciolo e trovò un equivoco di fondo nella lettera dell’arcivescovo per acconsentire alle cure.

Da qui Enrichetta trovò una nuova vita: “Il 4 Novembre del 1854, dopo tre anni e quattro mesi di crudele prigionia, rividi la luce del giorno”[8].
Rientrata in incognito a Napoli, per aiutare la causa del paese Italia: “Che faceva intanto io inoperosa in Castellamare? [...] pensando dunque che si sarebbe in Napoli ritrovato un piccolo posto anche per la mia personale operosità, pensai di mettere in non cale ogni pericolo, purché potessi prestare anch’io qualche tenuissimo servigio al  movimento che s’ordinava”[9], si diede, come si dice, alla macchia, cambiando abitazione e personale di servizio come si cambia tovaglia per sfuggire alle spie dei Borboni e del suo acerrimo e storico nemico che l’aspettava per la resa dei conti, l’arcivescovo Sforza.

Ormai era davvero in contatto con i liberali, con i padri della nazione unita così nel 1860, durante la messa del Te Deum per festeggiare la fuga del re Francesco II delle Due Sicilie, in presenza di Garibaldi “[...] Io toltami il velo nero dal capo, e ripostolo sur un altare, ne feci atto di restituzione alla Chiesa, che me la aveva dato vent’anni fa. VOTUM FECI, GRATIAM ACCEPI”[10].

Cominciò così una nuova vita per Enrichetta, la sua vita, non meno avventurosa ed affascinante.
Si sposa con Giovanni Greuther, scegliendo il rito protestante dopo la negazione della chiesa cattolica, e comincia a raccontare, grazie alla stampa la sua straordinaria esistenza scalfita dalla monacazione.
La prima opera di Enrichetta Caracciolo, le sue Memorie.
Nel 1864 sarà la volta della sua prima opera, le sue memorie che furono tradotte in ben sei lingue, inglese, francese, tedesco, spagnolo, ungherese e greco ed ebbero un successo strepitoso anche in patria con ben otto ristampe, che le valsero anche le lodi di Manzoni e di Garibaldi.
Di due anni dopo, del 1866, è la sua seconda opera “Un delitto impunito: fatto storico del 1838” in cui narra l’omicidio di una educanda da parte del prete che era stato respinto da quest’ultima.
Scrisse poi negli anni “I miracoli” del 1874, raccolta di poesie contro la superstizione, e il dramma “La Forza dell’Onore” che venne anche rappresentato e nel 1883, tratto dalle sue memorie, fu edito un dramma in cinque atti “Un episodio dei Misteri del Chiostro napoletano”; numerosi furono anche gli articoli che scrisse, come corrispondente, per i giornali “La tribuna” di Salerno, “La rivista partenopea” e “Il Nomade” di Palermo.
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Fu membro di spicco di numerose associazioni tra cui Il Vessillo della carità, l’Associazione della gioventù studiosa di Napoli, la Società per l’Emancipazione della Donna di Lorino, tanto che nel 1866 in occasione dei moti della III guerra d’indipendenza si appellò direttamente alle donne, alla loro forza, pubblicando il “Proclama alla Donna Italiana” per mobilitare le donne alla causa nazionale.
E ampio e incondizionato sarà il suo impegno politico, appoggiando, tramite il Comitato femminile napoletano di cui, con la sorella Giulia Cigola, faceva parte, il disegno di legge di Salvatore Morelli del 1867 “Per la reintegrazione giuridica della donna” in cui Morelli chiedeva la partecipazione al voto amministrativo e politico delle donne, un disegno di legge che però non fu neanche ammesso alla lettura.

Ma come si registra speso nella storia personale delle donne, che come sappiamo purtroppo risulta cosa altra dalla Storia, Enrichetta nonostante si fosse mobilitata e spesa per la causa unitaria non ricevette alcuna riconoscenza, infatti Garibaldi lasciò Napoli, per andare a Capri, prima di firmare il decreto con cui avrebbe voluto nominare Enrichetta ispettrice degli educandati di Napoli e anche il ministro dell’istruzione De Sanctis che pure le aveva promesso un incarico , la rinnegò.
Così Enrichetta visse gli ultimi anni della sua vita nella sua città, ormai vedova e senza gli averi di famiglia che l’arcivescovo le aveva sequestrato e che non si trovarono mai più, dimenticata dal suo popolo ma almeno finalmente libera. Noi invece la ricordiamo, e ci piace ricordarla, come lei preferiva: “[...] E il nome di cittadina, che dato a tutti non contiene alcuna distinzione, divenne per me il titolo più proprio[...]. [...] perciò chiamatemi Cittadina, e se volete aggiungere una distinzione dite: quella cittadina che provocò e promosse il Plebiscito delle donne in Napoli”[11].
E  a Napoli, nella sua città, morirà il 17 marzo 1901, a 80 anni.

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Opere:
      “Misteri del chiostro napoletano”, 1864;
“Un delitto impunito: fatto storico del 1838”, 1866;
“Proclama alle Donne d'Italia”,  1866;
“ I miracoli”, 1874;
      “La forza dell'onore”, dramma;
   “Un episodio dei misteri del Chiostro Napolitano: dramma in 5 atti di Enrichetta Caracciolo Forino ex monaca benedettina”,  1883.


Biografia:

¨ Caracciolo Enrichetta, “Misteri del Chiostro napoletano”, con Nota critica, prefazione di Maria Rosa Cutrufelli, Firenze, Ed. Giunti, 1998.
¨ Sciarelli Francesco, “Enrichetta Caracciolodei principi di Forino, ex monaca benedettina. Ricordi e documenti”, Ed. Pisano, 2013.
¨ Caracciolo Enrichetta, “Misteri del Chiostro napoletano”,  ed. Barbera, 2013.

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Opere di dominio pubblico:









[1]  CARACCILO Enrichetta, “Memorie del Chiostro Napoletano, memorie di Enrichetta Caracciolo de’ Principi di Forino, ex monaca benedettina”, IV edizione, Firenze, ed. G. Barbera editore, 1864, pag. 1.
[2] Ibidem.
[3] Ivi, pag. 115. 
[4] Ivi, pag. 134.
[5] Ivi, pag. 122.
[6] Ivi, pag. 134.
[7] Ivi, pag. 78.
[8] Ivi, pag. 308.
[9] Ivi, pag. 311.
[10] Ivi, pag. 337.
[11] Ivi, pag. 337.

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venerdì 14 febbraio 2014

La nobile che non si fece mai chiamare Marchesa ma descrisse comunque la condizione femminile

Almanacco del 14 Febbraio:

J. J. Shannon, "Jungle Tales", 1895.



Clarice Gouzy nasce a Roma, il 14 Febbraio 1868 da papà Giulio e da mamma Maria Luisa ma trascorrerà la sua infanzia prima con il nonno paterno nel pesarese e alla morte di questo con lo zio materno a Novilara, in provincia di Pesaro, infatti i suoi genitori perirono a poca distanza di tempo l’uno dall’altra.

Nonostante questi pesanti e numerosi lutti, la sua infanzia trascorrerà tranquillamente, forse grazie, oltre alle premure dei parenti, anche alla loro posizione sociale che poteva garantire una sorta di agiatezza, discendendo la famiglia dalla piccola nobiltà e per questo il matrimonio dei suoi genitori agli inizi fu osteggiato in quanto suo padre, di origine francese, era protestante e si dovette convertire per poter sposare Maria Luisa.
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 Hamilton Hamilton,
 titolo sconosciuto, 1847- 1928
.
Il suo impegno intellettuale cominciò presto e ottenuto il diploma magistrale si sposa con Vincenzo Tartufari trasferendosi nel Grossetano, dove vivrà per il resto della sua vita. Poco prima però si reca a Roma per curare la stampa di quella che sarà la sua prima opera intitolata “Maestra” del 1887 in cui narra le vicissitudini di una giovane donna che, emblema di speranze per la sua famiglia e soprattutto per la madre, pensa di potersi emancipare tramite la professione di insegnante e aiutare la sua indigente famiglia ma deve fare i conti con la dura realtà. Dapprima la disoccupazione e poi finalmente ottenuto il primo incarico in un paesino sperduto vicino a Frascati, dovrà scontrarsi con le bramosie tutt’altro che intellettuali che le riserva il vecchio sindaco, a lei maestrina che per la prima volta aveva lasciato la città e la sua casa, così alla fine nonostante la sua retta condotta viene tacciata di frivolezza e subisce le male lingue del paese finendo per “scegliere” di conformarsi ai canoni sociali, lasciando il lavoro per crearsi una famiglia, poiché: “[…] La virtù è nelle donne una colpa che difficilmente gli uomini perdonano”[1].

 
Qui puoi leggere il post sulla
Marchesa Colombi
Molto attenta alla condizione delle donne nella società, percorre anch’essa il filone condiviso da altre importanti scrittrici del suo tempo, spesso ancora oggi dimenticate o poco conosciute ed apprezzate come La Marchesa Colombi. E come lei e come altre all’epoca, collabora con note testate giornalistiche e riviste quali “La Donna” di Torino, “ La Ricreazione” e “Il Fanfulla” ma la collaborazione più importante la terrà con “La Nuova Antologia”, che spesso ospiterà i suoi brani.

Clarice all’inizio della sua carriera letteraria si concentra sulla poesia a cui deve il suo vero e proprio esordio con una produzione che vede opere quali “Versi Nuovi” del 1894 e “Vespri di Maggio” del 1896. Ma il suo talento troverà forma più congeniale nella narrativa e nelle pièces di teatro a cui dobbiamo la maggior parte della sua produzione che sarà apprezzata anche all’estero e tradotta in francese e tedesco.
Il filo conduttore delle sue opere sarà la condizione femminile che rileverà sempre una inadeguatezza della donna alle convenzioni sociali che è costretta a subire, come accade nel romanzo “Il miracolo” in cui il bimbo Ermanno:  “Ermanno si fece serio per ammirare con maggiore intensità la mamma così bella, così bianca, intorno alla cui fronte le stille del sudore sembravano perle. Somigliava a una regina o forse anche somigliava a una santa, a una di quelle sante che calano talvolta dal paradiso, prendono per mano i bimbi devoti e con loro passeggiano sopra la terra, vestite di abiti di argento, la chioma incoronata di gemme.”[2] 
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E proprio questa aurea che viene calata dall’alto sulle donne impernia le loro vite e le condiziona nel rapporto anche con loro stesse, che si giudicano e si condannano alla luce di metri sociali che vorrebbero sempre le donne- Madonne, pure e immacolate.
Così nel romanzo “All’uscita dal labirinto” la protagonista Leonetta, riuscirà ad avere quella agognata autonomia ma al prezzo della solitudine riservata a coloro le quali non si conformano ai modelli imposti loro.
   
La produzione letteraria di Clarice è importante e ricca e come detto tocca la poesia come la narrativa, come il teatro e sarà proprio la sua vena più prosaica quella che le meriterà il riconoscimento e il plauso del pubblico e della critica, addirittura Benedetto Croce, che tanto si prodigherà a dar giudizi sugli scritti femminili, la riterrà superiore per capacità di veduta e di resa  alla Deledda.

Clarice vivrà sepre a Bagnore, una frazione di Santa Fiora, nei pressi del Monte Amiata, nel Grossetano, dove morirà nel 1933, il 3 settembre.

Mary Cassat,
"Nurse reading to a little Girl",
 1895.
Clarice Gouzy Tartufari, firmerà tutte le sue opere con il solo cognome del marito, conformandosi ai costumi dell’epoca e non rilevando la contraddizione di fondo ma d’altronde siamo nel periodo di Anna Maria Mozzoni e della Marchesa Colombi così come di Neera e della Serao, un clima di  rivalsa e di battaglia nel complicato mondo della questione femminile, delle prime rivendicazioni, delle prime prese di posizione ed espressione di una questione femminile che inevitabilmente portava con sé passi altalenanti e velocità di pensiero e di rivendicazione diverse, solo un motivo in più per (ri)scoprire dunque queste scrittrici e donne di pensiero che nulla hanno da temere dai loro colleghi maschi, unici protagonisti, finora, della nostra storia.



[1] TARTUFARI Clarice, “Maestra”, Roma, Ed. Tipografia Perino, 1887, pag. 15.
[2] TARTUFARI Clarice, “Il Miracolo”, II ed., preceduto da uno studio di Adriano Tilgher, Roma, Ed. Alberto Stock, 1925, pag.6.

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Opere:

¨ Maestra, Roma, Ed. Tip. Perino, 1887 (Novella);
¨ Versi nuovi, Roma, Ed. Loescher, 1894 (Poesia);
¨ Vespri di maggio, Roma, Ed. Loescher, 1896 (Poesia);
¨ Dissidio, Roma, Ed. Società Editrice Dante Alighieri, 1901 (Pièce teatrale);
¨ Logica, Roma, Ed. Società Editrice Dante Alighieri, 1901 (Pièce teatrale);
¨ Le modernissime, Roma, Ed. Società Editrice Dante Alighieri, 1902 (Pièce teatrale);
¨ Ebe, collana “Biblioteca per la gioventù”, Palermo, Ed. Remo Sandron, 1902 (Romanzo);
¨ L'eroe, commedia in tre atti, Torino-Roma, Ed. Casa Editrice Nazionale Roux e Viarengo, ¨ 1904 (Pièce teatrale) ;
¨ Roveto ardente, Roma- Torino, Ed. Roux e Viarengo, 1905 (Romanzo);
¨ Il volo d'Icaro, Torino, Ed. Sten, 1908 (Romanzo);
¨ Fungaia, Roma, Ed. Voghera, 1908 (Romanzo);
¨ Il miracolo, Roma, Ed. Romagna, 1909 (Romanzo);
¨ La testa di Medusa, Torino, Ed. Unione Editoriale, 1910 (Pièce teatrale);
¨ Eterne leggi, Roma, Ed. Romagna e C., 1911 (Romanzo);
¨ Il giardino incantato, Roma, Ed. Armani e Stein, 1912 (Novelle);
¨ L'albero della morte, Roma, Ed. Enrico Voghera, Editore, per  “Piccola Collezione Margherita” 1912 (Novelle);
¨ All'uscita del labirinto, Bari, Ed. Humanitas, 1914 (Romanzo);
¨ Rete d'acciaio, Milano, Ed. Treves, 1919 (Romanzo);
¨ Il dio nero, Firenze, Ed. R. Bemporad & figlio, 1921 (Romanzo);
¨ Il gomitolo d'oro, collana “Collana di romanzi e novelle per la gioventù serenissima, diretta da Guido Ruberti”,  Milano, Ed. Trevisini, 1924 (Romanzo);
¨ Il mare e la vela, Firenze, Ed. Bemporad, 1924 (Romanzo);
¨ La nave degli eroi, Foligno (Perugia), Ed. Campitelli, 1927 (Romanzo);
¨ Lampade nel sacrario, Foligno, Ed. Campitelli, 1929 (Romanzo);
¨ Imperatrice dei cinque re, Roma-Foligno, Ed. Campitelli, 1931 (Romanzo);
¨ «Ti porto via!», Milano - Roma, Ed. Rizzoli & C. Anonima per l'arte della stampa, 1933 (Romanzo);
¨ L'uomo senza volto, prefazione di Adriano Tilgher, Roma (Pescia), Ed. Tosi (Benedetti), 1941 (Romanzo postumo).
 
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