giovedì 27 febbraio 2014

Né Anna né Paul, noi vogliamo solo Bertha




Almanacco del 27 Febbraio:


Bertha Pappenheim, 1882.


Bertha Pappenheim nasce a Vienna il 27 Febbraio 1859  da Sigmund e Recha, membri di una famiglia benestante ebrea.
La sua infanzia è contraddistinta dalla diversità con cui i genitori trattano lei, e le sue altre due sorelle maggiori, dal fratello Wilhelm, da come si occupano e preoccupano di lui, il solo a cui sarà riservata un’educazione formale.
Ma Bertha in realtà, forse, e più dotata di una brillante intelligenza che però non può esprimersi. Quando il padre si ammala gravemente è chiamata ad assisterlo perpetuamente al capezzale, come si richiedeva alle figlie femmine a cui, soprattutto nella cultura ebraica dell’epoca, non si riconoscevano altri ruoli. Questa esperienza sarà molto dura e la segnerà per gran parte della sua vita, comincerà infatti a soffrire di allucinazioni e verrà portata a farsi curare da uno dei maggiori specialisti dell’epoca, il Dott. Breur. 

La sua esperienza come paziente della neofita psicoanalisi la consacrerà alla storia di quest’ultima come Anna O., di cui si occuperà anche Freud.
Con lei i due psicologi iniziarono quella che diventerà la moderna analisi, quella per noi “classica”, del parlare sdraiati su di un lettino.

Ritratto giovanile di Bertha Pappenheim a Vienna, 1880.
Bertha, come detto, non ebbe un’istruzione che le permetteva, così come alle altre donne, di arrivare ai massimi livelli ma pretese di studiare, arrivando a conoscere con molta padronanza l’inglese, il
francese, e anche l’italiano.
E la conoscenza di queste lingue sarà anche il suo tramite di espressione, quando, ormai guarita, volle tradurre dall’ebraico al tedesco testi rivolti alle donne: “La Bibbia delle donne” e testi e racconti dal Talmud[1].

I suoi disturbi riguardavano anche il linguaggio spesso infatti non riusciva a parlare, altre volte si esprimeva in modo disconnesso, e in situazioni particolari sostituiva il suo idioma originale con la lingua inglese, inventando addirittura nuove parole. Dopo la terapia, in cui veniva ipnotizzata e in cui Breur in questo modo cercava di far emergere i motivi del suo disagio, che la portavano ad avere questi numerosi e debilitanti sintomi, Bertha riuscì a guarire, diventando la prova dell’efficacia della nuova metodica della psicanalisi, il metodo catartico.

Di lei il Dott. Breur  scriveva: “Questa giovane, dalla esuberante vitalità intellettuale, conduceva, nella sua famiglia, di mentalità puritana, un’esistenza estremamente monotona […][2].
Quindi Bertha rifiutava la sua condizione di donna, relegata in casa in attesa del “buon partito” da sposare, rifiutava la sua cultura e di conseguenza l’idioma che ne rappresentava l’identità.


Dopo aver superato il malessere della sua condizione, dopo la morte del padre, si trasferisce con la madre, le due sorelle erano già morte in età infantile, a Francoforte sul Meno, città originaria della mamma.
Qui trova nell’attività sociale la sua catarsi, iniziando un percorso che la renderà paladina dei diritti delle donne, ebree, tedesche e non, dei bambini e dei più poveri. Così con lo pseudonimo di Paul Berthold scrive una serie di racconti sulla condizione sociale dei bambini più poveri, intitolati “Nel negozio di seconda mano”, edito nel 1890.

La sua sensibilità verso la condizione delle parti sociali più deboli, nonché la sua personale esperienza di figlia, la avvicinarono alle tematiche delle prime femministe tedesche e la portarono a scrivere “I diritti delle donne” nel 1898 nonché a tradurre in lingua tedesca la più famosa “Rivendicazione dei diritti della donna” di Mary Wollstonecraft.

Comitato direttivo della Lega delle donne ebree, Bertha è la seconda seduta da sinistra, 1905.
Viaggiando per il paese si rende conto concretamente della condizione di povertà e di sfruttamento a cui sono soggette le donne e nel 1900 scrive “Sullo stato della popolazione ebraica in Galizia” per denunciare lo stato di indigenza della popolazione, decide anche di creare una Società per l’ assistenza della donna nel 1902 con scopi filantropici di educazione delle donne nella cura dei figli e di procacciamento di un lavoro serio, contro lo sfruttamento della prostituzione.
Nel 1904 fonda la Lega delle donne ebree per emancipare la presenza e l’importanza del ruolo femminile nella cultura della sua fede, e a carico di questo istituto rimarrà per ben 20 anni, riuscendo a far ammettere le donne di fede all’ente supremo della fede ebraica il Gemeinde. Nel 1912 in un congresso tenutosi a Roma dalle rappresentanti delle organizzazioni delle donne ebree degli Stati Uniti, dell’Inghilterra e della Germania, dopo aver ritenuto necessario la creazione di un’organizzaione mondiale delle donne ebree, fu votato e creato il Concilio Internazionale delle donne ebree con a capo Bertha Pappenheim come sua prima presidente.
Della Lega delle donne ebree scriverà: “Abbiamo cercato nella Federazione ebraica femminile di sottolineare la decadenza della nostra comunità e allo stesso tempo di sottolineare però più e più volte anche la via principale da rispettare”.[3]

Si rese conto che la povertà era la causa di miseria e di conseguenza sfruttamento del corpo femminile che si estendeva ben oltre i confini territoriali, con la famosa tratta delle bianche.
A nome della Lega, Bertha viaggerà in Europa, nei Balcani, in Russia, in Egitto, in Turchia, per cercare di sensibilizzare quella che oggi chiameremo opinione pubblica e molto di più appellandosi e incontrando sovrani a cui sottoporre la realtà degenerata della società. Come in Romania dove si appellerà direttamente alla Regina, nel 1909, prospettandole la condizione del suo popolo, delle donne e la loro schiavitù alla tratta: “ […] dal momento che sappiamo che vi è una schiavitù “bianca”, è dovere e compito delle donne di tutte le classi, consacrare tutte le nazioni e tutte le fedi, per combattere con tutte le forze, la tratta delle donne […][4] ,  e ancora appellandosi alla sovrana, amplia la sua visione partendo dalla similitudine delle condizioni cristiane e di quelle ebree, arrivando a parlare di un’unica umanità, quale siamo, da salvare: “ […] anche se come organizzazione di un gruppo relativamente piccolo, parliamo anche per le donne e ragazze rumene. Il destino della rumena cristiana che è costretta al vizio, è lo stesso di quella rumena ebrea, la distruzione mentale e morale dell’individuo[5].

Non occorre dire quanto ostracismo avesse incontrato, in un’epoca di morale e perbenismo, senza contare la realtà religiosa da cui proveniva che la tacciò di mentire sulle tematiche del lassismo in cui versava la società perfino quella ebrea.
Essa stessa riporterà la documentazione di questi viaggi nell’opera edita nel 1924 che appunto chiamerà “Sisyphus” proprio per sottolineare l’immane fatica.


Nel 1910 pubblica ancora una volta un resoconto, aggiornato, della situazione del problema ebraico nella regione della Galizia con  Il problema ebraico in Galizia” evidenziando la condizione particolarmente misera della popolazione  della zona, con un’attenzione particolare alle ragazze e alle donne ebree che per la miseria in cui vivevano erano costrette ad espatriare andando incontro a misere condizioni di vita anche all’estero,  spesso cadendo vittime della prostituzione. Di fronte a questa situazione Bertha invita a non sottovalutare il problema dell’emigrazione che è strettamente legato al problema sociale della prostituzione e prospetta delle soluzioni: “ […] Per eliminare questa avventura e tutte queste combinazioni, con i suoi pericoli, suggerisco che la ragazza che vuole emigrare sia messa provvisoriamente in quella che chiamerei la scuola per emigranti[…][6] e passa a descrivere questa scuola da lei pensata: “ In una piccola, ma non troppo modesta, casa si raccoglieranno un certo numero di ragazze che hanno l’intenzione di emigrare. Il soggiorno, che deve essere programmato secondo una stima approssimativa di 4 o 6 mesi, deve essere dedicato alla preparazione del viaggio e alle nuove condizioni. Le ragazze devono imparare in primo luogo a scrivere e leggere.
E’ necessario prestare attenzione alla loro salute e ad istruirle sui primi rudimenti di pulizia e  cura personale. Dovranno anche imparare cucito e a prendersi cura della casa, e durante la seconda metà del soggiorno in collegio, imparare la lingua inglese e tedesca.[7] 
Uno dei volantini distribuiti dalle associazioni alle emigranti

Per far rendere conto gli emigranti dei pericoli a cui vanno incontro pensa ad un volantino da distribuire in varie lingue e soprattutto : “Particolarmente prezioso sarebbe se si potesse ottenere il permesso di distribuire un volantino tra i passeggeri di terza classe del grande piroscafo e delle navi di emigranti senza distinzione  tra i tipi di viaggiatori”.  
Ma non solo rendendosi conto che: “Qualsiasi cosa si può proporre per migliorare la situazione degli ebrei in Galizia ed iniziarla, ma abbiamo bisogno, per il successo del piano, di un’intesa preliminare tra le persone stesse che può essere realizzata grazie all’educazione, attraverso la diffusione della lettura sana, libera, di materiale didattico che manca quasi completamente” propone quindi la sua idea di istruzione, quella che a lei era stata negata, almeno formalmente, ed era tanto mancata: “Spero di essere riuscita chiaramente a definire nella mia relazione della situazione in Galizia, che è necessario in primo luogo la cultura, vale a dire l’Istruzione e le condizioni igieniche da portare nel paese, e che si dovranno garantire come base essenziale per i bambini e per i giovani adolescenti, così per i neonati. Quindi in primo luogo asili nido e scuole materne! […]”. Propone quindi che le ragazze si istruiscano alla cura dei bambini per poterne fare un domani anche una professione, ma aggiunge: “[…] Questo non vuol dire che guardo alla professione di maestra d’asilo o di “baby-sitter” per le ragazze come unica cosa desiderabile”. 
E conclude appellandosi a chi tra gli enti può attuare questo suo suggerimento: “Mentre le mie proposte sono idonee ad influenzare la cultura generale, e la popolazione galiziana indirettamente, queste scuole per emigranti sono uno strumento diretto, molto efficace per combattere la tratta delle donne che sta sviluppandosi. Ecco perché vi chiedo di prendere in considerazione, in uno studio concreto, questa mia idea, che non è ancora realizzata da nessun’altra parte, come una priorità.”[8].
La Principessa von Hessen visita un asilo nido nel 1905 a Francoforte.


Il femminismo proposto da Bertha rientra appieno nella visione della cultura tedesca strettamente legata all’industrializzazione, al progresso, e in questa chiave ci regala la sua analisi: “Principalmente è l’industrializzazione della produzione che ha creato nuovi valori trasformando l’attività economica.”  e ancora: “Uno dei metri più interessanti e importanti con cui leggere l’ascesa e la caduta dei valori della vita, è lo sviluppo che interessa la gioventù”, “I profondi cambiamenti che ha portato il tempo moderno, causano la disintegrazione della vita familiare, non solo nello strato proletario della popolazione urbana, ma anche negli ambienti della piccola borghesia.” . E ritrova la causa della disgregazione sociale nel cambiamento dei ruoli all’interno della famiglia, infatti: “La ragione più ovvia di ciò, è che il vettore principale del nucleo familiare, padre e madre, hanno sperimentato l’alterazione della ripartizione degli oneri in casa. E’ significativo che il luogo di lavoro del capo della famiglia non è più, come in passato, vicino alla casa di famiglia. La fabbrica, l’officina, il negozio, l’ufficio oggi sono lontani, e spesso si allunga così la loro assenza da casa. […] L’influenza del padre sulla vita dei bambini è quindi ridotta al minimo, e la sua autorità viene condizionata a priori dalla semplice mancanza di tempo.
Non dimentichiamo infatti l’epoca in cui Bertha scrive e vive né la sua personale vicenda familiare in cui il padre era l’intransigente capo-famiglia, però sappiamo che è sempre attenta al ruolo anche femminile e infatti aggiunge: “E la madre? La donna negli ambienti a cui dobbiamo pensare soprattutto oggi, deve aiutare a guadagnare da vivere per la famiglia, rubando le proprie forze di madre alla cura e all’educazione dei bambini”.

Bertha abbiamo detto non riceverà mai formalmente un’educazione e lei ne soffrirà molto, arrivando a definirla un nutrimento spirituale insufficiente[9], ora riutilizza questa espressione per parlare della condizione femminile delle ragazze nelle città, per sottolineare da dove, secondo lei, deriva il disagio: “[…] Soprattutto è la mancanza di armonia tra crescita spirituale e le condizioni esterne della gioventù urbana femminile che parla forte e chiaro […]. E’ l’inconscio, toccante, l’aspettativa forte che qualcosa arrivi, le differenzi dal diluvio della monotonia giornaliera, qualcuno, un esterno. Ci si aspetta avidamente un cambiamento esterno e da parte di nessun altro perché sono giovani!” e così: “Molti errori, passi falsi, possono essere spiegati da questo desiderio seppur legittimo di avere una qualche forma di vita propria ” *.

Bertha passerà la sua vita a dedicare il suo impegno agli altri, alle donne soprattutto, e morirà per un tumore alla gola, il 28 Maggio 1936 a Neu Isenburg, pochi mesi dopo aver sostenuto un interrogatorio da parte della Gestapo.
Nelle sue ultime volontà, scritte nel 1930, lascerà scritto che chiunque passasse a visitare la sua tomba potrà lasciarvi sopra un piccolo sasso a simboleggiare la promessa di servire coraggiosamente e risolutamente il proprio dovere nei confronti delle donne e della loro gioia.

Bertha è sepolta a Francoforte sul meno, nel cimitero ebraico.


 * traduzione dei testi riportati da "Sisyphus" a cura di Silvia Palandri


Alcune opere di Bertha Pappenheim:

Nel negozio di seconda mano”,  1890 (con lo pseudonimo di Paul Berthold);
I diritti delle donne”,  1898;
Sisyphus”, 1924.



Biografia:

AA.VV, “Letteratura e femminismi: teorie della critica in area inglese e americana”, Napoli, Ed. Liguori, 2000.



[1].HUNTER DIANNE, “Isteria, Psicoanalisi, e femminismo: il caso di Anna O.”, in “ Letteratura e femminismi: teorie della critica in area inglese e americana”, AA.VV., Napoli, Ed. Liguori, 2000, pag. 155.
[2] Ivi, pag. 146.
[3] PAPPENHEIM BERTHA; “Sisyphus”, 1924.
[4] Ibidem.     
[5] Ibidem.
[6] Ivi.
[7] Ibidem.
[8] Ibidem.
[9] HUNTER DIANNE, Op. Cit., pag. 147.

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