giovedì 6 marzo 2014

Victoria, prese una sola decisione nella sua vita

Almanacco del 06 Marzo:

Victoria Benedictsson, in una rara immagine.





Vittima della visione sociale del suo tempo, anche nella evoluta Svezia, fu emblema della subordinazione che le donne subivano nella loro vita condizionata dagli stereotipi tra i più classici della visione familiare.

Victoria  Bruzelius  nacque a Domme, in Svezia, il 6 Marzo 1850. Giovanissima a venti anni le viene proposto il matrimonio con un facoltoso anziano, rimasto vedovo con numerosa prole, in realtà però Victoria ha velleità artistiche e affascinata dalla pittura vorrebbe diventare pittrice e iscrivesi all’Accademia delle Arti di Stoccolma ma il padre la costringerà ad abbandonare i suoi sogni e a sposare Christian Benedictsson.

Si sposa quindi nel 1871 e ha due figlie, anche se l’ultima muore dopo poche settimane di vita.
E’ superfluo dire quanto la vita di Victoria le risultasse opprimente, insoddisfacente e priva di stimoli e interessi.
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La svolta nella sua vita avviene nel 1881 quando per un incidente al ginocchio è costretta a stare a riposo nel letto, qui inizia a scrivere il suo diario che racchiude una serie di racconti, nonché l’idea del suo primo romanzo, per certi versi autobiografico, che le darà anche una certa notorietà: “Denaro” in cui la protagonista è una ragazza che vuole diventare pittrice ma viene indotta a sposarsi e a vivere una vita borghese.
Pubblicata nel 1885, l’opera le valse l’attenzione della critica e del pubblico nonché dei primi movimenti femministi che la invitarono a Stoccolma dove fu introdotta nei circoli letterari. Diventerà molto amica di Ellen Key, che spesso la andrà a trovare nel paesino dove Victoria, dopo il matrimonio, si trasferirà, e altre figure emblematiche del movimento femminista, frequenteranno la sua casa come Anna Withlock, che con Ellen Key, dapprima aprirà una scuola sperimentale per ragazze a Stoccolma e poi diventerà una figura di primo piano tra le “suffragette” svedesi.

Grazie alla notorietà acquisita, Victoria comincia a viaggiare per la Scandinavia, quando a Copenaghen incontra e si innamora del critico letterario Georg Brandes. Per impressionarlo scrive il suo secondo romanzo, ed ultimo, “La Signora Marianna”, si dice ispirata dal Decamerone di Boccaccio, che uscirà nel 1886. Il libro narra della protagonista che vive la sua vita cercando di rendere il suo matrimonio felice e per questo lo plasma secondo i voleri del marito.
Purtroppo, sembra che il critico Brandes, almeno secondo una parte della storiografia che si è occupata dell’autrice, rimase tutt’altro che colpito anzi definì il romanzo come una novella per signore.

proprietà della Ernst Ahlgren Archives, Lund University Library.
La Benedictsson, è stata spesso paragonata a George Eliot, firmava i suoi romanzi con lo pseudonimo maschile di Ernst Ahlgren. E’ ritenuta una fra i maggiori esponenti degli scrittori svedesi, soprattutto della corrente realista proprio per la capacità di descrivere i suoi personaggi e la loro realtà; portandoci nella sua epoca in cui ritroviamo quei valori ogni presenti: la donna non è libera di determinare la propria esistenza ed il matrimonio è la sua unica e più giusta soddisfazione, come ci descrive in un tratto di “Denaro”:  “E’ impressionante quanto sei infantile” il tono della voce del prete era alquanto intollerante.
"Sì, è vero, ma non lo sarò più. Se solo sapessi capire cosa sarò."
"E’ una fortuna che ti voglio parlare di una cosa. Penso che tu non possa essere di meglio che una moglie di un brav’uomo”[1].
   
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In effetti in questa prima opera già si delineano significanti caratteristiche del suo stile; nel romanzo descrive in modo asciutto e concreto la vita di Selma, che si diletta a leggere libri di storia, filosofia, romanzi e che vorrebbe diventare un’artista ma che deve rinunciare ai suoi “piani” per sposarsi:
“[…] ma devo trovare denaro. Vedi, voglio diventare un’artista- una ritrattista di animali, credo ma naturalmente non oso parlare di questo per ora, perché costa molto. Devo trovare il denaro prima.”
“Ma come può funzionare?”
“ Vedi, ho I miei piani…”[2].

Nel romanzo, il suo primo, riesce a descrivere la società che molto probabilmente  lei stessa subisce, visto che ha solo 20 anni quando è costretta a sposarsi.
Quando la protagonista torna a casa all’imbrunire accompagnata da un ragazzo del villaggio, suo zio la redarguisce: “ Ma devo dirti che non è davvero accettabile questa cosa, andare in giro per la strada con un uomo a quest’ora del giorno."
[3].
Ed è proprio la zia, che da brava “madre” interviene per esercitare quello che le spetta: veicolare la tradizione sociale, educare su cosa è lecito, opportuno e cosa no: “ Ma lasciami dire questo Selma,’ cominciò la zia con una voce didascalica, (non usava mai del tu quando era arrabbiata). “Comincerò dal dirti che è altamente inappropriato stare fuori a camminare con un giovanotto che ti segue fino a casa, quando una ragazza è giovane come te, Selma. Un rendez-vous virtuale, un tête à tête per due!.”[4].

 Ma Selma è un’anima candida e per allontanare da lei ogni malinteso, finisce per scoprire le sue personali fantasie…professionali:
'Ma ti assicuro, zia, non ci siamo detti la ben che minima cosa". “Be’, vale a dire che abbiamo parlato solo di affari”, aggiunse. “Affari?” ripeté la moglie sorpresa, inorridita, “lui ti  ha parlato dei suoi affari?”,
“Sì. Io gli ho parlato dei miei; che c’è di sbagliato in questo?”
“Che vuol dire “i tuoi affari”?”, domandò secco, lo zio.”.[5]

Ripresa in modo così duro, Selma si sente indifesa ma ormai è scoperta:
“Bè, è che, pensavo che mi piacerebbe imparare qualcosa”[6].
“ Sai, zio, che la cosa che sapevo fare meglio dei miei amici al Convitto, era disegnare, così ho pensato che avrei potuto tentare qualcosa per il mio futuro in questo campo”
“Ah-hah."
primo piano del volto di Victoria.
"Sì. E così ho pensato che forse lo zio mi avrebbe aiutato ad entrare alla scuola tecnica di Stoccolma. Insegnano molte cose pratiche lì che ti fanno guadagnare in un secondo momento. […]"
"No-o-o. Questo è certo. Dio ci aiuti!"[7].

E Selma, come molte ragazze svedesi, e come la stessa Victoria messe alla prova dai valori tradizionali si sente una stupida: “Ma, è così stupido zio?”. Sapeva che si stava rendendo ridicola con tutto questo, ma oramai le cose erano andate così…”[8]

Selma ormai si avvia verso il suo destino, o meglio quello che altri hanno deciso per lei, e comincia ad accorgersi che: “E’ completamente diverso per noi donne da voi uomini’, disse con una serietà alquanto precoce. “Per voi è considerato un dovere lottare per la vostra indipendenza; per noi è per lo più un difetto-almeno che non siamo vecchie cameriere. Prima pensavo che ogni cosa dipendeva dai soldi, ma non è così. Anche se avessi i soldi, non vorrei ancora che accadesse, per ora. C’ho pensato un po’ sopra, su come fare. si tratta di questo, viaggiare senza permesso e cercare l’aiuto di qualcuno, ma non funzionerebbe. L’ho capito solo ora. Mi considererebbero solo una pazza e riderebbero di me.”[9]
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Victoria che già nella sua vita aveva dovuto adeguarsi ad uno stile esistenziale diverso da quello che avrebbe voluto, provata da un matrimonio  infelice con un uomo molto più vecchio di lei, con una famiglia non sua, ben cinque figli su sei erano del precedente matrimonio del marito, cadeva spesso ammalata; con una salute già cagionevole dovuta sicuramente ad un malessere esistenziale, tentò il suicidio per ben due volte. Purtroppo nel 1888,  prese l’unica decisione che poté prendere nella sua vita, decise di sé, al terzo tentativo di suicidio, purtroppo riuscì a togliersi la vita; quella vita che non le apparteneva, che non le era mai appartenuta; probabilmente in quei momenti non vedeva più un futuro per lei, per i suoi “piani”, non riusciva più a vedere uno spiraglio per i suoi sogni, quello spiraglio con cui sceglie di chiudere “Denaro”, in cui Selma, convinta a sposarsi con la promessa che il suo maturo sposo si prenderà cura di lei, vedeva: “ tutti i suoi castelli in aria e suoi piani riprendere quota…”.[10]




[1]VICTORIA BENEDICTSSON, “Money”, traduzione inglese di Verne Moberg, 2000, pag. 10, Capitolo III.
[2] Ivi, pag. 13, Capitolo I.
[3] Ivi, pag. 14, Capitolo I.
[4] Ivi, pag. 15, Capitolo I.
[5] Ivi, pag. 16, Capitolo I.
[6] Ivi, pag. 15, Capitolo I.
[7] Ibidem.
[8] Ivi, pag. 16, Capitolo I.
[9] Ivi, pag. 5, Capitolo III.
[10] Ivi, pag. 14, Capitolo III.

Traduzione dall'inglese di Silvia Palandri

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martedì 4 marzo 2014

La Rosa Chiara e Sanculotta

Almanacco del 04 Marzo:

"Donne in marcia verso Versailles", giornate rivoluzionarie del 5 e 6 Ottobre 1789. Autore sconosciuto.





Ci troviamo a Parigi nel suo periodo più affascinante, foriero di novità che avrebbero interessato il cambiamento di tutte le società europee, e non solo. Il suo momento più alto, quello ricco di promesse, dove anche le donne sembravano poter avere i loro riconoscimenti, dove sono state le protagoniste, come sempre però poi dimenticate. Dove le donne per “essere qualcuno” hanno lottato, difeso le loro convinzioni, dichiarate in pubblico, per iscritto, implacabili anche davanti ai Tribunali, integerrime anche nella prigionia, e anche perfino davanti alla morte.


Claire Lacombe, era, prima della Rivoluzione Francese, un’attrice di teatro, molto nota e conosciuta, si potrebbe ben dire di successo. Un personaggio molto amato ed apprezzato dal pubblico di Marsiglia e Lione, con il nome d’arte di Rose Lacombe. Nasce il 4 Marzo 1765 nel sud della Francia, quasi al confine con la Spagna, nella zona dei bassi Pirenei, a Pamiers, figlia del commerciante Bertrand Lacombe e di sua moglie.
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All’età di 27 anni, nel 1792, si trasferisce nella capitale, Parigi dove inizia a frequentare gli ambienti, guidati da Marat e  Danton, del Club dei Cordiglieri. Seguendo i loro sproni e le loro iniziative si distingue nelle sommosse del 10 Agosto 1792, legate alla presa delle Tuileries, dove, da dopo la Rivoluzione, risiedeva il Re, Luigi XVI e la sua famiglia. Una giornata che depone il consiglio comunale prima, sostituito dalla Comune Insurrezionale, e la monarchia poi,  definitivamente il 21 Settembre, quando la Convenzione proclama la Repubblica; inizia così la fase repubblicana, quella più democratica delle vicende rivoluzionare ma anche quella che porterà paradossalmente invece al Terrore. E non poteva di certo immaginarlo Claire quando partecipò a questa giornata e quando soprattutto, proprio per il suo contributo, riceverà la “corona civica”.
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La sua prima esperienza in pubblico risale ancora all’ Assemblea Legislativa del 1792 quando il 25 Luglio, per la prima volta reclama per le donne il  diritto di impugnare le armi per la difesa della patria così come già facevano  solo gli uomini: “ […] aboliamo i privilegi del sesso maschile […]”[1].
Si avvicina all’ala radicale degli “Arrabbiati”, un’area altamente avversata da quelli a cui in un primo momento Claire si era avvicinata e di cui aveva condiviso intenti e ideali come Danton, Robespierre, Marat e  Hébert; gli “Arrabbiati”, infatti, avevano idee più radicali, predicavano la democrazia diretta e soprattutto l’uguaglianza politica, economica e sociale.
Ritratto, presunto, di Claire Lacombe, 1792. 
Autore sconosciuto.
E in questa visione ugualitaria Claire vede anche le donne, che come anche lei ha dimostrato, sono una parte fondamentale della società e non solo per i ruoli tradizionali che svolgono. Così, il 10 Maggio, fonda con Pauline Léon, la Società delle Repubblicane Rivoluzionarie, in risposta all’apposito decreto del 30 Aprile con cui le donne venivano escluse dall’esercito. La Società di cui sarà segretaria e anche Presidente, raccoglierà 170 iscritte tra le giovani parigine desiderose di partecipare alla formazione della nuova Francia. La sua organizzazione si appellerà anche a quelle donne delle classi sociali più basse, le lavoratrici, rilevando una sensibilità pre-socialista che però sarà anche elemento di dissenso interno che vedeva convivere posizioni più estremiste, con visioni femministe ritenute eccessive dall’ala più popolare delle lavoratrici.
In corrispondenza della I Guerra di Vandea, Le Repubblicane riaffermano il loro diritto, e quello delle donne, di armarsi per combattere per la Repubblica, per la  libertà contro la regione anti-rivoluzionaria della Vandea.
Durante questi primi giorni di scontri, Claire prenderà piena parola per incitare i rivoluzionari ad armarsi e partecipare alla presa della regione.
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Nonostante il suo incitamento alle forze rivoluzionare d’azione di Vandea e il suo apporto al morale delle truppe dei volontari rivoluzionari, Lacombe, ormai esponente di spicco della frangia più rivoluzionaria ed estremista mal vista sia dai girondini, più moderati, sia dai giacobini, comincia a farsi notare un po’ troppo e anche il loro leader Jeacques Roux dalla prigione continua i suoi interventi in loro favore, denunciando quegli uomini che mettono in giro voci infamanti per screditare la Società[2]. 
Così i giacobini inventano false accuse, come quella di aver chiamato in pubblico Robespierre,  il “Signor (Monsieur) Robespierre”, un titolo allora bandito dal nuovo ordine sociale, e di averlo definito un uomo ordinario[3] o ancora di aver nascosto aristocratici antirivoluzionari, accuse poco credibili per un’attivista che invece reclamava l’espulsione dei nobili dall’esercito e le tasse sui più ricchi, così come la responsabilità degli assalti allo zucchero e al sapone di Febbraio e di Giugno[4].  Claire viene comunque arrestata ma si salva, almeno questa volta, da un’accusa incredibile, e viene rilasciata il giorno stesso, poiché dalla perquisizione della sua casa vengono trovate solo carte che “emanano patriottismo”[5].

"La libertà guida il Popolo", particolare, dipinto di E. Delacroix, 1830.
La Libertà è rappresentata dalla Marianna che indossa il berretto frigio rosso,
tipico della Rivoluzione.

Ormai è però nel mirino e solo alcuni giorni dopo si fa in modo di creare un caso nel quale, non per fatalità, risulta coinvolta. Alcune donne, probabilmente corrotte a tale scopo, accusarono le Rivoluzionarie di avere costretto alcune di loro ad indossare il tipico berretto della Rivoluzione, il frigio rosso, riservato agli uomini anche se poi diventerà l’emblema della rivoluzione stessa e fatto indossare, nell’iconografia rivoluzionaria, anche alla Marianna. Queste accuse, in realtà, false, scatenano dei disordini, il 28 Ottobre, in cui la stessa Lacombe viene aggredita da alcune delle accusatrici; i tafferugli avvengono alla Convenzione Nazionale, l’organo legislativo ed esecutivo principale durante la Rivoluzione almeno fino al 1795.
E proprio alla Convenzione Nazionale, solo pochi giorni prima,  il 7 Ottobre, Claire si era recata per difendersi, e difendere la Società, e tutte le donne dalle insistenti insinuazioni e maldicenze che continuavano a imperversare nei loro confronti, argomentando che : “I nostri diritti sono quelli del popolo, e se ci opprime, noi opprimeremo resistenza all’opposizione”[6]; queste sue parole sollevarono non pochi malcontenti e le fruttarono le nuove accuse.
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Dopo le zuffe, provocate e volute,  avvenute alla Convenzione Nazionale, quest’ultima, usa l’accaduto per proibire le associazioni politiche femminili, tutti i club delle donne vengono chiusi, anche quindi, a maggior ragione, la Società Rivoluzionaria di Claire Lacombe.  
Il Presidente del Comitato della Salute Pubblica incaricato, Amar chiude la questione su un possibile riconoscimento politico in favore delle donne, rappresentato dalle associazioni femminili che avevano sollevato la questione con le loro azioni e discorsi in pubblico. Egli chiude la faccenda, sancendo che le donne non avevano doti fisiche adatte né tanto meno morali per esercitare dei diritti politici  ma il loro dovere naturale era quello di madri e mogli attente e premurose, educatrici preziose di quell’ordine sociale che è una questione : “essenzialmente legata alla morale, e senza morale non può esserci la Repubblica”[7].

Così il  movimento di Claire Lacombe, e delle sue compagne, il 30 Ottobre 1793 cessa di esistere dopo solo cinque mesi di vita.  Finisce l’esperienza rivoluzionaria delle donne, quelle a cui la Convenzione, qualche mese prima, aveva reso obbligatorio indossare la coccarda rivoluzionaria; quella coccarda che però avvicinava le moglie, le madri al resto dei cittadini; un accostamento troppo pericoloso che avrebbe potuto garantire anche alle donne, a quel punto non più solo semplici madri e mogli, pari diritti politici e partecipazione attiva alla società, come stava effettivamente già accadendo grazie all’azione proprio anche di quella Società delle Rivoluzionarie, che “per fortuna” era stata chiusa, per sempre.
Qui puoi leggere il post
su Olympe De Gouges


E anche la vita della ormai "semplice donna", Claire non sarà più tanto serena, come neanche quella degli Hebertisti che, fortemente osteggiati da Danton e Robespierre, vedono la loro fine così come ormai lo stesso movimento degli "Arrabbiati".

In questo clima in cui anche i deputati girondini sono stati condannati a morte e la stessa Olympe De Gouges viene ghigliottinata il 3 Novembre 1793, si appresta ad aprirsi un nuovo anno, il 1794 che vede Claire sempre più esposta alle “leggi dei sospetti”. Cerca allora di nascondersi ma invano, viene trovata e arrestata, il 2 Aprile 1794.



Il palazzo del Lussemburgo, oggi sede del Senato francese.
Image by Freedom Wizard

Per sua fortuna, attende il processo per più di un anno, in prigione, sì, al Palazzo del Lussemburgo per l'occasione diventato prigione rivoluzionaria, in cella sì, ma almeno viva, almeno ancora viva per poter godere di nuovo della libertà, quando nel Luglio dello stesso anno Robespierre e i giacobini cadono. Le viene quindi concessa la grazia da parte del Direttorio e viene liberata finalmente il 18 Agosto 1795. Si conclude anche il suo impegno politico. 

Riacquistata la libertà, Claire torna al teatro, al suo antico mestiere, lascia la capitale per Nantes non senza però tornavi ancora pochi mesi dopo, forse per l’ultima volta, si perdono infatti  qui le sue tracce nella primavera parigina del 1798.

E così, come si addice ad una grande attrice, abbandona la scena, almeno quella ufficiale di rivoluzionaria, paladina delle donne, dei loro diritti, consumati all’ombra di ghigliottine, di prigioni, di una Rivoluzione che ha tradito i suoi ideali di fraternità ed uguaglianza, ha tradito le sue sostenitrici, foriera solo di semplici illusioni scomparse, come le sue eroine, coperte dal rumore della Senna che ha nascosto alla storiografia, per secoli, la loro esistenza, il loro contributo, il loro apporto di donne sì ma soprattutto di cittadine.

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[1] WILSON KATHERINA M., “An Encyclopedia, of continental Women Writers”, vol. I,  Ed. Taylor&Francis,1991, pag. 683.
[2] GODINEAU DOMINIQUE, “The Women of Paris and their French Revolution”, Londra, Ed. University of California Press, 1998, pag. 164.
[3] WILSON KATHERINA M., Op. Cit., pag.  683.
[4] GODINEAU DOMINIQUE, Op. Cit. , pag. 162.
[5] Ibidem.
[6]  Ivi, pag. 165.
[7] Ivi, pag.  169.


Biobligrafia:

WILSON KATHERINA M:, "An Encyclopedia, of continental Women Writers", Vol. I- II, New York, Ed. Taylor&Francis, 1991.
GODINEAU DOMINIQUE, "The Women of Paris and their French Revolution",  Londra, Ed. University of California Press, 1998.


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giovedì 27 febbraio 2014

Né Anna né Paul, noi vogliamo solo Bertha




Almanacco del 27 Febbraio:


Bertha Pappenheim, 1882.


Bertha Pappenheim nasce a Vienna il 27 Febbraio 1859  da Sigmund e Recha, membri di una famiglia benestante ebrea.
La sua infanzia è contraddistinta dalla diversità con cui i genitori trattano lei, e le sue altre due sorelle maggiori, dal fratello Wilhelm, da come si occupano e preoccupano di lui, il solo a cui sarà riservata un’educazione formale.
Ma Bertha in realtà, forse, e più dotata di una brillante intelligenza che però non può esprimersi. Quando il padre si ammala gravemente è chiamata ad assisterlo perpetuamente al capezzale, come si richiedeva alle figlie femmine a cui, soprattutto nella cultura ebraica dell’epoca, non si riconoscevano altri ruoli. Questa esperienza sarà molto dura e la segnerà per gran parte della sua vita, comincerà infatti a soffrire di allucinazioni e verrà portata a farsi curare da uno dei maggiori specialisti dell’epoca, il Dott. Breur. 

La sua esperienza come paziente della neofita psicoanalisi la consacrerà alla storia di quest’ultima come Anna O., di cui si occuperà anche Freud.
Con lei i due psicologi iniziarono quella che diventerà la moderna analisi, quella per noi “classica”, del parlare sdraiati su di un lettino.

Ritratto giovanile di Bertha Pappenheim a Vienna, 1880.
Bertha, come detto, non ebbe un’istruzione che le permetteva, così come alle altre donne, di arrivare ai massimi livelli ma pretese di studiare, arrivando a conoscere con molta padronanza l’inglese, il
francese, e anche l’italiano.
E la conoscenza di queste lingue sarà anche il suo tramite di espressione, quando, ormai guarita, volle tradurre dall’ebraico al tedesco testi rivolti alle donne: “La Bibbia delle donne” e testi e racconti dal Talmud[1].

I suoi disturbi riguardavano anche il linguaggio spesso infatti non riusciva a parlare, altre volte si esprimeva in modo disconnesso, e in situazioni particolari sostituiva il suo idioma originale con la lingua inglese, inventando addirittura nuove parole. Dopo la terapia, in cui veniva ipnotizzata e in cui Breur in questo modo cercava di far emergere i motivi del suo disagio, che la portavano ad avere questi numerosi e debilitanti sintomi, Bertha riuscì a guarire, diventando la prova dell’efficacia della nuova metodica della psicanalisi, il metodo catartico.
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Di lei il Dott. Breur  scriveva: “Questa giovane, dalla esuberante vitalità intellettuale, conduceva, nella sua famiglia, di mentalità puritana, un’esistenza estremamente monotona […]” [2].
Quindi Bertha rifiutava la sua condizione di donna, relegata in casa in attesa del “buon partito” da sposare, rifiutava la sua cultura e di conseguenza l’idioma che ne rappresentava l’identità.


Dopo aver superato il malessere della sua condizione, dopo la morte del padre, si trasferisce con la madre, le due sorelle erano già morte in età infantile, a Francoforte sul Meno, città originaria della mamma.
Qui trova nell’attività sociale la sua catarsi, iniziando un percorso che la renderà paladina dei diritti delle donne, ebree, tedesche e non, dei bambini e dei più poveri. Così con lo pseudonimo di Paul Berthold scrive una serie di racconti sulla condizione sociale dei bambini più poveri, intitolati “Nel negozio di seconda mano”, edito nel 1890.

La sua sensibilità verso la condizione delle parti sociali più deboli, nonché la sua personale esperienza di figlia, la avvicinarono alle tematiche delle prime femministe tedesche e la portarono a scrivere “I diritti delle donne” nel 1898 nonché a tradurre in lingua tedesca la più famosa “Rivendicazione dei diritti della donna” di Mary Wollstonecraft.

Comitato direttivo della Lega delle donne ebree, Bertha è la seconda seduta da sinistra, 1905.
Viaggiando per il paese si rende conto concretamente della condizione di povertà e di sfruttamento a cui sono soggette le donne e nel 1900 scrive “Sullo stato della popolazione ebraica in Galizia” per denunciare lo stato di indigenza della popolazione, decide anche di creare una Società per l’ assistenza della donna nel 1902 con scopi filantropici di educazione delle donne nella cura dei figli e di procacciamento di un lavoro serio, contro lo sfruttamento della prostituzione.
Nel 1904 fonda la Lega delle donne ebree per emancipare la presenza e l’importanza del ruolo femminile nella cultura della sua fede, e a carico di questo istituto rimarrà per ben 20 anni, riuscendo a far ammettere le donne di fede all’ente supremo della fede ebraica il Gemeinde. Nel 1912 in un congresso tenutosi a Roma dalle rappresentanti delle organizzazioni delle donne ebree degli Stati Uniti, dell’Inghilterra e della Germania, dopo aver ritenuto necessario la creazione di un’organizzaione mondiale delle donne ebree, fu votato e creato il Concilio Internazionale delle donne ebree con a capo Bertha Pappenheim come sua prima presidente.
Della Lega delle donne ebree scriverà: “Abbiamo cercato nella Federazione ebraica femminile di sottolineare la decadenza della nostra comunità e allo stesso tempo di sottolineare però più e più volte anche la via principale da rispettare”.[3]
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Si rese conto che la povertà era la causa di miseria e di conseguenza sfruttamento del corpo femminile che si estendeva ben oltre i confini territoriali, con la famosa tratta delle bianche.
A nome della Lega, Bertha viaggerà in Europa, nei Balcani, in Russia, in Egitto, in Turchia, per cercare di sensibilizzare quella che oggi chiameremo opinione pubblica e molto di più appellandosi e incontrando sovrani a cui sottoporre la realtà degenerata della società. Come in Romania dove si appellerà direttamente alla Regina, nel 1909, prospettandole la condizione del suo popolo, delle donne e la loro schiavitù alla tratta: “ […] dal momento che sappiamo che vi è una schiavitù “bianca”, è dovere e compito delle donne di tutte le classi, consacrare tutte le nazioni e tutte le fedi, per combattere con tutte le forze, la tratta delle donne […]”[4] ,  e ancora appellandosi alla sovrana, amplia la sua visione partendo dalla similitudine delle condizioni cristiane e di quelle ebree, arrivando a parlare di un’unica umanità, quale siamo, da salvare: “ […] anche se come organizzazione di un gruppo relativamente piccolo, parliamo anche per le donne e ragazze rumene. Il destino della rumena cristiana che è costretta al vizio, è lo stesso di quella rumena ebrea, la distruzione mentale e morale dell’individuo”[5].

Non occorre dire quanto ostracismo avesse incontrato, in un’epoca di morale e perbenismo, senza contare la realtà religiosa da cui proveniva che la tacciò di mentire sulle tematiche del lassismo in cui versava la società perfino quella ebrea.
Essa stessa riporterà la documentazione di questi viaggi nell’opera edita nel 1924 che appunto chiamerà “Sisyphus” proprio per sottolineare l’immane fatica.

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Nel 1910 pubblica ancora una volta un resoconto, aggiornato, della situazione del problema ebraico nella regione della Galizia con  “Il problema ebraico in Galizia” evidenziando la condizione particolarmente misera della popolazione  della zona, con un’attenzione particolare alle ragazze e alle donne ebree che per la miseria in cui vivevano erano costrette ad espatriare andando incontro a misere condizioni di vita anche all’estero,  spesso cadendo vittime della prostituzione. Di fronte a questa situazione Bertha invita a non sottovalutare il problema dell’emigrazione che è strettamente legato al problema sociale della prostituzione e prospetta delle soluzioni: “ […] Per eliminare questa avventura e tutte queste combinazioni, con i suoi pericoli, suggerisco che la ragazza che vuole emigrare sia messa provvisoriamente in quella che chiamerei la scuola per emigranti[…]”[6] e passa a descrivere questa scuola da lei pensata: “ In una piccola, ma non troppo modesta, casa si raccoglieranno un certo numero di ragazze che hanno l’intenzione di emigrare. Il soggiorno, che deve essere programmato secondo una stima approssimativa di 4 o 6 mesi, deve essere dedicato alla preparazione del viaggio e alle nuove condizioni. Le ragazze devono imparare in primo luogo a scrivere e leggere.
E’ necessario prestare attenzione alla loro salute e ad istruirle sui primi rudimenti di pulizia e  cura personale. Dovranno anche imparare cucito e a prendersi cura della casa, e durante la seconda metà del soggiorno in collegio, imparare la lingua inglese e tedesca.”[7]  . 
Uno dei volantini distribuiti dalle associazioni alle emigranti

Per far rendere conto gli emigranti dei pericoli a cui vanno incontro pensa ad un volantino da distribuire in varie lingue e soprattutto : “Particolarmente prezioso sarebbe se si potesse ottenere il permesso di distribuire un volantino tra i passeggeri di terza classe del grande piroscafo e delle navi di emigranti senza distinzione  tra i tipi di viaggiatori”.  
Ma non solo rendendosi conto che: “Qualsiasi cosa si può proporre per migliorare la situazione degli ebrei in Galizia ed iniziarla, ma abbiamo bisogno, per il successo del piano, di un’intesa preliminare tra le persone stesse che può essere realizzata grazie all’educazione, attraverso la diffusione della lettura sana, libera, di materiale didattico che manca quasi completamente” propone quindi la sua idea di istruzione, quella che a lei era stata negata, almeno formalmente, ed era tanto mancata: “Spero di essere riuscita chiaramente a definire nella mia relazione della situazione in Galizia, che è necessario in primo luogo la cultura, vale a dire l’Istruzione e le condizioni igieniche da portare nel paese, e che si dovranno garantire come base essenziale per i bambini e per i giovani adolescenti, così per i neonati. Quindi in primo luogo asili nido e scuole materne! […]”. Propone quindi che le ragazze si istruiscano alla cura dei bambini per poterne fare un domani anche una professione, ma aggiunge: “[…] Questo non vuol dire che guardo alla professione di maestra d’asilo o di “baby-sitter” per le ragazze come unica cosa desiderabile”. 
E conclude appellandosi a chi tra gli enti può attuare questo suo suggerimento: “Mentre le mie proposte sono idonee ad influenzare la cultura generale, e la popolazione galiziana indirettamente, queste scuole per emigranti sono uno strumento diretto, molto efficace per combattere la tratta delle donne che sta sviluppandosi. Ecco perché vi chiedo di prendere in considerazione, in uno studio concreto, questa mia idea, che non è ancora realizzata da nessun’altra parte, come una priorità.”[8].
La Principessa von Hessen visita un asilo nido nel 1905 a Francoforte.

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Il femminismo proposto da Bertha rientra appieno nella visione della cultura tedesca strettamente legata all’industrializzazione, al progresso, e in questa chiave ci regala la sua analisi: “Principalmente è l’industrializzazione della produzione che ha creato nuovi valori trasformando l’attività economica.”  e ancora: “Uno dei metri più interessanti e importanti con cui leggere l’ascesa e la caduta dei valori della vita, è lo sviluppo che interessa la gioventù”, “I profondi cambiamenti che ha portato il tempo moderno, causano la disintegrazione della vita familiare, non solo nello strato proletario della popolazione urbana, ma anche negli ambienti della piccola borghesia.” . E ritrova la causa della disgregazione sociale nel cambiamento dei ruoli all’interno della famiglia, infatti: “La ragione più ovvia di ciò, è che il vettore principale del nucleo familiare, padre e madre, hanno sperimentato l’alterazione della ripartizione degli oneri in casa. E’ significativo che il luogo di lavoro del capo della famiglia non è più, come in passato, vicino alla casa di famiglia. La fabbrica, l’officina, il negozio, l’ufficio oggi sono lontani, e spesso si allunga così la loro assenza da casa. […] L’influenza del padre sulla vita dei bambini è quindi ridotta al minimo, e la sua autorità viene condizionata a priori dalla semplice mancanza di tempo.”
Non dimentichiamo infatti l’epoca in cui Bertha scrive e vive né la sua personale vicenda familiare in cui il padre era l’intransigente capo-famiglia, però sappiamo che è sempre attenta al ruolo anche femminile e infatti aggiunge: “E la madre? La donna negli ambienti a cui dobbiamo pensare soprattutto oggi, deve aiutare a guadagnare da vivere per la famiglia, rubando le proprie forze di madre alla cura e all’educazione dei bambini”.

Bertha abbiamo detto non riceverà mai formalmente un’educazione e lei ne soffrirà molto, arrivando a definirla un nutrimento spirituale insufficiente[9], ora riutilizza questa espressione per parlare della condizione femminile delle ragazze nelle città, per sottolineare da dove, secondo lei, deriva il disagio: “[…] Soprattutto è la mancanza di armonia tra crescita spirituale e le condizioni esterne della gioventù urbana femminile che parla forte e chiaro […]. E’ l’inconscio, toccante, l’aspettativa forte che qualcosa arrivi, le differenzi dal diluvio della monotonia giornaliera, qualcuno, un esterno. Ci si aspetta avidamente un cambiamento esterno e da parte di nessun altro perché sono giovani!” e così: “Molti errori, passi falsi, possono essere spiegati da questo desiderio seppur legittimo di avere una qualche forma di vita propria ” *.

Bertha passerà la sua vita a dedicare il suo impegno agli altri, alle donne soprattutto, e morirà per un tumore alla gola, il 28 Maggio 1936 a Neu Isenburg, pochi mesi dopo aver sostenuto un interrogatorio da parte della Gestapo.
Nelle sue ultime volontà, scritte nel 1930, lascerà scritto che chiunque passasse a visitare la sua tomba potrà lasciarvi sopra un piccolo sasso a simboleggiare la promessa di servire coraggiosamente e risolutamente il proprio dovere nei confronti delle donne e della loro gioia.

Bertha è sepolta a Francoforte sul meno, nel cimitero ebraico.


 * traduzione dei testi riportati da "Sisyphus" a cura di Silvia Palandri


Alcune opere di Bertha Pappenheim:

“Nel negozio di seconda mano”,  1890 (con lo pseudonimo di Paul Berthold);
“I diritti delle donne”,  1898;
“Sisyphus”, 1924.



Biografia:

AA.VV, “Letteratura e femminismi: teorie della critica in area inglese e americana”, Napoli, Ed. Liguori, 2000.



[1].HUNTER DIANNE, “Isteria, Psicoanalisi, e femminismo: il caso di Anna O.”, in “ Letteratura e femminismi: teorie della critica in area inglese e americana”, AA.VV., Napoli, Ed. Liguori, 2000, pag. 155.
[2] Ivi, pag. 146.
[3] PAPPENHEIM BERTHA; “Sisyphus”, 1924.
[4] Ibidem.     
[5] Ibidem.
[6] Ivi.
[7] Ibidem.
[8] Ibidem.
[9] HUNTER DIANNE, Op. Cit., pag. 147.

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