venerdì 14 febbraio 2014

La nobile che non si fece mai chiamare Marchesa ma descrisse comunque la condizione femminile

Almanacco del 14 Febbraio:

J. J. Shannon, "Jungle Tales", 1895.



Clarice Gouzy nasce a Roma, il 14 Febbraio 1868 da papà Giulio e da mamma Maria Luisa ma trascorrerà la sua infanzia prima con il nonno paterno nel pesarese e alla morte di questo con lo zio materno a Novilara, in provincia di Pesaro, infatti i suoi genitori perirono a poca distanza di tempo l’uno dall’altra.

Nonostante questi pesanti e numerosi lutti, la sua infanzia trascorrerà tranquillamente, forse grazie, oltre alle premure dei parenti, anche alla loro posizione sociale che poteva garantire una sorta di agiatezza, discendendo la famiglia dalla piccola nobiltà e per questo il matrimonio dei suoi genitori agli inizi fu osteggiato in quanto suo padre, di origine francese, era protestante e si dovette convertire per poter sposare Maria Luisa.
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 Hamilton Hamilton,
 titolo sconosciuto, 1847- 1928
.
Il suo impegno intellettuale cominciò presto e ottenuto il diploma magistrale si sposa con Vincenzo Tartufari trasferendosi nel Grossetano, dove vivrà per il resto della sua vita. Poco prima però si reca a Roma per curare la stampa di quella che sarà la sua prima opera intitolata “Maestra” del 1887 in cui narra le vicissitudini di una giovane donna che, emblema di speranze per la sua famiglia e soprattutto per la madre, pensa di potersi emancipare tramite la professione di insegnante e aiutare la sua indigente famiglia ma deve fare i conti con la dura realtà. Dapprima la disoccupazione e poi finalmente ottenuto il primo incarico in un paesino sperduto vicino a Frascati, dovrà scontrarsi con le bramosie tutt’altro che intellettuali che le riserva il vecchio sindaco, a lei maestrina che per la prima volta aveva lasciato la città e la sua casa, così alla fine nonostante la sua retta condotta viene tacciata di frivolezza e subisce le male lingue del paese finendo per “scegliere” di conformarsi ai canoni sociali, lasciando il lavoro per crearsi una famiglia, poiché: “[…] La virtù è nelle donne una colpa che difficilmente gli uomini perdonano”[1].

 
Qui puoi leggere il post sulla
Marchesa Colombi
Molto attenta alla condizione delle donne nella società, percorre anch’essa il filone condiviso da altre importanti scrittrici del suo tempo, spesso ancora oggi dimenticate o poco conosciute ed apprezzate come La Marchesa Colombi. E come lei e come altre all’epoca, collabora con note testate giornalistiche e riviste quali “La Donna” di Torino, “ La Ricreazione” e “Il Fanfulla” ma la collaborazione più importante la terrà con “La Nuova Antologia”, che spesso ospiterà i suoi brani.

Clarice all’inizio della sua carriera letteraria si concentra sulla poesia a cui deve il suo vero e proprio esordio con una produzione che vede opere quali “Versi Nuovi” del 1894 e “Vespri di Maggio” del 1896. Ma il suo talento troverà forma più congeniale nella narrativa e nelle pièces di teatro a cui dobbiamo la maggior parte della sua produzione che sarà apprezzata anche all’estero e tradotta in francese e tedesco.
Il filo conduttore delle sue opere sarà la condizione femminile che rileverà sempre una inadeguatezza della donna alle convenzioni sociali che è costretta a subire, come accade nel romanzo “Il miracolo” in cui il bimbo Ermanno:  “Ermanno si fece serio per ammirare con maggiore intensità la mamma così bella, così bianca, intorno alla cui fronte le stille del sudore sembravano perle. Somigliava a una regina o forse anche somigliava a una santa, a una di quelle sante che calano talvolta dal paradiso, prendono per mano i bimbi devoti e con loro passeggiano sopra la terra, vestite di abiti di argento, la chioma incoronata di gemme.”[2] 
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E proprio questa aurea che viene calata dall’alto sulle donne impernia le loro vite e le condiziona nel rapporto anche con loro stesse, che si giudicano e si condannano alla luce di metri sociali che vorrebbero sempre le donne- Madonne, pure e immacolate.
Così nel romanzo “All’uscita dal labirinto” la protagonista Leonetta, riuscirà ad avere quella agognata autonomia ma al prezzo della solitudine riservata a coloro le quali non si conformano ai modelli imposti loro.
   
La produzione letteraria di Clarice è importante e ricca e come detto tocca la poesia come la narrativa, come il teatro e sarà proprio la sua vena più prosaica quella che le meriterà il riconoscimento e il plauso del pubblico e della critica, addirittura Benedetto Croce, che tanto si prodigherà a dar giudizi sugli scritti femminili, la riterrà superiore per capacità di veduta e di resa  alla Deledda.

Clarice vivrà sepre a Bagnore, una frazione di Santa Fiora, nei pressi del Monte Amiata, nel Grossetano, dove morirà nel 1933, il 3 settembre.

Mary Cassat,
"Nurse reading to a little Girl",
 1895.
Clarice Gouzy Tartufari, firmerà tutte le sue opere con il solo cognome del marito, conformandosi ai costumi dell’epoca e non rilevando la contraddizione di fondo ma d’altronde siamo nel periodo di Anna Maria Mozzoni e della Marchesa Colombi così come di Neera e della Serao, un clima di  rivalsa e di battaglia nel complicato mondo della questione femminile, delle prime rivendicazioni, delle prime prese di posizione ed espressione di una questione femminile che inevitabilmente portava con sé passi altalenanti e velocità di pensiero e di rivendicazione diverse, solo un motivo in più per (ri)scoprire dunque queste scrittrici e donne di pensiero che nulla hanno da temere dai loro colleghi maschi, unici protagonisti, finora, della nostra storia.



[1] TARTUFARI Clarice, “Maestra”, Roma, Ed. Tipografia Perino, 1887, pag. 15.
[2] TARTUFARI Clarice, “Il Miracolo”, II ed., preceduto da uno studio di Adriano Tilgher, Roma, Ed. Alberto Stock, 1925, pag.6.

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Opere:

¨ Maestra, Roma, Ed. Tip. Perino, 1887 (Novella);
¨ Versi nuovi, Roma, Ed. Loescher, 1894 (Poesia);
¨ Vespri di maggio, Roma, Ed. Loescher, 1896 (Poesia);
¨ Dissidio, Roma, Ed. Società Editrice Dante Alighieri, 1901 (Pièce teatrale);
¨ Logica, Roma, Ed. Società Editrice Dante Alighieri, 1901 (Pièce teatrale);
¨ Le modernissime, Roma, Ed. Società Editrice Dante Alighieri, 1902 (Pièce teatrale);
¨ Ebe, collana “Biblioteca per la gioventù”, Palermo, Ed. Remo Sandron, 1902 (Romanzo);
¨ L'eroe, commedia in tre atti, Torino-Roma, Ed. Casa Editrice Nazionale Roux e Viarengo, ¨ 1904 (Pièce teatrale) ;
¨ Roveto ardente, Roma- Torino, Ed. Roux e Viarengo, 1905 (Romanzo);
¨ Il volo d'Icaro, Torino, Ed. Sten, 1908 (Romanzo);
¨ Fungaia, Roma, Ed. Voghera, 1908 (Romanzo);
¨ Il miracolo, Roma, Ed. Romagna, 1909 (Romanzo);
¨ La testa di Medusa, Torino, Ed. Unione Editoriale, 1910 (Pièce teatrale);
¨ Eterne leggi, Roma, Ed. Romagna e C., 1911 (Romanzo);
¨ Il giardino incantato, Roma, Ed. Armani e Stein, 1912 (Novelle);
¨ L'albero della morte, Roma, Ed. Enrico Voghera, Editore, per  “Piccola Collezione Margherita” 1912 (Novelle);
¨ All'uscita del labirinto, Bari, Ed. Humanitas, 1914 (Romanzo);
¨ Rete d'acciaio, Milano, Ed. Treves, 1919 (Romanzo);
¨ Il dio nero, Firenze, Ed. R. Bemporad & figlio, 1921 (Romanzo);
¨ Il gomitolo d'oro, collana “Collana di romanzi e novelle per la gioventù serenissima, diretta da Guido Ruberti”,  Milano, Ed. Trevisini, 1924 (Romanzo);
¨ Il mare e la vela, Firenze, Ed. Bemporad, 1924 (Romanzo);
¨ La nave degli eroi, Foligno (Perugia), Ed. Campitelli, 1927 (Romanzo);
¨ Lampade nel sacrario, Foligno, Ed. Campitelli, 1929 (Romanzo);
¨ Imperatrice dei cinque re, Roma-Foligno, Ed. Campitelli, 1931 (Romanzo);
¨ «Ti porto via!», Milano - Roma, Ed. Rizzoli & C. Anonima per l'arte della stampa, 1933 (Romanzo);
¨ L'uomo senza volto, prefazione di Adriano Tilgher, Roma (Pescia), Ed. Tosi (Benedetti), 1941 (Romanzo postumo).
 
Opere di pubblico dominio: 

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mercoledì 12 febbraio 2014

Tale madre, tale figlio...

Almanacco del 12 Febbraio:

"Eva, la maga buona che coltiva Iris",  Calvino parlava così della mamma

Iris x barabata
photo by Kurt Stueber




 
Eva Mameli, nasce a Sassari il 12 febbraio 1886, e la sua non sarà una vita “comune”, conquisterà molte mete, precluse alle donne, ingaggerà battaglie prima d’allora mai pensate e con il suo esempio, capacità ed intelligenza influenzerà il più grande scrittore del XX secolo.

La sua famiglia è una famiglia benestante e i suoi genitori, un colonnello dei Carabinieri Gian Battista e Maddalena Cabuddu, le insegnarono sempre la virtù del perfezionamento e della libertà, così come agli altri loro figli, probabile che per questo il fratello Efisio fonderà il partito sardo d’azione nel 1921.

Così Eva, Giuliana Luigia Evelina, frequenta un liceo pubblico, tradizionalmente riservato ai maschi e si appassiona alle scienze che vorrà approfondire studiando Matematica all’Università di Cagliari, dove si era trasferita con la sua famiglia al pensionamento del padre, e  dove si laureerà nel 1905.
L’anno seguente però viene a mancare proprio quel padre molto amato e Eva e sua mamma decidono di andare a Pavia, raggiungendo il fratello maggiore Efisio. Qui frequenta l’Università, dove il fratello era già professore, seguendo il corso del Professor Briosi in Scienze Naturali e ancora studente pubblica la sua prima opera scientifica: “Sulla flora micologica della Sardegna. Prima contribuzione” a cui fece seguito l’anno seguente una seconda contribuzione, ormai già da dotoressa, essendosi già laureata nel 1907. 
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Giuliana Luigia Evelina Mameli in Calvino
Contemporaneamente accetta di assistere il prof. Briosi alla sua cattedra di scienze naturali e di seguire anche il laboratorio crittogamico di Pavia,  ma consegue anche il Diploma Magistrale e dopo un periodo a Londra, nel 1910 finalmente ottiene l’abilitazione all'insegnamento. Inizia così ad insegnare alle scuole superiori ma nel 1911 diventa assistente di botanica e decide di fare ciò che ama di più, la ricerca.
Nel 1915 per la prima volta, ottiene
la Cattedra di libera docenza all’Università di Pavia, prima donna in assoluto ad attivare un corso di Botanica che avrà come tema “La tecnica microscopica applicata allo studio delle piante medicinali e industriali”.

Interviene però il periodo della Prima grande guerra ed Eva mette a disposizione la sua persona per soccorrere i soldati feriti, entrando a far parte delle Crocerossine, ricevendo una medaglia d’argento dalla Croce Rossa e una di bronzo dal ministero dell’Interno. Finita la guerra Eva riprende i suoi amati studi e la sua ricerca nelle scienze naturali meritandosi l’attenzione e il premio dell’Accademia dei Lincei di Roma, nel 1919.
Rimasta ormai sola a Pavia, il fratello, tornato in Sardegna, era stato trasferito ad altra Università e il professore Brioso nel frattempo era scomparso, Eva nel 1920 viene raggiunta da Cuba, da un italiano ricercatore e naturista come lei che voleva conoscerla: Mario Calvino.
Era innegabile che la sua fama e i suoi studi erano conosciuti e apprezzati anche all’estero e così, Calvino, padre, bisognoso di un aiutante per la Stazione sperimentale agronomica a L’Avana, volle conoscerla e da quell’incontro nacque più di una collaborazione professionale. I due si sposarono per procura e poi a Cuba qualche mese dopo.


 
Italo, Giovanni, Calvino, primogenito di Eva e Mario
Dal loro matrimonio nacquero due figli, il maggiore nato a L’Avana nel 1923, Italo e Floriano, nato a San Remo nel 1927.

A Cuba, i coniugi fondarono una scuola agricola per i contadini e le loro famiglie. Trasferitisi poi alla stazione agricola di Chaparra, fondarono la rivista La Chaparra Agricola.

Dopo un devastante uragano che rovinò la stazione agricola nel 1925, però Eva e Mario decisero di tornare in Italia, nella città natale di Mario, San Remo ed aprire un loro laboratorio di floricultura. A questo scopo comprarono Villa Meridina, dotata di un ampio giardino adatto per le loro ricerche.

Eva scelse però anche di riprendere l’insegnamento e per questo partecipò, vincendolo, al concorso per la cattedra all’Università di Cagliari che tenne per ben due anni, dal 1926 al 1928, facendo la pendolare tra San Remo e Cagliari, dove, oltre la Cattedra in Botanica dirigeva anche il giardino botanico, riportandolo all’antico splendore dall’abbandono assoluto in cui versava dopo la guerra, rintroducendo specie rare di piante e vegetazione.
Fu la prima donna a ricoprire i due prestigiosi incarichi.
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Alla nascita del secondo figlio però Eva decise di stanziarsi a San Remo, dove continuerà in modo assiduo il lavoro alla Stazione di San Remo a cui parteciperà sempre in modo attivo. Fonderà con il marito la Società Italiana amici dei fiori e due riviste scientifiche, tra cui Il Giardino fiorito, nel 1931 in cui sarà promotrice delle prime iniziative protezionistiche della natura, soprattutto in favore degli uccelli utili per l’agricoltura.
Collaborerà con l’Enciclopedia Italiana e con quella dell’Agricoltura, pubblicherà in tutto, alla fine della sua carriera, 200 articoli scientifici.

Anti fascisti, negli anni '30 ospitarono dissidenti e nascosero ebrei, mentre i loro due figli, riluttanti alla Repubblica di Salò parteciparono alla Resistenza. I coniugi Calvino però furono catturati ed arrestati ma non cedettero mai alle torture subite per strappare loro informazioni; subirono anche almeno due finte fucilazioni a cui a turno uno dei due coniugi dovette assistere e subire.

Quando nel 1951 Mario Calvino si spense, Eva prese il suo posto alla direzione della Stazione di San Remo, fino al 1959 quando ritenne di essere ormai troppo anziana per occuparsi di un impegno così importante e gravoso ma passò comunque i numerosi altri anni di vita a riordinare, riscrivere e archiviare la numerosa produzione scientifica che sarà poi donata dai figli alla biblioteca civica di San Remo alla sua morte il 31 marzo del 1972, alla veneranda età di 92 anni.


Biografia (più recente):

¨  Forneris P. - Marchi L., Il giardino segreto dei Calvino. Immagini dall'album di famiglia tra Cuba e Sanremo, De Ferrari, Genova 2004;
¨  Elena Macellari, Eva Mameli Calvino, collana Le farfalle, Ali&no Editrice, Perugia 2010;
¨  Elena Accati, Fiori in famiglia. Storia e storie di Eva Mameli Calvino, Donne nella scienza, Editoriale Scienza 2011;
¨  Eva Mameli Calvino, Mario Calvino, 250 quesiti di giardinaggio risolti, Introduzione di Tito Schiva, collana Virgola, Donzelli editore, Roma 2011.

   

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lunedì 10 febbraio 2014

La Tersicore che inventò il tutù


Almanacco del 10 Febbraio:

Virginia Zucchi ritratta da Georges Clairin, 1884.


Nata il 10 febbraio a Parma, Virginia Zucchi, diventerà la 'Divina Virginia', per aver portato nel mondo la sua arte.



Stella del Balletto nell’Italia dell’Ottocento, Virginia fu allieva del direttore della Scala di Milano, Carlo Blasis, l’ideatore della struttura della lezione di danza classica che tutt’oggi vige inalterata, colui che voleva non solo creare danzatori ma veri artisti e concepiva il suo insegnamento arricchito dalle materie artistiche quali la pittura, la musica, la letteratura per forgiare una sensibilità oltre la mera tecnica.
Virginia Zucchi, ritratta da Fedor Bronnikov, 1889.
Virginia fu tra le sue allieve anche se non entrò mai alla Scuola della Scala vera e propria ma seguì i suoi insegnamenti come quelli del suo assistente Lepri. Proveniente da una famiglia di danzatori, i suoi zii erano apprezzati professionisti, Virginia debuttò  a Varese nel 1864 a soli quindici anni.
Da qui iniziò la sua carriera che la portò in giro per l’Italia, da Roma a Napoli…, e dieci anni dopo, nel 1874, finalmente anche alla Scala di Milano. La sua fu una carriera però internazionale, fu invitata e reclamata anche all’estero da Berlino, dove il noto Paolo Taglioni rivisitò per lei l’opera La Fille mal gardée,  a Parigi, a Londra, a Madrid e nel 1885 a Pietroburgo dove la sua carriera e fama toccherà il suo apice massimo.

Virginia fu accolta a Kin Grust, il teatro che in estate apriva i suoi battenti per sostituire la programmazione del Balletto Nazionale di Pietroburgo, e qui fu osannata ed acclamata, avendo incantato la platea russa anche lo Zar Alessandro III in persona la volle a corte e le presentò un ingaggio che la tenne a San Pietroburgo per tre anni durante i quali si meritò l’epiteto di  “Virginia la divina” per i suoi virtuosismi tecnici. In seguito continuò la sua carriera in Russia ma con una sua Compagnia.
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Virginia Zucchi, fu una grande artista che perfezionò con la sua tecnica la scuola di danza russa, facendola crescere e acquisire quel prestigio che noi oggi ancora le riconosciamo. Fu una donna che seppe imporsi ed impose la sua bravura diventando un esempio da emulare e raggiungere.

Virginia Zucchi in "La Esmeralda", 1886
A Virginia Zucchi si devono performance memorabili, entrate nella storia, come quelle de “La Figlia del Faraone”, “La Fille Mal Gardée” e “La Esmeralda”, tutte del grande coreografo Marius Petipa, nonché il balletto “Excelsior” di Luigi Manzotti, eseguito alla Scala di Milano nel 1883 e “Sieba” eseguito a Parigi nello stesso anno.


Dopo l’esperienza e lo strepitoso successo russo, tornò in Europa dove danzò ancora a Parigi nel 1885 all’Opéra e poi ancora a Nizza nel 1898, ritirandosi poi dalle scene pochi anni dopo nel 1900.
Scelse Monte Carlo come sua dimora stabile e lì aprì una sua scuola di danza dove volle insegnare essa stessa.
Morì a Nizza il 12 ottobre 1930.
 
A Virginia Zucchi si deve l’aver portato ed esportato la qualità d’esecuzione del balletto italiano nel mondo, dalla Francia alla Russia, l’aver contribuito alla crescita dell’arte tersicorea potenziandone la tecnica e l’esecuzione, arricchendola dell’espressività propria di un’ artista; a lei si deve anche la creazione del moderno tutù che Virginia volle fosse accorciato, ritenendolo troppo lungo e troppo antiquato.

La sua influenza nella tecnica di Tersicore è oggi innegabile come lo fu alla sua epoca, poiché grandi danzatrici sue contemporanee da subito ne ammisero la grandezza e l’abilità; di lei,  Mathilde Kschessinska, quella che diventerà, anche grazie ai suoi insegnamenti ed al suo ascendente, la prima ballerina in assoluto del Balletto russo, pochi anni dopo la Zucchi, dirà: “Avevo quattordici anni quando la famosa Virginia Zucchi venne a San Pietroburgo. Dal giorno in cui Virginia Zucchi apparse sui nostri palcoscenici, cominciai a lavorare con fervore, energia e dedizione: il mio unico sogno era di emularla.  (…)”[1].
 




[1] SCHOLL TIM, “From Petipa to Balanchine: classical revival and the modernization of ballet” , 1994, Ed. Routledge.

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