mercoledì 12 marzo 2014

Paolina, la Lesbia arcadica


Almanacco del 11 Marzo:



Ritratto di Lesbia Cidonia, 1822 circa.


Fu una letterata e apprezzata poetessa, acclamata dagli intellettuali di tutto il "Vecchio Mondo", amata e lodata per i suoi versi raffinati ma anche calunniata poiché donna, l'autrice che non poteva averli scritti, e quindi poi dimenticata.

Paolina Secco Suardo nasce a Bergamo, l'11 Marzo 1746, dal nobile Bartolomeo e dalla contessa Caterina de' Terzi.
Nata in una famiglia aristocratica e benestante, crebbe in un ambiente colto e a contatto con illustre personalità dell'epoca che frequentavano la sua casa. Studiò in famiglia grazie all'attenzione del padre che la volle istruire e alla madre Caterina, fine poetessa e dotta in Storia e Geografia.
Ebbe a disposizione così la biblioteca paterna dove apprese la lingua italiana, il latino ma si formò anche alle lingue straniere, imparando molto bene il francese  e anche l'inglese.

Nonostante vivesse in un ambiente colto e per alcuni aspetti "illuminato", non riuscì a sottrarsi al costume tipico che anche all'epoca continuava a caratterizzare le società: a diciotto anni fu data in sposa, ad un uomo più grande di lei, al Conte Luigi Grismondi di Verona, città che Paolina conosceva e aveva potuto apprezzare e amare nei numerosi viaggi fatti a casa dei cugini, i Pompeo, che lì vi abitavano. Paolina infatti amava molto viaggiare e in effetti la sua fama di poetessa le regalerà questa opportunità, rara per una donna dell'epoca.
A Verona, e non solo, entrò in contatto con l'intellighenzia locale, in particolare con il Pindemonte che poco tempo dopo sceglierà per lei il nome di Lesbia Cidonia, come membro dell'Accademia dell'Arcadia di Roma nel 1779. Ma Paolina sarà contesa da molte istituzioni ed Accademie tra cui gli Inestricati di Bologna, gli Eccitati di Bergamo, i Dissonanti di Modena, i Catenati di Macerata, gli Occulti di Roma, gli Agiati di Rovereto, gli Affidati di Pavia e l'Accademia fiorentina.
Stemma dell'Accademia dell'Arcadia
La sua fama d'altronde fu internazionale, fu acclamata in Francia dai maggiori intellettuali come Voltaire, o Le Brun: "Quei celebri Autori di belle e dotte opere, i quali sdegnavan per poco ogni straniera letteratura, e dall'alto di loro accademie famose appena degnavan d'un sguardo i più dotti europei [...] Una donna italiana vendicò allora l' Europa traendo e venerarla que' superbi dominatori d'ogni sapere, e talento, e gareggiare tra loro dell'amore di frequentarla, di leggerle l'opere loro, di scriverle dotte lettere [...]"[1].

Al ritorno dal suo trionfante viaggio in Francia, si spinse fino in Germania dove era reclamata, ma il viaggio trionfante, quello che rimase nella memoria dei posteri fu quello del suo tripudio a Pavia dove il Rettore dell' allora Università, nonché egregio professore di Matematica, la invitò lì con una lettera che suscitò clamore e curiosità "L'invito a Lesbia Cidonia". Numerosi furono comunque anche gli altri viaggi in territorio italiano dalla Toscana alla Liguria al Lazio.

La sua fama fu anche di mecenate delle arti maggiori e minori, a lei più di un Artista deve la sopravvivenza, da Canova ad Angela Kaufmann, solo per citarne alcuni.

Tuttavia come non sfuggì ai costumi più legati alla tradizione sociale così neanche la sua opera; infatti si diffusero voci sulla vera paternità dei suoi eleganti versi che non potevano essere stati fatti da una donna se non addirittura copiati e tra i nomi di coloro che avrebbero potuto scrivere per suo conto quei sonetti venne fatto anche il nome del Rettore Lorenzo Mascheroni che invece era : "divenuto per Lei sola poeta meraviglioso"[2], in occasione del suo invito all' Università a Pavia.
La sua stessa vita infatti ci dimostra come queste semplici voci, insinuazioni, siano solo calunnie, di quelle riservate alle donne che hanno il merito di non curarsi dei soli costumi che vengono offerti loro ma ricche di intelletto lo esercitano: "Lesbia felice, che sortita avendo un'indole dolce, e modesta sapesti vincere tante lusinghe, dalle quali nell'altre donne vien nudrita una cieca idolatria di se stesse tra le insidie d'un amor proprio ancor più cieco [...]. Or miriamola adunque nella quiete della vita privata in mezzo a veri adoratori suoi, cioè parenti, amici, e spesso straneri che la visitano per la sua fama, e per conoscenza fattane in altre parti"[3]. O ancora: "[...] ne abbiam le prove ne' monumenti da Lei serbati, e in varie poesie scritte in quel tempo di tanto vortice rapitore della quiete e dell'applicazione, non sol per gli ossequi de' letterati, ma pel concorso di gran personaggi, d'ambasciatori, di ministri ad onorarla"[4].
Sembra improbabile quindi che un'Arcade, nonché appartenente ad altre, minimo cinque, Accademie potesse plagiare opere e uscirne invece apprezzata ed onorata. Di lei l'abate Saverio Bettinelli scriverà: "Non sarò adunque orator pervenuto a favor di colei, che mai non vidi, e che pregai soltanto in iscrito pe' suoi rari talenti, e per commercio lontano di letteratura[...]"[5]"[...] Io ne sono testimonio per mia fortuna[...]"[6].


Stemma dei Conti Suardo

E nel testo dell'Abate, l'elogio di Paolina Suardo Grismondi scritto per recitarsi nell'Accademia virgiliana di Mantova ,in memoria di Paolina, che morirà l' 08 Marzo 1801, a Bergamo, ci spiega la visione che interessa sì Paolina, ma ci dona la possibilità di una più ampia considerazione, quella riservata all'intelletto femminile: "E qui sorge il dubbio se possan dirsi o soffrirsi le femmine letterate. Due classi ravviso di giudici tra miei ascoltanti su questa causa ognor dibattuta, e non mai decisa, come nol fu mai dal principio del mondo la sorte di questa indivisibil metà del genere umano. Gli uni filosofi austeri impongon loro gli obblighi di sommissione, di ritiro, di modestia, e sin d'ignoranza, ond'esser docili ad ogni autorità paterna e maritale, destinandole alle umili faccende domestiche, e alla prima educazione materiale de' figli quando lor sia dato uno sposo e una dote per gran favore, o per compassione. Tal sistema fondano nella natura, che poca fra lor pon differenza, onde tutte si rassomigliano, ed han lo stesso fine dell'interiore regolamento delle famiglie dopo averle formate per passiva, e casuale fecondità.

Gli altri ancor più filosofi del tempo nostro mirando a presenti costumi, loro accordano un posto, ed anche il primo nella società, e già strappato alla man dell'uomo lo scettro, voglion ch'esse adornin l'ingegno colla persona , temprino la bellezza, o suppliscano a quella leggendo, studiando, e riflettendo a prò delle stesse lor grazie esterne, della bontà, e in fine della virtù, che par nata con loro, e per lor fatta. Tra questi contrari giudizj v'ha quel più cauto, che temendo da un lato i pericoli della rozzezza imprudente, o sciocca, dall'altro que' della vanità, dell'ozio, dell'adulazione, dell'ascendente giunto talora al dispotismo dell'uomo, a quelle soltanto concedono i letterari esercizj, che san volgerli a moderar le passioni, a sprezzar la bellezza non incolta, a piacer colle grazie, e l'ingegno a uno scopo che seppero far contenuto col dono d'un cuor amico, d'una dolcezza inalterabile, d'un ajuto, costante ad ogni uopo.Tal fu quella di cui vado a parlare, di Paolina Suardo [...]"[7]"Un elogio di donna in consesso grave de' dotti a cui le donne non intervengono, e dan solo il nome per ornamento, ben so che dee parer non sol nuovo, ma strano, né giustificato dall'amor patrio essendo di donna straniera, né dall'età mia non sospetta di parzialità, che suol perdonarsi ad un tener affetto pel sesso dominatore de' cuori umani, ma non a quello d'un più che ottogenario [...]"[8].

Quindi come ci suggerisce l'abbate, ora lasciamo parlare Paolina o piuttosto Lesbia,: "Leggete voi stessi quelle rime di Lesbia [...]"[9] e ogni possibile dubbio passerà allo scorrere dei suoi versi...


Sonetto per la Morte di Saffo

Poiché vincer non può misera Amante
De l'ingrato Faon l'empio rigore,
Saffo avvampando di funesto ardore 
Su l'alta rupe alfin volse le piante;

E là gridò; che val dagli occhi tante
Lagrime, e tanti lai metter dal core,
Che valmi il canto, a che del mio dolore
Nojar le arene intorno, e il mar sonante?

E stanca di versar gridi e sospiri
Scagliossi a l'onde in seno, estremo e rio
Conforto ricercando a suoi martiri.

Pianser le Grazie a sì dolente sorte
Venere pianse, e pianse anch'esso il Dio
Che pur sola cagion fu di sua morte.



In Parigi al Signor Voltaire

Madrigale

A che giovommi il piede
Volgere a la città che s'erge altera
Di Senna in riva, e sui costumi impera
D'Europa tutta, e a le bell'arti è sede,
Se Voltaire veder or non poss'io
Che de le Grazie, e delle Muse è il Dio?




In Parigi al Signor Dottor Carlo Goldoni

Sonetto

Se avesser forza d'innalzarsi quanto
Nobil desìo gl'infiamma i carmi miei
Nè fossero a ridir gli affanni rei
Che soffersi in amar usi soltanto.

Un eletto sacrare immortal canto
nuove corde temprando oggi vorrei,
A te amor di Talìa, a te che sei 
del dolce Ausonio Ciel delizia e vanto.

Ma invan ciò spero; e a quel Vate concesso
or fora d'intrecciare a lauri tuoi
frondi più vaghe, e nuova offrirti laude,

se a te Goldoni il gran Voltaire applaude,
ei ch'è de l'arti il Roscio, e or fa co' suoi
Pregi più bello il bel Parigi stesso?.


Ma Paolina è un'attenta protagonista del suo tempo che oltre a rivolgersi direttamente ai letterati e ai grandi, scriverà alla stessa Caterina II di Russia ("[...] Perché su' giorni tuoi, dolce lor cura, / Veglin providi sempre, e di quel Sesso, / Che, tua mercè, più non fia detto imbelle, / In Te serbin l'onor, l'onor del mondo"[11]
), perché non riesce ad ottenere il visto per andare a visitare il paese, e all' illustre protagonista degli scontri più importanti dell'epoca, George Augustus Eliott, Primo Barone di Hitfield che farà pervenire all'ambasciatore inglese a Livorno una lettera di apprezzamento per le rime ricevute che Paolina gli aveva dedicate e che risponderà ai suoi versi: " [...] all'incanto dei quali, io riconosco nel bel sesso il potere di creare gli eroi, e di far giungere il nome all'ultima posterità[10]; sarà una fine "illuminata", probabilemnte influenzata dall'Illuminismo francese e dai suoi frequenti contatti con l'ambiente, si occuperà, certo non così spesso, di questioni sociali come quando scriverà ad Alvise Contarini:

I Prigionieri pel il miglioramento delle Carceri a S. E. Alvise Contarini

Sonetto

Rei fummo è vero, ed a ragion la sorte,
fra queste ne dannò squallide mura
Una muta a spirar aria ed impura
Carchi di ceppi e d'orride ritorte;

Ma tu, Signor, su queste infauste porte
Volgesti il guardo, e con paterna cura
L'ale tarpasti al rio malor, che dura
Ne minacciava inevitabil morte.

Quindi or lassi mettiam di un duolo amaro
Grida sul tuo partir, fra i plausi e i canti
Che già l'alte tue gesta eccheggiar fanno;

Pur con gl'inni più bei fors'anche a paro
De l'Adri ai Padri i sospir nostri e i pianti
La tua pietade a rammentar ne andranno.



Targa commemorativa della Poetessa a Bergamo.
Foto di Menescardi.


Paolina però come tutte quelle donne di talento, riconosciuto, apprezzato che fosse, rientra in quella sorta di "Damnatio memoriae" che tocca le letterate di un tempo, e mano a mano vedrà la gloria avuta quando era ancora in vita, e la sua fama e le sue opere purtroppo dimenticate nonostante "[...] quella bell'anima sciolta da' vincoli della condizione mortale volare in seno della vera immortalità lasciando a noi miseri il sol conforto di consacrarle quella del nome sì ben da Lei meritata"[12].





[1] SECCO SUARDO GRISMONDI PAOLINA; "Poesie della Contessa Paolina Secco Suardo Grismondi tra le pastorelle arcadi Lesbia Cidonia", Bergamo, Stamperia Mazzoleni, 1820.
[2] Ivi, pag. 13.
[3] Ivi, pag. 14.
[4] Ivi, pag. 12
[5] Ivi, pag. 1.
[6] Ivi, pag. 15.
[7] Ivi, pag. 2
[8] Ivi, pag. 1.
[9] Ivi, pag. 18.
[10] Ivi, pag. 17.
[11] Ivi, pag. 124.
[12] Ivi, pag. 22.













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