venerdì 3 giugno 2011

Dalla Conferenza di Pechino alle azioni pratiche- parte 3



Continua la pubblicazione della ricerca con cui nel 2007 ho ricostruito sinteticamente la nascita e lo sviluppo del fenomeno della violenza maschile sulle donne per la comunità internazionale fino alla recezione nel nostro paese e in Spagna. In questa terza parte il Consiglio d'Europa affronta la questione della violenza sulle donne.


...Buona lettura 




Dalla Conferenza di Pechino alle azioni pratiche
di Silvia Palandri






Il Consiglio d’Europa

La Raccomandazione Rec (2002)5 del Consiglio d’Europa (C.d.E.) rappresenta l’impegno più importante che questo organismo ha preso nei confronti del fenomeno della “violenza contro le donne”; in questo documento, che riguarda la protezione delle donne contro la violenza, si delinea un approccio globale al problema.
Le attività di monitoraggio dell’attuazione di questa Raccomandazione nei diversi Stati membri hanno messo in evidenza quanto la violenza contro le donne, nelle sue diverse forme, è ancora largamente diffusa in tutti i paesi europeii. Il C.d.E. quindi ne auspica l’eliminazione anche per l’enorme ‘costo’ che questa rappresenta per le società, poiché la violenza di genere non riguarda solo le vittime, ma anche la società nel suo insiemeii. Il C.d.E. arriva a stimare una spesa media compresa tra i 20 ed i 60 euro per abitante (Se prendessimo, ad esempio, un paese di soli dieci milioni di abitanti avremmo un costo sociale elevatissimo), da cui si deduce l’urgenza, per gli Stati, di rimuovere questo problema e quanto la violenza, nella fattispecie quella domestica, non è da considerare come un problema privato ma come una questione pubblicaiii.
Per arrivare a questo obiettivo il C.d.E. sottolinea la necessità di approntare dei piani nazionali multisettoriali, che possano effettivamente dare quell’aiuto concreto alle donne che subiscono questa violenza e che si trovano spesso in situazioni estremamente complesse che richiedono una serie di supporti sanitari, finanziari e giuridici. Il C.d.E. evidenzia anche l’esigenza di pensare e attuare dei piani di recupero degli autori delle violenze, all’interno di un percorso che mira a scardinare le basi culturali e le motivazioni valoriali che supportano ed alimentano la violenza contro le donne. Dovrebbero quindi essere previsti dei piani di recupero sia a livello di terapia psicologica che di risocializzazione.
Il C.d.E. mette poi in risalto un aspetto, ossia che la violenza contro le donne ha degli effetti anche sui/sulle bambini/e; in quanto testimoni diretti delle violenze familiari sono marcati psicologicamente, traumatizzati e corrono il rischio a loro volta di essere oggetti di violenza, senza contare inoltre che, i bambini maschi testimoni di violenza sulle loro madri, corrono più rischi di diventare essi stessi autori di violenza in età adulta, mentre le bambine hanno più possibilità di diventare a loro volta vittime di violenza nelle loro relazioni affettive in età adulta. Questo aspetto non viene però sufficientemente preso in considerazione nei percorsi di sostegno e aiuto che vengono prestati in favore delle donne che hanno subito violenza, i cui figli vengono assistiti solo quando la madre ne fa richiesta e per il periodo in cui essa stessa viene soccorsa.
Il problema sottolineato dal C.d.E. è proprio quello della mancanza di strutture per l’infanzia “testimone di violenze” con personale qualificato per far fronte a queste esigenze. Il C.d.E. evidenzia, quindi, la necessità di approntare servizi all’infanzia in questo senso, poiché è vero che gli Stati membri elaborano ed attuano delle politiche per l’infanzia ma spesso però, queste deficiano nell’aspetto dell’ assistenza all’infanzia testimone di violenze. Da qui viene anche l’esigenza, secondo il C.d.E., di formare personale specializzato in centri qualificati, siano essi centri di accoglienza o strutture del settore sanitario nei quali c’è il bisogno di individuare la violenza al di là dei problemi sanitari più evidenti, di tutelare l’aspetto della sicurezza della vittima da cui dipende anche la certezza della denuncia dell’aggressore, che molto spesso, soprattutto per quello che riguarda la violenza domestica, risulta essere il marito o il convivente che diventa difficile da denunciare per la paura di minacce e ritorsioni ma anche per i vincoli affettivi sussistenti nella relazione tra i due soggetti.
E’ fondamentale dunque, secondo il C.d.E., essere in grado di fornire quella sicurezza che porta le vittime ad essere disposte a denunciare il proprio aggressore. Il C.d.E. quindi invita gli Stati a sviluppare reti di assistenza e centri di accoglienza che sono presenti nei paesi membri ma ancora in modo non sufficientemente capillare sul proprio territorio nazionale.
Il C.d.E. sprona poi gli Stati membri a dotarsi di studi e ricerche per analizzare questo fenomeno in modo da poter avere dei riferimenti da cui partire e poi attivare quelle politiche specifiche necessarie a contrastare questo fenomeno tramite piani d’azione nazionali, specchio della volontà degli stati di debellare la “violenza di genere”.


i Combattre la violence à l’égard des femmes, Etude du bilan des mesures et actions prises dans les Etats membres du Conseil de l’Europe, pag. 7, Direction générale des droits de l’homme Strasbourg, 2006.
ii Ivi, pag. 8.
iii Ivi, pag. 11.



mercoledì 6 aprile 2011

Dalla Conferenza di Pechino alle azioni pratiche- parte 2

Continua la pubblicazione della mia ricerca del 2007 che potete  trovare nella parte 1 sulla Conferenza di Pechino. In questa seconda parte L'OMS recepisce le direttive della Conferenza
...buona lettura.



Dalla Conferenza di Pechino alle azioni pratiche
di Silvia Palandri





L’Organizzazione Mondiale della Sanità

A raccogliere le raccomandazioni internazionali sulla necessità di indagare il fenomeno della violenza contro le donne, è stata l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), convinta del fatto che tale violenza sia un’onta per quelle società che la tutelano e per quegli Stati che non la combattonoi. Negli anni, quindi, è stata creata una banca dati e sono stati pubblicati degli studi su questo tema dai quali si apprende che questa realtà appare sempre più preoccupante se si pensa che la principale causa di morte per le donne di età compresa tra i 15 e i 44 anni è la violenza. L’OMS quindi, ponendo in evidenza la tragicità del fenomeno che è trattato in modo ancora inadeguato da parte degli Stati, sottolinea come la violenza contro le donne non sia affatto un’eccezione ma attenga piuttosto alla normalità. Viene infatti posta l’attenzione sul fatto che questa violenza si consuma nel luogo più tradizionalmente ritenuto sicuro: il focolare domestico, la famiglia, ed è perpetrata dalle persone meglio conosciute dalle vittime: mariti, conviventi, parenti. In queste relazioni violente spesso le percosse si accompagnano anche a violenze psicologiche e verbali di altrettanta gravità. In effetti, l’OMS mette in evidenza come la violenza di genere, oltre ad essere un costo in sé che interessa il settore sanitario, quello dei servizi sociali e quello giudiziario, produce nella realtà ulteriori effetti, danni, denominati “indiretti”, che sono poco quantificabili ma incidono pesantemente sull’intera società. Questi costi “indiretti” sono la sofferenza, la paura, i problemi psicologi e le malattie psicosomatiche che le vittime sviluppano in reazione ai traumi subiti.
Per l’OMS il settore sanitario, per quanto riguarda i paesi industrializzati, ha una funzione fondamentale nell’affrontare questa problematica, poiché è il primo ‘servizio’ con il quale le donne che hanno subito violenza si confrontano. Purtroppo, viene anche messo in evidenza come, molto spesso, questo ‘servizio’ non è in grado di sfruttare al meglio tutte le sue potenzialità; infatti, i medici stessi, gli infermieri e il personale paramedico non sono sufficientemente informati e formati sul fenomeno, così che spesso si fermano ai bisogni sanitari immediati senza saper riconoscere l’esistenza di una violenza quale causa di tali bisogni.
L’ OMS quindi sancisce come importantissimo l’intervento sanitario, ma sottolinea anche l’assoluta necessità di azioni multisettoriali per contrastare le violenze verso le donne, ritenendo che alla base di queste ci siano condizioni di disuguaglianza tra i sessi; riconosce inoltre come essenziale l’analisi delle cause, delle attitudini e delle credenze maschili su cui si basano e si alimentano le violenze nei confronti delle donne e la relativa necessità di coinvolgere e sensibilizzare gli uomini su questo tema. L’OMS sottolinea l’esigenza, da parte degli Stati, di fornire alle donne pari condizioni socio-economiche per colmare quella disparità ritenuta causa delle violenze e per questo fine invita gli Stati a collaborare con le Organizzazioni Internazionali e le ONG e ad applicare i trattati e gli accordi internazionali ratificati in tema di diritti umani poiché, ribadisce ancora una volta anche l’OMS, la violenza contro le donne fa parte delle violazioni dei diritti umani, e quindi invita gi Stati a modificare in tal senso le leggi, le politiche e i programmi nazionali.


i Etude Multipays de l’OMS sur la santé des femmes et la violence domestique à l’égard des femmes, Premier résultat concernant la prévalence, les effects sur la santé et le réaction des femmes, pag. 8, Switzerland, 2005.



venerdì 11 febbraio 2011

Dalla Conferenza di Pechino alle azioni Pratiche- parte 1


Questo testo ebbi modo di scriverlo per un Istituto di ricerca privato con cui collaboravo e i cui risultati di ricerca ebbi modo di presentarli al CNR dove frequentavo il Corso di Alta formazione in "Cooperazione internazionale, diritti umani e condizione femminile" nel 2007.
Nonostante siano passati un pò di anni ho voluto condividere questa mia ricerca perché penso sia ancora purtroppo attuale e sempre utile in quanto ripercorre il cammino istituzionale che ha portato ad una sensibilizzazione governativa e popolare sul tema della violenza maschile sulle donne.

Per ragioni di scorrevolezza del testo, il contribuito è stato suddiviso in vari post a seconda dell'argomento.

Buona lettura



Dalla Conferenza di Pechino alle azioni pratiche
di Silvia Palandri





La Conferenza di Pechino

In seguito alle efferate violazioni della dignità umana verificatesi nel secondo conflitto mondiale, si sentì la necessità di riaffermare a livello internazionale la centralità dei diritti umani.
Furono così create la Commissione per i Diritti Umani e una Sotto-Commissione sullo Status delle Donne (CSW) il cui mandato prevedeva, tra l’altro, la facoltà di elaborare Raccomandazioni riguardo i vari aspetti della vita femminile che richiedevano di essere tutelati con lo scopo di sviluppare il principio secondo cui gli uomini e le donne godono di pari diritti. La Commissione promosse varie Convenzioni per la salvaguardia dei diritti delle donne e approdò, nel 1967, alla Dichiarazione per l’Eliminazione delle Discriminazioni contro le Donne, anche se purtroppo non erano vincolanti per gli Stati che le sottoscrivevano.
Pochi anni più tardi quindi, la Commissione decise di adottare un testo che fosse normativo, la Convenzione per l’Eliminazione di tutte le Forme di Discriminazione contro le Donne (CEDAW) che fu emanata nel 1979 e che entrò in vigore solo nel 1981 dopo la ratifica dei primi 20 Stati.
Negli stessi anni si assiste ad una progressiva attuazione di diverse iniziative internazionali in favore delle donne tra cui la convocazione della Prima Conferenza Mondiale delle Donne di Mexico City nel 1975 e la contemporanea proclamazione del successivo Decennio della Donna con un Piano d’Azione che prevedeva una seconda Conferenza mondiale a Copenaghen per il 1980. In quest’ultima occasione si decise poi di tenere una terza conferenza mondiale delle donne a Nairobi nel 1985 a conclusione del Decennio dedicato alla Donna da parte delle Nazioni Unite. Nel 1995 si tiene a Pechino la IV Conferenza delle Donne. Sulla base dei principi dettati dalla precedente Conferenza Mondiale sui Diritti Umani di Vienna (1993), in cui per la prima volta si parla espressamente di violenza contro le donne e se ne sottolinea lo stretto legame con la violazione dei diritti umani in quanto la violenza annulla o pregiudica il godimento di tali diritti e libertà da parte delle donne che la subiscono.
Nel corso del dibattito si dichiara inoltre che le pratiche tradizionali che violano i diritti delle donne devono, non solo essere proibite ma definitivamente eliminate, così come tutte le forme di violenza legate all’estremismo religioso ma non solo, anche queste espressamente indicate come tali per la prima volta.
Nel seguente follow-up di Pechino questi temi saranno ripresi e sviluppati nel documento finale in cui si riafferma che la violenza contro le donne, sia che si verifichi nella vita privata sia che si verifichi in quella pubblica, rientra nelle violazioni dei diritti umani e gli Stati hanno quindi l’obbligo di prevenire, indagare e punire tali atti nonché fornire tutta la protezione necessaria alle vittime. Gli stessi Stati s’impegnano a considerare tutte le forme di violenza perpetrate a danno delle donne e delle bambine quali atti penali e come tali punibili, compresa qualsiasi forma di discriminazione, concepita anch’essa quindi quale forma di violenza.
Vengono anche riconosciuti come tali, per la prima volta, delitti orribili, e come tali da perseguire, i così detti delitti “d’onore”, quelli passionali e le deturpazioni fisiche causate con l’acido.
Ma la Piattaforma di Pechino rileva, e mette in evidenza, anche un altro fattore estremamente importante: l’ inesistenza di dati e ricerche che indaghino sul fenomeno della violenza contro le donne ed invita, quindi, allo studio ed alla diffusione di ricerche indirizzate ad analizzare le diverse forme di violenza, in modo particolare quella domestica, così da poter conoscere e soprattutto contrastare questo fenomeno con programmi di intervento specifici.