martedì 18 marzo 2014

La Pistoiese che sfidò Petrarca

Almanacco del 17 Marzo:
poesia poetesse erudite Arcadia
Corilla Olimpica cinta d'Alloro


Colei che rimando, le “cantò” ai poeti più famosi, incoronata d’alloro suscitò invidie e maldicenze che ne condizionarono la vita più di quello che poterono i suoi talenti.

Maria Maddalena Morelli, nacque a Pistoia il 17 Marzo 1727 dal musicista, violinista Jacopo e da Maria Caterina Buonamici. Ebbe un’educazione sufficiente a far emergere fin da giovane età il suo talento d’improvvisatrice letteraria nel collegio salesiano di Pistoia . Conobbe la Principessa Vittoria Rospigliosi Pallavicini a Firenze dove si era trasferita nel 1746 per dar lustro ai suoi talenti, che la vorrà con se’ a Roma dove la sua fama raggiunse i massimi livelli vedendola iscritta all’Accademia dell’Arcadia con il nome di Corilla Olimpica nel 1771.
Ma Maria Maddalena volle portare le sue rime e i suoi talenti alla conoscenza dei molti così si trasferì a Napoli e lì rimase per circa dieci anni. Qui la Principessa di Colobrano, Faustina Pignatelli, la prese a ben volere e ne incoraggiò le attività culturali. Maria Maddalena prese allora coraggio e sfidò addirittura il Metastasio in una gara di improvvisazione, il quale comunque declinò l’invito ma rimase colpito e ammirato dalla poetessa Maria Maddalena che gli scrisse “Dalle felici gloriose sponde” nel 1751 quando entrò anche all’Accademia degli Agiati di Rovereto come Madonna Damerille.
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 Il suo soggiorno partenopeo le valse le ammirazioni dei letterati più importanti e conosciuti come Zanotti e Passeri con i quali ingaggiava “duelli” a distanza ma le valse anche un marito, il Segretario di Guerra spagnolo Ferdinando Fernandez con il quale si sposò ed ebbe un figlio, Angelo che però lasciò a Napoli per far ritorno a Roma nel 1760, presso la Principessa Rospigliosi Pallavicini, per ampliare la sua fama di poetessa improvvisatrice.
Di lì a poco tuttavia si trasferì nuovamente prima a Pisa, dove incontrò il famoso tombeur de femmes, Giacomo Casanova, poi  a Siena dove fondò  una sua Accademia, l’Ordine dei Cavalieri Olimpici nel 1761, poi ancora a Parma e a Bologna, a Venezia e di nuovo a Bologna fino ad Innsbruck, Inspruch, invitata da Francesco I alla corte austriaca, la Corte Imperiale, nel 1765 in qualità di Poetessa Laureata in occasione del matrimonio del Gran Duca Leopoldo di Toscana con l’Infante Maria Luisa di Spagna.


L’anno seguente riceve un’altra nomina, a membro dell’Accademia Clementina nel 1766. Trasferitasi permanentemente a Firenze su invito personale del Granduca Leopoldo, creò presso la sua abitazione un salotto frequentato dai più importanti letterati ed artisti internazionali, come anche il giovanissimo Mozart portato in giro per l’Italia dal padre Leopold per il “Grand Tour” come era di moda all’epoca.

Nel 1771 fu ammessa all’Arcadia come Corilla Olimpica e solo pochi anni più tardi fu nominata per ricevere la “Coronazione”, che fino ad allora era stata concessa solo a Petrarca, al Tasso e al Perfetti.  
Lo stesso Papa Pio VI, acconsentì alla sua nomina prima di Nobile Romana e poi alla Coronazione d’alloro in Campidoglio ma: “[...] Vuole però, che a tal Funzione precedano quegli esperimenti, che furono praticati nella Coronazione dell’inclito nostro Compositore ALARO EUROTEO; [...]  Gli esperimenti si riducano a dodici temi da proporsi alla Poetessa da dodici Pastori Arcadi, che dovranno da voi deputarsi”.[1] Così Corilla Olimpica fu sottoposta, dopo proposta di Coronazione, all’esame di dodici Pastori su altrettante materie in tre sezioni diverse: “Il Custode propose la lista di trenta Arcadi, tra i quali  si poteano scegliere i Dodici Esaminatori, che in tre sezioni separate dovessero dare a Corilla un argomento sopra la Scienza o Arte, che sarebbe stata loro assegnata secondo l’ordine, che si vedrà [...]”[2]; quindi: “Quindi si corse il bussolo, ed eletti che furono per partito segreto gli Esamonatori, vennero loro assegnate le rispettive materie [...]”[3].
Tuttavia la sua nomina, non fu accolta solo da clamore e curiosità ma ebbe tanti detrattori, primo fra tutti il famigerato Pasquino ma anche i gesuiti, fieri oppositori del neo eletto Papa Pio VI. 

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Nonostante il suo esame si volse alla presenza di tantissima gente accorsa ad ammirare la celebrata capacità poetica di Corilla e alla presenza di persone importanti ma anche qualificate: “Non solo la consueta sala preparata per la Funzione, ma anche le camere contigue si riempirono di Letteratura e di Nobiltà, oltre diciotto Dame, ed alcune Principesse”[4], la sua Coronazione destò malcontenti, calunnie e addirittura molti suoi sostenitori ritennero più saggio toglierle la loro protezione e amicizia, tanto che Maria Maddalena si rifugiò di nuovo a Firenze.
Solo l’anno dopo, anche con la pubblicazione degli “Atti della Coronazione di Corilla” il malcontento si placò ma rimase molta amarezza in Maria Maddalena soprattutto per il comportamento poco leale di alcuni suoi sostenitori. 



Dedica dell'opera che il Miollis volle per la morte di Corilla.
L’incoronazione comunque fu spettacolare ed avvenne in Campidoglio dopo che: “Noi infrascritti Pastori Arcadi Deputati dal seggio Collegio d’Arcadia sotto il 26 Luglio 1776 a fare l’Esperimento del poetico valore dell’inclita ed erudita Pastorella Corilla Olimpica signora Donna Maria Maddalena Morelli Fernandez Pistojese, in preliminare della solenne Coronazione in Campidoglio [...] attestiamo di averla interrogata ciascuno di noi sopra una delle infrascritte materie scientifiche e letterarie, e di aver ascoltato le di lei risposte dateci estemporaneamente in vari metri toscani, con solo con  mirabile poetico entusiasmo, ma ancora con pienezza di erudizione, con eleganza e purità di lingua, e con sorprendente felicità di stile, dimodoche di comun sentimento giudichiamo l’incomparabile Poetessa superiore al sesso, eccellente nel canto Estemporaneo, e dotata di ingegno così straordinario e sublime, che ben si rende degna del cospicuo onore della Laurea Capitolina accordatele dalla Sovrana Autorità a maggior incremento delle buone Lettere Italiane,, e a perpetua gloria dell’Arcadia e di Roma”[5]. 
In Campidoglio, verso sera, Maria Maddalena Morelli Fernandez, Corilla Olimpica: “ [...] indi inginocchiatasi innanzi ai signori Conservatori,..., ricevé sul capo dalle mani del primo di essi la Corona d’alloro [...]”[6] e “ricevuta che ebbe la Laurea, Corilla, levassi, in piedi, e si portò a sedere nella sedia a lei preparata sul piano del trono istesso”[7].
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Così però dopo gli allori, Maria Maddalena dovette quasi fuggire da Roma, per le grandi proteste e rimostranze dei suoi detrattori e si rifugiò nella sua città, Firenze, dove vi restò per il resto della sua vita, e dove continuò a coltivare uno dei suoi talenti più spiccati, oltre la musica, appunto l’arte dell’improvvisazione poetica che le valse tanta fama e riconoscimenti come quello di Caterina II di Russia che la invitò presso la sua corte ma che non ebbe seguito per motivi di salute, infatti Maria Maddalena ormai era debilitata e messa a dura prova anche da disgrazie finanziarie, tanto che nel 1782 la stessa Imperatrice Caterina II le riconoscerà una pensione; si mosse solo per passare l’inverno a Napoli nel 1785 invitata dai regnanti Ferdinando IV e Carolina delle Due Sicilie per i quali aveva scritto un componimento per la loro visita a Firenze.

Continuò tuttavia, nonostante i problemi di salute, a comporre per i sovrani e per celebrare gli avvenimenti più importanti della vita pubblica e della sua vita privata e nel 1793 fu mecenate di un’altra poetessa Teresa Bandinetti Landucci, la Pastorella Amarilli Etrusca, in cui rivedeva doti da incoraggiare e promuovere e per la quale scrisse il sonetto Anglico e piccol dono nel 1793.
Di  lì a poco fu colpita da apoplessia e tre anni dopo morirà a Firenze nel 1800, l’8 Novembre, lasciando alla Chiesa della Madonna dell’Umiltà di Pistoia la sua Corona d’alloro. Sarà seppellita nell’oratorio di San Francesco di Paola.

Madame de Staël, si ispirerà a lei e alla sua figura per scrivere “Corinne o  l’Italie”, romanzo del 1807, considerato il primo romanzo della letteratura femminile dell’Ottocento, che vede come protagonista proprio una poetessa che incontra un ragazzo inglese.  Corinna, la protagonista diventa l’emblema dell’emancipazione femminile nella cultura europea, quando Napoleone ormai da anni con il suo nuovo codice l’ha invece nuovamente rilegata a figura sociale e familiare di secondo piano.
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Maria Maddalena Morelli, Fernandez, Corilla Olimpica dedicò la sua vita alla sua Arte, fu figura dirompente, sposata, lasciò marito e figlio pur di realizzare la sua vocazione di poetessa, arrivando ai più alti livelli, e forse per questo non fu perdonata ma che tuttavia comunque fu protagonista:  “[...] d’un meraviglioso fenomeno accaduto ai nostri giorni, cioè, che una Gentildonna Poetessa abbia potuto farsi rivale del Petrarca, e del Tasso col meritare la Corona Capitolina, [...]”[8] , “[...] dalla pubblica autorità per mano del Senato Romano l’onorificenza perenne dell’ Alloro Capitolino, di quell’ Alloro, che Roma sola dispensa al vero Merito e alla Virtù, che passa nome di chi lo porta alla più tarda posterità, e di cui niuna Donna finora giunse su questo luogo a porersene le chiome fregiare”.

E così celebriamo ed onoriamo colei che per tutte noi è arrivata al massimo riconoscimento, con uno dei componimenti che per lei scrissero i più importanti membri dell’Arcadia e non, chiamati a festeggiare e celebrare la sua Coronazione; questi sono i versi che la Contessa Massimilla Paradisi, membro degl’ Ipocondriaci di Reggio con il nome di AGLAURO scrisse per commemorarla, e anche noi tramite lei:

 Sonetto

“ Del Sesso nostro i vanti Invidia vede,
E bieca gli dissimula, e gl’invola:
Tace le illustri nell’Aonia scola,
Tace le chiare in armi, o in regia sede;

Ma tu non tacerà, cui Febo diede
L’arti, onde a chiare eternità si vola,
Dama immortal, che a render basti sola
Del femmineo valor splendida fede.

Ecco festivo il Campidoglio attende
Il trionfal tuo Cocchio; e il sacro Alloro
Sovra le bionde chiome ecco ti splende.

De’ Vati assorge a te lo stuol canoro;
e Febo te, cui divo onor si rende,
Decima aggiunge delle Muse al Coro.”





[1] “Atti della Coronazione di Corilla”,Parma, Stamperia reale di Parma, anno MDCCLXXIX, Pag. 36.
[2] Ivi, pag. 38.
[3] Ibidem.
[4] Ivi, pag. 45.
[5] Ivi, pag. 49.
[6] Ivi, pag. 58.
[7] Ivi, pag. 59.
[8] Ivi, pag. 21.

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giovedì 13 marzo 2014

La Contessa salottiera


Almanacco del 13 Marzo:



divenne una delle donne più illustri amate ed ammirate
Ritratto della Contessa Chiara, Clara, Maffei, di Francesco Hayez.




Fu donna dotta e seppur non scrisse mai opere se non epistole per i suoi più intimi familiari ed amici, fu una figura essenziale nel Risorgimento italiano, per la politica ma anche per le Arti.

La contessa Chiara Carrara Spinelli, all’anagrafe Elena Chiara Maria Antonia, nacque il 13 Marzo 1814 a Bergamo dal Conte Battista Carrara Spinelli, poeta e pedagogista illustre e da Ottavia Gambara, discendente della famosa poetessa cinquecentesca Veronica Gambara, come anche fu poetessa sua nonna, Chiara Trinali.

Nel 1823 fu mandata al Collegio degli Angeli a Verona per essere educata sotto la guida della Contessa Mosconi, con la cui figlia strinse una affettuosa e duratura amicizia, mentre il padre si trasferiva a Milano dopo essere stato lasciato dalla moglie fuggita per seguire un altro uomo. Chiara nonostante l’abbandono materno sarà sempre legata alla mamma a cui vorrà sempre bene e svilupperà anzi una sorta di adorazione quando anni dopo riprese a frequentare l’abitazione dove Chiara abitava anche se poi morì di lì a poco.
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Terminati gli studi raggiunse il padre a Milano per perfezionare la sua educazione ma qui incontrò un poeta molto noto ed apprezzato di cui si innamorò, scegliendo perfino di cedere il suo titolo aristocratico di Contessa, pur di sposarlo. Il giovane poeta era Andrea Maffei, anch’egli di nobili origini ma non di lignaggio pari alla Contessa che sposandolo decadeva dal titolo.  Purtroppo però Maffei non era uomo portato al matrimonio e si dimostrò più volte poco attento alle esigenze della moglie, della vita coniugale e al rispetto che questa meritava, una volta arrivò perfino a dimenticarla ad una festa dove erano giunti insieme ma dalla quale lui si era allontanato avendo probabilmente “altri impegni”.
Il loro matrimonio naufragò qualche anno più tardi dopo la morte della loro unica figlia, Ottavia, nel 1846. Chiara rimarrà sempre molto toccata a questo rapporto e affranta dalla fine del suo matrimonio, del suo sogno d’amore e anche se avrà poi un compagno che le rimarrà accanto per molti anni, in lei rimarrà sempre una profonda delusione per non aver potuto crearsi una famiglia: “Non illudetevi sull’isolamento degli affetti legittimi e domestici; nulla li sostituisce. Nulla li sostituisce, ve lo dico io, che fui e sono circondata di tanta società, di non pochi veri amici, che tanto intensamente amai, e trovai forti e forse eccezionali affezioni! Mi chiamano madre, sorella; ma pur troppo, vi è sempre qualche cosa che vi avverte non essere che amorosi inganni e illusioni quei dolci nomi. L’amicizia è molto, ma non è tutto!”[1]. La loro separazione tuttavia avverà in ottimi rapporti, Chiara infatti gli scriverà: “Addio, Andrea mio: esco da questa casa coll’animo addolorato, ma almeno tranquillo, poiché so che ci lasciamo con dell’affetto e della stima reciproca. Addio; vivi coi nostri amici, con quelli che in questa circostanza furono il nostro sostegno e santificarono, quasi, col loro ajuto un passo per sé stesso fatale, ma per me inevitabile e necessario se non alla felicità, almeno alla soddisfazione di tutti e due. Ricordati ch’io ti lascio ma non t’abbandono, e che in ogni circostanza triste della tua vita io ti sarò vicina come una sorella. Non dubitare di queste mie parole poiché sai che non ho mai mentito e che posso garantire della profondità de’ miei sentimenti”[2].

La loro casa tuttavia, prima della deriva della loro unione, fu teatro di un’élite di intellettuali ed artisti di fama internazionale a cui Chiara, che continuava tuttavia ad essere chiamata Contessa, dava ospitalità e si rivolgeva comunque da pari, perché se non scriveva aveva comunque un retaggio culturale familiare assai importante e il suo modo di essere e di porsi lo manifestava per lei.
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"Valenza Gradenigo davanti al padre inquisitore", F. Hayez, 1835.
Fondazione Cariplo.
I suoi modi e le sue maniere ma anche la sua cultura, affascinarono artisti del calibro di Hayez che la dipinse in tutto la sua delicatezza e bellezza,  e che le regalò un quadro che avrà sempre un posto speciale in tutte le dimore che Chiara cambierà nel corso della sua sfaccettata vita. Ma c’erano anche Massimo d’Azeglio e  Tommaso Grossi, Emilio Broglio, Carlo Cattaneo a emblema di quello  che diventerà poi il salotto, il famoso e prestigioso Salotto Maffei, un ritrovo di patrioti dei più alti livelli. 

Una bella descrizione ci rivela la affabilità e le capacità della Contessa: “La contessa non perdeva d’occhio neppur uno degl’invitati. Quell’esile, aristocratica personcina, vestita, secondo il solito di nero, con signorile semplicità, penetrava in tutti i crocchi. Su quel volto dai finissimi lineamenti, subitamente acceso da una febbre di contentezza, illuminato da un sorriso- quel mite sorriso tutto suo- ogni visitatrice, ogni amico leggeva un augurio. Ella rivolgeva a ciascuno una parola, una domanda premurosa...”[3].
Così il suo Salotto vedrà tanti illustri artisti, musicisti, scrittori e politici tra cui Antonio Bazzini, Gaetano Coronaro di Vicenza, direttore dell’orchestra della Scala, lo stesso Verdi dopo il trionfo del Nabucco, e sua moglie Giuseppina Strepponi, che diventerà una carissima amica della Contessa, Alessandro Manzoni, Giovanni  Verga, Ippolito Nievo solo per citarne alcuni.

l'opera "La Fausse Maitresse" di Balzac dedicata alla Contessa.
Nel 1838 ne farà parte anche Honoré de Balzac che rimase affascinato dalla Contessa al punto che la loro amicizia continuerà anche dopo il suo ritorno in Francia e documentata da numerose epistole anche quando lo scrittore sarà in giro per l’Italia. A lei dedicherà nel 1841 il suo racconto “La fausse maîtresse”, che andrà poi a far parte del romanzo “La Commedia Umana”, si dice anche che proprio nel salotto Maffei, sorseggiando un buon tè, ebbe l’ispirazione per la commedia teatrale “Vautrin” messa in scena a Parigi nel 1840.

L’anno seguente, non curante dello scandalo, accolse nel suo salotto il musicista Liszt con la sua amante, la Contessa Marie, nota scrittrice col nome di Daniel Stern, che viaggiava liberamente con il musicista anche se era sposata con figli. Forse rivide la situazione di sua madre, e non seppe dar retta alle rigide etichette e perbenismi dell’epoca ma sopraffatta dal ricordo amorevole di sua madre  non ebbe scrupoli ad accoglierli in casa anche se i loro non celati atteggiamenti affettivi, forse troppo, disgustarono letteralmente la Contessa che in ogni caso non diede a vedere il suo biasimo.
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Non mancò certo poi il suo appoggio anche alle donne intellettuali e accolse nel suo famosissimo Salotto scrittrici e artiste da Caterina Percoto, novellista friulana molto nota ed amata, a Emilia Viola Ferretti, meglio conosciuta come Emma, famosa per i suoi studi su Goethe, Zola Flaubert e per questo una delle autrici più lette della Nuova Antologia, alla Marchesa Colombi, alias Maria Antonietta Torriani, altra autrice dell’Antologia e di numerosi romanzi “sold-out”,  o ancora a Virginia Treves Tedeschi, ovvero Cordelia, l’autrice di numerosi romanzi tra cui Il regno della donna, e perfino a Matilde Serao che nel 1881 fu gradita ospite della contessa in occasione della memorabile Esposizione Nazionale.
Non mancarono però anche cantanti celebri come Teresa Stolz, cantante lirica “verdiana”, o l’attrice Adelaide Tessero. Era sempre attenta poi e felice di poter mettere all’attenzione dei suoi ospiti e dei più grandi scrittori, nuovi talenti come quando, nel 1859, incoraggiò la “poetessa della rivoluzione”, Giannina Milli, ad improvvisare nel suo salotto, ricevendo applausi commossi che le valsero poi l’incontro, fortemente voluto, con il Manzoni organizzato dalla stessa contessa Chiara.


Era ancora la Signora Maffei quando nel suo famoso ed ambito salotto entrò agli onori un giovane patriota Carlo Tenca nel 1844, che diventerà il suo compagno di vita per molti lunghi anni.


Appassionatasi alla causa italiana, che la vedeva contrapposta alle idee filo asburgiche del marito, la Contessa Chiara, dopo la separazione, tornata a Milano, vuole riprendere a dar vita al suo salotto che diventerà da ora in avanti un punto di riferimento di quelle personalità che faranno la Storia d’Italia, e la faranno anche grazie al contributo di donne come Chiara Maffei che con la loro cultura seppero creare e mettere a disposizioni di menti e animi elevati, luoghi adatti al loro incontro ed espressione.

Così il suo salotto vide personalità quali Manfredo Camperio,  Carlo Cattaneo,  Emilio ed Enrico Dandolo, Emilio Morosini, il Generale Carini, e ancora rappresentanti del governo provvisorio come Cesare Correnti e Anselmo Guerrieri Gonzaga. Incontrò anche il più noto e fervente, forse, patriota, l’inventore della “Giovine Italia” quando il suo compagno, dopo le Cinque giornate di Milano, fu costretto a riparare in Svizzera, lì Chiara volle incontrare il suo beniamino politico,  Mazzini anche se poi non rimarranno impressioni positive e il loro incontro non ne porterà di altri. In questa occasione il suo Salotto divenne anche il luogo per raccogliere segretamente sovvenzioni per far espatriare coloro che erano coinvolti con le Cinque Giornate, nobili o meno che fossero.
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Tornata in città continuò però il suo proselitismo “mazziniano” che vedeva crescere la presenza di noti esponenti politici nel suo salotto che, di tanto in tanto, andava spostandosi con l’abitazione di Chiara.
A mano a mano grazie anche alle nuove frequentazioni politiche, la stessa Chiara appoggiò una nuova visione politica che vedeva nei Savoia i giusti reggenti dell’Italia e dopo il 1859, divenne convinta savoiarda e accolse festosa quei francesi caritatevoli, Ernesto Legouvé, Enrico Martin che avevano riportato a Venezia le spoglie dell’eroe Daniele Manin in quella prima collaborazione tra francesi e “italiani”, così come il Capitano di Stato Maggiore Teodoro Joung, il  Luogotenente Rayat, Emilio Saigey, non meno dei garibaldini Carlo Cristoforis, suo amico carissimo, o Giacomo Battaglia ma anche il conte ungherese, arruolato tra i garibaldini, Alessandro Teleki. Importanti saranno poi le presenza femminili in questa seconda “vita” salottiera che vedrà, ad esempio, la presenza anche di Cristina di Belgiojoso e della Marchesa D’Adda, Laura Scaccabarozzi Visconti- Venosta.


Come si presentava l'accogliente ed elegante salotto della Contessa.
La sua opera più grande non la si trova edita da qualche tipografo, chiusa in qualche biblioteca ma fu piuttosto il suo sapere accogliere e creare un ambiente ideale all’incontro dei vari talenti anche se dalle sue lettere si evince la natura di questa donna e si capisce come sia riuscita ad affascinare e a tessere legami duraturi di stima ed affetto con i più grandi della sua epoca: “...scrivete, miei giovani: ve lo ripeto, scrivete. Ogni anno abbia i suoi studii, ogni giorno la sua occupazione, ogni pensiero la sua meta. [...]”[4] o ancora: “lo spirito deve non solo studiare, ma anche piacevolmente distrarsi per conservare quella specie di leggerezza che fa accettare anche il parlare serio da tutti perché scevro da pedanteria (che uccide qualunque influenza amabile) e forse utile sugli altri. Manzoni quanto era piacevole anche quando diceva cose e pensieri sublimi!..La sua santa altissima memoria è un precetto intellettuale e morale per l’anima mia; e quante volte rimpiango che alcuni non l’abbiano avvicinato: avrebbero conosciuto il vero spirito che crea e non distrugge, con l’essere serii ma con disinvoltura e amabilità ed alla portata di tutti. L’ho sempre nell’anima quel santo grand’uomo!”[5]. E nelle epistole che scriverà soprattutto al nipote, Cesare, ritroviamo i pensieri di una donna effettivamente di una tempra elevata, capace di pensieri alti: “...Lasciati sempre dominare dalla responsabilità del tuo animo. Moralmente, siamo quello che vogliamo essere. Non bisogna abbandonarsi al caso, ma tener la via retta e illuminata”.[6]
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Amava la natura e rifugiarsi nella sua tenuta  a  Clusone  dove pure la seguivano i suoi amici, parenti  ed intellettuali  “La vita che qui conduco è proprio deliziosa. La passo fra il sole ed i fiori: m’occupo della casa che m’è tanto simpatica; dei miei lavori, della lettura,  de’ miei scolari, amici, conoscenti; de’ miei poverelli che mi danno gioja immensa e mi fanno assai più bene ch’ io non possa farne ad essi. Dichiaro che nessuna visita mi fa tanto bene quanto quella a’ miei poverelli. Queste mi riposano, quelle altre mi stancano. Sono un originale forse; ma sento così”[7] .

Morirà nel 1886, il 13 Luglio,  di meningite a Milano e sarà seppellita con i più grandi nel Cimitero Monumentale di Milano seppur volle un funerale semplice e lasciò una ingente somma per l’asilo di carità per l’infanzia creato nella sua amatissima dimora di Clusone, con la preghiera: “Lascio alla maestra che custodirà l’asilo a Clusone la preghiera d’amare quelle povere creaturine e crescerle nella fede di Dio, nell’amore del bene”[8].

Sempre attenta ai suoi ospiti, delicata e intelligente sarà sempre ricordata per i suoi modi raffinati e colti, per gli spunti che seppe dare ai più importanti artisti ed intellettuali della sua epoca e per il suo ruolo fondamentale quale catalizzatrice di vita colta, riformata, a volte anti conformista ma sempre libera da ogni pregiudizio che nulla aveva a che fare con la cultura e l’intelletto: “Io volli almeno acquistare la completa indipendenza delle mie azioni e del mio vivere, e potermi dire: ‘io appartengo a me medesima, e solo io voglio essere giudice del mio operare’. E vinsi, almeno, la schiavitù delle cose convenzionali. E’  a duro prezzo ch’io acquistai tale libertà; pure è qualche cosa anch’essa quando non si vuole usarla che pel bene”.[9]

E proprio l’autore de “Il salotto della Contessa Maffei”, amico intimo di Chiara, conclude il libro con un commuovente ricordo, il suo: “ A noi pareva che una parte della nostra vita disparisse con quella creatura, la quale, indovinando spesso gli altri dolori, li consolava con parole profonde; e che tanto aveva amato la patria e onorato i forti caratteri e i forti ingegni, facendo rifiorire nelle sue affollate adunanze l’antica ospitalità e gentilezza italiana; primo suo merito codesto, sua splendida corona. Tramontava con lei una cara luce. Ma il ricordo della sua bontà dura tuttavia, come il profumo d’un lento, ricco convoglio di fiori che sia appena passato”[10].





[1] BARBIERA RAFFAELLO, “Il salotto della Contessa Maffei”, Milano, Ed. Fratelli Treves, 1895, pag. 315.
[2] Ivi, pag. 288.
[3] Ivi, pag. 308.
[4] Ivi, pag. 318.
[5] Ivi, pag. 283.
[6] Ivi, pag. 319.
[7] Ivi, pag. 313.
[8] Ivi, pag. 328.
[9] Ivi, pag. 320.
[10] Ivi, pag. 329.


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mercoledì 12 marzo 2014

Paolina, la Lesbia arcadica


Almanacco del 11 Marzo:



Ritratto di Lesbia Cidonia, 1822 circa.


Fu una letterata e apprezzata poeta, acclamata dagli intellettuali di tutto il "Vecchio Mondo", amata e lodata per i suoi versi raffinati ma anche calunniata poiché donna, l'autrice che non poteva averli scritti, e quindi poi dimenticata.

Paolina Secco Suardo nasce a Bergamo, l'11 Marzo 1746, dal nobile Bartolomeo e dalla contessa Caterina de' Terzi.
Nata in una famiglia aristocratica e benestante, crebbe in un ambiente colto e a contatto con illustre personalità dell'epoca che frequentavano la sua casa. Studiò in famiglia grazie all'attenzione del padre che la volle istruire e alla madre Caterina, fine poeta e dotta in Storia e Geografia.
Ebbe a disposizione così la biblioteca paterna dove apprese la lingua italiana, il latino ma si formò anche alle lingue straniere, imparando molto bene il francese  e anche l'inglese.
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Nonostante vivesse in un ambiente colto e per alcuni aspetti "illuminato", non riuscì a sottrarsi al costume tipico che anche all'epoca continuava a caratterizzare le società: a diciotto anni fu data in sposa ad un uomo più grande di lei, il Conte Luigi Grismondi di Verona, città che Paolina conosceva e aveva potuto apprezzare e amare nei numerosi viaggi fatti a casa dei cugini, i Pompeo, che lì vi abitavano. Paolina infatti amava molto viaggiare e in effetti la sua fama di poeta le regalerà questa opportunità, rara per una donna dell'epoca.
A Verona, e non solo, entrò in contatto con l'intellighenzia locale, in particolare con il Pindemonte che poco tempo dopo sceglierà per lei il nome di Lesbia Cidonia, come membro dell'Accademia dell'Arcadia di Roma nel 1779. Ma Paolina sarà contesa da molte istituzioni ed Accademie tra cui gli Inestricati di Bologna, gli Eccitati di Bergamo, i Dissonanti di Modena, i Catenati di Macerata, gli Occulti di Roma, gli Agiati di Rovereto, gli Affidati di Pavia e l'Accademia fiorentina.
Stemma dell'Accademia dell'Arcadia
La sua fama d'altronde fu internazionale, fu acclamata in Francia dai maggiori intellettuali come Voltaire o Le Brun: "Quei celebri Autori di belle e dotte opere, i quali sdegnavan per poco ogni straniera letteratura, e dall'alto di loro accademie famose appena degnavan d'un sguardo i più dotti europei [...] Una donna italiana vendicò allora l' Europa traendo e venerarla que' superbi dominatori d'ogni sapere, e talento, e gareggiare tra loro dell'amore di frequentarla, di leggerle l'opere loro, di scriverle dotte lettere [...]"[1].

Al ritorno dal suo trionfante viaggio in Francia, si spinse fino in Germania dove era reclamata ma il viaggio memorabile, quello che rimase nei ricordi perfino dei posteri fu quello del suo tripudio a Pavia dove il Rettore dell' allora Università, nonché egregio professore di Matematica, la invitò lì con una lettera che suscitò clamore e curiosità "L'invito a Lesbia Cidonia". Numerosi furono comunque anche gli altri viaggi in territorio italiano dalla Toscana alla Liguria al Lazio.

La sua fama fu anche di mecenate delle arti maggiori e minori, a lei più di un Artista deve la sopravvivenza, da Canova ad Angela Kaufmann, solo per citarne alcuni.
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Tuttavia come la sua persona non sfuggì ai costumi  legati alla tradizione sociale così neanche la sua opera; infatti si diffusero voci sulla vera paternità dei suoi eleganti versi che non potevano essere stati fatti da una donna se non addirittura copiati e tra i nomi di coloro che avrebbero potuto scrivere per suo conto quei sonetti venne fatto anche il nome del Rettore Lorenzo Mascheroni che invece era : "divenuto per Lei sola poeta meraviglioso"[2], in occasione del suo invito all' Università a Pavia.
La sua stessa vita infatti ci dimostra come queste semplici voci, insinuazioni, siano solo calunnie, di quelle riservate alle donne che hanno il merito di non curarsi dei soli costumi che vengono offerti loro ma ricche di intelletto lo esercitano: "Lesbia felice, che sortita avendo un'indole dolce, e modesta sapesti vincere tante lusinghe, dalle quali nell'altre donne vien nudrita una cieca idolatria di se stesse tra le insidie d'un amor proprio ancor più cieco [...]. Or miriamola adunque nella quiete della vita privata in mezzo a veri adoratori suoi, cioè parenti, amici, e spesso straneri che la visitano per la sua fama, e per conoscenza fattane in altre parti"[3]. O ancora: "[...] ne abbiam le prove ne' monumenti da Lei serbati, e in varie poesie scritte in quel tempo di tanto vortice rapitore della quiete e dell'applicazione, non sol per gli ossequi de' letterati, ma pel concorso di gran personaggi, d'ambasciatori, di ministri ad onorarla"[4].

Sembra improbabile quindi che un'Arcade,  appartenente ad altre, minimo cinque, Accademie potesse plagiare opere e uscirne invece apprezzata ed onorata. Di lei l'abate Saverio Bettinelli scriverà: "Non sarò adunque orator pervenuto a favor di colei, che mai non vidi, e che pregai soltanto in iscrito pe' suoi rari talenti, e per commercio lontano di letteratura[...]"[5], "[...] Io ne sono testimonio per mia fortuna[...]"[6].


Stemma dei Conti Suardo
Il testo dell'Abate, l'elogio di Paolina Suardo Grismondi scritto per recitarsi nell'Accademia virgiliana di Mantova ,in memoria di Paolina che morirà l' 08 Marzo 1801, a Bergamo, ci spiega la visione che interessa sì Paolina, ma ci dona la possibilità di una più ampia considerazione, quella riservata all'intelletto femminile: "E qui sorge il dubbio se possan dirsi o soffrirsi le femmine letterate. Due classi ravviso di giudici tra miei ascoltanti su questa causa ognor dibattuta, e non mai decisa, come nol fu mai dal principio del mondo la sorte di questa indivisibil metà del genere umano. Gli uni filosofi austeri impongon loro gli obblighi di sommissione, di ritiro, di modestia, e sin d'ignoranza, ond'esser docili ad ogni autorità paterna e maritale, destinandole alle umili faccende domestiche, e alla prima educazione materiale de' figli quando lor sia dato uno sposo e una dote per gran favore, o per compassione. Tal sistema fondano nella natura, che poca fra lor pon differenza, onde tutte si rassomigliano, ed han lo stesso fine dell'interiore regolamento delle famiglie dopo averle formate per passiva, e casuale fecondità.

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Gli altri ancor più filosofi del tempo nostro mirando a presenti costumi, loro accordano un posto, ed anche il primo nella società, e già strappato alla man dell'uomo lo scettro, voglion ch'esse adornin l'ingegno colla persona , temprino la bellezza, o suppliscano a quella leggendo, studiando, e riflettendo a prò delle stesse lor grazie esterne, della bontà, e in fine della virtù, che par nata con loro, e per lor fatta. Tra questi contrari giudizj v'ha quel più cauto, che temendo da un lato i pericoli della rozzezza imprudente, o sciocca, dall'altro que' della vanità, dell'ozio, dell'adulazione, dell'ascendente giunto talora al dispotismo dell'uomo, a quelle soltanto concedono i letterari esercizj, che san volgerli a moderar le passioni, a sprezzar la bellezza non incolta, a piacer colle grazie, e l'ingegno a uno scopo che seppero far contenuto col dono d'un cuor amico, d'una dolcezza inalterabile, d'un ajuto, costante ad ogni uopo.Tal fu quella di cui vado a parlare, di Paolina Suardo [...]"[7]. "Un elogio di donna in consesso grave de' dotti a cui le donne non intervengono, e dan solo il nome per ornamento, ben so che dee parer non sol nuovo, ma strano, né giustificato dall'amor patrio essendo di donna straniera, né dall'età mia non sospetta di parzialità, che suol perdonarsi ad un tener affetto pel sesso dominatore de' cuori umani, ma non a quello d'un più che ottogenario [...]"[8].

Quindi come ci suggerisce l'abbate, ora lasciamo parlare Paolina o piuttosto Lesbia: "Leggete voi stessi quelle rime di Lesbia [...]"[9] e ogni possibile dubbio passerà allo scorrere dei suoi versi...


Sonetto per la Morte di Saffo

Poiché vincer non può misera Amante
De l'ingrato Faon l'empio rigore,
Saffo avvampando di funesto ardore 
Su l'alta rupe alfin volse le piante;

E là gridò; che val dagli occhi tante
Lagrime, e tanti lai metter dal core,
Che valmi il canto, a che del mio dolore
Nojar le arene intorno, e il mar sonante?

E stanca di versar gridi e sospiri
Scagliossi a l'onde in seno, estremo e rio
Conforto ricercando a suoi martiri.

Pianser le Grazie a sì dolente sorte
Venere pianse, e pianse anch'esso il Dio
Che pur sola cagion fu di sua morte.



In Parigi al Signor Voltaire

Madrigale

A che giovommi il piede
Volgere a la città che s'erge altera
Di Senna in riva, e sui costumi impera
D'Europa tutta, e a le bell'arti è sede,
Se Voltaire veder or non poss'io
Che de le Grazie, e delle Muse è il Dio?




In Parigi al Signor Dottor Carlo Goldoni

Sonetto

Se avesser forza d'innalzarsi quanto
Nobil desìo gl'infiamma i carmi miei
Nè fossero a ridir gli affanni rei
Che soffersi in amar usi soltanto.

Un eletto sacrare immortal canto
nuove corde temprando oggi vorrei,
A te amor di Talìa, a te che sei 
del dolce Ausonio Ciel delizia e vanto.

Ma invan ciò spero; e a quel Vate concesso
or fora d'intrecciare a lauri tuoi
frondi più vaghe, e nuova offrirti laude,

se a te Goldoni il gran Voltaire applaude,
ei ch'è de l'arti il Roscio, e or fa co' suoi
Pregi più bello il bel Parigi stesso?.


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Ma Paolina è un'attenta protagonista del suo tempo che oltre a rivolgersi direttamente ai letterati e ai grandi, scriverà infatti alla stessa Caterina II di Russia quando non riuscirà ad ottenere il visto per andare a visitare la Russia "Perché su' giorni tuoi, dolce lor cura, / Veglin providi sempre, e di quel Sesso, / Che, tua mercè, più non fia detto imbelle, / In Te serbin l'onor, l'onor del mondo"[11] così come scriverà direttamente all' illustre protagonista degli scontri più importanti dell'epoca, George Augustus Eliott, Primo Barone di Hitfield il quale a sua volta farà pervenire all'ambasciatore inglese a Livorno una lettera di apprezzamento per le rime ricevute che Paolina gli aveva dedicate e che risponderà ai suoi versi così: " [...] all'incanto dei quali, io riconosco nel bel sesso il potere di creare gli eroi, e di far giungere il nome all'ultima posterità" [10]. 
Paolina sarà poi anche una fine "illuminata", probabilmente influenzata dall'Illuminismo francese e dai suoi frequenti contatti con l'ambiente, si occuperà, certo non così spesso, di questioni sociali come quando scriverà ad Alvise Contarini:

I Prigionieri pel il miglioramento delle Carceri a S. E. Alvise Contarini

Sonetto

Rei fummo è vero, ed a ragion la sorte,
fra queste ne dannò squallide mura
Una muta a spirar aria ed impura
Carchi di ceppi e d'orride ritorte;

Ma tu, Signor, su queste infauste porte
Volgesti il guardo, e con paterna cura
L'ale tarpasti al rio malor, che dura
Ne minacciava inevitabil morte.

Quindi or lassi mettiam di un duolo amaro
Grida sul tuo partir, fra i plausi e i canti
Che già l'alte tue gesta eccheggiar fanno;

Pur con gl'inni più bei fors'anche a paro
De l'Adri ai Padri i sospir nostri e i pianti
La tua pietade a rammentar ne andranno.



Targa commemorativa della Poetessa a Bergamo.
Foto di Menescardi.


Paolina però come tutte quelle donne di talento riconosciuto, apprezzato che fosse, rientra in quella sorta di "Damnatio memoriae" che tocca le letterate di un tempo e mano a mano vedrà la gloria avuta quando era ancora in vita e la sua fama e le sue opere, purtroppo dimenticate nonostante "[...] quella bell'anima sciolta da' vincoli della condizione mortale volare in seno della vera immortalità lasciando a noi miseri il sol conforto di consacrarle quella del nome sì ben da Lei meritata"[12].
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Note
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[1] SECCO SUARDO GRISMONDI PAOLINA; "Poesie della Contessa Paolina Secco Suardo Grismondi tra le pastorelle arcadi Lesbia Cidonia", Bergamo, Stamperia Mazzoleni, 1820.
[2] Ivi, pag. 13.
[3] Ivi, pag. 14.
[4] Ivi, pag. 12
[5] Ivi, pag. 1.
[6] Ivi, pag. 15.
[7] Ivi, pag. 2
[8] Ivi, pag. 1.
[9] Ivi, pag. 18.
[10] Ivi, pag. 17.
[11] Ivi, pag. 124.
[12] Ivi, pag. 22.


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