mercoledì 12 marzo 2014

Paolina, la Lesbia arcadica


Almanacco del 11 Marzo:



Ritratto di Lesbia Cidonia, 1822 circa.


Fu una letterata e apprezzata poeta, acclamata dagli intellettuali di tutto il "Vecchio Mondo", amata e lodata per i suoi versi raffinati ma anche calunniata poiché donna, l'autrice che non poteva averli scritti, e quindi poi dimenticata.

Paolina Secco Suardo nasce a Bergamo, l'11 Marzo 1746, dal nobile Bartolomeo e dalla contessa Caterina de' Terzi.
Nata in una famiglia aristocratica e benestante, crebbe in un ambiente colto e a contatto con illustre personalità dell'epoca che frequentavano la sua casa. Studiò in famiglia grazie all'attenzione del padre che la volle istruire e alla madre Caterina, fine poeta e dotta in Storia e Geografia.
Ebbe a disposizione così la biblioteca paterna dove apprese la lingua italiana, il latino ma si formò anche alle lingue straniere, imparando molto bene il francese  e anche l'inglese.
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Nonostante vivesse in un ambiente colto e per alcuni aspetti "illuminato", non riuscì a sottrarsi al costume tipico che anche all'epoca continuava a caratterizzare le società: a diciotto anni fu data in sposa ad un uomo più grande di lei, il Conte Luigi Grismondi di Verona, città che Paolina conosceva e aveva potuto apprezzare e amare nei numerosi viaggi fatti a casa dei cugini, i Pompeo, che lì vi abitavano. Paolina infatti amava molto viaggiare e in effetti la sua fama di poeta le regalerà questa opportunità, rara per una donna dell'epoca.
A Verona, e non solo, entrò in contatto con l'intellighenzia locale, in particolare con il Pindemonte che poco tempo dopo sceglierà per lei il nome di Lesbia Cidonia, come membro dell'Accademia dell'Arcadia di Roma nel 1779. Ma Paolina sarà contesa da molte istituzioni ed Accademie tra cui gli Inestricati di Bologna, gli Eccitati di Bergamo, i Dissonanti di Modena, i Catenati di Macerata, gli Occulti di Roma, gli Agiati di Rovereto, gli Affidati di Pavia e l'Accademia fiorentina.
Stemma dell'Accademia dell'Arcadia
La sua fama d'altronde fu internazionale, fu acclamata in Francia dai maggiori intellettuali come Voltaire o Le Brun: "Quei celebri Autori di belle e dotte opere, i quali sdegnavan per poco ogni straniera letteratura, e dall'alto di loro accademie famose appena degnavan d'un sguardo i più dotti europei [...] Una donna italiana vendicò allora l' Europa traendo e venerarla que' superbi dominatori d'ogni sapere, e talento, e gareggiare tra loro dell'amore di frequentarla, di leggerle l'opere loro, di scriverle dotte lettere [...]"[1].

Al ritorno dal suo trionfante viaggio in Francia, si spinse fino in Germania dove era reclamata ma il viaggio memorabile, quello che rimase nei ricordi perfino dei posteri fu quello del suo tripudio a Pavia dove il Rettore dell' allora Università, nonché egregio professore di Matematica, la invitò lì con una lettera che suscitò clamore e curiosità "L'invito a Lesbia Cidonia". Numerosi furono comunque anche gli altri viaggi in territorio italiano dalla Toscana alla Liguria al Lazio.

La sua fama fu anche di mecenate delle arti maggiori e minori, a lei più di un Artista deve la sopravvivenza, da Canova ad Angela Kaufmann, solo per citarne alcuni.
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Tuttavia come la sua persona non sfuggì ai costumi  legati alla tradizione sociale così neanche la sua opera; infatti si diffusero voci sulla vera paternità dei suoi eleganti versi che non potevano essere stati fatti da una donna se non addirittura copiati e tra i nomi di coloro che avrebbero potuto scrivere per suo conto quei sonetti venne fatto anche il nome del Rettore Lorenzo Mascheroni che invece era : "divenuto per Lei sola poeta meraviglioso"[2], in occasione del suo invito all' Università a Pavia.
La sua stessa vita infatti ci dimostra come queste semplici voci, insinuazioni, siano solo calunnie, di quelle riservate alle donne che hanno il merito di non curarsi dei soli costumi che vengono offerti loro ma ricche di intelletto lo esercitano: "Lesbia felice, che sortita avendo un'indole dolce, e modesta sapesti vincere tante lusinghe, dalle quali nell'altre donne vien nudrita una cieca idolatria di se stesse tra le insidie d'un amor proprio ancor più cieco [...]. Or miriamola adunque nella quiete della vita privata in mezzo a veri adoratori suoi, cioè parenti, amici, e spesso straneri che la visitano per la sua fama, e per conoscenza fattane in altre parti"[3]. O ancora: "[...] ne abbiam le prove ne' monumenti da Lei serbati, e in varie poesie scritte in quel tempo di tanto vortice rapitore della quiete e dell'applicazione, non sol per gli ossequi de' letterati, ma pel concorso di gran personaggi, d'ambasciatori, di ministri ad onorarla"[4].

Sembra improbabile quindi che un'Arcade,  appartenente ad altre, minimo cinque, Accademie potesse plagiare opere e uscirne invece apprezzata ed onorata. Di lei l'abate Saverio Bettinelli scriverà: "Non sarò adunque orator pervenuto a favor di colei, che mai non vidi, e che pregai soltanto in iscrito pe' suoi rari talenti, e per commercio lontano di letteratura[...]"[5]"[...] Io ne sono testimonio per mia fortuna[...]"[6].


Stemma dei Conti Suardo
Il testo dell'Abate, l'elogio di Paolina Suardo Grismondi scritto per recitarsi nell'Accademia virgiliana di Mantova ,in memoria di Paolina che morirà l' 08 Marzo 1801, a Bergamo, ci spiega la visione che interessa sì Paolina, ma ci dona la possibilità di una più ampia considerazione, quella riservata all'intelletto femminile: "E qui sorge il dubbio se possan dirsi o soffrirsi le femmine letterate. Due classi ravviso di giudici tra miei ascoltanti su questa causa ognor dibattuta, e non mai decisa, come nol fu mai dal principio del mondo la sorte di questa indivisibil metà del genere umano. Gli uni filosofi austeri impongon loro gli obblighi di sommissione, di ritiro, di modestia, e sin d'ignoranza, ond'esser docili ad ogni autorità paterna e maritale, destinandole alle umili faccende domestiche, e alla prima educazione materiale de' figli quando lor sia dato uno sposo e una dote per gran favore, o per compassione. Tal sistema fondano nella natura, che poca fra lor pon differenza, onde tutte si rassomigliano, ed han lo stesso fine dell'interiore regolamento delle famiglie dopo averle formate per passiva, e casuale fecondità.

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Gli altri ancor più filosofi del tempo nostro mirando a presenti costumi, loro accordano un posto, ed anche il primo nella società, e già strappato alla man dell'uomo lo scettro, voglion ch'esse adornin l'ingegno colla persona , temprino la bellezza, o suppliscano a quella leggendo, studiando, e riflettendo a prò delle stesse lor grazie esterne, della bontà, e in fine della virtù, che par nata con loro, e per lor fatta. Tra questi contrari giudizj v'ha quel più cauto, che temendo da un lato i pericoli della rozzezza imprudente, o sciocca, dall'altro que' della vanità, dell'ozio, dell'adulazione, dell'ascendente giunto talora al dispotismo dell'uomo, a quelle soltanto concedono i letterari esercizj, che san volgerli a moderar le passioni, a sprezzar la bellezza non incolta, a piacer colle grazie, e l'ingegno a uno scopo che seppero far contenuto col dono d'un cuor amico, d'una dolcezza inalterabile, d'un ajuto, costante ad ogni uopo.Tal fu quella di cui vado a parlare, di Paolina Suardo [...]"[7]"Un elogio di donna in consesso grave de' dotti a cui le donne non intervengono, e dan solo il nome per ornamento, ben so che dee parer non sol nuovo, ma strano, né giustificato dall'amor patrio essendo di donna straniera, né dall'età mia non sospetta di parzialità, che suol perdonarsi ad un tener affetto pel sesso dominatore de' cuori umani, ma non a quello d'un più che ottogenario [...]"[8].

Quindi come ci suggerisce l'abbate, ora lasciamo parlare Paolina o piuttosto Lesbia: "Leggete voi stessi quelle rime di Lesbia [...]"[9] e ogni possibile dubbio passerà allo scorrere dei suoi versi...


Sonetto per la Morte di Saffo

Poiché vincer non può misera Amante
De l'ingrato Faon l'empio rigore,
Saffo avvampando di funesto ardore 
Su l'alta rupe alfin volse le piante;

E là gridò; che val dagli occhi tante
Lagrime, e tanti lai metter dal core,
Che valmi il canto, a che del mio dolore
Nojar le arene intorno, e il mar sonante?

E stanca di versar gridi e sospiri
Scagliossi a l'onde in seno, estremo e rio
Conforto ricercando a suoi martiri.

Pianser le Grazie a sì dolente sorte
Venere pianse, e pianse anch'esso il Dio
Che pur sola cagion fu di sua morte.



In Parigi al Signor Voltaire

Madrigale

A che giovommi il piede
Volgere a la città che s'erge altera
Di Senna in riva, e sui costumi impera
D'Europa tutta, e a le bell'arti è sede,
Se Voltaire veder or non poss'io
Che de le Grazie, e delle Muse è il Dio?




In Parigi al Signor Dottor Carlo Goldoni

Sonetto

Se avesser forza d'innalzarsi quanto
Nobil desìo gl'infiamma i carmi miei
Nè fossero a ridir gli affanni rei
Che soffersi in amar usi soltanto.

Un eletto sacrare immortal canto
nuove corde temprando oggi vorrei,
A te amor di Talìa, a te che sei 
del dolce Ausonio Ciel delizia e vanto.

Ma invan ciò spero; e a quel Vate concesso
or fora d'intrecciare a lauri tuoi
frondi più vaghe, e nuova offrirti laude,

se a te Goldoni il gran Voltaire applaude,
ei ch'è de l'arti il Roscio, e or fa co' suoi
Pregi più bello il bel Parigi stesso?.


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Ma Paolina è un'attenta protagonista del suo tempo che oltre a rivolgersi direttamente ai letterati e ai grandi, scriverà infatti alla stessa Caterina II di Russia quando non riuscirà ad ottenere il visto per andare a visitare la Russia "Perché su' giorni tuoi, dolce lor cura, / Veglin providi sempre, e di quel Sesso, / Che, tua mercè, più non fia detto imbelle, / In Te serbin l'onor, l'onor del mondo"[11] così come scriverà direttamente all' illustre protagonista degli scontri più importanti dell'epoca, George Augustus Eliott, Primo Barone di Hitfield il quale a sua volta farà pervenire all'ambasciatore inglese a Livorno una lettera di apprezzamento per le rime ricevute che Paolina gli aveva dedicate e che risponderà ai suoi versi così: " [...] all'incanto dei quali, io riconosco nel bel sesso il potere di creare gli eroi, e di far giungere il nome all'ultima posterità[10]
Paolina sarà poi anche una fine "illuminata", probabilmente influenzata dall'Illuminismo francese e dai suoi frequenti contatti con l'ambiente, si occuperà, certo non così spesso, di questioni sociali come quando scriverà ad Alvise Contarini:

I Prigionieri pel il miglioramento delle Carceri a S. E. Alvise Contarini

Sonetto

Rei fummo è vero, ed a ragion la sorte,
fra queste ne dannò squallide mura
Una muta a spirar aria ed impura
Carchi di ceppi e d'orride ritorte;

Ma tu, Signor, su queste infauste porte
Volgesti il guardo, e con paterna cura
L'ale tarpasti al rio malor, che dura
Ne minacciava inevitabil morte.

Quindi or lassi mettiam di un duolo amaro
Grida sul tuo partir, fra i plausi e i canti
Che già l'alte tue gesta eccheggiar fanno;

Pur con gl'inni più bei fors'anche a paro
De l'Adri ai Padri i sospir nostri e i pianti
La tua pietade a rammentar ne andranno.



Targa commemorativa della Poetessa a Bergamo.
Foto di Menescardi.


Paolina però come tutte quelle donne di talento riconosciuto, apprezzato che fosse, rientra in quella sorta di "Damnatio memoriae" che tocca le letterate di un tempo e mano a mano vedrà la gloria avuta quando era ancora in vita e la sua fama e le sue opere, purtroppo dimenticate nonostante "[...] quella bell'anima sciolta da' vincoli della condizione mortale volare in seno della vera immortalità lasciando a noi miseri il sol conforto di consacrarle quella del nome sì ben da Lei meritata"[12].
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Note
_____________________________________

[1] SECCO SUARDO GRISMONDI PAOLINA; "Poesie della Contessa Paolina Secco Suardo Grismondi tra le pastorelle arcadi Lesbia Cidonia", Bergamo, Stamperia Mazzoleni, 1820.
[2] Ivi, pag. 13.
[3] Ivi, pag. 14.
[4] Ivi, pag. 12
[5] Ivi, pag. 1.
[6] Ivi, pag. 15.
[7] Ivi, pag. 2
[8] Ivi, pag. 1.
[9] Ivi, pag. 18.
[10] Ivi, pag. 17.
[11] Ivi, pag. 124.
[12] Ivi, pag. 22.


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giovedì 6 marzo 2014

Victoria, prese una sola decisione nella sua vita

Almanacco del 06 Marzo:

Victoria Benedictsson, in una rara immagine.





Vittima della visione sociale del suo tempo, anche nella evoluta Svezia, fu emblema della subordinazione che le donne subivano nella loro vita condizionata dagli stereotipi tra i più classici della visione familiare.

Victoria  Bruzelius  nacque a Domme, in Svezia, il 6 Marzo 1850. Giovanissima a venti anni le viene proposto il matrimonio con un facoltoso anziano, rimasto vedovo con numerosa prole, in realtà però Victoria ha velleità artistiche e affascinata dalla pittura vorrebbe diventare pittrice e iscrivesi all’Accademia delle Arti di Stoccolma ma il padre la costringerà ad abbandonare i suoi sogni e a sposare Christian Benedictsson.

Si sposa quindi nel 1871 e ha due figlie, anche se l’ultima muore dopo poche settimane di vita.
E’ superfluo dire quanto la vita di Victoria le risultasse opprimente, insoddisfacente e priva di stimoli e interessi.
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La svolta nella sua vita avviene nel 1881 quando per un incidente al ginocchio è costretta a stare a riposo nel letto, qui inizia a scrivere il suo diario che racchiude una serie di racconti, nonché l’idea del suo primo romanzo, per certi versi autobiografico, che le darà anche una certa notorietà: “Denaro” in cui la protagonista è una ragazza che vuole diventare pittrice ma viene indotta a sposarsi e a vivere una vita borghese.
Pubblicata nel 1885, l’opera le valse l’attenzione della critica e del pubblico nonché dei primi movimenti femministi che la invitarono a Stoccolma dove fu introdotta nei circoli letterari. Diventerà molto amica di Ellen Key, che spesso la andrà a trovare nel paesino dove Victoria, dopo il matrimonio, si trasferirà, e altre figure emblematiche del movimento femminista, frequenteranno la sua casa come Anna Withlock, che con Ellen Key, dapprima aprirà una scuola sperimentale per ragazze a Stoccolma e poi diventerà una figura di primo piano tra le “suffragette” svedesi.

Grazie alla notorietà acquisita, Victoria comincia a viaggiare per la Scandinavia, quando a Copenaghen incontra e si innamora del critico letterario Georg Brandes. Per impressionarlo scrive il suo secondo romanzo, ed ultimo, “La Signora Marianna”, si dice ispirata dal Decamerone di Boccaccio, che uscirà nel 1886. Il libro narra della protagonista che vive la sua vita cercando di rendere il suo matrimonio felice e per questo lo plasma secondo i voleri del marito.
Purtroppo, sembra che il critico Brandes, almeno secondo una parte della storiografia che si è occupata dell’autrice, rimase tutt’altro che colpito anzi definì il romanzo come una novella per signore.

proprietà della Ernst Ahlgren Archives, Lund University Library.
La Benedictsson, è stata spesso paragonata a George Eliot, firmava i suoi romanzi con lo pseudonimo maschile di Ernst Ahlgren. E’ ritenuta una fra i maggiori esponenti degli scrittori svedesi, soprattutto della corrente realista proprio per la capacità di descrivere i suoi personaggi e la loro realtà; portandoci nella sua epoca in cui ritroviamo quei valori ogni presenti: la donna non è libera di determinare la propria esistenza ed il matrimonio è la sua unica e più giusta soddisfazione, come ci descrive in un tratto di “Denaro”:  E’ impressionante quanto sei infantile” il tono della voce del prete era alquanto intollerante.
"Sì, è vero, ma non lo sarò più. Se solo sapessi capire cosa sarò."
"E’ una fortuna che ti voglio parlare di una cosa. Penso che tu non possa essere di meglio che una moglie di un brav’uomo[1].
   
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In effetti in questa prima opera già si delineano significanti caratteristiche del suo stile; nel romanzo descrive in modo asciutto e concreto la vita di Selma, che si diletta a leggere libri di storia, filosofia, romanzi e che vorrebbe diventare un’artista ma che deve rinunciare ai suoi “piani” per sposarsi:
“[…] ma devo trovare denaro. Vedi, voglio diventare un’artista- una ritrattista di animali, credo ma naturalmente non oso parlare di questo per ora, perché costa molto. Devo trovare il denaro prima.
Ma come può funzionare?”
Vedi, ho I miei piani…”[2].

Nel romanzo, il suo primo, riesce a descrivere la società che molto probabilmente  lei stessa subisce, visto che ha solo 20 anni quando è costretta a sposarsi.
Quando la protagonista torna a casa all’imbrunire accompagnata da un ragazzo del villaggio, suo zio la redarguisce: “ Ma devo dirti che non è davvero accettabile questa cosa, andare in giro per la strada con un uomo a quest’ora del giorno."
[3].
Ed è proprio la zia, che da brava “madre” interviene per esercitare quello che le spetta: veicolare la tradizione sociale, educare su cosa è lecito, opportuno e cosa no: “ Ma lasciami dire questo Selma,’ cominciò la zia con una voce didascalica, (non usava mai del tu quando era arrabbiata). “Comincerò dal dirti che è altamente inappropriato stare fuori a camminare con un giovanotto che ti segue fino a casa, quando una ragazza è giovane come te, Selma. Un rendez-vous virtuale, un tête à tête per due!.”[4].

 Ma Selma è un’anima candida e per allontanare da lei ogni malinteso, finisce per scoprire le sue personali fantasie…professionali:
'Ma ti assicuro, zia, non ci siamo detti la ben che minima cosa". “Be’, vale a dire che abbiamo parlato solo di affari”, aggiunse. “Affari?” ripeté la moglie sorpresa, inorridita, “lui ti  ha parlato dei suoi affari?”,
“Sì. Io gli ho parlato dei miei; che c’è di sbagliato in questo?”
“Che vuol dire “i tuoi affari”?”, domandò secco, lo zio.”.[5]

Ripresa in modo così duro, Selma si sente indifesa ma ormai è scoperta:
Bè, è che, pensavo che mi piacerebbe imparare qualcosa[6].
Sai, zio, che la cosa che sapevo fare meglio dei miei amici al Convitto, era disegnare, così ho pensato che avrei potuto tentare qualcosa per il mio futuro in questo campo”
“Ah-hah."
primo piano del volto di Victoria.
"Sì. E così ho pensato che forse lo zio mi avrebbe aiutato ad entrare alla scuola tecnica di Stoccolma. Insegnano molte cose pratiche lì che ti fanno guadagnare in un secondo momento. […]"
"No-o-o. Questo è certo. Dio ci aiuti!"[7].

E Selma, come molte ragazze svedesi, e come la stessa Victoria messe alla prova dai valori tradizionali si sente una stupida: “Ma, è così stupido zio?”. Sapeva che si stava rendendo ridicola con tutto questo, ma oramai le cose erano andate così…”[8]

Selma ormai si avvia verso il suo destino, o meglio quello che altri hanno deciso per lei, e comincia ad accorgersi che: “E’ completamente diverso per noi donne da voi uomini’, disse con una serietà alquanto precoce. “Per voi è considerato un dovere lottare per la vostra indipendenza; per noi è per lo più un difetto-almeno che non siamo vecchie cameriere. Prima pensavo che ogni cosa dipendeva dai soldi, ma non è così. Anche se avessi i soldi, non vorrei ancora che accadesse, per ora. C’ho pensato un po’ sopra, su come fare. si tratta di questo, viaggiare senza permesso e cercare l’aiuto di qualcuno, ma non funzionerebbe. L’ho capito solo ora. Mi considererebbero solo una pazza e riderebbero di me.”[9]
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Victoria che già nella sua vita aveva dovuto adeguarsi ad uno stile esistenziale diverso da quello che avrebbe voluto, provata da un matrimonio  infelice con un uomo molto più vecchio di lei, con una famiglia non sua, ben cinque figli su sei erano del precedente matrimonio del marito, cadeva spesso ammalata; con una salute già cagionevole dovuta sicuramente ad un malessere esistenziale, tentò il suicidio per ben due volte. Purtroppo nel 1888,  prese l’unica decisione che poté prendere nella sua vita, decise di sé, al terzo tentativo di suicidio, purtroppo riuscì a togliersi la vita; quella vita che non le apparteneva, che non le era mai appartenuta; probabilmente in quei momenti non vedeva più un futuro per lei, per i suoi “piani”, non riusciva più a vedere uno spiraglio per i suoi sogni, quello spiraglio con cui sceglie di chiudere “Denaro”, in cui Selma, convinta a sposarsi con la promessa che il suo maturo sposo si prenderà cura di lei, vedeva: “ tutti i suoi castelli in aria e suoi piani riprendere quota…”.[10]




[1]VICTORIA BENEDICTSSON, “Money”, traduzione inglese di Verne Moberg, 2000, pag. 10, Capitolo III.
[2] Ivi, pag. 13, Capitolo I.
[3] Ivi, pag. 14, Capitolo I.
[4] Ivi, pag. 15, Capitolo I.
[5] Ivi, pag. 16, Capitolo I.
[6] Ivi, pag. 15, Capitolo I.
[7] Ibidem.
[8] Ivi, pag. 16, Capitolo I.
[9] Ivi, pag. 5, Capitolo III.
[10] Ivi, pag. 14, Capitolo III.

Traduzione dall'inglese di Silvia Palandri

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martedì 4 marzo 2014

La Rosa Chiara e Sanculotta

Almanacco del 04 Marzo:

"Donne in marcia verso Versailles", giornate rivoluzionarie del 5 e 6 Ottobre 1789. Autore sconosciuto.





Ci troviamo a Parigi nel suo periodo più affascinante, foriero di novità che avrebbero interessato il cambiamento di tutte le società europee, e non solo. Il suo momento più alto, quello ricco di promesse, dove anche le donne sembravano poter avere i loro riconoscimenti, dove sono state le protagoniste, come sempre però poi dimenticate. Dove le donne per essere qualcuno hanno lottato, difeso le loro convinzioni, dichiarate in pubblico, per iscritto, implacabili anche davanti ai Tribunali, integerrime anche nella prigionia, e anche perfino davanti alla morte.


Claire Lacombe, era, prima della Rivoluzione Francese, un’attrice di teatro, molto nota e conosciuta, si potrebbe ben dire di successo. Un personaggio molto amato ed apprezzato dal pubblico di Marsiglia e Lione, con il nome d’arte di Rose Lacombe. Nasce il 4 Marzo 1765 nel sud della Francia, quasi al confine con la Spagna, nella zona dei bassi Pirenei, a Pamiers, figlia del commerciante Bertrand Lacombe e di sua moglie.
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All’età di 27 anni, nel 1792, si trasferisce nella capitale, Parigi dove inizia a frequentare gli ambienti, guidati da Marat e  Danton, del Club dei Cordiglieri. Seguendo i loro sproni e le loro iniziative si distingue nelle sommosse del 10 Agosto 1792, legate alla presa delle Tuileries, dove, da dopo la Rivoluzione, risiedeva il Re, Luigi XVI e la sua famiglia. Una giornata che depone il consiglio comunale prima, sostituito dalla Comune Insurrezionale, e la monarchia poi,  definitivamente il 21 Settembre, quando la Convenzione proclama la Repubblica; inizia così la fase repubblicana, quella più democratica delle vicende rivoluzionare ma anche quella che porterà paradossalmente invece al Terrore. E non poteva di certo immaginarlo Claire quando partecipò a questa giornata e quando soprattutto, proprio per il suo contributo, riceverà la “corona civica”.
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La sua prima esperienza in pubblico risale ancora all’ Assemblea Legislativa del 1792 quando il 25 Luglio, per la prima volta reclama per le donne il  diritto di impugnare le armi per la difesa della patria così come già facevano  solo gli uomini: “ […] aboliamo i privilegi del sesso maschile […]”[1].
Si avvicina all’ala radicale degli “Arrabbiati”, un’area altamente avversata da quelli a cui in un primo momento Claire si era avvicinata e di cui aveva condiviso intenti e ideali come Danton, Robespierre, Marat e  Hébert; gli “Arrabbiati”, infatti, avevano idee più radicali, predicavano la democrazia diretta e soprattutto l’uguaglianza politica, economica e sociale.
Ritratto, presunto, di Claire Lacombe, 1792. 
Autore sconosciuto.
E in questa visione ugualitaria Claire vede anche le donne, che come anche lei ha dimostrato, sono una parte fondamentale della società e non solo per i ruoli tradizionali che svolgono. Così, il 10 Maggio, fonda con Pauline Léon, la Società delle Repubblicane Rivoluzionarie, in risposta all’apposito decreto del 30 Aprile con cui le donne venivano escluse dall’esercito. La Società di cui sarà segretaria e anche Presidente, raccoglierà 170 iscritte tra le giovani parigine desiderose di partecipare alla formazione della nuova Francia. La sua organizzazione si appellerà anche a quelle donne delle classi sociali più basse, le lavoratrici, rilevando una sensibilità pre-socialista che però sarà anche elemento di dissenso interno che vedeva convivere posizioni più estremiste, con visioni femministe ritenute eccessive dall’ala più popolare delle lavoratrici.
In corrispondenza della I Guerra di Vandea, Le Repubblicane riaffermano il loro diritto, e quello delle donne, di armarsi per combattere per la Repubblica, per la  libertà contro la regione anti-rivoluzionaria della Vandea.
Durante questi primi giorni di scontri, Claire prenderà piena parola per incitare i rivoluzionari ad armarsi e partecipare alla presa della regione.
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Nonostante il suo incitamento alle forze rivoluzionare d’azione di Vandea e il suo apporto al morale delle truppe dei volontari rivoluzionari, Lacombe, ormai esponente di spicco della frangia più rivoluzionaria ed estremista mal vista sia dai girondini, più moderati, sia dai giacobini, comincia a farsi notare un po’ troppo e anche il loro leader Jeacques Roux dalla prigione continua i suoi interventi in loro favore, denunciando quegli uomini che mettono in giro voci infamanti per screditare la Società[2]. 
Così i giacobini inventano false accuse, come quella di aver chiamato in pubblico Robespierre,  il “Signor (Monsieur) Robespierre”, un titolo allora bandito dal nuovo ordine sociale, e di averlo definito un uomo ordinario[3] o ancora di aver nascosto aristocratici antirivoluzionari, accuse poco credibili per un’attivista che invece reclamava l’espulsione dei nobili dall’esercito e le tasse sui più ricchi, così come la responsabilità degli assalti allo zucchero e al sapone di Febbraio e di Giugno[4].  Claire viene comunque arrestata ma si salva, almeno questa volta, da un’accusa incredibile, e viene rilasciata il giorno stesso, poiché dalla perquisizione della sua casa vengono trovate solo carte che “emanano patriottismo”[5].

"La libertà guida il Popolo", particolare, dipinto di E. Delacroix, 1830.
La Libertà è rappresentata dalla Marianna che indossa il berretto frigio rosso,
tipico della Rivoluzione.

Ormai è però nel mirino e solo alcuni giorni dopo si fa in modo di creare un caso nel quale, non per fatalità, risulta coinvolta. Alcune donne, probabilmente corrotte a tale scopo, accusarono le Rivoluzionarie di avere costretto alcune di loro ad indossare il tipico berretto della Rivoluzione, il frigio rosso, riservato agli uomini anche se poi diventerà l’emblema della rivoluzione stessa e fatto indossare, nell’iconografia rivoluzionaria, anche alla Marianna. Queste accuse, in realtà, false, scatenano dei disordini, il 28 Ottobre, in cui la stessa Lacombe viene aggredita da alcune delle accusatrici; i tafferugli avvengono alla Convenzione Nazionale, l’organo legislativo ed esecutivo principale durante la Rivoluzione almeno fino al 1795.
E proprio alla Convenzione Nazionale, solo pochi giorni prima,  il 7 Ottobre, Claire si era recata per difendersi, e difendere la Società, e tutte le donne dalle insistenti insinuazioni e maldicenze che continuavano a imperversare nei loro confronti, argomentando che : “I nostri diritti sono quelli del popolo, e se ci opprime, noi opprimeremo resistenza all’opposizione[6]; queste sue parole sollevarono non pochi malcontenti e le fruttarono le nuove accuse.
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Dopo le zuffe, provocate e volute,  avvenute alla Convenzione Nazionale, quest’ultima, usa l’accaduto per proibire le associazioni politiche femminili, tutti i club delle donne vengono chiusi, anche quindi, a maggior ragione, la Società Rivoluzionaria di Claire Lacombe.  
Il Presidente del Comitato della Salute Pubblica incaricato, Amar chiude la questione su un possibile riconoscimento politico in favore delle donne, rappresentato dalle associazioni femminili che avevano sollevato la questione con le loro azioni e discorsi in pubblico. Egli chiude la faccenda, sancendo che le donne non avevano doti fisiche adatte né tanto meno morali per esercitare dei diritti politici  ma il loro dovere naturale era quello di madri e mogli attente e premurose, educatrici preziose di quell’ordine sociale che è una questione : “essenzialmente legata alla morale, e senza morale non può esserci la Repubblica[7].

Così il  movimento di Claire Lacombe, e delle sue compagne, il 30 Ottobre 1793 cessa di esistere dopo solo cinque mesi di vita.  Finisce l’esperienza rivoluzionaria delle donne, quelle a cui la Convenzione, qualche mese prima, aveva reso obbligatorio indossare la coccarda rivoluzionaria; quella coccarda che però avvicinava le moglie, le madri al resto dei cittadini; un accostamento troppo pericoloso che avrebbe potuto garantire anche alle donne, a quel punto non più solo semplici madri e mogli, pari diritti politici e partecipazione attiva alla società, come stava effettivamente già accadendo grazie all’azione proprio anche di quella Società delle Rivoluzionarie, che “per fortuna” era stata chiusa, per sempre.
Qui puoi leggere il post
su Olympe De Gouges


E anche la vita della ormai "semplice donna", Claire non sarà più tanto serena, come neanche quella degli Hebertisti che, fortemente osteggiati da Danton e Robespierre, vedono la loro fine così come ormai lo stesso movimento degli "Arrabbiati".

In questo clima in cui anche i deputati girondini sono stati condannati a morte e la stessa Olympe De Gouges viene ghigliottinata il 3 Novembre 1793, si appresta ad aprirsi un nuovo anno, il 1794 che vede Claire sempre più esposta alle “leggi dei sospetti”. Cerca allora di nascondersi ma invano, viene trovata e arrestata, il 2 Aprile 1794.



Il palazzo del Lussemburgo, oggi sede del Senato francese.
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Per sua fortuna, attende il processo per più di un anno, in prigione, sì, al Palazzo del Lussemburgo per l'occasione diventato prigione rivoluzionaria, in cella sì, ma almeno viva, almeno ancora viva per poter godere di nuovo della libertà, quando nel Luglio dello stesso anno Robespierre e i giacobini cadono. Le viene quindi concessa la grazia da parte del Direttorio e viene liberata finalmente il 18 Agosto 1795. Si conclude anche il suo impegno politico. 

Riacquistata la libertà, Claire torna al teatro, al suo antico mestiere, lascia la capitale per Nantes non senza però tornavi ancora pochi mesi dopo, forse per l’ultima volta, si perdono infatti  qui le sue tracce nella primavera parigina del 1798.

E così, come si addice ad una grande attrice, abbandona la scena, almeno quella ufficiale di rivoluzionaria, paladina delle donne, dei loro diritti, consumati all’ombra di ghigliottine, di prigioni, di una Rivoluzione che ha tradito i suoi ideali di fraternità ed uguaglianza, ha tradito le sue sostenitrici, foriera solo di semplici illusioni scomparse, come le sue eroine, coperte dal rumore della Senna che ha nascosto alla storiografia, per secoli, la loro esistenza, il loro contributo, il loro apporto di donne sì ma soprattutto di cittadine.

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[1] WILSON KATHERINA M., “An Encyclopedia, of continental Women Writers”, vol. I,  Ed. Taylor&Francis,1991, pag. 683.
[2] GODINEAU DOMINIQUE, “The Women of Paris and their French Revolution”, Londra, Ed. University of California Press, 1998, pag. 164.
[3] WILSON KATHERINA M., Op. Cit., pag.  683.
[4] GODINEAU DOMINIQUE, Op. Cit. , pag. 162.
[5] Ibidem.
[6]  Ivi, pag. 165.
[7] Ivi, pag.  169.


Biobligrafia:

WILSON KATHERINA M:, "An Encyclopedia, of continental Women Writers", Vol. I- II, New York, Ed. Taylor&Francis, 1991.
GODINEAU DOMINIQUE, "The Women of Paris and their French Revolution",  Londra, Ed. University of California Press, 1998.


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