giovedì 6 febbraio 2014

Beatrice Cenci, una testimone

Almanacco del  6 Febbraio


Beatrice Cenci,
attribuito a Guido Reni che la ritrasse
nella sua prigione in attesa dell'esecuzione.
Galleria Nazionale d'Arte Antica.


Nasceva oggi, Beatrice Cenci, il 6 Febbraio 1577 a Roma.
Figura entrata ormai nella storia, cultura e immaginario collettivo romano e non solo, fu cantata, ricordata e investigata dai più illustri scrittori nei secoli, da Stendhal a Dumas a Shelley a Moravia.

La nobildonna Beatrice rappresenta l’emblema della violenza, paterna prima, della politica dopo. La sua è una figura simbolica che racconta, ci racconta  una storia nella Roma papalina. Beatrice è diventata, suo malgrado, il simbolo della violenza a cui ci si tenta di sottrarre  e che viene esecrata.
La prima vittima che la storia ricordi di violenza familiare che le valse un riscatto personale tradito da ambizioni patrimoniali.

Beatrice nasce a Roma da Francesco Cenci e, dopo la morte della madre, per cause ambigue dovute si dice alle nuove mire romantiche del padre, Beatrice trascorre anni in convento insieme alla sorella, tornando a casa solo nel 1592 dopo che il padre si è risposato in seconde nozze con la vedova Lucrezia Petroni, la cui figlia, si dice fu uccisa dallo stesso Francesco Cenci.
La sorella maggiore Antonina, probabilmente allarmata e spaventata si indirizzò direttamente al Papa affinché provvedesse a trovarle un marito o a farle prendere vita monacale piuttosto di non rimanere in famiglia. E per sua fortuna il Papa la fece maritare ma la dote che il padre, sempre a corto di denaro, fu costretto a sborsare fu esosa e seppur indirettamente anche Beatrice ne pagò le conseguenze. Infatti per evitare di dover pagare un’altra dote, Beatrice ormai quindicenne e nel pieno della bellezza, fu rinchiusa,  con la matrigna, nel piccolo Castello, detto La Rocca, a Petrella Salto nell’allora Regno di Napoli.
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Nel frattempo il padre continuava a stare a Roma con i figli maggiori, due dei quali morirono però in risse mentre lo stesso Conte Francesco veniva accusato di sodomia, violenza, debiti e delle peggio altre nefandezze con alle calcagna i suoi pressanti creditori.

Di istinto violento e crudele, il conte Francesco proprio per scappare a sua volta dalle pressanti richieste dei creditori si rifugiò nella Rocca insieme ai figli maschi a cui più volte Beatrice aveva cercato di far pervenire lettere e messaggi per sollecitarne l’aiuto ma che non erano mai giunti a destinazione, anzi intercettati dal padre furono la causa di una violenta reazione che  si scatenò contro Beatrice che fu duramente percossa.

Vissuti da sempre in un clima di violenza e di indigenza a cui il padre li teneva, nella situazione di clausura in cui ormai vivevano, la situazione peggiorò al punto tale che Beatrice, i fratelli  Giacomo e Bernardo nonché la matrigna, stanchi e provati dai soprusi, dalle violenze fisiche pensarono di poter recuperare la loro libertà e dignità, premeditando l’omicidio di un padre violento e usurpatore delle vite altrui.

Al terzo tentativo riuscirono ad uccidere il Conte Francesco  e poi cercarono di dissimulare il parricidio come un incidente, facendo rinvenire il corpo come se caduto dalla Rocca. E il loro piano inizialmente parve funzionare.
La famiglia Cenci, tornò a Roma libera da soprusi e violenze ma erano pesanti i sospetti e le congetture visto la fama che seguiva il nome del conte. Così furono aperte ben due inchieste alla fine delle quali il Papa Clemente VIII in persona volle che si facesse luce e fece aprire una nuova inchiesta.

Vennero sentiti testimoni e, raccolte le prove, la famiglia venne accusata di omicidio, sotto tortura tutti, la stessa Beatrice non resistette alla tortura della corda,  anche i domestici coinvolti, confessarono il complotto: Beatrice e la matrigna quindi vennero condannate, a morte per decapitazione le due sfortunate donne e il fratello maggiore Giacomo per squartamento.
Si salvò solo il fratello minore Bernardo che in quanto tale fu graziato dal Papa stesso che invece non concesse mai la grazia a nessun’altro componente della famiglia e non solo per amore della giustizia.
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Dopo la morte dei congiurati infatti l’eredità dei Cenci fu requisita dal papato che la mise in vendita successivamente ad un prezzo nettamente inferiore alla stima del suo valore e fu acquistata proprio dal nipote del Papa: Gian Francesco Aldobrandini. In parte però gli averi e i beni furono poi reclamati e recuperati dall’unico superstite della congiura, Bernardo.

Beatrice aspettò la morte rinchiusa nella prigione della Corte Savella, oggi non più esistente, viene tuttavia ricordato l’episodio con una targa commemorativa in Via Monserrato.

Beatrice Cenci ritratta nella sua prigionia da Achille Leonardi.


Beatrice fu giustiziata infine la mattina del 11 settembre 1599 davanti a Castel Sant’Angelo, dove tra la folla accalcata in cui si registrarono svenimenti e morti per la ressa  c’erano anche Caravaggio e Gentileschi con la sua piccola figlia Artemisia, che, si dice, per il suo quadro “Giuditta che decapita Olofene”, si ispirerà proprio ai suoi ricordi di questa giornata macabra e violenta che vide una giovane ragazza perdere la vita per essere tornata libera dopo essere stata per lungo tempo vittima di percosse, aggressioni sessuali all’interno della sua stessa famiglia e di una violenza più sottile, politica e di interesse ma altrettanto spietata che le tolse la vita in un modo infame e  definitivo. 
Artemisia Gentileschi,
Giuditta decapita Olofene, 1620.
Tanto però impressionò il popolo romano questo triste destino ingiusto dal tributarle, dopo la morte, un omaggio floreale: le spoglie di Beatrice adagiate nella tomba davanti all’altare di San Pietro in Montorio, furono ricoperte di petali di rosa e la sua testa fu tumulata appoggiata ad un vassoio d’argento.
Solo durante il Risorgimento la tomba fu profanata da soldati francesi che ne asportarono il teschio, tutt’ora scomparso.
La nuova tomba di Beatrice fu ricostruita  in un angolo della Chiesa senza scritte né intestazioni, come richiedeva l’usanza per i condannati a morte sì ma anche e soprattutto per cercare di darle il giusto riposo, dopo tanto penare, almeno nel sonno eterno.

Ancora oggi, ogni 11 settembre, l’erede della famiglia:  Principe Cenci Bolognetti,  fa celebrare una messa commemorativa  a Via del Corso nella chiesa di Gesù e Maria.
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E ancora oggi Beatrice resta la testimonianza di quella violenza familiare che non annichilisce ma grida vendetta, ingiusta sì e ingiustificabile ma che testimonia una condizione femminile soggiogata da un attributo sociale patriarcale che non ammette replica alcuna.




Opere su Beatrice Cenci ( alcune):

¨    Norberto Valentini, Milena Bacchiani, Beatrice Cenci, un intrigo del Cinquecento, Ed. Rusconi Libri, 1981.

¨    Stendhal, Cronache italiane, Ed. Mondadori, 1990.
¨    Bevilacqua, Mario e Mori, Elisabetta (a cura di). Beatrice Cenci: la storia, il mito. Roma, Fondazione Marco Besso - Viella, 1999.
¨    Antonelli, Lamberto. Beatrice Cenci: cronaca di un tragedia. Roma, Aracne, 2002.
¨    Alexandre Dumas, Beatrice Cenci, Ed. Sellerio, 2004.
¨    Di Cesare, Domenico. Si accende il giorno: la tragedia di Beatrice Cenci. Rieti, Hòbo editore, 2006.
¨    Percy B. Shelley, “The Cenci: A Tradgedy in Five Acts”, 1819, Ed. Book Jungle,  2007.
¨    Serena Penni, “Beatrice Cenci” di Alberto Moravia, ed. Edizioni dell’Orso, 2009.


Opere di dominio pubblico:

Beatrice Cenci, romana storia del secolo XVI

Carlo Tito Baldono, Storia di Beatrice Cenci e de' suoi tempi 




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martedì 4 febbraio 2014

In ricordo di Betty Friedan...la femminista della seconda ondata


Almanacco del giorno 4 Febbraio: Betty Friedan




descrisse la condizione femminile in modo pungente e preciso



Nata Betty Naomi Goldstein, in Peonia, Illinois, nel 1920, il 4 febbraio; si è spenta nello stesso giorno, all’età di 85 anni nel 2006, Betty Friedan, una delle madri del così detto “femminismo della seconda ondata”.
Scandalizzò l’America puritana e ben pensante con i suoi lavori sulla condizione delle donne americane, denunciandone l’insoddisfazione e la frustrazione mascherate da una esteriore facciata di brave madri e mogli.

Nata da un esule ebreo russo e da una madre russa che la iniziò alla carriera giornalistica, si dimostrò subito geniale nelle sue attività scolastiche. Si diplomò con il massimo dei voti nel 1942; vinse una borsa di studio per l’università di Berkley, in California, dove si laureò in Psicologia, e ne vinse una ancora più importante per il dottorato che rifiutò acconsentendo alle richieste del suo compagno di allora spaventato dal di lei successo. Un errore che ricorderà spesso nelle sue interviste.

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L’opera che la rese famosa fu “The Femminine Mystique” ossia “La mistica della femminilità”, un lavoro di ricerca che era nato come studio per la sua maturità ma che successivamente fu ampliato da una serie di ricerche rivolte a confermare il suo operato ad un livello più ampio. Il risultato fu sconcertante per la stessa autrice, infatti, queste ricerche misero in luce quanto le donne, nonostante un’apparente facciata di perbenismo e serenità, fossero insoddisfatte delle loro vite, un male che lei definì: “Il problema senza nome”.
Inizialmente Betty Friedan cercò di far pubblicare il suo studio, sotto forma di articolo, su diverse testate femminili, ma i loro editori maschi, uno ad uno, lo rigettarono dicendo che si trattava di una donna malata, insoddisfatta della sua vita. Friedan però non si arrese e trasformò quell’articolo, nel 1963, in un libro che venne pubblicato durante lo sciopero di un quotidiano e che successivamente fu ripreso anche da altri giornali. In questo libro Friedan mette in evidenza come per le donne, anche quelle della buona borghesia con una cultura media avanzata, l’unico modello disponibile fosse quello di madre e moglie.

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Non soddisfatta dell’attenzione e dello shock provocato nella società americana, fondò nel 1966 insieme ad altre colleghe, il NOW, National Organization for Women, che con dimostrazioni e cortei, il più visibile fu lo sciopero per l’uguaglianza tenuto nell’agosto del 1970, ottenne importanti risultati per le donne americane e per l’intera società statunitense come una presenza più costante delle donne in politica, nelle forze armate, nelle scienze, nonché la legge in favore dell’aborto.
In realtà non fu mai molto amata dalle femministe per il suo carattere abbastanza rude e fu accusata di essere la porta voce di quelle donne dei ceti medi, bianche e benestanti e di non prestare invece attenzione alle minoranze, ai poveri e alle lesbiche. Nonostante questo però Betty Friedan è comunque considerata universalmente un’importante figura del femminismo contemporaneo, ammessa anche nel 1993 nella Women's Hall of Fame, e riconosciuta meritevole di diverse lauree onorarie. Ha passato gli ultimi anni della sua vita tenendo lezioni ed incontri nelle università americane, portando avanti instancabilmente il suo messaggio che potremmo così sintetizzare: “Some people think I'm saying, 'Women of the world unite — you have nothing to lose but your men. It's not true. You have nothing to lose but your vacuum cleaners."


Opere:
¨ The Femminine Mystique, New York: W.W. Norton,1963
¨ It Changed My Life, New York: Random House, 1976
¨ The Second Stage, Summit, 1981
¨ The Fountain of Age, Simon & Schuster, 1993
¨ Life So Far, Simon& Schuster, 2000 (la sua biografia)


Biografia italiana:
¨ Betty Friedan, "La mistica della femminilità", trad. it. di L. Valtz Mannucci, Edizioni di Comunità, Milano 1964.
¨ Raffaella Baritono, “Il Femminismo americano degli anni '60”, "Storicamente", 4, 2008.
¨ Betty Friedan, "La mistica della femminilità", a cura di Turozzi C., Ed. Castelvecchi, 2012.


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sabato 1 febbraio 2014

Estensione alle donne del diritto di voto





Decreto Legislativo luogotenenziale 2 febbraio 1945, n. 23
Estensione alle donne del diritto di voto
Umberto di Savoia, Principe di Piemonte Luogotenente Generale del Regno

In virtù dell'autorità a Noi delegata;
Visto il decreto legislativo Luogotenenziale 28 settembre 1944, n. 247, relativo alla compilazione delle liste elettorali;
Visto il decreto-legge Luogotenenziale 23 giugno 1914, n. 151;
Vista la deliberazione del Consiglio dei Ministri;
Sulla proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, Primo Ministro Segretario di Stato e Ministro per l'interno, di concerto con il Ministro per la grazia e giustizia;
Abbiamo sanzionato e promulgato quanto segue:
Art. 1
Il diritto di voto è esteso alle donne che si trovino nelle condizioni previste dagli articoli 1 e 2 del testo unico della legge elettorale politica, approvato con Regio Decreto 2 settembre 1919 n. 1495.
Art.2
E' ordinata la compilazione delle liste elettorali femminili in tutti i Comuni.
Per la compilazione di tali liste, che saranno tenute distinte da quelle maschili, si applicano le disposizioni del decreto legislativo Luogotenenziale 28 settembre 1944 n. 247, e le relative norme di attuazione approvate con decreto del Ministro per l'interno in data 24 ottobre 1944.
Art. 3
  Oltre quanto stabilito dall'art.2 del decreto del Ministro per l'interno in data 24 ottobre 1944, non possono essere iscritte nelle liste elettorali le donne indicate nell'art. 354 del Regolamento per l'esecuzione del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, approvato con R. decreto 6 maggio 1940 n. 635.
Art.4
  Il presente decreto entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del Regno.
Ordiniamo, a chiunque spetti, di osservare il presente decreto e di farlo osservare come legge dello Stato.
Addì, 1° febbraio 1945






Quasi settant’anni fa veniva promulgata la legge che riconosceva per la prima volta il diritto di voto politico alle donne, un lungo cammino per le italiane per il riconoscimento del loro status di cittadine che le ha viste lottare fin dal XIX secolo e  che in base a questa legge, e soprattutto al successivo decreto n. 74 del 1946  vedono conquistato finalmente il pieno godimento dei loro diritti amministrativi, politici attivi e passivi...anche se non hanno ancora la libertà di potersi mettere disinvoltamente il rossetto in tempo elettorale, come veniva suggerito loro dai giornali dell’epoca  all’avvento della loro prima chiamata alle urne. E se oggi non dobbiamo preoccuparci più di poter portare il gloss recandoci alle urne, si apre una ben altra considerazione, che è lungi dal chiudersi, una riflessione attuale e contemporanea su un’effettiva rappresentanza politica femminile che porta a tutta un’altra storia  di cui oggi siamo noi  le protagoniste.

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