mercoledì 18 settembre 2013

Francesca Caccini- La musicista più pagata






Nel 1587, oggi 18 settembre nasceva a Firenze la figura carismatica della “Cecchina”, Francesca Caccini, musicista, compositrice, poetessa e cantante.
Suo padre era il famoso Giulio Caccini, compositore e musicista alla corte dei Medici a Firenze, creò una vera e propria compagnia artistica grazie alle doti canore e musicali della moglie Lucia Gagnolanti e dei figli: Settimia, Pompeo e appunto Francesca, nonché della seconda moglie Margherita Benevoli della Scala.
E’ l’epoca del fasto e delle feste barocche presso la Corte medicea che splende e ammalia per la sua raffinatezza e fastosità, in questo clima di sfarzo e magnificenza si collocano anche i successi artistici di questa famiglia di musicisti e cantanti. Francesca però grazie sia alle sue capacità artistiche ma anche intellettuali in qualche modo si affrancherà dalla protezione familiare e riuscirà a conquistarsi fama, soldi e rispetto grazie alla sua "sola" opera di poetessa, letterata, compositrice, cantante, musicista: liuto, arpa, clavicembalo, fino ad arrivare ad aprire una sua scuola di canto.
A tredici anni canta, con la famiglia, nell’Euridice, composta dal padre durante il “Concerto Caccini” davanti a Maria dei Medici ed Enrico IV, re di Francia in occasione delle loro nozze, guadagnandosi da subito l’attenzione e la stima della regina Maria che qualche anno più tardi la vorrà in Francia presso la sua corte  godendone però solo per pochi mesi, dopo i quali il Granduca di Toscana Ferdinando la reclamerà a gran voce, revocandole il permesso.
D’altronde Francesca conosceva il latino, il greco e la matematica e aveva studiato anche le lingue e sapeva quindi cantare in spagnolo e francese, così che il re di Francia Enrico IV definì il Concerto Caccini migliore di ogni altro e Francesca Caccini superiore a ogni altra cantante francese.
Cameo di Francesca Caccini
Fu compositrice di ballate, musiche per voce, madrigali, collaboratrice negli spettacoli di corte come autrice di musiche profane e sacre, si esibì anche durante le rappresentazioni di musiche sacre nella chiesa di San Nicola a Pisa, tanto che nel 1607 entra stabilmente nell’organico di corte come la musicista più pagata. Il suo debutto come compositrice avverrà l’anno seguente, nel 1608 per il Carnevale di corte per il quale comporrà “La Stiava”. Collabora con lei, per la stesura dei libretti delle sue opere, Michelangelo Buonarroti, il Giovane, pronipote del più noto Michelangelo, con il quale ebbe sempre una grande amicizia testimoniata da una fitta corrispondenza.
Nel 1610 assiste ad una sua rappresentazione anche Claudio Monteverdi, il padre della musica barocca italiana, che ne rimarrà conquistato tanto da menzionare la sua bravura come cantante e musicista di liuto, chitarra e clavicembalo in una sua lettera al Cardinale Ferdinando Gonzaga.
Nel 1615 organizza il Carnevale a Palazzo Pitti per la Corte medicea, rappresentando “Il Ballo delle Zigane” interamente musicato dalla Caccini, di cui ci è pervenuto solo il libretto.
Compose, prima tra le donne, un’intera opera melodrammatica “La liberazione di Ruggero dall’isola di Alcina” nel 1625 che fu anche l’unica opera di una donna ad essere portata in tournée all'estero. Rimase nella storia la rappresentazione in Polonia, a Varsavia in onore del principe ereditario Ladislao Sigismondo a cui sarà dedicata. Oggi l’opera è conservata a Santa Cecilia.
Nel 1618 pubblicherà inoltre il suo “Primo libro di musica ad una e due voci”, e aprirà anche una sua scuola di canto frequentata da numerose allieve.


Si sposa con il cantante, anch’esso di Corte, Giovan Battista Signorini che l’accompagnerà nei suoi viaggi all’estero ma che rimarrà sempre nella sua ombra poiché poco dotato di ingegno, i due ebbero una figlia nel 1622, Margherita. Alla morte del marito, le notizie riguardo la vita di Francesca diventano sfuocate e difficili da ricostruire. Per alcuni continuerà solo per pochi anni, fino al 1628, a prestare la sua opera presso i Medici, per poi ritirarsi, secondo altri invece si risposa a Lucca con Tomaso, Tommaso, Raffaelli da cui avrà un figlio anch’esso chiamato Tomaso nel 1628 ma due anni dopo morirà anche il secondo marito. Lei continuerà a comporre ed ad insegnare a Corte fino al 1638 e probabilmente morirà per un tumore alla gola nel 1640, secondo alcuni, ma più verosimilmente morì nel 1647 quando la custodia di suo figlio Tommaso passerà allo zio Girolamo Raffaelli.
Francesca riposa, con il padre e la sorella, nella Chiesa di San Michele Visdomini a Firenze dove riposa anche il pittore Filippino Lippi.
Il suo soprannome tipicamente toscano, “Cecchina” deriva dall’uccello canoro che tanto le si addiceva per la bellezza della sua voce e che divenne quasi il suo nome più conosciuto, così è infatti scritto nella sua unica raffigurazione sul medaglione posto a Pistoia nel Palazzo Rospigliosi e che narra: “CECHINE PULCHRITUDINIS IMMORTALITATI”1.


1 C. Rostand, “L'ispirato apporto delle donne compositrici del Rinascimento e Barocco italiano”, in “La voce del Popolo”, 27 Giugno 2012, Anno VII, n. 60.




Opere di Francesca Caccini :
“La stiava”, ballata, 1607
“Il ballo delle Zigane”, ballata, 1615
“Il Primo Libro delle Musiche a una e due voci”, testo didattico, 1619
“Dove io credeva” , aria in “La Ghirlandetta amorosa” di Fabio Costantini, 1621
“La liberazione di Ruggiero dall’isola d’Alcino”, melodramma, 1625
“Ch’io sia fedele”, aria, 1629


Biografie e studi su Francesca Caccini:
“Francesca Caccini's Il primo libro delle musiche of 1618:A Modern Critical Edition of the Secular Monodies”, Ronald James Alexander - Richard Savino, Indiana University Press, 2004;
“Francesca Caccini: florilegio musiche, libro I, Firenze 1618 ”, Nella Anfuso, Fondazione centro studi Rinascimento musicale, 2006;
“Francesca Caccini at the Medici Court: Music and the Circulation of Power”, Suzanne G. Cusick, University of Chicago Press , 2009.

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mercoledì 4 settembre 2013

Donne d'Algeri


Questo breve scritto fu il mio tema di presentazione al Corso di Storia delle Donne nell'A.A. 2001/2002 tenuto dalla Professoressa Ginevra Conti Odorisio alla Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Roma Tre, il cui titolo all'inizio era "Intervista ad una donna algerina (per scoprire che la situazione italiana di 30 fa non era poi così diversa)" e che fu possibile realizzare grazie alla disponibilità di una mia amica di cui ho mascherato il nome per questioni di discrezione ma che se mi legge ora potrà vedere il risultato di quella chiacchierata anche se dopo un pò di anni!.


Nessun diritto, questo è quello che paradossalmente è un principio che la legge stessa sancisce. “La donna non ha alcun diritto, proprio così “– conferma Hamina, una mia amica algerina che ormai vive in Italia da anni. Ci siamo conosciute in Algeria nel periodo in cui vivevo lì.
“La donna non ha diritti, in caso di divorzio, ad esempio, non le spetta nulla se non i vestiti che ha addosso, se non ha più nessuno della sua famiglia d’origine dove tornare rimane in mezzo ad una strada con i suoi figli perché se sono minorenni vengono affidati a lei anche se non ha nulla neanche un tetto sotto al quale stare e lì, sai bene anche tu, le famiglie sono numerose, si hanno tantissimi figli anche 11-13!”. In effetti, questa è una realtà pressoché sconosciuta almeno che non si conosca bene la situazione algerina, infatti, il Diritto di Famiglia prevede solo per il marito il diritto di domicilio e ancora, in caso di morte del marito alla donna spetta la metà riservata ad un uomo, qualunque sia il suo apporto al patrimonio comune, e se ci sono uomini che concorrono con lei all’eredità succede che arriva a prendere meno dei parenti collaterali maschi del marito e questo vale naturalmente anche per le figlie.
“Sì, e a volte in queste situazioni escono fuori altre mogli, perché anche se il Corano prevede che l’uomo informi la prima moglie dell’intenzione di voler sposare un’altra perché questa può non acconsentire e quindi il marito sarebbe tenuto a divorziare dalla prima moglie per poi poter sposare l’altra, questo non avviene mai e molte, con il fatto che non c’è obbligo di convivenza sotto lo stesso tetto, non sanno che esistono altre moglie, l’una ignora l’esistenza dell’altra o delle altre! ”.
Senza tener poi conto del diritto unilaterale di divorzio riconosciuto appunto solo allo sposo per semplice volontà del marito ovvero il ripudio. (art.48).
“Per non parlare poi– aggiunge ancora – del fatto che la donna non ha una libertà propria, per uscire deve essere sempre accompagnata da un elemento maschile che sia il padre, il fratello, il marito o il figlio e deve chiedere in ogni caso sempre prima il permesso e questo vale anche per una donna di 60 anni anche solo per poter andare a fare la spesa”.

In effetti, il Diritto di Famiglia prevede il dovere di obbedienza al marito in pratica la legge dà il potere al marito di impedire alla moglie qualsiasi attività, lavorativa e non, al di fuori della famiglia. E ancora, si sancisce che la tutela dei figli è a carico del padre anche se alla madre è riconosciuto l’affidamento che in pratica, però, si traduce nel dover chiedere l’autorizzazione al marito per poter iscrivere i figli a scuola o per consentire interventi chirurgici senza questo permesso, infatti, la donna non può autonomamente decidere ed agire.


Questa realtà mi catapulta a non tanti anni fa quando anche da noi, in Italia, i diritti delle donne non erano tutelati, realtà soprattutto del sud dove la moglie non poteva condividere la tavola con il marito durante i pasti e dove non si poteva uscire se non accompagnate, ma questa riflessione mi porta anche a sperare che, così come da noi, anche in Algeria si possano apportare riforme che tutelino le donne anche se in quella realtà ci sono problematiche diverse che complicano il cammino di libertà che qui, invece, non erano presenti, sto parlando della religione. Per l’Islam infatti la donna è una regina, la regina del focolare, della famiglia, della casa peccato però che non abbia il diritto di averne una.  

P.S. Ho trovato nelle varie stesure anche questo altro capoverso che poi decisi di togliere ma che ora voglio riaccorpare al tutto per gli stessi motivi che allora mi fecero decidere di toglierlo, la sua intimità: una mia riflessione dell'epoca sulle Algerine.
Se vi può sembrare strano oggi questa mia ulteriore evidenziatura a mia parziale discolpa dico che mi riferisco alla mia esperienza negli anni '90 in cui eravamo ben lontani da una dimestichezza con queste realtà che oggi per ovvi motivi anche di cronaca ci è invece così vicina e visto la data ero anche molto giovane per cui forse molte impressioni possono sembrare enfatizzate e magari lo sono anche ma non per me a quei tempi.

Questa la situazione in Algeria, che ho potuto conoscere e confutare con i miei occhi nel periodo in cui ho abitato ad Algeri che, anzi, forse, offre situazioni più “felici” di quelle che si potrebbero trovare nei tanti paesini della sua periferia.
I ricordi che ho di queste donne sono contornati da molto affetto, mi ricordo che
un aspetto che mi colpì della donna algerina fu la sua fierezza, una dignità che ogni donna ha negli occhi, al di là della sua condizione, dei suoi problemi, che indubbiamente devono essere affrontati, al di là dei problemi economici di un paese che combatte contro se stesso, contro una parte del suo tessuto malato che infetta la società stessa con il terrorismo oggi purtroppo tanto di moda ma che è presente già da anni, tanti, troppi in questa terra dai tramonti rosso fuoco, dai cieli dalle cromature intense, dal mare blu profondo amato perfino dagli antichi Romani che qui fondarono un loro “villaggio turistico” nell’affascinante Tipaza; per tutto questo, quello che sento è di dover ringraziare queste donne che nella loro disperazione hanno la forza di scendere in piazza apertamente contro il terrorismo, che sfidando le minacce inviate loro a casa andando a lavorare contravvenendo ai diktat dei terroristi, che rifiutano di indossare lo schador per non rinunciare ancora una volta alla loro femminilità, una bellezza che possiamo ritrovare guardandole fisse negli occhi. Occhi intensi come loro, donne d’Algeri, donne fiere della loro cultura, la stessa che nega loro di esistere. Le donne d’Algeri sono questo, sono anche tutto questo ed è proprio questo quello che mi è rimasto di loro.
Non è possibile a mio avviso poter dare una definizione ma piuttosto mi sento di voler fare un elogio pieno di affetto e di nostalgia per una terra che in fondo sento anche un po’ mia.  

sabato 29 giugno 2013

Clotilde Tambroni- La Saffo rediviva





29 giungo… 1758 a Bologna nasce da un cuoco parmense e da Maria Rosa Muzzi una delle donne più colte che l’Italia abbia mai avuto: Clotilde Tambroni. Nipote del diplomatico ed erudito Giuseppe Muzzi, Clotilde dimostra precocemente la sua predisposizione agli studi e alle lettere, tanto che apprese il greco semplicemente assistendo alle lezioni private del grecista, docente all’Ateneo bolognese, Emanuele Aponte che dava lezioni private in casa Tambroni e che notò subito la grande predisposizione della giovane che rispondeva con tranquillità ai quesiti che quest’ultimo faceva in realtà al suo alunno,  un fratello minore di Clotilde, mentre lei assisteva alle lezioni assorta nel cucito, come si voleva ad una giovane dell’epoca, anche per volere della madre contraria alla sua educazione se non per i “donneschi uffici”.
Così Aponte decise di prendere a lezione la stessa Clotilde che gli diede non poche soddisfazioni al punto da volerle insegnare anche il latino. Clotilde apprende velocemente e bene le lingue classiche e comincia perfino a scrivere versi apprezzati a tal punto dal conte Niccolò Fava Ghisilieri, presidente dell’Accademia degli Inestricati da volerla come membro della stessa accademia nel 1790, preludio alla sua entrata in un’altra Accademia quella dell’Arcadia nel 1792, con il nome di Doriclea Sicionia e in seguito socia anche dell'Accademia Clementina e di quella dell'Etrusca di Cortona 1. Divenne poi anche socia corrispondente dell’Accademia delle Scienze di Torino e di Parigi 2.
Negli anni i suoi componimenti in puro stile neoclassico, raffinati ed eleganti le varranno il soprannome di “Saffo rediviva”.
Nonostante non fosse laureata per le sue profonde ed ampie conoscenze nelle lettere e culture antiche nel 1793 le fu offerta, dal Senato bolognese, addirittura la cattedra di Lingua Greca all’Università di Bologna, memorabile sarà suo il discorso di apertura nel 1806, memorabile per gli appunti che mosse alla riforma dell'istruzione. 
Insegnerà all’Università di Bologna in un primo momento fino al 1798 quando per rispettare le sue idee politiche si rifiuterà di prestare fedeltà alla neonata Repubblica Cisalpina così che Napoleone le tolse la cattedra. Clotilde allora si rifugerà in Spagna, insieme al suo mentore e ormai amico, Aponte. Ella conosceva infatti anche in modo egregio non solo le lingue morte ma anche lo Spagnolo, il Francese e l’Inglese. In Spagna viene accolta con onori e largamente apprezzata dall’intellighenzia dell’epoca e diventa presto membro della Reale Accademia di Spagna.
In questo stesso anno riceve dal Papa Pio VI il permesso di poter tenere e leggere alcuni libri proibiti contenuti nell’Indice e questo grazie alla stima che godeva presso il Santo Padre dovuta alla sua fama di dotta e alla sua altrettanto comprovata fede.
Nonostante però le sue idee politiche e soprattutto la sua coerenza con queste, Napoleone la richiama in Italia appena l’anno seguente alla sua cattedra di Greco. Tambroni però lascerà l’università definitivamente nel 1808 proprio in seguito alla riforma napoleonica dell’istruzione che privilegiava gli studi scientifici a discapito di quelli umanistici. e anche per questioni di salute sollevate dalla stessa Clotilde, che aveva problemi di vista, inoltre probabilmente aveva capito che di li a poco il suo insegnamento sarebbe stato abolito, come infatti fu,  e quindi venne sollevata dall’incarico e andò in pensione anticipatamente.
A Roma, durante un viaggio nel 1803, conobbe anche la nota Madame De Staël.
Madame de Stael
Clotilde sarà una donna sempre attenta alla presenza e al contributo delle donne nella cultura, infatti nell’oratoria inaugurale dell’anno accademico 1806 all’Università di Bologna, richiamerà illustre predecessore quali Ipazia ed Aspasia così come la neo dottoressa in medicina, ed amica, Maria Dalle Donne, che lei stessa qualche anno prima, nel 1799, accompagnerà alla discussione presso l’Archiginnasio. In alcune lettere che scrisse a Diodata Saluzzo, nel 1796, si legge della sua perplessità riguardo gli uomini e la loro posizione rispetto alle poete, quali lei e la Saluzzo stessa, e si chiede se gli uomini si volessero arrogare il diritto di scrivere di poesia rilegando il sesso femminile agli umili lavori di Aracne, e ancora nel 1797, sempre scrivendo a Saluzzo, parla di “tirannica prepotenza maschile” 3.
Dei suoi scritti didattici e scientifici non rimane, purtroppo, nulla se non qualche lettera dalla quale si può ricavare i suoi metodi di insegnamento e le sue idee, sono invece giunte infatti a noi soprattutto per lo più opere circostanziali per matrimoni o nascite illustri, poesie, odi, spesso in duplice versione sia greca che italiana.
Dopo il pensionamento forzato, Clotilde passa i suoi anni quasi in isolamento, anche se non mancano sue collaborazioni e consulenze. Morirà paralizzata il 2 giugno 1817, nella sua casa, sotto la Chiesa di Sant’Isaia, a Bologna.
Clarissa Tambroni, è sepolta nel cimitero monumentale della Certosa di Bologna.
Il busto marmoreo del suo monumento funebre è stato scolpito, in suo onore, dallo scultore Adamo Tadolini, allievo di Antonio Canova, amico di Clarissa e dallo stesso commissionato e supervisionato.
Di lei si legge, nella Collezione scelta dei Monumenti Sepolcrali del Comune Cimitero di Bologna,. edita da Natale Salvardi nel 1825: “ [...] Il marmoreo sarcofago antico che racchiude il resto dell'esimia donna venne da Roma insieme col busto di lei che vi si ammira sovrapposto: lavoro del rinomato scultore Adamo Tadolini che colà il condusse a perfezione sotto gli occhi stessi dell'immortal Canova, cotanto amico apprezzatore delle virtù dell'estinta, come degli egregi fratelli suoi Cav. Giuseppe, e Gaetano, che curarono sì nobilmente la memoria dell'inclita sorella.”.
E ancora: “Monumento di Clotilde Tambroni […]. Delle cui lodi non fia maraviglia se noi saremo larghi più dell'usato, poiché assai raro interviene, che donna in sì breve spazio di tempo, come diremo, sia salita in tanta chiarezza di fama, in quanta fu, ed è ancora la Clotilde Tambroni non pure per tutta Italia, ma sì bene dovunque hanno stanza, ed onore le buone lettere”.
La sua esperienza di donna, nata tra l’altro da una famiglia non benestante, che aveva raggiunto si tanta cultura ed eccellenza, unita ad una fede integerrima nel Cattolicesimo la resero negli anni successivi un esempio per le altre donne, tanto da scrivere su di lei delle biografie, come usava all’epoca, di indottrinamento per le altre fanciulle, diventando ora un modello di “femminista ante litteram”, nell’opera di Giulia Cavalcanti Cantalamessa del 1899 ora come eroina a fini pedagogici per l’educazione femminile nell’opera dell’abate Luigi Taccani “Clotilde Tambroni, o La più nobile missione della donna” del 1872 .
Il suo epitaffio, nella Aula Magna dell’Università di Bologna, fu scritto e recitato dall’illustre archeologo e creatore di epitaffi Filippo Schiassi all’Archiginnasio e recita: “A Clotilde Tambroni / Eccelsa tra i dottori dell’Archiginnasio / la più fulgida / per altissimo merito nell’insegnamento della lingua greca / ricolma di modestia e d’ogni virtù / colleghi ed allievi / a.D. 1817” 4.
Di lei il filologo Jean Baptiste Gaspard Villoison, insegnante presso l'università di Parigi, affermava: "Vi sono in Europa tre soli uomini capaci di scrivere come la Tambroni ed al più quindici che sappiano capirla."5.




1 Come si legge nel sito della Certosa di Bologna
2 A. Costarelli, “Clotilde Tambroni- Ideali e modernità classica nella Bologna illuminista e napoleonica”, Clamm Magazine, 8/03/2012.
3 Articolo di Letizia Lanza su arabafelice.it
4 Art. Costarelli, cit.
5 S. Bersani, “101 donne che hanno fatto grande Bologna”, Newton Compton Editori, 2012.


Bibliografia:
• “Per le faustissime nozze del nobil uomo il signor conte Niccolo Fava Ghisilieri colla nobil donna la signora Gaetana Marescotti Berselli. Versi di Clotilde Tambroni colla traduzione parafrasata della medesima”, Parma, Bodoni, 1792.
• “Pel felice parto della nobil donna signora contessa Susanna Jenisson Walworth Spencer. Ode greco-italiana”, Stamp. S. Tommaso d’Aquino/ Bologna, Tip. Azzoguidi, 1792 Bologna 1792.
• “Per la ricuperata salute dell'eminentissimo e reverendissimo signor Cardinale D. Andrea Gianetti Degnisssimo Arcivescovo di Bologna e Principe del S. R. I. Ode pindarica”, Bologna, Tip. Azzoguidi, 1793 / stamp. S. Tommaso d’Aquino, Bologna 1793.
• “Al nobile ed eccelso signor conte senatore Ferdinando Marescalchi Fava pel quinto solenne suo ingresso al gonfalonierato di giustizia della città e popolo di Bologna (il secondo bimestre del 1794). Ode saffica greca di Clotilde Tambroni tradotta in toscano dalla medesima”, Crisopoli (Parma), Bodoni, 1794) / Ode saffica greca, co’ tipi Bodoniani, Parma 1794.
• “In onore del celebre tipografo Giambattista Bodoni. Elegia greca”, Tip. Reale Bodoni, Parma 1795. / Elegia greca di Clotilde Tambroni in onore del celebre tipografo Giambattista Bodoni con la versione italiana del padre maestro Pagnini, Parma, Bodoni, 1795
• “In lode del feld-maresciallo conte di Clairfait. Ode”, Stamp. S. Tommaso d’Aquino, Bologna 1796.
• “In morte di Carlotta Melania Duchi Alfieri”, Parma, Bodoni, 1807
Epistolario:
• “Lettere inedite di Clotilde Tambroni pubblicate ed annotate da Maria Fanny Sacchi”, Milano, Ditta di Giacomo Agnelli, 1804.
• “Lettere a Diodata Saluzzo in D. Saluzzo Roero, Poesie postume di Diodata Saluzzo; aggiunte alcune lettere d'illustri scrittori a lei dirette”, Torino, Tip. Chirio e Mina, 1843, pp. 304-402 .
• “Alcune lettere della celebre grecista Clotilde Tambroni”, a cura di F. Raffaello, Tip. Corradetti, San Severino Marche 1870.
• “Lettere di quattro gentildonne bolognesi”, a cura di S. Battistini e C. Ricci, Tip. Monti, Bologna 1883.
• “Lettere inedite a Ireneo Affò presso la Biblioteca Palatina di Parma”, (Cart. Affò)


Biografie:
• A. Levati, “Dizionario biografico cronologico delle donne illustri”, Tip. Bettoni, Milano 1822, ad vocem.
• I. Affò - A. Pezzana, “Memorie degli scrittori e dei letterati parmigiani”, Parma, dalla Ducale Tipografia, 1825-1833 [rist. anastatica: Bologna, Aldo Forni Editore, 1973]
• M. Angelelli, “Vita di Clotilde Tambroni” in “Collezione scelta di cento monumenti sepolcrali nel comune cimitero di Bologna 5”, Bologna, 1826, pp. 1-3.
• Tambroni (Clotilde), in «Nouvelle Biographie Générale depuis les temps les plus recules jusq’a nos jours», t. XLIV, Paris 1865, pp. 858-859.
• F. Raffaelli, “Alcune lettere della celebre grecista Clotilde Tambroni ed altre da illustri personaggi dirette alla medesima pubblicate ed illustrate per il marchese Filippo Raffaelli”, San Severino Marche, Tip. Soc. Editrice, 1870
• Luigi Taccani, “Clotilde Tambroni, o La più nobile missione della donna”, Milano, Muggiani, 1872
• G. B. Janelli, “Dizionario biografico dei Parmigiani illustri e benemeriti nelle scienze, nelle lettere e nelle arti o per altra guisa notevoli”, Genova, Tip. di Gaetano Schenone, 1877 [facs.: Sala Bolognese, Aldo Forni Editore, 1978]
• Giulia Cavallari-Cantalamessa, “Clotilde Tambroni”, Bologna, Tip. Azzoguidi, 1899
• G. Cavallari Cantalamessa, “Una professoressa di greco: Clotilde Tambroni”, Tip. Fossataro, Napoli 1907.
• M. Bandini Buti, “Poetesse e scrittrici, vol. II”, Tosi, Milano 1942, ad vocem.
• Renzo Tosi, “Clotilde Tambroni e il Classicismo tra Parma e Bologna alla fine del XVIII secolo” in 'Alma Mater Studiorum. La presenza femminile dal XVIII al XX secolo. Ricerche sul rapporto donna-cultura universitaria nell'ateneo bolognese', Bologna, Clueb, 1988, pp. 119-134.
• Renzo Tosi, “I carmi greci di Clotilde Tambroni”, in Eikasmos, Bologna 2011.
• S. Bersani, “101 donne che hanno fatto grande Bologna”, Newton Compton Editori, 2012.




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