mercoledì 12 gennaio 2022

Veronica Franco - Antonella Favaro



Presunto ritratto di Veronica Franco
Tintotretto




Veronica Franco di Antonella Favaro



Chi era?


La “Magnifica domina Veronica Franca veneta” o una “publica meretrice”?

Veronica era prima di tutto una donna colta, una poetessa, una figlia obbediente, una madre premurosa, un’amica generosa.


Prima di parlare di lei vorrei raccontare come l’ho conosciuta.


Sono nata in una villa antica in un paese vicino a Venezia. Sono sempre stata una persona molto curiosa e fin da piccola mi sono dedicata alla ricerca. Frequentando gli antichi archivi veneziani, negli anni ho ricostruito la storia della villa individuando i proprietari che si sono succeduti nei secoli. Tra questi un certo Giovanni Battista Bernardo, un patrizio di Venezia molto ricco, con un meraviglioso palazzo sul Canal Grande, la villa in Terraferma (casa mia), una marea di possedimenti, una brillante carriera politica, una buona cultura dato che scrisse un paio di volumi dedicati alla filosofia e alla retorica.
Palazzo Bernardo
Di lui ho ricostruito tutta la vita.

A furia di fare ricerche mi sono appassionata alla storia di Venezia. Chi studia la Venezia del Cinquecento non può prescindere da Veronica Franco. Così, leggendo uno dei suoi testamenti, quello del 1570, non credevo ai miei occhi quando vi ho letto il nome del “mio” Giovanni Battista Bernardo. Veronica affidava la cura dei suoi figli proprio a lui: “voglio che lui puossi torli dove sarano, et quelli far governar come a lui parerà, perché son certa che li farà tratar ca se fossero suoi fioli…”.


Questo e altri documenti mi hanno fatto riflettere sul tipo di rapporto che c’era tra i due: come minimo c’era una profondissima stima e con molta probabilità anche molto di più.

Non è facile, con gli occhi del XXI secolo, spiegare la Venezia del Cinquecento. Tantomeno spiegare il mestiere di Veronica.

Fin dal Medioevo il meretricio era un fenomeno molto diffuso, come era normale per una città dedita ai commerci.

L’intento del Governo non era quello di vietarlo, ma di contenerlo, circoscriverlo, regolamentarlo.
Perché si trattava di qualcosa di molto importante almeno per due ordini di ragioni.
Per ragioni economiche: era pur sempre una forma di turismo, spesso praticato in stanze poste sopra le locande. Un giro di denaro che riguardava tutto l’indotto. Ma vi erano anche ragioni morali e di ordine pubblico, per le quali si andavano a cercare le giustificazioni presso i Padri della Chiesa. Sant’Agostino scrisse: “Togli le meretrici dalle cose umane e getterai tutto nel caos delle libidini” e per San Tommaso d’Aquino le meretrici dovevano essere permesse e tollerate per evitare un male peggiore, la sodomia, l’adulterio e altri misfatti. All’epoca c’era la reale paura che potesse accadere come a Sodoma; bastava un terremoto, una guerra o qualche evento catastrofico per gridare alla punizione divina. E i capri espiatori erano le minoranze come gli omosessuali o gli ebrei.

Nel Quattrocento il fenomeno del meretricio era ormai diffuso e spesso intorno alle abitazioni delle prostitute c’erano zuffe. Il Governo creò così un luogo, detto Castelletto, dove queste donne potessero lavorare protette da guardie pagate dallo Stato. Il doge stesso approvò i 25 punti della pubblica prostituzione a Rialto (Capitula postriboli Rivolati et super facto meretricum):


Loggia Bernarda
Ma l’esodo delle meretrici dal Castelletto fu irresistibile, già a fine Quattrocento le si poteva trovare ovunque.
Nel Cinquecento il fenomeno era oltre che diffuso, anche complesso e variegato: le prostitute crebbero in rapporto al crescere della domanda. Erano organizzate in piccoli o grandi bordelli allogati in osterie, stufe, case in affitto, in “scolete de donne” oppure in proprio.

La categoria acquisiva forza e allo stesso tempo al suo interno si differenziava a seconda di: età, bellezza, abilità specifiche, raffinatezza, cultura.

La grande novità è il costruirsi della figura della “cortigiana” detta anche “cortesana” o alla latina “curiale”.
Il termine Cortigiana col significato di meretrice “raffinata” lo troviamo per la prima volta a Roma, negli scritti di Giovanni Burcardo, maestro di cerimonie del papa Alessandro Borgia. Descrivendo una festa in Vaticano del 31 ottobre 1501, scrive che parteciparono “quinquaginta meretrices honeste cortegiane nuncupate” cinquanta meretrici oneste, chiamate cortigiane.
Pochi anni dopo, nel 1514, a Venezia, troviamo questo termine nei Diarii di Marin Sanudo a proposito della sepoltura ai Frari di Anzola “honorata et nominata meretrice”, di Lucia Trivixa, “cortesana molto nominata apresso musici dove a casa sua si riduseva tutte le virtù”.

Veronica Franco era una di queste cortigiane. Una delle “honorate”, nel senso letterale del termine: ricevevano molti onori.

Proveniva da una famiglia benestante e probabilmente fu iniziata al mestiere proprio dalla madre, Paola Fracassa, anch’essa cortigiana. Doveva essere nata nel 1545 o 1546. Del padre, Francesco, si sa poco, doveva essere la madre a mantenere la famiglia, che comprendeva anche tre fratelli.

Fu fatta sposare molto giovane con un medico, Paolo Panizza, ma se ne separò molto presto.
Prima dei vent’anni ebbe un figlio, Achilletto, da un mercante di Ragusa. Poi ne ebbe un altro, Enea, da Andrea Trono, o forse da Giovanni Battista Bernardo. Un altro da un Pizzamano. Secondo una sua stessa dichiarazione, partorì sei volte.

Compare nel famoso “Catalogo de tutte le principal et più honorate cortigiane di Venetia” redatto intorno al 1565. Ma ancora non doveva essere molto famosa, dato che la sua tariffa era molto bassa.
Raggiunse l’apice del successo nel 1574 quando il re Enrico di Valois fu a Venezia e scelse di passare una notte con lei. L’anno dopo pubblicò le sue Terze rime e quello successivo era a Roma, dal cardinale Luigi Corner, che di lei parla come la “magnifica domina Veronica Franca veneta”.

Pochi anni dopo, nel 1580, di lei si parla come di una “publica meretrice”. A chiamarla così è il precettore di Achilletto, Vanitelli, che la denuncia al Sant’Uffizio (la denuncia perché prima era stata Veronica a denunciarlo per la scomparsa in casa di alcuni oggetti). Alla denuncia segue un processo, in cui Veronica si difende da sola. Le accuse sono di non andare a messa, di mangiare carne il venerdì, di giocare a carte, di fare incantesimi per fare innamorare gli uomini. Cose così.

Per Vanitelli andava castigata perché “non infetti questa città”. Che non metta in pericolo gli innocenti anche se “ha ella troppo grande aiuto in questa Città et è favorita da molti”.

Il processo prende la piega della bega famigliare. Tutto si risolve in una bolla di sapone.

Lo stesso anno Veronica pubblica le sue Lettere famigliari a diversi.

Di lei non abbiamo più notizie fino alla morte, avvenuta il 22 luglio 1591: “La signora Veronica Francha de anni 45 da febre già giorni 20. San Moisè”.

Veronica aveva preparato un progetto per l’apertura di una “casa del soccorso” per prostitute anziane, ma non fu mai presentato alle autorità.

Questo è quello che emerge dai documenti. Dalle sue lettere e poesie possiamo capire molto del suo carattere e della sua personalità. Era legata all’aristocrazia intellettuale di Venezia e anche di fuori.

Non nascose mai, a differenza di altre sue colleghe, il suo mestiere.


Padrona del suo destino
Qui puoi leggere il post del film
Padrona del proprio destino”, come recita un bellissimo film dedicato a lei, pronta a difendere la propria condizione di donna “libera”. Libera di scegliere, libera di gestire i propri sentimenti e il proprio corpo. Nei suoi versi traspare la gioia per l’amore, anche per quello puramente fisico. Ma è sempre consapevole dei rischi e delle umiliazioni. Consapevole di far parte, come lei stessa scrisse in una lettera, della categoria di quelle “donne costrette a mangiare con l'altrui bocca, a dormire con gli occhi altrui, a muoversi secondo l'altrui desiderio”.

Una donna, insomma, onesta fino in fondo con se stessa.


Questa è la donna che ho scelto come coprotagonista del mio romanzo “Il patrizio e la cortigiana”.





Il patrizio e la cortigiana

Ed. Gaspari, Udine 2021



Venezia, seconda metà del Cinquecento: la vita spensierata di Zuan Bernardo, giovane nobile veneziano, viene improvvisamente sconvolta a causa del matrimonio con una donna in attesa di un figlio non suo. Zuan si troverà a dover scegliere tra ciò che gli detta il cuore e quello che il suo lignaggio e la morale del tempo gli impongono in un'estenuante battaglia tra l'amore impossibile e i suoi doveri di buon patrizio. Sulla sua strada incontrerà personaggi come Palladio e Veronese, ma, soprattutto, la più famosa cortigiana veneziana di tutti i tempi: Veronica Franco.

Il romanzo è ispirato a una storia vera, emersa dai ricchi archivi veneziani, trasformata in un affresco della Venezia rinascimentale. Un dipinto che tratteggia un'epoca ormai lontana ma con passioni e sentimenti senza tempo.

 

Antonella Favaro vive a Udine dove insegna Italiano e Storia e Storia dell'Arte, ma ha vissuto per anni a poca distanza da Venezia. La villa veneta della sua famiglia e i nobili proprietari che si sono succeduti nei secoli, sono il denominatore comune delle sue ricerche, svolte principalmente negli archivi veneziani. Ha pubblicato alcuni saggi e un romanzo al riguardo, tra cui, con Gaspari editore, La vera storia dell'Otello di Shakespeare (2014) e I cavalieri di Venezia (2019).


Immagini fornite cortesemente dall'autrice Antonella Favaro



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