martedì 23 gennaio 2018

Tutto il mondo (dello stereotipo) è paese...
















L'immaginario collettivo, ormai si sa ampiamente, si forma attraverso anche un simbolismo che una società crea e alimenta. E in una società basata sull'immagine grande rilievo assumono i mass-media che si basano su questa. Prima fra tutti la Tv, ormai il mezzo di comunicazione più diffuso e quindi potente perché raccoglie in se' vari strumenti di comunicazione dalle trasmissioni, ai film, alle pubblicità e tutti usano sapientemente le immagini, ognuno in base al proprio pubblico di riferimento e al proprio obiettivo. In più la Tv ha un potere ulteriore, quello di amplificare il messaggio che veicola, in gergo “reificare”, un aspetto che sembra però sfuggire a chi invece, usandola perché la fa, dovrebbe ben conoscerla e tenerla a mente quando progetta programmi, servizi, video, scrive trame e sceneggiature.

In effetti ha fatto scalpore la puntata d'esordio di una delle fiction più longeve della tv italiana, Don Matteo 11 in cui a guidare la stazione dei Carabinieri quest'anno è una donna. Bene si dirà, e quindi dove è il problema? Di per se' nessuno, le donne sono entrate relativamente poco tempo fa nelle Forze armate e hanno fatto carriera rapidamente per cui anzi questa innovazione rispecchia solo la realtà dei fatti. Il problema che è sorto è che nonostante questa presa di coscienza e di relativa trasposizione scenica le aspettative sono state deluse ma non per motivi recitativi come si potrebbe pensare. Durante un dialogo infatti la dirigente del Comando pretende di essere chiamata CapitanO correggendo chi tra i suoi sottotenenti la chiamava, correttamente, CapitanA. Insomma la Capitana pretendeva di essere appellata al maschile adducendo che il termine al femminile non esiste, ergo...qui effettivamente di pensiero non ce ne è stato molto da parte di chi ha scritto la sceneggiatura come
non ce ne è stata di grammatica italiana o meglio chi ha scritto la sceneggiatura non ha usato il pensiero se non ha usato e rispettato la grammatica italiana, declinando semplicemente il termine al maschile, usando un linguaggio di genere.

Questa mancanza di conoscenza, chiamiamola con il suo nome “ignoranza”, ha suscitato polemiche e giuste rimostranze con pensieri e reclami lasciati sulla pagina facebook della fiction.

A prendere l'iniziativa è stata proprio la linguista che spesso collabora con l'Accademia della Crusca, Cecilia Robustelli che ha lanciato l'allarme e ha richiesto l'intervento di tutte e tutti per focalizzare l'attenzione sull'importanza del linguaggio e del suo rispetto, che in questo episodio è venuto decisamente a mancare.

Si è trattato di un gesto gratuito, con un po' di malizia si potrebbe pensare che sia stato provocatorio ma sicuramente si è trattato solo di superficialità condita però da abbondante pregiudizio che vuole il maschile essere più prestigioso nelle cariche e funzioni elevate. Si è voluto fissare e rimarcare il fatto che alcune professioni esistono solo se al maschile, senza considerare la lingua italiana e le sue regole, che nella fattispecie erano proprio regole di base senza tener conto poi dell'aspetto sociale delle parole e del mezzo usato per divulgarle.

Una mancanza da un punto di vista linguistico, semantico e sociologico importante visto che chi lavora con questi elementi dovrebbe invece avere ben chiaro gli effetti che si possono produrre, divulgare, rinforzare, costruire e demolire.

Si è creato in realtà una palese discrasia per cui si è voluto una nota di rottura col passato, introducendo una donna a capo di un Comando militare ma poi non le si è voluta dare la dignità di essere, cioè non le si è riconosciuta dignità di essere nominata, quindi di esistere.

Ma cosa succederebbe mi chiedo se fosse al contrario? Se nella precedente serie il Comandante venisse sempre e solo chiamato CapitanA? Ovviamente non andrebbe ugualmente bene proprio perché si verrebbe meno alla regola grammaticale di declinazione in base al genere e poi per questioni meramente culturali per cui suonerebbe molto strano, troppo, che un uomo venga appellato al femminile visto che appunto le professioni più importanti sono concepite solo se declinate al maschile ma altrettanto strano non pare se riguarda una donna, perché, ed è quello che è sfuggito agli-alle sceneggiatori, sceneggiatrici, il linguaggio è cultura, veicola e crea significati contribuendo a creare l'immaginario collettivo, e non è solo mere regole grammaticali, che comunque qui in ogni caso non sono state rispettate.




La campagna "In a Parallel Universe" di Eli Rezkallah
In questa faccenda ci può venire in aiuto un pubblicitario, produttore, fotografo, artista israeliano che proprio per scardinare gli stereotipi a danno delle donne ha reinterpretato alcune pubblicità delle più importanti aziende americane degli anni '40-'50 al maschile. Lo spunto gli è arrivato dallo zio che durante il giorno del Ringraziamento sosteneva che alcune faccende domestiche erano esclusivo appannaggio delle donne; da qui l'idea del progetto fotografico " In a Parallel Universe" in cui Eli Rezkallah reinterpreta al femminile pubblicità sessiste dello scorso secolo sperando di far cambiare la mentalità di quelle persone che la pensano come suo zio ed effettivamente riesce a veicolare sì l'assurdità e il ridicolo dei messaggi misogini dell'epoca anche se a quanto pare, come visto non interessano solo periodi passati ma gli stereotipi rimangono e si perpetuano e si celano subdoli, come solo gli stereotipi sanno fare, ancora nei meandri moderni e contemporanei per cui sì al capo femmina purché rimanga un'Innominabile.
















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