lunedì 24 marzo 2014

Olive, la "sacerdotessa"

Almanacco del 24 Marzo:



diritti donne condizione femminile movimento femminista




Olive, la sudafricana, per niente colonizzatrice, affatto patriottica, del tutto ribelle.

Olive Schreiner nasce il 24 Marzo 1855 in Sudafrica, a Wittenberg in una famiglia di metodisti, dal missionario Gottlob Schreiner e dall’inglese Rebecca Lyndall. Nona di dodici figli, visse un’infanzia indigente che la costrinse a diventare un’autodidatta e ricevere un'istruzione formale solo all'età di undici anni ma questo non le impedì di formarsi con le opere di John Stuart Mill o di Eliot. Il clima e l’educazione rigida e formalmente religiosa che condizionarono la sua formazione la indussero a sviluppare un carattere “ribelle” che condizionerà le sue esperienze e di conseguenza le sue riflessioni sociali, politiche e, a scriverne, sconvolgendo la chiusa e pesante società vittoriana, diventando per contro un punto di riferimento dei primi movimenti femministi.
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 Fu avviata al mestiere di governante, come si confaceva al suo sesso e ai costumi a suo tempo praticati nella società, per ben sette anni, ma poi la sua indole di natura indomita la portò a cercare a tutti i costi di andare all’università e per questo arrivò a Londra, grazie ad un’amica, Mary Brown, a cui dedicherà il suo primo libro ma il suo sogno non durò. Infatti a differenza della sorte riservata ai suoi fratelli a lei fu preclusa, per motivi economici ma anche di salute, ogni possibilità di poter entrare alla Facoltà di Medicina e allora riprese quella passione che già aveva intrapreso quando ancora nel Karoo, il deserto sudafricano in cui viveva, aveva cominciato a scrivere quelle opere che rimarranno inedite e pubblicate solo postume.
Così uscì la sua prima opera, una delle migliori, nel 1833 sotto però lo pseudonimo maschile di Ralph Iron, “The Story of an African Farm”, in cui già ritroviamo importanti riflessioni sulla condizione della donna. La protagonista, almeno quella che esce in modo più “prepotente”, è Lyndall una ragazza che affronta e sfida le convenzioni sociali e allo stesso tempo le analizza, regalandoci un quadro della società ottocentesca influenzata dalla visione vittoriana.
Olive Schreiner accentrerà il suo lavoro sulla rivendicazione femminile però con il libro “Woman and Labour”, dove chiaro sarà la sua rivendicazione soprattutto in favore  dell’educazione, un’istruzione volta a preparare le donne al lavoro: “Give us labour and the training which fits for labour!- dateci lavoro e il metodo che è utile per svolgerlo!-”[1] inizia proprio così il suo scritto, quello ritenuto poi la così detta "Bibbia del femminismo".
Olive nel 1889 in un suo viaggio in Francia.

Olive, partendo dalla sua esperienza si rende conto che l’istruzione per le donne è un qualcosa di fondamentale ma soprattutto la loro preclusione è un condizionamento forte in quanto le rende inattive nella società e forte infatti è il suo richiamo ai parassiti che nella società non- umana influenzano la loro comunità.
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Il libro si concentra infatti sull’analisi di quelle forme parassitarie anche frequenti in natura, e qui Olivie è figlia del luogo dove è nata e cresciuta, probabilmente è perché vive in un paese “ancestrale” come il Sudafrica che le viene l’idea di partire anche dalla natura per analizzare la condizione umana, in particolare quella della donna nei diversi periodi storici.
Per lei la condizione femminile, delle donne bianche e borghesi, è una situazione limitante e oltraggiosa, spregevole perché le rende improduttive, incapaci di partecipare alla loro stessa società e le soggioga inevitabilmente in una situazione di inferiorità che le rende incapaci di scegliere la loro natura, di indirizzare la loro vita.
Il parassitismo è un male sociale destinato a infettare tutta la società perché le donne sono coloro che hanno il ruolo più importante quello di far nascere, crescere, sviluppare e portare avanti il creato e quindi la loro impronta dovrebbe essere più decisa, perché è in realtà decisiva per tutto il genere umano: “Ancora e ancora nella storia passata, quando tra le creature umane è stato raggiunto un certo livello di civilizzazione materiale, si è manifestata una curiosa tendenza per le donne umane nel diventare più o meno parassitarie; le condizioni sociali tendono a privarla di ogni forma di attività, coscienza, lavoro sociale, e a ridurla, come la zecca, alla mera funzione sessuale. E il risultato di questo parassitismo è stato l’inevitabile decadimento nella vitalità e intelligenza della donna, seguita subito dopo da un periodo più o meno lungo, da quella dei suoi discendenti maschi e dell’intera società.”[2].
Olive, vede nell’inattività, fisica ma anche intellettuale delle donne, rese tali dall’impossibilità di studiare e lavorare, una forma di parassitismo tanto nociva in natura: “Ovunque, nel passato come nel presente, il parassitismo della femmina annuncia il decadimento di una nazione o di una classe, come le pustole del vaiolo sulla pelle indicano invariabilmente la presenza di un virus purulento nel sistema[3] , quanto per l’intero genere umano: “Così, il parassitismo femminile, che in passato ha minacciato solo una parte minima delle donne della terra, in condizioni esistenti minaccia vaste masse, e può, in condizioni future, minacciare l'intero corpo[4].
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Olive ritrova nella cultura, nei suoi valori dominanti, nei significati e nell’effetto prodotto dall’azione dei significanti la causa della condizione femminile, una carenza che impoverisce tutta la società, perché la donna ha invece un ruolo importante, fondamentale, quello di trasmettere e creare cultura: “E ' la donna che è lo standard finale della razza, dalla quale si deve partire e dalla quale non si può prendere alcuna distanza in nessuno determinato periodo di tempo, in nessuna direzione: come il suo cervello indebolisce, indebolisce l'uomo che lei alleva, come il suo muscolo si ammorbidisce, si ammorbidisce quello di lui, come lei decade, decade il popolo[5] poiché: “Come abbiamo detto il potere della donna umana  di imprimere se stessa nella sua discendenza, maschile e femminile, non solo tramite l’ereditarietà dei geni, tramite l’influenza durante il periodo della gestazione, ma soprattutto producendo l’atmosfera mentale nella quale saranno passati i primi anni infantili così impressionabili,  fa della condizione di allevatrice di bambini della donna un interesse preminente per la razza[6]


Il deserto del Karoo




Importante quindi è come la donna stessa si concepisce e come di conseguenza proietta la sua importanza e la sua azione nel mondo, Olive sottolinea come la donna libera di essere e soprattutto messa nelle condizioni di potersi esprimere, grazie anche ad un’adeguata formazione può sorprendere la società stessa ma sono situazioni che le donne stesse non sanno valutare poichè non sono libere: “ Il semplice fatto che , le poche donne che, fino ad oggi , hanno ricevuto una formazione e a cui è stato permesso di dedicarsi allo studio astratto , si sono distinte nella matematica superiore, non dimostra di necessità nessuna tendenza preminente da parte del sesso femminile in direzione della matematica  rispetto al lavoro nei settori della politica, dell’ amministrazione o della legge; visto che in questi campi non c'è stata praticamente alcuna ammissione per le donne . A volte si afferma che, visto che molte donne di genio in tempi moderni hanno cercato di trovare l'espressione per il loro potere creativo nell'arte della finzione, ci deve essere qualche collegamento insito nel cervello umano tra la funzione ovarica e l'arte della finzione . Il fatto è che la narrativa moderna è solo una descrizione della vita umana in ogni sua fase  ed essendo l'arte della finzione l'unica arte che può essere esercitata senza una formazione speciale o apparecchi speciali  e prodotta nei momenti rubati alle molteplici occupazioni  che riempiono la vita della donna media, questa é stata spinta a trovare questo sbocco per i suoi poteri come l'unico che si presenta . Quale avrebbe potuto essere altrimenti la direzione in cui il loro genio si sarebbe naturalmente espresso, può essere conosciuta solo in parte anche alle donne stesse , ciò che il mondo ha perso da quella espressione obbligatoria del genio , in una forma che non può essere stata la sua forma più naturale di espressione , o solo una delle sue forme , nessuno lo potrà mai sapere[8] .

Ma Olive, vede che anche nella storia la condizione femminile è sempre uguale a se stessa, è rimasta invariata: […]E mentre l'accumulo di ricchezza è sempre stata la condizione antecedente e la degenerazione e la trivialità del maschio la causa finale ed evidente della decadenza delle grandi razze dominanti del passato,  tra i due è sempre rimasto, come grande medio termine, il parassitismo della femmina, senza il quale il primo sarebbe stato inoperante e l'ultimo impossibile.” Invece: “Nessuna schiavitù, né le più vaste accumulazioni di ricchezza, potevano distruggere una nazione per snervamento, le cui donne rimasero attive, virili, e laboriose.[9].

La prima opera pubblicata con il nome maschile di Ralph Iron.


Olive vede invece nell’ industrializzazione, nella modernizzazione della società, tramite la nuova organizzazione del lavoro una possibilità per le donne, perchè ormai gli schemi sociali sono antiquati, non più validi , la società è cambiata,  sta cambiando, industrializzandosi, meccanizzandosi e quindi la ricchezza, data dall’ abbattimento del tempo e della forza lavoro necessaria sta riguardando una crescente fetta della società. Per Olive però sta aumentando di conseguenza anche la massa di donne “inette” e questo diventa un problema grave per l’intera società: “Al giorno d'oggi il progresso fatto è stato così enorme nella sostituzione della forza meccanica del rude, e fisico, sforzo umano (la forza meccanica è stata impiegata oggi anche nella formazione di biberon e nella creazione di cibi artificiali come sostituti del latte materno !), che è ora possibile non solo per una piccola e ricca sezione di donne in ogni comunità civile essere mantenuta senza eseguire alcuna delle antiche fatiche fisiche del loro sesso, e senza dipendere dalla schiavitù, o da qualsiasi notevole aumento del lavoro di altre classi di femmine, ma questa condizione è già stata raggiunta, o tende a essere raggiunta, da quella grande massa di donne nelle società civilizzate, che formano la classe intermedia tra i poveri e i ricchi.[10]. Infatti prima la condizione “parassitaria” femminile era più contenuta: “Tuttavia, nella storia del passato i pericoli del parassitismo legato al sesso femminile non hanno mai minacciato più di una piccola parte delle femmine della razza umana, quella esclusivamente di una relativamente piccola razza dominante o una classe […][11]Ma invece: “Noi, le donne europee di questa età, stiamo oggi dove ancora e ancora, nella storia del passato, hanno resistito  donne di altre razze ma la nostra condizione è ancora più grave e di una più ampia portata per l'umanità intera come  non è mai è stata per la loro.[12].
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La società sta cambiando quindi, si sta modernizzando, i vecchi ruoli sociali, la divisione tra i sessi, l’uno dominante, attivo, l’altro sottomesso, inattivo, “parassita” per dedicarsi alla prole e alla famiglia, secondo Olive non hanno più motivo d’essere: “Durante i prossimi 50 anni, così rapido sarà senza dubbio la diffusione delle condizioni materiali della civiltà, sia nelle società attualmente civili e nelle società attualmente impermeabilizzate dalla nostra civiltà materiale, che le antiche forme di femmina, di domestica, del lavoro fisico di donne anche delle classi più povere saranno poco richiesti, il loro posto viene preso non da altre femmine ma da sempre sempre più macchine perfezionate per  risparmiare lavoro[13].
Perchè se è vero che: “In futuro, i macchinari e le forze motrici della natura prenderanno in gran parte il posto della mano umana e piede nel mercato del lavoro, dell’ abbigliamento e dell’alimentazione dei popoli, saranno questi  i settori dell'industria che non saranno più lavori domestici? Allora, vedremo nelle fabbriche, nei magazzini e nei campi, ovunque le macchine che hanno usurpato la nostra antica terra di lavoro, ma anche noi abbiamo il nostro posto come orientatori, controllori e possessori, perché, “ Sta la cura dei bambini  diventando un lavoro di una parte del nostro sesso?-Allora noi chiediamo per quelle tra noi che non sono autorizzate a prendere parte ad essa, di compensare e altrettanto onorare importanti settori della fatica sociale. Sta diventando la formazione di creature umane una professione sempre più onerosa e faticosa, la loro educazione e cultura, sempre più una grande arte, complessa e scientifica? Se è così, allora, chiediamo quella cultura e quell’ alta  e complessa formazione  che ci è idonea per istruire la razza che portiamo nel mondo.[14].

Quindi: “Le condizioni materiali di vita del passato sono andate per sempre, nessuna volontà umana può rievocarle, ma questa è la nostra richiesta: Chiediamo che, in quello strano mondo nuovo che sta nascendo sopra l'uomo e la donna, dove nulla è come era, e tutte le cose stanno assumendo nuove forme e relazioni, che in questo nuovo mondo anche noi possiamo avere la nostra parte di fatica umana onorata e socialmente utile, la nostra piena metà del lavoro dei Figli della donna. Non chiediamo nulla di più di questo e non prenderemo niente di meno. Questo è proprio il nostro "Diritto di Donna![15] , ognuna quindi faccia la sua parte: “ Pertanto noi affermiamo, oggi, tutto il lavoro per la nostra provincia! In quei grandi campi in cui sembrerebbe che il sesso non gioca alcun ruolo e altrettanto in quelli più piccoli in cui gioca un ruolo[16].



rivendicazione dei diritti delle donne
Olive scrisse la prefazione per l' edizioni del 1886.
Olive Emilie Albertina, da sempre di salute cagionevole, sarà condizionata nei suoi spostamenti ed esperienze dall'asma che l'affliggeva e spesso dovrà tornare nella sua terra, il Karoo per trovare sollievo per la sua salute. Tuttavia in Europa riuscirà, prima di essere costretta a tornare in Sudafrica per curarsi, a frequentare l'élite londinese dal rinomato sessuologo Hellis al fondatore dell'attivismo socialista e per i diritti dei gay Gray a Karl Pearson, l'ideatore dei Club di Uomini e Donne dove si affrontavano le relazioni tra i sessi, dal matrimonio alla prostituzione. Viaggiò anche in Svizzera, Italia e Francia, collaborando anche con Mary Wollstoncraft, scrivendole perfino la prefazione per l' edizione del 1886 dell'opera "A Vindication of the Rights of Women". 
 In qualsiasi luogo si troverà, Olive avrà sempre un buon motivo, una causa da difendere e far conoscere dalla lotta al nascente apartheid in Sudafrica, alla difesa degli ebrei e non per ultimo, come visto i diritti delle donne. Tornata dopo la Prima Guerra mondiale da Londra nella sua terra per l'aggravarsi delle condizioni di salute, morirà a Città del Capo nel 1920, l'11 Dicembre.
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Opere:


  • "The Story of an African Farm",  1883;
  • "Dreams", 1890;
  • "Dream Life and Real Life", 1893;
  • "Trooper Peter Halket of Mashonaland",1897;
  • "An English South African Woman's View of the Situation",1899;
  • "A Letter on the Jew", 1906;
  • "Closer Union: a Letter on South African Union and the Principles of Government", 1909;
  • "Woman and Labour", 1911;
  • "Thoughts on South Africa", 1923 (Postumo);
  • "Stories, Dreams and Allegories", 1923 (Postumo);
  • "From Man to Man or Perhaps Only", 1926 (Postumo);
  • "Undine", 1928 (Postumo)


Opere tradotte in lingua italiana:
SCHREINER Olive, "1899", Roma, Ed. Lavoro, 1988;
SCHREINER Olive, "Storie di una Fattoria Africana", Firenze, Ed. Giunti, 2002;
SCHREINER Olive, "Sogni", Giulianova, Ed. Galaad, 2009.



Traduzione a cura di Silvia Palandri



[1] SCHREINER Olive, “Woman and Labour”, Capo di Buona Speranza, 1911.
[2] Chapter II.
[3] Ibidem.
[4] Ibidem.
[5] Ibidem.
[6] Ibidem.
[7] SCHREINER Olive, “The Story of an African Farm”, London , Ed. Chapmann and Hall, 1883, pag. 182.
[8] Chapter IV: Woman and War.
[9]    Chapter II: Parasitism.
[10] Chapter III.
[11] Chapter II.
[12] Ibidem.
[13] Chapter III: Parasitism.
[14] Chapter II.
[15] Chapter I.
[16] Chapter V:  Sex Differences.
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martedì 18 marzo 2014

La Pistoiese che sfidò Petrarca

Almanacco del 17 Marzo:
poesia poetesse erudite Arcadia
Corilla Olimpica cinta d'Alloro


Colei che rimando, le “cantò” ai poeti più famosi, incoronata d’alloro suscitò invidie e maldicenze che ne condizionarono la vita più di quello che poterono i suoi talenti.

Maria Maddalena Morelli, nacque a Pistoia il 17 Marzo 1727 dal musicista, violinista Jacopo e da Maria Caterina Buonamici. Ebbe un’educazione sufficiente a far emergere fin da giovane età il suo talento d’improvvisatrice letteraria nel collegio salesiano di Pistoia . Conobbe la Principessa Vittoria Rospigliosi Pallavicini a Firenze dove si era trasferita nel 1746 per dar lustro ai suoi talenti, che la vorrà con se’ a Roma dove la sua fama raggiunse i massimi livelli vedendola iscritta all’Accademia dell’Arcadia con il nome di Corilla Olimpica nel 1771.
Ma Maria Maddalena volle portare le sue rime e i suoi talenti alla conoscenza dei molti così si trasferì a Napoli e lì rimase per circa dieci anni. Qui la Principessa di Colobrano, Faustina Pignatelli, la prese a ben volere e ne incoraggiò le attività culturali. Maria Maddalena prese allora coraggio e sfidò addirittura il Metastasio in una gara di improvvisazione, il quale comunque declinò l’invito ma rimase colpito e ammirato dalla poetessa Maria Maddalena che gli scrisse “Dalle felici gloriose sponde” nel 1751 quando entrò anche all’Accademia degli Agiati di Rovereto come Madonna Damerille.
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 Il suo soggiorno partenopeo le valse le ammirazioni dei letterati più importanti e conosciuti come Zanotti e Passeri con i quali ingaggiava “duelli” a distanza ma le valse anche un marito, il Segretario di Guerra spagnolo Ferdinando Fernandez con il quale si sposò ed ebbe un figlio, Angelo che però lasciò a Napoli per far ritorno a Roma nel 1760, presso la Principessa Rospigliosi Pallavicini, per ampliare la sua fama di poetessa improvvisatrice.
Di lì a poco tuttavia si trasferì nuovamente prima a Pisa, dove incontrò il famoso tombeur de femmes, Giacomo Casanova, poi  a Siena dove fondò  una sua Accademia, l’Ordine dei Cavalieri Olimpici nel 1761, poi ancora a Parma e a Bologna, a Venezia e di nuovo a Bologna fino ad Innsbruck, Inspruch, invitata da Francesco I alla corte austriaca, la Corte Imperiale, nel 1765 in qualità di Poetessa Laureata in occasione del matrimonio del Gran Duca Leopoldo di Toscana con l’Infante Maria Luisa di Spagna.


L’anno seguente riceve un’altra nomina, a membro dell’Accademia Clementina nel 1766. Trasferitasi permanentemente a Firenze su invito personale del Granduca Leopoldo, creò presso la sua abitazione un salotto frequentato dai più importanti letterati ed artisti internazionali, come anche il giovanissimo Mozart portato in giro per l’Italia dal padre Leopold per il “Grand Tour” come era di moda all’epoca.

Nel 1771 fu ammessa all’Arcadia come Corilla Olimpica e solo pochi anni più tardi fu nominata per ricevere la “Coronazione”, che fino ad allora era stata concessa solo a Petrarca, al Tasso e al Perfetti.  
Lo stesso Papa Pio VI, acconsentì alla sua nomina prima di Nobile Romana e poi alla Coronazione d’alloro in Campidoglio ma: “[...] Vuole però, che a tal Funzione precedano quegli esperimenti, che furono praticati nella Coronazione dell’inclito nostro Compositore ALARO EUROTEO; [...]  Gli esperimenti si riducano a dodici temi da proporsi alla Poetessa da dodici Pastori Arcadi, che dovranno da voi deputarsi”.[1] Così Corilla Olimpica fu sottoposta, dopo proposta di Coronazione, all’esame di dodici Pastori su altrettante materie in tre sezioni diverse: “Il Custode propose la lista di trenta Arcadi, tra i quali  si poteano scegliere i Dodici Esaminatori, che in tre sezioni separate dovessero dare a Corilla un argomento sopra la Scienza o Arte, che sarebbe stata loro assegnata secondo l’ordine, che si vedrà [...][2]; quindi: “Quindi si corse il bussolo, ed eletti che furono per partito segreto gli Esamonatori, vennero loro assegnate le rispettive materie [...][3].
Tuttavia la sua nomina, non fu accolta solo da clamore e curiosità ma ebbe tanti detrattori, primo fra tutti il famigerato Pasquino ma anche i gesuiti, fieri oppositori del neo eletto Papa Pio VI. 

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Nonostante il suo esame si volse alla presenza di tantissima gente accorsa ad ammirare la celebrata capacità poetica di Corilla e alla presenza di persone importanti ma anche qualificate: “Non solo la consueta sala preparata per la Funzione, ma anche le camere contigue si riempirono di Letteratura e di Nobiltà, oltre diciotto Dame, ed alcune Principesse[4], la sua Coronazione destò malcontenti, calunnie e addirittura molti suoi sostenitori ritennero più saggio toglierle la loro protezione e amicizia, tanto che Maria Maddalena si rifugiò di nuovo a Firenze.
Solo l’anno dopo, anche con la pubblicazione degli “Atti della Coronazione di Corilla” il malcontento si placò ma rimase molta amarezza in Maria Maddalena soprattutto per il comportamento poco leale di alcuni suoi sostenitori. 



Dedica dell'opera che il Miollis volle per la morte di Corilla.
L’incoronazione comunque fu spettacolare ed avvenne in Campidoglio dopo che: “Noi infrascritti Pastori Arcadi Deputati dal seggio Collegio d’Arcadia sotto il 26 Luglio 1776 a fare l’Esperimento del poetico valore dell’inclita ed erudita Pastorella Corilla Olimpica signora Donna Maria Maddalena Morelli Fernandez Pistojese, in preliminare della solenne Coronazione in Campidoglio [...] attestiamo di averla interrogata ciascuno di noi sopra una delle infrascritte materie scientifiche e letterarie, e di aver ascoltato le di lei risposte dateci estemporaneamente in vari metri toscani, con solo con  mirabile poetico entusiasmo, ma ancora con pienezza di erudizione, con eleganza e purità di lingua, e con sorprendente felicità di stile, dimodoche di comun sentimento giudichiamo l’incomparabile Poetessa superiore al sesso, eccellente nel canto Estemporaneo, e dotata di ingegno così straordinario e sublime, che ben si rende degna del cospicuo onore della Laurea Capitolina accordatele dalla Sovrana Autorità a maggior incremento delle buone Lettere Italiane,, e a perpetua gloria dell’Arcadia e di Roma[5]
In Campidoglio, verso sera, Maria Maddalena Morelli Fernandez, Corilla Olimpica: “ [...] indi inginocchiatasi innanzi ai signori Conservatori,..., ricevé sul capo dalle mani del primo di essi la Corona d’alloro [...][6] e “ricevuta che ebbe la Laurea, Corilla, levassi, in piedi, e si portò a sedere nella sedia a lei preparata sul piano del trono istesso[7].
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Così però dopo gli allori, Maria Maddalena dovette quasi fuggire da Roma, per le grandi proteste e rimostranze dei suoi detrattori e si rifugiò nella sua città, Firenze, dove vi restò per il resto della sua vita, e dove continuò a coltivare uno dei suoi talenti più spiccati, oltre la musica, appunto l’arte dell’improvvisazione poetica che le valse tanta fama e riconoscimenti come quello di Caterina II di Russia che la invitò presso la sua corte ma che non ebbe seguito per motivi di salute, infatti Maria Maddalena ormai era debilitata e messa a dura prova anche da disgrazie finanziarie, tanto che nel 1782 la stessa Imperatrice Caterina II le riconoscerà una pensione; si mosse solo per passare l’inverno a Napoli nel 1785 invitata dai regnanti Ferdinando IV e Carolina delle Due Sicilie per i quali aveva scritto un componimento per la loro visita a Firenze.

Continuò tuttavia, nonostante i problemi di salute, a comporre per i sovrani e per celebrare gli avvenimenti più importanti della vita pubblica e della sua vita privata e nel 1793 fu mecenate di un’altra poetessa Teresa Bandinetti Landucci, la Pastorella Amarilli Etrusca, in cui rivedeva doti da incoraggiare e promuovere e per la quale scrisse il sonetto Anglico e piccol dono nel 1793.
Di  lì a poco fu colpita da apoplessia e tre anni dopo morirà a Firenze nel 1800, l’8 Novembre, lasciando alla Chiesa della Madonna dell’Umiltà di Pistoia la sua Corona d’alloro. Sarà seppellita nell’oratorio di San Francesco di Paola.

Madame de Staël, si ispirerà a lei e alla sua figura per scrivere “Corinne o  l’Italie”, romanzo del 1807, considerato il primo romanzo della letteratura femminile dell’Ottocento, che vede come protagonista proprio una poetessa che incontra un ragazzo inglese.  Corinna, la protagonista diventa l’emblema dell’emancipazione femminile nella cultura europea, quando Napoleone ormai da anni con il suo nuovo codice l’ha invece nuovamente rilegata a figura sociale e familiare di secondo piano.
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Maria Maddalena Morelli, Fernandez, Corilla Olimpica dedicò la sua vita alla sua Arte, fu figura dirompente, sposata, lasciò marito e figlio pur di realizzare la sua vocazione di poetessa, arrivando ai più alti livelli, e forse per questo non fu perdonata ma che tuttavia comunque fu protagonista:  “[...] d’un meraviglioso fenomeno accaduto ai nostri giorni, cioè, che una Gentildonna Poetessa abbia potuto farsi rivale del Petrarca, e del Tasso col meritare la Corona Capitolina, [...][8] , “[...] dalla pubblica autorità per mano del Senato Romano l’onorificenza perenne dell’ Alloro Capitolino, di quell’ Alloro, che Roma sola dispensa al vero Merito e alla Virtù, che passa nome di chi lo porta alla più tarda posterità, e di cui niuna Donna finora giunse su questo luogo a porersene le chiome fregiare”.

E così celebriamo ed onoriamo colei che per tutte noi è arrivata al massimo riconoscimento, con uno dei componimenti che per lei scrissero i più importanti membri dell’Arcadia e non, chiamati a festeggiare e celebrare la sua Coronazione; questi sono i versi che la Contessa Massimilla Paradisi, membro degl’ Ipocondriaci di Reggio con il nome di AGLAURO scrisse per commemorarla, e anche noi tramite lei:

 Sonetto

“ Del Sesso nostro i vanti Invidia vede,
E bieca gli dissimula, e gl’invola:
Tace le illustri nell’Aonia scola,
Tace le chiare in armi, o in regia sede;

Ma tu non tacerà, cui Febo diede
L’arti, onde a chiare eternità si vola,
Dama immortal, che a render basti sola
Del femmineo valor splendida fede.

Ecco festivo il Campidoglio attende
Il trionfal tuo Cocchio; e il sacro Alloro
Sovra le bionde chiome ecco ti splende.

De’ Vati assorge a te lo stuol canoro;
e Febo te, cui divo onor si rende,
Decima aggiunge delle Muse al Coro.”





[1]Atti della Coronazione di Corilla”,Parma, Stamperia reale di Parma, anno MDCCLXXIX, Pag. 36.
[2] Ivi, pag. 38.
[3] Ibidem.
[4] Ivi, pag. 45.
[5] Ivi, pag. 49.
[6] Ivi, pag. 58.
[7] Ivi, pag. 59.
[8] Ivi, pag. 21.

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giovedì 13 marzo 2014

La Contessa salottiera


Almanacco del 13 Marzo:



divenne una delle donne più illustri amate ed ammirate
Ritratto della Contessa Chiara, Clara, Maffei, di Francesco Hayez.




Fu donna dotta e seppur non scrisse mai opere se non epistole per i suoi più intimi familiari ed amici, fu una figura essenziale nel Risorgimento italiano, per la politica ma anche per le Arti.

La contessa Chiara Carrara Spinelli, all’anagrafe Elena Chiara Maria Antonia, nacque il 13 Marzo 1814 a Bergamo dal Conte Battista Carrara Spinelli, poeta e pedagogista illustre e da Ottavia Gambara, discendente della famosa poetessa cinquecentesca Veronica Gambara, come anche fu poetessa sua nonna, Chiara Trinali.

Nel 1823 fu mandata al Collegio degli Angeli a Verona per essere educata sotto la guida della Contessa Mosconi, con la cui figlia strinse una affettuosa e duratura amicizia, mentre il padre si trasferiva a Milano dopo essere stato lasciato dalla moglie fuggita per seguire un altro uomo. Chiara nonostante l’abbandono materno sarà sempre legata alla mamma a cui vorrà sempre bene e svilupperà anzi una sorta di adorazione quando anni dopo riprese a frequentare l’abitazione dove Chiara abitava anche se poi morì di lì a poco.
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Terminati gli studi raggiunse il padre a Milano per perfezionare la sua educazione ma qui incontrò un poeta molto noto ed apprezzato di cui si innamorò, scegliendo perfino di cedere il suo titolo aristocratico di Contessa, pur di sposarlo. Il giovane poeta era Andrea Maffei, anch’egli di nobili origini ma non di lignaggio pari alla Contessa che sposandolo decadeva dal titolo.  Purtroppo però Maffei non era uomo portato al matrimonio e si dimostrò più volte poco attento alle esigenze della moglie, della vita coniugale e al rispetto che questa meritava, una volta arrivò perfino a dimenticarla ad una festa dove erano giunti insieme ma dalla quale lui si era allontanato avendo probabilmente “altri impegni”.
Il loro matrimonio naufragò qualche anno più tardi dopo la morte della loro unica figlia, Ottavia, nel 1846. Chiara rimarrà sempre molto toccata a questo rapporto e affranta dalla fine del suo matrimonio, del suo sogno d’amore e anche se avrà poi un compagno che le rimarrà accanto per molti anni, in lei rimarrà sempre una profonda delusione per non aver potuto crearsi una famiglia: “Non illudetevi sull’isolamento degli affetti legittimi e domestici; nulla li sostituisce. Nulla li sostituisce, ve lo dico io, che fui e sono circondata di tanta società, di non pochi veri amici, che tanto intensamente amai, e trovai forti e forse eccezionali affezioni! Mi chiamano madre, sorella; ma pur troppo, vi è sempre qualche cosa che vi avverte non essere che amorosi inganni e illusioni quei dolci nomi. L’amicizia è molto, ma non è tutto![1]. La loro separazione tuttavia avverà in ottimi rapporti, Chiara infatti gli scriverà: “Addio, Andrea mio: esco da questa casa coll’animo addolorato, ma almeno tranquillo, poiché so che ci lasciamo con dell’affetto e della stima reciproca. Addio; vivi coi nostri amici, con quelli che in questa circostanza furono il nostro sostegno e santificarono, quasi, col loro ajuto un passo per sé stesso fatale, ma per me inevitabile e necessario se non alla felicità, almeno alla soddisfazione di tutti e due. Ricordati ch’io ti lascio ma non t’abbandono, e che in ogni circostanza triste della tua vita io ti sarò vicina come una sorella. Non dubitare di queste mie parole poiché sai che non ho mai mentito e che posso garantire della profondità de’ miei sentimenti[2].

La loro casa tuttavia, prima della deriva della loro unione, fu teatro di un’élite di intellettuali ed artisti di fama internazionale a cui Chiara, che continuava tuttavia ad essere chiamata Contessa, dava ospitalità e si rivolgeva comunque da pari, perché se non scriveva aveva comunque un retaggio culturale familiare assai importante e il suo modo di essere e di porsi lo manifestava per lei.
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"Valenza Gradenigo davanti al padre inquisitore", F. Hayez, 1835.
Fondazione Cariplo.
I suoi modi e le sue maniere ma anche la sua cultura, affascinarono artisti del calibro di Hayez che la dipinse in tutto la sua delicatezza e bellezza,  e che le regalò un quadro che avrà sempre un posto speciale in tutte le dimore che Chiara cambierà nel corso della sua sfaccettata vita. Ma c’erano anche Massimo d’Azeglio e  Tommaso Grossi, Emilio Broglio, Carlo Cattaneo a emblema di quello  che diventerà poi il salotto, il famoso e prestigioso Salotto Maffei, un ritrovo di patrioti dei più alti livelli. 

Una bella descrizione ci rivela la affabilità e le capacità della Contessa: “La contessa non perdeva d’occhio neppur uno degl’invitati. Quell’esile, aristocratica personcina, vestita, secondo il solito di nero, con signorile semplicità, penetrava in tutti i crocchi. Su quel volto dai finissimi lineamenti, subitamente acceso da una febbre di contentezza, illuminato da un sorriso- quel mite sorriso tutto suo- ogni visitatrice, ogni amico leggeva un augurio. Ella rivolgeva a ciascuno una parola, una domanda premurosa...[3].
Così il suo Salotto vedrà tanti illustri artisti, musicisti, scrittori e politici tra cui Antonio Bazzini, Gaetano Coronaro di Vicenza, direttore dell’orchestra della Scala, lo stesso Verdi dopo il trionfo del Nabucco, e sua moglie Giuseppina Strepponi, che diventerà una carissima amica della Contessa, Alessandro Manzoni, Giovanni  Verga, Ippolito Nievo solo per citarne alcuni.

l'opera "La Fausse Maitresse" di Balzac dedicata alla Contessa.
Nel 1838 ne farà parte anche Honoré de Balzac che rimase affascinato dalla Contessa al punto che la loro amicizia continuerà anche dopo il suo ritorno in Francia e documentata da numerose epistole anche quando lo scrittore sarà in giro per l’Italia. A lei dedicherà nel 1841 il suo racconto “La fausse maîtresse”, che andrà poi a far parte del romanzo “La Commedia Umana”, si dice anche che proprio nel salotto Maffei, sorseggiando un buon tè, ebbe l’ispirazione per la commedia teatrale “Vautrin” messa in scena a Parigi nel 1840.

L’anno seguente, non curante dello scandalo, accolse nel suo salotto il musicista Liszt con la sua amante, la Contessa Marie, nota scrittrice col nome di Daniel Stern, che viaggiava liberamente con il musicista anche se era sposata con figli. Forse rivide la situazione di sua madre, e non seppe dar retta alle rigide etichette e perbenismi dell’epoca ma sopraffatta dal ricordo amorevole di sua madre  non ebbe scrupoli ad accoglierli in casa anche se i loro non celati atteggiamenti affettivi, forse troppo, disgustarono letteralmente la Contessa che in ogni caso non diede a vedere il suo biasimo.
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Non mancò certo poi il suo appoggio anche alle donne intellettuali e accolse nel suo famosissimo Salotto scrittrici e artiste da Caterina Percoto, novellista friulana molto nota ed amata, a Emilia Viola Ferretti, meglio conosciuta come Emma, famosa per i suoi studi su Goethe, Zola Flaubert e per questo una delle autrici più lette della Nuova Antologia, alla Marchesa Colombi, alias Maria Antonietta Torriani, altra autrice dell’Antologia e di numerosi romanzi “sold-out”,  o ancora a Virginia Treves Tedeschi, ovvero Cordelia, l’autrice di numerosi romanzi tra cui Il regno della donna, e perfino a Matilde Serao che nel 1881 fu gradita ospite della contessa in occasione della memorabile Esposizione Nazionale.
Non mancarono però anche cantanti celebri come Teresa Stolz, cantante lirica “verdiana”, o l’attrice Adelaide Tessero. Era sempre attenta poi e felice di poter mettere all’attenzione dei suoi ospiti e dei più grandi scrittori, nuovi talenti come quando, nel 1859, incoraggiò la “poetessa della rivoluzione”, Giannina Milli, ad improvvisare nel suo salotto, ricevendo applausi commossi che le valsero poi l’incontro, fortemente voluto, con il Manzoni organizzato dalla stessa contessa Chiara.


Era ancora la Signora Maffei quando nel suo famoso ed ambito salotto entrò agli onori un giovane patriota Carlo Tenca nel 1844, che diventerà il suo compagno di vita per molti lunghi anni.


Appassionatasi alla causa italiana, che la vedeva contrapposta alle idee filo asburgiche del marito, la Contessa Chiara, dopo la separazione, tornata a Milano, vuole riprendere a dar vita al suo salotto che diventerà da ora in avanti un punto di riferimento di quelle personalità che faranno la Storia d’Italia, e la faranno anche grazie al contributo di donne come Chiara Maffei che con la loro cultura seppero creare e mettere a disposizioni di menti e animi elevati, luoghi adatti al loro incontro ed espressione.

Così il suo salotto vide personalità quali Manfredo Camperio,  Carlo Cattaneo,  Emilio ed Enrico Dandolo, Emilio Morosini, il Generale Carini, e ancora rappresentanti del governo provvisorio come Cesare Correnti e Anselmo Guerrieri Gonzaga. Incontrò anche il più noto e fervente, forse, patriota, l’inventore della “Giovine Italia” quando il suo compagno, dopo le Cinque giornate di Milano, fu costretto a riparare in Svizzera, lì Chiara volle incontrare il suo beniamino politico,  Mazzini anche se poi non rimarranno impressioni positive e il loro incontro non ne porterà di altri. In questa occasione il suo Salotto divenne anche il luogo per raccogliere segretamente sovvenzioni per far espatriare coloro che erano coinvolti con le Cinque Giornate, nobili o meno che fossero.
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Tornata in città continuò però il suo proselitismo “mazziniano” che vedeva crescere la presenza di noti esponenti politici nel suo salotto che, di tanto in tanto, andava spostandosi con l’abitazione di Chiara.
A mano a mano grazie anche alle nuove frequentazioni politiche, la stessa Chiara appoggiò una nuova visione politica che vedeva nei Savoia i giusti reggenti dell’Italia e dopo il 1859, divenne convinta savoiarda e accolse festosa quei francesi caritatevoli, Ernesto Legouvé, Enrico Martin che avevano riportato a Venezia le spoglie dell’eroe Daniele Manin in quella prima collaborazione tra francesi e “italiani”, così come il Capitano di Stato Maggiore Teodoro Joung, il  Luogotenente Rayat, Emilio Saigey, non meno dei garibaldini Carlo Cristoforis, suo amico carissimo, o Giacomo Battaglia ma anche il conte ungherese, arruolato tra i garibaldini, Alessandro Teleki. Importanti saranno poi le presenza femminili in questa seconda “vita” salottiera che vedrà, ad esempio, la presenza anche di Cristina di Belgiojoso e della Marchesa D’Adda, Laura Scaccabarozzi Visconti- Venosta.


Come si presentava l'accogliente ed elegante salotto della Contessa.
La sua opera più grande non la si trova edita da qualche tipografo, chiusa in qualche biblioteca ma fu piuttosto il suo sapere accogliere e creare un ambiente ideale all’incontro dei vari talenti anche se dalle sue lettere si evince la natura di questa donna e si capisce come sia riuscita ad affascinare e a tessere legami duraturi di stima ed affetto con i più grandi della sua epoca: “...scrivete, miei giovani: ve lo ripeto, scrivete. Ogni anno abbia i suoi studii, ogni giorno la sua occupazione, ogni pensiero la sua meta. [...][4] o ancora: “lo spirito deve non solo studiare, ma anche piacevolmente distrarsi per conservare quella specie di leggerezza che fa accettare anche il parlare serio da tutti perché scevro da pedanteria (che uccide qualunque influenza amabile) e forse utile sugli altri. Manzoni quanto era piacevole anche quando diceva cose e pensieri sublimi!..La sua santa altissima memoria è un precetto intellettuale e morale per l’anima mia; e quante volte rimpiango che alcuni non l’abbiano avvicinato: avrebbero conosciuto il vero spirito che crea e non distrugge, con l’essere serii ma con disinvoltura e amabilità ed alla portata di tutti. L’ho sempre nell’anima quel santo grand’uomo![5]. E nelle epistole che scriverà soprattutto al nipote, Cesare, ritroviamo i pensieri di una donna effettivamente di una tempra elevata, capace di pensieri alti: “...Lasciati sempre dominare dalla responsabilità del tuo animo. Moralmente, siamo quello che vogliamo essere. Non bisogna abbandonarsi al caso, ma tener la via retta e illuminata”.[6]
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Amava la natura e rifugiarsi nella sua tenuta  a  Clusone  dove pure la seguivano i suoi amici, parenti  ed intellettuali  “La vita che qui conduco è proprio deliziosa. La passo fra il sole ed i fiori: m’occupo della casa che m’è tanto simpatica; dei miei lavori, della lettura,  de’ miei scolari, amici, conoscenti; de’ miei poverelli che mi danno gioja immensa e mi fanno assai più bene ch’ io non possa farne ad essi. Dichiaro che nessuna visita mi fa tanto bene quanto quella a’ miei poverelli. Queste mi riposano, quelle altre mi stancano. Sono un originale forse; ma sento così[7] .

Morirà nel 1886, il 13 Luglio,  di meningite a Milano e sarà seppellita con i più grandi nel Cimitero Monumentale di Milano seppur volle un funerale semplice e lasciò una ingente somma per l’asilo di carità per l’infanzia creato nella sua amatissima dimora di Clusone, con la preghiera: “Lascio alla maestra che custodirà l’asilo a Clusone la preghiera d’amare quelle povere creaturine e crescerle nella fede di Dio, nell’amore del bene[8].

Sempre attenta ai suoi ospiti, delicata e intelligente sarà sempre ricordata per i suoi modi raffinati e colti, per gli spunti che seppe dare ai più importanti artisti ed intellettuali della sua epoca e per il suo ruolo fondamentale quale catalizzatrice di vita colta, riformata, a volte anti conformista ma sempre libera da ogni pregiudizio che nulla aveva a che fare con la cultura e l’intelletto: “Io volli almeno acquistare la completa indipendenza delle mie azioni e del mio vivere, e potermi dire: ‘io appartengo a me medesima, e solo io voglio essere giudice del mio operare’. E vinsi, almeno, la schiavitù delle cose convenzionali. E’  a duro prezzo ch’io acquistai tale libertà; pure è qualche cosa anch’essa quando non si vuole usarla che pel bene”.[9]

E proprio l’autore de “Il salotto della Contessa Maffei”, amico intimo di Chiara, conclude il libro con un commuovente ricordo, il suo: “ A noi pareva che una parte della nostra vita disparisse con quella creatura, la quale, indovinando spesso gli altri dolori, li consolava con parole profonde; e che tanto aveva amato la patria e onorato i forti caratteri e i forti ingegni, facendo rifiorire nelle sue affollate adunanze l’antica ospitalità e gentilezza italiana; primo suo merito codesto, sua splendida corona. Tramontava con lei una cara luce. Ma il ricordo della sua bontà dura tuttavia, come il profumo d’un lento, ricco convoglio di fiori che sia appena passato[10].





[1] BARBIERA RAFFAELLO, “Il salotto della Contessa Maffei”, Milano, Ed. Fratelli Treves, 1895, pag. 315.
[2] Ivi, pag. 288.
[3] Ivi, pag. 308.
[4] Ivi, pag. 318.
[5] Ivi, pag. 283.
[6] Ivi, pag. 319.
[7] Ivi, pag. 313.
[8] Ivi, pag. 328.
[9] Ivi, pag. 320.
[10] Ivi, pag. 329.


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