martedì 17 giugno 2014

Tra tradizione e modernità, prima dell'Arcuri, mia nonna


"Achille e l'amazzone Pantesilea" , Johann Heinrich Wilhelm Tischbein, 1823.


Mi ricordo ancora uno di quei temi che si fanno alle scuole elementari, sulla mamma, sull’animale domestico, sul papà, che a volte non è detto siano tutti nelle condizioni di poter assolvere all’impegno.
Anche quella volta in cui mi assegnarono un tema sui nonni, me la cavai per poco avendone solo una, che quindi andai ad interpellare.

Mia nonna era già di una certa età, nata nei primi anni del XX secolo, si era già fatta due guerre mondiali, il mercato nero per sopravvivere e tirato su tre figlie, anche grazie a suo marito, mio nonno, che però nel frattempo l’aveva lasciata vedova agli inizi degli anni ’60. Insomma, negli anni’80, mia nonna ne aveva viste e vissute eppure quello che emerse dal mio incontro fu il suo grande rimpianto e il suo desiderio più grande che non era riuscita a realizzare.

L'attrice Emanuela Arcuri nella serie tv "Carabinieri", 2002.
Come per ognuno di noi nonostante una vita piena, soddisfacente, in cui non le mancava nulla, se non la presenza di suo marito, che siamo d’accordo non è poco, ma che aveva superato grazie alla sua inattaccabile fede per cui la morte fa parte della vita, a ottant’anni suonati la sua idea fissa era il rammarico per non aver potuto far parte dell’arma dei Carabinieri; lei che amava andare a cavallo ancora si vedeva, come si immaginava da giovinetta, in divisa, impettita e a dorso del suo cavallo.
Il perché volesse diventare proprio Carabiniera non mi è stato dato modo di saperlo né allora mi venne da domandarglielo, forse rimasta avvinta da questa novità,  né in seguito ma come per tutte le passioni, all’amor non si comanda, è così e basta.

D’altronde l’iter per ammettere le donne nell’Esercito e nelle Forze Armate in generale è storia assai recente sia che si guardi alle velleità antiche delle donne  italiane, come mia nonna, sia che si guardi più verso i nostri giorni, infatti solo nel 1992 si sono cominciati ad attuare i primi “esperimenti” nell’esercito italiano per vedere come andava, come poteva essere, cosa poteva succedere ad avere le figlie di Eva nelle strutture da secoli concepite esclusivamente da e per uomini, insomma 29 cavie volontarie in una caserma di Roma, “per vedere l’effetto che fa”.

Quindi, considerata probabilmente che l’esperienza tutto sommato non doveva essere stata malevola, a forza di esperimenti e sondaggi, finalmente con la legge  n° 380 del 20 Ottobre 1999 si deliberava l’istituzione del “Servizio militare volontario femminile”, insomma le donne potevano legittimamente ambire ad entrare negli apparati della Difesa statale dal 2000.
Come una profezia allo scoccare del millennio si apriva il passaggio, fino ad allora, segreto, proibito, anche per le donne.

Mia nonna all’epoca aveva più di novant’anni ed era già fuori gioco ma invece mi ricordo che alcune compagne di studi all’Università approfittarono dei primi Bandi e Concorsi e qualcuna ce la fece anche.

La Regina Elisabetta I visita le sue truppe a Tilbury, 1588.
Questa novità, tutta italiana, ha però comportato nella società una iniziale diffidenza verso queste soldatesse o come venivano, e vengono, definite “donne soldato” ma allo stesso tempo, come ogni processo culturale, con l’abitudine si è arrivati ad una disposizione più naturale nei confronti di questa nuova figura che ha abbattuto lo stereotipo di genere propriamente maschile del soldato, anche se non ancora nel lessico, ed evidenziato, in tempi più recenti, l’arretratezza sui temi che riguardano il Genere.

Oggi infatti, dopo aver fatto entrare le donne nella Difesa, ci si accorge che bisogna anche permettere loro un coinvolgimento maggiore, insomma visto che “l’effetto che fa” degli esperimenti degli anni ’90 non è stato così malvagio, né la chiamata alle armi del 2000, ora ci si dice che tutto sommato le donne lavorano bene e vale la pena impiegarle di più per garantire i principi delle Pari Opportunità e di uguaglianza di Genere, che bisogna impiegarle soprattutto nei processi di pace, a livello locale, nei territori di missione.

Così anche in Italia nel 2014 nasce la figura professionale del Gender Advisor, che ha il compito di portare all'attenzione questioni di Genere e Parità nelle missioni internazionali, e  che per la prima volta “sbarca” nel nostro paese con il primo corso organizzato dallo Stato Maggiore della Difesa, adeguando anche il nostro paese alla risoluzione Onu n° 1325 "Donne pace e Sicurezza" approvata già nel 2000 dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu proprio mentre in Italia si affacciavano invece per la prima volta le donne nelle caserme. E subito il mio pensiero torna a mia nonna e mi chiedo se lei, da Carabiniera, avrebbe voluto partecipare e diventare una Gender Advisor; questo non lo saprò mai ma in compenso ci sono io che cerco di portare avanti un mio piccolo discorso di “rivalsa” femminile, saranno i geni, sarà stato quel tema galeotto delle elementari che mi ha fatto scoprire questo desiderio nascosto di un’ottuagenaria femminista involontaria, per me però non un’ottuagenaria qualunque.

Io, invece, da piccola volevo fare la Bersagliera ma questo  è un altro post...




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